Longform'd. I prossimi 10 anni (7)
 

Questo Post è il settimo di una serie dedicata al prossimo decennio dei mercati finanziari e delle economie.

Nei primi quattro Post della serie abbiamo scritto a proposito:

  1. della natura NON transitoria dei tanti cambiamenti in atto

  2. dei cambiamenti intervenuti nel modello economico di riferimento

  3. del destino delle “storie ovvero narrative” sui mercati finanziari (prendendo in quel caso a riferimento le cryptovalute)

  4. del destino di quelli che fino ad oggi sono chiamati Big Tech

  5. del destino di quelli che erano i Master of the Universe ovver le Banche Centrali, nel nuovo contesto dopo il “regime shift”

Nel quinto Post, avevamo invece scritto di Keith Richards, del “lungo termine”, e dell’uso strumentale e spregiudicato che è stato fatto, per decenni, dell’argomento “lungo termine” per piazzare al risparmiatore, all’investitore finale (che siamo tutti noi), la “merce”, il prodotto finanziario, fino ad arrivare a chiari esempi di chi ha utilizzato l’argomento “lungo termine” per raccogliere soldi e metterli nelle proprie tasche (Elon Musk e Cathie Wood sono due notissimi esempi concreti degli ultimi anni).

Poi la settimana scorsa, nel sesto Post della serie, abbiamo toccato alcuni temi che riprendiamo oggi nel settimo.

In modo particolare, nel precedente Post della serie avevamo indicato alcuni degli spunti che noi giudichiamo da approfondire prima che inizi il 2023:

  • spesa in deficit degli Stati

  • utili delle Società quotate

  • dinamica dell’inflazione dopo un periodo al 5%

  • la crescita del prodotto delle economie reali

  • la dinamica della produttività

Recce’d considera (e lo vuole spiegare proprio con questa serie di Post) il prossimo decennio molto complesso, difficile da analizzare, ma pure ricchissimo di opportunità di guadagno, per tutti ma in particolare per i nostri portafogli modello.

Opportunità VERE: non quelle FALSE create tra il 2020 ed il 2021.

Una partita si è conclusa, alcuni hanno vinto, moltissimi hanno perso. E adesso, si ridanno le carte.

Cogliere queste nuove e ricche opportunità è possibile, ma richiede sforzo, applicazione, concentrazione, analisi, competenza, tecniche. I cinque punti elencati poco sopra sono un esempio: investire con successo nel 2023 necessità di una chiara comprensione a proposito di quei cinque argomento (e non del “pivot”: lasciatelo perdere), e questa capacità di analisi la deve avere soprattutto chi pretende di darvi indicazioni e suggerimenti a proposito della gestione del vostro portafoglio in titoli (che si faccia chiamare financial advisor o wealth manager, private bankes oppure promotore finanziario, cambia nulla).

Il messaggio di questa serie di Post è: noi in Recce’d NON siamo pessimisti e NON siamo ottimisti sul prossimo decennio. Noi siamo CONCRETI, attenti ai fatti, concentrati sulle analisi, concentrati sui risultati. Di essere pessimisti, oppure ottimisti, non ne abbiamo il tempo: perché quella è una perdita di tempo.

Ci importa invece di essere lucidi, e consapevoli di dove stiamo oggi.

Per questa ragione, oggi completiamo con questo Post il Post precedente.

Il Post precedente prendeva spunto (speriamo per un’ultima volta) dal dibattito sul “pivot” per condurre poi il lettore verso la lettura di un utilissimo contributo.

Oggi a quel contributo di sette giorni fa, e sui medesimi argomenti, proponiamo in lettura due approfondimenti.

Anticipiamo che in questi approfondimento voi lettori abituali NON troverete alcunché di nuovo. Di tutto questo Recce’d ha parlato e scritto con regolarità negli ultimi 30 mesi. Vale ugualmente la pena di leggerli, perché ci aggiornano su ciò che si dice e scrive nel Mondo. E possono anche aiutare chi ancora non si è chiarito le idee a proposito della realtà che oggi lo circonda, e a proposito dei mercati finanziari sui quali tutti noi oggi investiamo.

Il primo dei due approfondimenti è firmato da un personaggio molto noto del mondo della finanza, che è Nouriel Roubini. In Recce’d non condividiamo tutto, ma la scrittura di Roubini è molto efficace, ed alcuni passaggi del suo articolo sono molto azzeccati, e quindi utili.

I collegamenti tra ciò che scrive Roubini e il lavoro di Recce’d dovrebbero risultare evidenti: ma per i più distratti, ricorderemo di quando, nell’estate e poi nell’autunno del 2020 Recce’d proprio qui nel Blog (ed in altre sedi) propose ai lettori il tema della stagflazione.

Dopo che avrete letto questo articolo, vi offriamo alcuni nostri commenti, ed una seconda lettura.

After years of ultra-loose fiscal, monetary, and credit policies and the onset of major negative supply shocks, stagflationary pressures are now putting the squeeze on a massive mountain of public- and private-sector debt. The mother of all economic crises looms, and there will be little that policymakers can do about it.

The world economy is lurching toward an unprecedented confluence of economic, financial, and debt crises, following the explosion of deficits, borrowing, and leverage in recent decades.

In the private sector, the mountain of debt includes that of households (such as mortgages, credit cards, auto loans, student loans, personal loans), businesses and corporations (bank loans, bond debt, and private debt), and the financial sector (liabilities of bank and nonbank institutions). In the public sector, it includes central, provincial, and local government bonds and other formal liabilities, as well as implicit debts such as unfunded liabilities from pay-as-you-go pension schemes and health-care systems – all of which will continue to grow as societies age.

Just looking at explicit debts, the figures are staggering. Globally, total private- and public-sector debt as a share of GDP rose from 200% in 1999 to 350% in 2021. The ratio is now 420% across advanced economies, and 330% in China. In the United States, it is 420%, which is higher than during the Great Depression and after World War II.

Of course, debt can boost economic activity if borrowers invest in new capital (machinery, homes, public infrastructure) that yields returns higher than the cost of borrowing. But much borrowing goes simply to finance consumption spending above one’s income on a persistent basis – and that is a recipe for bankruptcy. Moreover, investments in “capital” can also be risky, whether the borrower is a household buying a home at an artificially inflated price, a corporation seeking to expand too quickly regardless of returns, or a government that is spending the money on “white elephants” (extravagant but useless infrastructure projects).

Such over-borrowing has been going on for decades, for various reasons. The democratization of finance has allowed income-strapped households to finance consumption with debt. Center-right governments have persistently cut taxes without also cutting spending, while center-left governments have spent generously on social programs that aren’t fully funded with sufficient higher taxes. And tax policies that favor debt over equity, abetted by central banks’ ultra-loose monetary and credit policies, has fueled a spike in borrowing in both the private and public sectors.

Years of quantitative easing (QE) and credit easing kept borrowing costs near zero, and in some cases even negative (as in Europe and Japan until recently). By 2020, negative-yielding dollar-equivalent public debt was $17 trillion, and in some Nordic countries, even mortgages had negative nominal interest rates.

The explosion of unsustainable debt ratios implied that many borrowers – households, corporations, banks, shadow banks, governments, and even entire countries – were insolvent “zombies” that were being propped up by low interest rates (which kept their debt-servicing costs manageable). During both the 2008 global financial crisis and the COVID-19 crisis, many insolvent agents that would have gone bankrupt were rescued by zero- or negative-interest-rate policies, QE, and outright fiscal bailouts.

But now, inflation – fed by the same ultra-loose fiscal, monetary, and credit policies – has ended this financial Dawn of the Dead. With central banks forced to increase interest rates in an effort to restore price stability, zombies are experiencing sharp increases in their debt-servicing costs. For many, this represents a triple whammy, because inflation is also eroding real household income and reducing the value of household assets, such as homes and stocks. The same goes for fragile and over-leveraged corporations, financial institutions, and governments: they face sharply rising borrowing costs, falling incomes and revenues, and declining asset values all at the same time.

Worse, these developments are coinciding with the return of stagflation (high inflation alongside weak growth). The last time advanced economies experienced such conditions was in the 1970s. But at least back then, debt ratios were very low. Today, we are facing the worst aspects of the 1970s (stagflationary shocks) alongside the worst aspects of the global financial crisis. And this time, we cannot simply cut interest rates to stimulate demand.

After all, the global economy is being battered by persistent short- and medium-term negative supply shocks that are reducing growth and increasing prices and production costs. These include the pandemic’s disruptions to the supply of labor and goods; the impact of Russia’s war in Ukraine on commodity prices; China’s increasingly disastrous zero-COVID policy; and a dozen other medium-term shocks – from climate change to geopolitical developments – that will create additional stagflationary pressures.

Unlike in the 2008 financial crisis and the early months of COVID-19, simply bailing out private and public agents with loose macro policies would pour more gasoline on the inflationary fire. That means there will be a hard landing – a deep, protracted recession – on top of a severe financial crisis. As asset bubbles burst, debt-servicing ratios spike, and inflation-adjusted incomes fall across households, corporations, and governments, the economic crisis and the financial crash will feed on each other.

To be sure, advanced economies that borrow in their own currency can use a bout of unexpected inflation to reduce the real value of some nominal long-term fixed-rate debt. With governments unwilling to raise taxes or cut spending to reduce their deficits, central-bank deficit monetization will once again be seen as the path of least resistance. But you cannot fool all of the people all of the time. Once the inflation genie gets out of the bottle – which is what will happen when central banks abandon the fight in the face of the looming economic and financial crash – nominal and real borrowing costs will surge. The mother of all stagflationary debt crises can be postponed, not avoided

Dopo avere letto l’articolo di Roubini, molti lettori si chiederanno “Come abbiamo fatto a cascarci dentro? Perché e chi ci ha trascinato in questa situazione?”.

Le teorie economiche sembrano tutte inutili, fino a quel giorno in cui sono assolutamente indispensabili: e questo è un concreto esempio. E’ necessaria una teoria, per comprendere chi e come ci ha portato qui dove siamo oggi. Ed il secondo approfondimento proposto in questo Post offre a questo proposito una risposta.

In Recce’d non siamo d’accordo, almeno non al 100%, con ciò che leggerete qui sotto: chi avesse interesse, può contattarci ed insieme approfondiremo le ragioni del nostro disaccordo.

Anche se non siamo del tutto in sintonia, ugualmente proponiamo questo articolo in lettura: aiuta a ordinare, aiuta a ragionare ed offre spunti di approfondimento. Ed è importante, proprio a proposito di argomenti come questo, sapere che cosa si dice in giro.

Per ora, noi lasciamo al lettore di rispondere: chi ci ha portato qui? Sulla base di quali ragionamenti? Affidandosi a quale teoria?

E in questo senso, il futuro che ci attende è migliore oppure peggiore?

L'evidenza degli ultimi trent'anni è chiara. Le politiche keynesiane lasciano un'enorme scia di debito, una crescita più debole e un calo dei salari reali. Inoltre, una volta esaminato ogni cosiddetto piano di stimolo, la realtà dimostra che il cosiddetto effetto moltiplicatore della spesa pubblica è praticamente inesistente e ha implicazioni negative a lungo termine per la salute dell'economia. I piani di stimolo hanno gonfiato le dimensioni del governo, che a sua volta richiede più dollari dall'economia reale per finanziare la sua attività.

Come sottolinea Daniel J. Mitchell, è evidente che esiste un costo di spiazzamento, in quanto l'aumento della spesa pubblica spiazza l'attività del settore privato e comporta un aumento delle tasse o dell'inflazione in futuro, o di entrambi. L'aumento della spesa pubblica non può essere finanziato con una crescita economica maggiore, perché la natura della spesa corrente è proprio quella di non produrre alcun ritorno economico reale. Il governo non investe, ma finanzia la spesa obbligatoria con le risorse del settore produttivo. Ogni dollaro speso dal governo significa un dollaro in meno nel settore produttivo dell'economia e crea un costo moltiplicatore negativo.

Quando la società decide di utilizzare una certa parte delle risorse generate dal settore produttivo per attività di ritorno non economico, che si tratti di spesa sociale o di mitigazione delle minacce, può farlo solo comprendendo quanta parte della capacità produttiva dell'economia è in grado di sostenere un costo maggiore. Quando i costi non vengono considerati come un peso, ma come diritti che possono solo crescere, la capacità produttiva non viene rafforzata, ma indebolita.

Il problema principale degli ultimi decenni, ma in particolare dal 2008, è che la spesa pubblica e la politica monetaria sono diventate le soluzioni di prima istanza per qualsiasi crollo dell'attività economica, anche se il declino è stato causato da decisioni del governo, come la chiusura dell'economia a causa di una crisi sanitaria. Inoltre, la spesa pubblica aumenta e la politica monetaria allentata continua anche nei periodi di crescita. Questo, a sua volta, crea un deficit pubblico insostenibile che deve essere monetizzato o rifinanziato. Entrambe le cose comportano un danno maggiore per il settore produttivo, poiché l'aumento del debito comporta un aumento delle tasse per tutti, ma anche un'impennata del costo della vita dovuta alla distruzione del potere d'acquisto della moneta.

La spesa pubblica non stimola l'attività del settore privato, ancor meno quando l'intero bilancio è destinato a spese non di investimento. La situazione è ancora peggiore quando i cittadini credono che le infrastrutture o gli investimenti di reale ritorno economico debbano essere condotti con i soldi dei contribuenti. Se un investimento è produttivo ed economicamente vantaggioso, non c'è bisogno di coinvolgere il governo. Nel migliore dei casi, il governo dovrebbe partecipare solo come co-investitore, come dimostra l'esempio della tecnologia e della difesa, ma mai come allocatore di risorse per un semplice motivo. L'intervento pubblico mira sempre a perpetuare le inefficienze esistenti e a massimizzare il bilancio. Un'allocazione efficiente delle risorse non può provenire da enti che hanno come interesse principale l'espansione del bilancio e che percepiscono sempre qualsiasi inefficienza o scarso risultato come la conseguenza di non aver speso abbastanza.

Gli ultimi tre decenni ci hanno mostrato che ogni ripresa da una crisi è più lenta, con una minore crescita della produttività, dei salari reali e dell'occupazione. Ciò ha coinciso con l'arrivo di piani di spesa e di "stimolo" da mille miliardi di dollari, che ogni volta si gonfiano ma non producono mai un miglioramento sostenibile e produttivo. Ecco perché il debito continua a crescere e la spesa in deficit non viene mai veramente eliminata.

La risposta dei keynesiani è che la spesa pubblica è il motore della crescita economica e aiuta il settore privato a riprendersi, mentre i deficit e il debito non fanno altro che creare "riserve" per il settore privato, perché un'unità di debito è un'unità di risparmio. Non è fantastico? Anche se credeste a questa assurdità, quello che stanno dicendo è che i vostri risparmi sono a disposizione del governo e che tutta l'attività privata è al servizio del settore pubblico, non il contrario.

La spesa pubblica consuma il capitale. Non lo crea. Pertanto, la spesa pubblica deve essere vista come l'ultima opzione, non la prima. Quando diventa troppo grande per essere contenuta, consuma semplicemente altro capitale attraverso la tassazione e l'inflazione. La spesa pubblica deve essere vista come un fornitore di servizi, che deve limitare la propria attività proprio per evitare la distruzione dei propri clienti. Come un'azienda che fornisce un servizio, può fallire se il costo del servizio è inaccessibile per i suoi clienti. L'aspetto negativo intrinseco del governo è che quando il costo del servizio supera l'accessibilità del settore privato, a fallire sono gli agenti del settore produttivo.

L'aumento della spesa pubblica finanziato con l'aumento delle tasse e l'indebolimento del potere d'acquisto della moneta è solo una forma di nazionalizzazione del settore privato.

Il motivo per cui è una decisione poco saggia aumentare le dimensioni del governo in una crisi e perpetuarle in tempi di crescita è che non subisce il risultato dell'indebolimento dell'economia. Alcuni servizi potrebbero dover aumentare in caso di crisi, come i sussidi di disoccupazione o l'assistenza sanitaria, ma un'amministrazione dovrebbe stabilire delle priorità. Non esiste un'amministrazione se i membri percepiscono che tutto deve essere risolto spendendo e tassando di più.

L'economia globale è ora sull'orlo di un'altra recessione dopo trilioni di dollari di piani di stimolo pubblico e iniezioni monetarie. Si dice che tutto sia dovuto alla guerra in Ucraina e a qualche rialzo dei tassi, ma è semplicemente ridicolo. L'economia globale sta entrando in una recessione del settore produttivo perché i piani di spesa senza precedenti degli ultimi anni non hanno apportato alcun beneficio all'economia, hanno zombizzato economie enormemente indebitate e hanno escluso la capacità del settore privato di investire di più nei momenti di opportunità.

Qualcuno dirà che è stato perché il governo non ha speso abbastanza. Sigh.

Il capitale dell'economia viene inghiottito da un governo in ascesa che incolpa sempre i più produttivi di non contribuire abbastanza.

Ogni singola unità di spesa del governo viene pagata da voi, con più tasse, più inflazione o entrambi. Tutti gli eccessi del governo vi rendono più poveri. Il governo non vi dà denaro gratis, ma vi distrugge costosamente le vostre opzioni per un futuro migliore.

L'aumento costante della spesa pubblica non aumenta la scelta, la libertà e la prosperità economica, ma è una lenta nazionalizzazione dell'economia. Quando l'inflazione e la stagnazione si faranno sentire, la vostra dipendenza dal governo sarà tale che non potrete lamentarvi e potrete solo sperare che il governo assorba più risorse esterne per compensarvi. Questo non accade.

Tutti sappiamo quanto sia negativo un monopolio. Ora pensate a cosa sia un monopolio governativo, perché ha il potere della repressione e della coercizione.

Valter Buffo
Longform'd. I prossimi 10 anni (6)
 

Come sapete, da oltre un anno abbiamo preso una posizione chiara, in merito a ciò che le Banche Centrali fanno e dicono in pubblico. La nostra posizione è la seguente: le Banche Centrali oggi NON sono interessanti. Per quale ragione? Perché sono fuori dai giochi.

Non sono interessanti rispetto a che cosa, vi sarete chiesti? Non sono interessanti per la gestione dei portafogli modello, e più in generale per la gestione degli investimenti sui mercati finanziari.

La gestione dei portafogli modello oggi NON viene impattata da ciò che le Banche Centrali decidono e dichiarano. E più in generale, iI rendimento attesi degli asset finanziari (dalle azioni alle valute, dalle materie prime alle obbligazioni) oggi NON vengono spostati, non vengono modificati, da ciò che le banche Centrali dichiarano e fanno.

Cercate una conferma concreta? La potete trovare in dieci secondi: riguardatevi i mercati finanziari tra settembre e dicembre, e poi guardate ciò che hanno fatto (di tutto) e detto (anche di più) le Banche Centrali nel medesimo periodo.

Se in questo Post, il cui titolo ci proietta su una prospettiva decennale, parleremo anche di Banche Centrali, è perché le abbiamo prese come spunto: uno spunto che ci è utile appunto per descriverne il ruolo marginale, nel nuovo contesto delle economie e dei mercati finanziari.

Che grande differenza, rispetto a pochi anni fa: per noi investitori, è durato oltre un decennio il periodo nel quale le Banche Centrali erano TUTTO. Oggi, sono NULLA: gli stessi rialzi dei tassi ufficiali del 2022 le Banche Centrali NON li hanno decisi. Non sono parte di una libera scelta di politica monetaria (come fu ad esempio il QE: l’espressione di una libera volontà), ma sono soltanto una re-azione. Una reazione imposta: dai fatti.

Ripartiamo quindi dai fatti della settimana appena conclusa: una settimana di grandi titoli sui quotidiani, di grandi notizie, di grandi emozioni. Ed allo stesso tempo, una settimana del NULLA: nulla è cambiato, nulla è successo, e le prospettive (per le economie, per i mercati finanziari, e per i vostri portafogli investiti sui mercati finanziari) sono esattamente le medesime che Recce’d attraverso questo Blog vi ha anticipato fin dal mese di agosto 2020.

Stiamo tutti andando esattamente verso quel punto di arrivo finale.

Se tra i lettori c’è qualcuno che è stato colpito, e confuso, dall’emozione e dai titoloni delle ultime ore, questo è il risultato comprensibile di una campagna dei media incessante e quotidiana: una campagna fatta di ANNUNCI che alimentano ASPETTATIVE a proposito di qualche cosa che però NON ESISTE.

Le Banche Centrali? Le Banche Centrali non contano più (non decidono più NULLA) ma allo stesso tempo vengono USATE dall’industria del risparmio, giorno dopo giorno dopo giorno, e con il supporto dei media. Possono essere utilizzate in questo modo proprio a causa del fatto che la loro credibilità è scesa ormai vicino a zero, ed ecco che per conseguenza diventa facile utilizzarne le parole, per creare scenari di fantasia, scenari non collegati con la realtà, ma che aiutano a massimizzare gli utili di alcune Aziende, che operano nel settore del risparmio, vendendo sogni non basati sulle analisi e sulle valutazioni, bensì basati sulla necessità di “piazzare comunque, in ogni caso, la merce”.

Vediamo, a titolo di esempio, alcuni dei fatti di questa settimana.

Partiremo dalla riunione BCE del giovedì 15 dicembre 2022: la riunione ha creato un clamore mediatico notevole, ed una reazione degli indici di mercato significativa, in tutti i comparti.

Il fatto merita la vostra attenzione: per quale ragione? Perché ciò che Lagarde ha fatto e detto era, molto semplicemente, ciò che tutti si aspettavano. Era stato anticipato da tutti. Ed è, evidentemente, molto MENO di ciò che la BCE avrebbe dovuto fare (è poi trapelato che molti dei Consiglieri BCE avrebbero voluto agire con maggiore decisione il 15 dicembre, ma Lagarde ha stoppato le loro iniziative).

Allora, vi domanderete, come va spiegato il clamore mediatico? Come va spiegata la reazione sui mercati?

Lo abbiamo detto in più occasioni: sui mercati finanziari, operatori che operano a favore del loro interesse economico passano i giorni, le settimane ed i mesi ad alimentare, sempre, la falsa aspettative di quella “parola in più”, di quella “sfumatura rassicurante”, di quella “ mezza svolta favorevole”.

A questi operatori, a questi intermediari, a queste banche, la cosa serve, anzi è essenziale: tutti loro hanno il solo scopo di “alimentare sempre l’ottimismo” perché non hanno le capacità professionali necessarie per gestire il portafoglio titoli e gli investimenti in generale, e si salvano soltanto quando possono raccontare (e vendere) che “tutto sale e salirà per sempre”. Se manca quello, tutti questi personaggi sono finiti, hanno zero da offrire e zero da proporre.

La situazione che abbiamo appena descritto, come capite, è resa possibile dalla perdita di credibilità della BCE e delle Banche Centrali in generale. Perdita di credibilità che è facilissima da dimostrare con i fatti: leggete ad esempio in questa immagine del 3 dicembre del 2021, ovvero esattamente un anno fa.

Leggete poi, nell’immagine che segue, il titolo del medesimo quotidiano (Financial Times) di giovedì 15 dicembre 2022.

Tenete a mente il fatto che, nei 12 mesi intercorsi, nessun giornalista e nessun politico ha avuto la dignità professionale di chiedere conto, alla signora nella foto, di un errore così grande e così tanto dannoso per la collettività

Non c’è stata, da parte sua, neppure la decenza di spiegare. Di recente ha dichiaro che “l’inflazione è venuta dal nulla”.

Non deve quindi sorprendere nessuno, il fatto che tutta l’industria del risparmio sia quotidianamente impegnata nel tentativo di forzare la mano, di rigirare le parole, di travisare le intenzioni: l’industria ha come obbiettivo la massimizzazione dei profitti ad ogni costo, ed ha capito di avere tra le mani persone (le persone delle Banche Centrali) incapaci di leggere la situazione ed impotenti di fronte alla gravità del problema che sta davanti a noi tutti.

La medesima situazione si è verificata, 24 ore prima (mercoledì 14) con la conferenza stampa del Chairman della Federal Reserve: sui mercati, i grandi intermediari avevano da mesi montato un castello di aspettative, e tutto il Mondo era in attesa, a bocca spalancata, di quella magica parolina.

Le banche di intermediazione avevano abilmente “montato il castello di aspettative” in che modo? Sicuramente, NON prendendo spunto dalla realtà dei fatti: non esisteva nella realtà dei fatti infatti alcun segnale a conferma (noi di Recce’d lo abbiamo anticipato per settimane e settimane, sia qui nel Blog, sia alla pagina MERCATI del sito, sia e soprattutto nel quotidiano Bollettino The Morning Brief).

Come voi lettori, anche noi di Recce’d siamo stati bombardati quotidianamente, per settimane e settimane, da anticipazioni che dicevano che il pivot era “inevitabile”.

Questa asfissiante pressione è sentita anche all’interno della Federal Reserve: ve lo dimostriamo rileggendo le dichiarazioni di ieri. Ciò che ci ha molto colpiti, in Recce’d, della giornata del venerdì 16 dicembre 2022, è stato l’autentico bombardamento di dichiarazioni arrivato dalla Federal Reserve, che a campione vi documentiamo qui sotto.

Fate bene attenzione: ciò che ne esce NON è un messaggio nuovo. Al contrario: è proprio lo stesso messaggio di prima.

E’ evidente, in questo bombardamento di dichiarazioni, l’ansia che colpisce le donne e gli uomini della Federal Reserve, che anche loro ogni giorno vengono bombardati attraverso i media dalla previsioni di “pivot”, previsioni che, come dicevamo più in alto, sono niente altro che una forzatura delle dichiarazioni della Federal Reserve, forzatura che oggi è possibile proprio a causa della perdita di credibilità della quale dicevamo prima.

Ed allora, donne e uomini della Federal Reserve si sentono forzati ad intervenire, correggere, rettificare, chiarire.

La dettagliata esposizione dei fatti, che in questo Post avete letto fino a questo punto, è solo un commento all’attualità, alle notizie dei media, a ciò che si scrive sul Web.

A che cosa serve? Serve, appunto, a rimettere ordine nell’attualità.

Ci serve anche per la gestione dei portafogli modello?

No. Nulla. Non serve a nulla.

Per mesi, e mesi, e mesi, il giochetto che abbiamo appena descritto andrà ancora avanti.

Il giochetto funziona come segue:

  • l’industria dei Fondi Comuni e delle Reti di vendita di prodotti finanziari (polizze, UCITS, certificati) viene imbeccata dalle banche di investimento e spinge sul pubblico perché “investa con ottimismo”, guardando ai sogni piuttosto che alla realtà

  • nel frattempo, al realtà procede sulla sua strada: inflazione, occupazione, recessione hanno NULLA a che vedere con ciò che viene raccontato a voi dai financial advisors

  • poi però la realtà mette pressione: sui politici e sulle Banche Centrali

  • che allora sono costrette ad intervenire, rettificare, e rompere quella “magia” creata con la fantasia

  • ma poi si ricomincia: perché al Cliente investitore sempre e poi ancora sempre è necessario fare credere che “tutto andrà magnificamene”

Ad un gestore di portafoglio competente e consapevole, ovviamente, questo balletto NON interessa perché non cambia nulla della realtà intorno a noi. Non serve a nulla: a nulla tranne che a fare fare i profitti alle Reti di vendita dei Fondi Comuni ed alle banche di investimento.

Un gestore competente e consapevole, quindi, mentre il balletto va avanti si occupa di altro: noi di Recce’d, ad esempio, ci occupiamo dei prossimi dieci anni nella serie di Post che arriva oggi al sesto episodio.

Nei prossimi dieci anni, questo balletto che abbiamo appena descritto perderà, totalmente, di importanza: anche gli investitori meno informati, e meno competenti, con il passare del tempo si accorgeranno che l’intero argomento del “pivot”, e dei “prossimi rialzi delle Banche Centrali”, è totalmente privo di importanza, per ciò che riguarda la gestione del portafoglio titoli. Quanto renderanno, nel 2023 e nel prossimo decennio, azioni, obbligazioni, materie prime e valute? E quali sono i rischi di ribasso, oggi, per l’azionario? E per l’obbligazionario? E per il dollaro USA oppure lo yen? Per il petrolio oppure l’oro? Nessuna delle risposte a queste domande è influenzata da ciò che la Fed oppure la BCE decideranno di fare, nelle prossime riunioni, sui tassi di interesse. L’importanza è pari zero. Oggi, e per il prossimo decennio, il gioco si è spostato completamente da un’altra parte.

Partendo da questa consapevolezza, Recce’d ha costruito i propri portafogli modello e li ha gestiti (con successo) tra il 2020 ed il 2022. Sempre partendo da questa specifica consapevolezza, Recce’d modificherà entro la fine del 2022 i propri portafogli modello.

In questo Post, non entreremo nel merito delle scelte operative, che vengono trattate con dettaglio ogni mattina nel The Morning Brief.

Intendiamo comunque aiutare in modo gratuito i nostri lettori, con un articolo che mette alla loro attenzione, in modo efficace e chiari, quali temi debbono essere seguiti ed analizzati, se si vuole comprendere come cambiano (per il 2023 e per il prossimo decennio) le prospettive di rischio e di rendimento di azioni, obbligazioni, valute, materie prime ed ogni altro asset finanziario.

L’articolo ovviamente è sintetico: sta al lettore togliere gli spunti ed approfondire. Vi veniamo in aiuto anticipandovi alcuni degli spunti che trovate nell’articolo e che noi giudichiamo da approfondire prima che inizi il 2023:

  • spesa in deficit degli Stati

  • utili delle Società quotate

  • dinamica dell’inflazione dopo un periodo al 5%

  • la crescita del prodotto delle economie reali

  • la dinamica della produttività

Ogni minuto, anzi ogni secondo, che impiegherete per farvi una vostra opinione sugli argomenti appena elencati (anziché buttarlo nello scarico andando dietro ai pivot e ai futuri rialzi dei tassi ufficiali) vi sarà prezioso per fare le scelte più azzeccate per il vostro portafoglio in titoli ed asset finanziari in generale, per il 2023 e per il prossimo decennio.

In un recente articolo di Bloomberg, un gruppo di economisti ha espresso il timore che la lotta all'inflazione della Federal Reserve possa creare un'inutile e profonda recessione.

Tuttavia, la Federal Reserve non crea una recessione a causa di aumenti dei tassi; crea le basi di una crisi abbassando inutilmente i tassi in territorio negativo e aumentando aggressivamente il proprio bilancio.

Sono i cattivi investimenti e l'eccessiva assunzione di rischi alimentati dal denaro a basso costo che portano alla recessione.

Probabilmente quegli stessi economisti non vedevano alcun rischio nei tassi negativi e nella stampa massiccia di moneta.

È profondamente preoccupante vedere che gli esperti che sono rimasti in silenzio mentre il mondo accumulava 17.000 miliardi di dollari in obbligazioni a rendimento negativo e i bilanci delle banche centrali salivano a più di 20.000 miliardi di dollari, ora si lamentano che i rialzi dei tassi potrebbero creare una crisi del debito.

La crisi del debito, come tutti gli squilibri del mercato, si è creata quando le banche centrali hanno indotto gli investitori a credere che un'obbligazione a rendimento negativo fosse un investimento conveniente perché il prezzo sarebbe salito e avrebbe compensato la perdita di rendimento. Una buona vecchia bolla.

L'espansione multipla è stata una tesi di investimento facile. Riduzione degli utili? Nessun problema. Debolezza macro? Chi se ne frega. Le valutazioni si sono impennate semplicemente perché la quantità di denaro cresceva più velocemente del PIL (prodotto interno lordo) nominale. La stampa di denaro ha reso l'investimento nelle azioni più aggressive e nelle obbligazioni più rischiose l'alternativa più redditizia.

E questa, amici miei, è una massiccia inflazione degli asset. La folla keynesiana ripeteva che questa volta sarebbe stato diverso e che programmi di quantitative easing sempre più ampi non avrebbero creato inflazione perché non era successo in passato. Ed è successo.

L'inflazione era già evidente negli asset di tutto lo spettro degli investimenti, ma nessuno sembrava preoccuparsene. Era evidente anche nei beni e servizi non riproducibili. L'indice FAO dei prezzi dei prodotti alimentari ha raggiunto i massimi storici già nel 2019, senza alcuna scusa di "interruzione della catena di approvvigionamento" o di imputazione alla guerra in Ucraina. I prezzi delle case, delle assicurazioni, della sanità, dell'istruzione... La bolla del denaro a buon mercato era evidente ovunque.

Ora molti operatori di mercato vogliono che la Fed cambi rotta e smetta di aumentare i tassi. Perché? Perché molti rivogliono il carry trade di espansione multipla facile. Il fatto che gli investitori vedano nel cambio di rotta della Fed il motivo principale per comprare, ci dice quanto la politica monetaria sia un incentivo immensamente perverso e quanto siano scarse le prospettive macro e degli utili.

Le stime degli utili per il 2022 e il 2023 sono in calo da tutto l'anno. Le ultime stime di crescita degli utili dello S&P 500 pubblicate da Morgan Stanley indicano un modesto aumento dell'8 e del 7% rispettivamente per questo e per il prossimo anno. Non male?

Il ritmo dei declassamenti non si è fermato e il mercato non sta nemmeno adeguando gli utili al declassamento delle stime macroeconomiche. Se guardo ai dettagli di queste aspettative, mi stupisco di vedere un'ampia crescita dei margini nel 2023 e un contesto di vendite in aumento e bassa inflazione. Eccessivo ottimismo? Penso di sì.

Pochi di noi sembrano rendersi conto che un cambio di rotta della Fed è una cattiva idea e, in ogni caso, non sarà sufficiente a spingere i mercati verso una nuova corsa al rialzo, perché le pressioni inflazionistiche sono più rigide di quanto il consenso vorrebbe. Trovo un esercizio di wishful thinking leggere tante previsioni di un rapido ritorno al 2% di inflazione, anche meno, quando la storia dimostra che una volta che l'inflazione supera il 5% nelle economie sviluppate, ci vuole almeno un decennio per riportarla al 2%, secondo Deutsche Bank. Anche l'OCSE prevede un'inflazione persistente nel 2023 in un contesto di indebolimento della crescita.

Stagflazione. Questo è il rischio che si profila e un cambio di rotta della Fed non servirebbe a far salire i mercati in questo scenario. I periodi di stagflazione si sono rivelati estremamente negativi per le azioni e le obbligazioni, ancor più quando i governi non sono disposti a tagliare la spesa in deficit, perché l'esclusione del settore privato ostacola una rapida ripresa.

Le attuali aspettative di inflazione suggeriscono che la Fed effettuerà il cambio di rotta nel primo trimestre del 2023. Si tratta di un periodo di tempo terribilmente lungo nel mondo degli investimenti se si vuole scommettere su una ripresa del mercato a forma di "V".

Ancor peggio, questa previsione si basa su una riduzione sorprendentemente accelerata dell'inflazione. Come può accadere quando i bilanci delle banche centrali si sono a malapena mossi in valuta locale, le iniezioni di liquidità reverse repo raggiungono livelli di mille miliardi di dollari ogni mese e l'offerta di moneta si è a malapena corretta dai massimi storici del 2022? Molti scommettono sul fatto che gli enti statistici modifichino il calcolo dell'indice dei prezzi al consumo (CPI) e, credetemi, questo accadrà, ma non servirà a mascherare l'erosione dei guadagni e dei margini.

Per ridurre drasticamente l'inflazione devono accadere tre cose, e una sola non è sufficiente. 1) Aumentare i tassi. 2) Ridurre significativamente il bilancio delle banche centrali. 3) Fermare la spesa in deficit. È improbabile che ciò accada a breve.

Gli investitori che considerano la Fed troppo falco guardano alla crescita della massa monetaria e al suo calo, ma non guardano all'accumulo di denaro in senso lato e alla follia delle dimensioni dei bilanci delle banche centrali, che si sono a malapena mossi in termini locali.

Guardando alla crescita della massa monetaria come variabile di restrizione della politica monetaria, potrebbero commettere l'errore di credere che il ciclo di restrizione sia finito troppo presto.

Gli investitori non dovrebbero preoccuparsi del cambio di rotta della Fed se analizzano le opportunità di investimento sulla base dei fondamentali e non del gas monetario.

Scommettere su un cambio di rotta della Fed aggiungendo rischio agli asset ciclici ed estremamente rischiosi può essere una posizione estremamente pericolosa, anche se la Fed dovesse invertire il suo ritmo, perché ignorerebbe il ciclo economico e la realtà degli utili.

Le banche centrali non stampano crescita. I governi non aumentano la produttività. Tuttavia, entrambi perpetuano l'inflazione e sono incentivati ad aumentare il debito. L'aggiunta di questi fatti alla nostra analisi degli investimenti non garantirà forse rendimenti elevati, ma eviterà perdite enormi.

Valter Buffo
Longform'd. I prossimi 10 anni: ovvero che cosa lasceremo a Keith Richards (5)
 

Questa settimana, alla pagina SCELTE DI PORTAFOGLIO, abbiamo dedicato due Post che si collegano a quello che ora state leggendo.

Nei due nuovi Post della pagina SCELTE DI PORTAFOGLIO oggi parliamo di come la nuova realtà dei mercati finanziari (da noi, ed altri, definita “paradigm shift” oppure “regime shift”) impone di rivedere, e modificare, il MODO in cui si investe sui mercati.

Recce’d ve lo ha scritto in decine di occasioni, dal 2020 ad oggi, per due anni e mezzo.

Una Nuova Era dei mercati finanziari si è aperta nel 2022, dopo che nel 2021 si è chiusa quella che ha dominato dai primi anni del nuovo Millennio. Da qui, proprio da questa nuova consapevolezza, debbono partire oggi TUTTE le vostre considerazioni in merito alla gestione dei vostri investimenti e del vostro portafoglio titoli.

Oggi, non è questione di azioni americane oppure Emergenti; non è questione di obbligazioni a breve oppure emesse da Corporates, non è questione di settore Tech contro settore Farma, non è questione di dollaro delle Filippine oppure Lira Turca.

O meglio: è ANCHE quello, ma quello oggi NON è tutto. Al contrario: quelle decisioni oggi hanno un peso solo MARGINALE.

Al centro di ogni vostro pensiero, su come modificare (oppure “ribilanciare” se vi piace) il portafoglio è la comprensione che siamo passati ad una Nuova Era, e quali sono per voi investitori le implicazioni di questo passaggio. In termini di metodo, tecniche e strumenti, oggi ne scriviamo ampiamente, in due Post della pagina SCELTE DI PORTAFOGLIO.

Nel nostro Blog ne avevamo già scritto, ed in modo molto concreto e pratico. In particolare, nei precedenti quattro Post della serie che abbiamo dedicato a “I prossimi 10 anni” abbiamo scritto:

  1. della natura NON transitoria dei tanti cambiamenti in atto

  2. dei cambiamenti intervenuti nel modello economico di riferimento

  3. del destino delle “storie ovvero narrative” sui mercati finanziari (prendendo in quel caso a riferimento le cryptovalute)

  4. del destino di quelli che fino ad oggi sono chiamati Big Tech

  5. del destino di quelli che erano i Master of the Universe ovver le Banche Centrali, nel nuovo contesto dopo il “regime shift”

Oggi, proseguiamo in questo lavoro, lavoro che (nel caso in cui voi decidiate di seguirlo) vi aiuterà a comprendere che cosa è, e come funziona, il Nuovo Regime, nel quale sono già entrati i mercati finanziari.

In questo Post, Recce’d analizza uno degli argomenti di vendita che sono più diffusi, tra i financial advisor, tra i private bankers, tra i wealth manager: argomento di vendita che mai ha funzionato, ma che oggi appare del tutto superato proprio a causa del Nuovo Regime dei mercati. Stiamo parlando di una raccomandazione che molti nostri lettori si saranno sentiti ripetere, e in più occasioni: “investire per il lungo termine”.

Abbiamo già scritto in numerose precedenti occasioni che, se prendete alla lettera questo suggerimento, NON fate il bene dei vostri investimenti, NON vi disponete in modo da guadagnare, ed al contrario andate incontro a grossissimi rischi.

Come già detto, il medesimo argomento Recce’d oggi lo tratta anche (da una diversa angolazione) nei due nuovi Post pubblicati nella pagina del sito che si chiama SCELTE DI PORTAFOGLIO.

Analizziamo nel seguito per quale ragione “investire per il lungo termine” è diventato un argomento che va CONTRO i vostri interessi di investitori.

Personaggi molto, molto conosciuti, grazie ai media, hanno con grandissima abilità questa predisposizione delle Reti di vendita a spingere sul tema “lungo termine”, e con grandissima abilità hanno costruito grandi fortune personali sulla base proprio di questo argomento abusato, nel corso negli ultimi quindici anni.

Vi aiutiamo a capire come. La storia da raccontare funziona più o meno come segue:

“Se hai intenzione di investire sulla prossima Apple oppure Amazon, allora devi guardare al potenziale di lunghissimo periodo, e non guardare al bilancio dell’anno corrente, oppure del prossimo. Devi avere una storia, da raccontare, che guarda in avanti di 20 anni. Che fissa gli obbiettivi da raggiungere tra 20 anni”.

Di questo parla ad esempio Cathie Wood nell’immagine sopra: lei scrive, chiaramente, di Aziende che “sacrificano l’obbiettivo della profittabilità immediata per il disegno di lungo termine”, aggiungendo che loro, in ARK, hanno modelli che stimano costi, ricavi e profitti a 20 anni.

Anche Elon Musk nell’immagine che segue fa riferimento al “potenziale di lungo termine”. Potenziale che, naturalmente, è lui a “vedere” ed è quindi lui a “decidere”.

La storia si è diffusa rapidamente, grazie alla zelante opera dei financial advisors, che in questo modo si liberavano anche dall’obbligo di commentare le performances di breve e medio termine con i loro Clienti.

La storia, in realtà, fa l’interesse di quelli che RACCOLGONO i capitali e se li intascano: NON fa invece l’interesse di noi che INVESTIAMO i capitali. Tutti ce ne stiamo rendendo conto nel 2022, e si vedrà anche più chiaramente nel 2023. Il “racconto, la “narrazione” adesso mette in mostra le sue (grandi) debolezze.

Perché succede questo? Ce la facciamo spiegare proprio da Cathie Wood e Elon Musk.

Nell’immagine sopra, Elon Musk chiede alla Federal Reserve di tagliare il costo ufficiale del denaro, e immediatamente.

Nell’immagine sotto, Cathie Wood dice che i suoi Fondi Comuni potrebbero essere aiutati “da uno stop al rialzo dei tassi ufficiali da parte della Fed.”

Il loro argomento sembra a prima vista chiaro: ed invece NON è chiaro, per nulla.

Se rileggete queste parole, noterete subito due cose:

  • è del tutto assurdo lamentare, con questa forza ed urgenza, un rialzo dei tassi ufficiali tutto sommato contenuto, ed un livello assoluto dei tassi ufficiali che non arriva al 4%: a voi pare possibile che Aziende e modelli di business ad elevatissimo potenziale vengano messi in crisi da un costo del denaro al 3,75%? Che potenziale sarebbe, se funziona soltanto con i tassi a zero, ovvero se a te REGALANO i soldi? Davvero quello sarebbe un “potenziale”?

  • è ancora più assurdo pensare e scrivere che le “condizioni macroeconomiche” NON abbiamo una diretta influenza anche sulle Aziende ad “alto potenziale presunto”: affermare che “se la Fed taglia i tassi, allora automaticamente i miei business ritornano a correre” è una sciocchezza di proporzioni sesquipedali

Espressi (in modo sintetico) i nostri commenti, ora leggeremo insieme un altro commento, molto autorevole e pubblicato dal Financial Times. Un commento che, come il nostro titolo per il Post, chiama in causa uno dei più grandi chitarristi rock di ogni epoca. E precisamente Keith Richards.

Del quale, e per un numero grandissimo di volte, i media hanno annunciato la morte: morte che, per sua e nostra fortuna, non è (ancora) arrivata a colpirlo con la falce.

Una vera e propria ossessione sociale, che l’autore dell’articolo mette sul medesimo piano dell’ossessione per il potenziale di lungo termine, per le previsioni che guardano avanti di 20 anni, e più in generale per quella forma mentale che pretende di poter individuale oggi le “grandi opportunità a 20 anni”.

Questa follia è stata alimentata, colpevolmente, da chi ha permesso la diffusione di questo autentico morbo, buttando sui mercati finanziari soldi a pioggia, e creando in questo modo la sensazione che l’immediato non conta più nulla.

Recce’d, anche nei momento di maggiore euforia/follia collettiva, ha sempre tenuto ferma la barra, ricordando ai suoi lettori che una buona performance di medio-lungo termine è semplicemente la somma di tante buone performance si breve-medio termine.

Proprio questo argomento, insieme ad altri argomenti di grande interesse e non inferiore importanza, li trovate oggi nella pagina SCELTE DI PORTAFOGLIO in due nuovo Post dedicati alle “nuove regole dell’investimento”.



The writer is a former head of responsible investment at HSBC Asset Management and previous editor of Lex

We need to start worrying about what kind of world we are going to leave behind for Keith Richards” is the funniest line I’ve ever heard on global warming.

And no doubt the indestructible Rolling Stones axeman will outlive us all. But the quote, which became a social media meme, has a serious side too. It encapsulates our hallowed obsession with the future — that securing it for generations to come, or even just for “Keef”, is paramount.

The ethical view that people living decades, centuries and millennia from now are as important as those plodding around today is called “longtermism”. It is also a crucial tenet of effective altruism, the newish philosophy that has been thrust into the news recently thanks to a follower named Sam Bankman-Fried, of FTX infamy. This so-called impartiality across generations is why the likes of Professor William MacAskill argue that “influencing the long-term future is a key moral priority of our time.” Is it though? As Groucho Marx is often attributed with saying. “Why should I care about future generations. What have they ever done for me?”

But even to pose this question more seriously these days is heretical — imagine doing so at the recent COP27 climate conference. The only other public challenge I’ve ever heard to the idea that the future trumps everything else was a heartfelt plea years ago that has stuck with me ever since. I was working on a consulting project for one of the world’s largest sovereign wealth funds. It was in a small country, so the role of the fund was hotly debated, both in government and on the streets. Naturally there were the usual appeals to children’s grandchildren and a golden forever devoid of want. But to my surprise several parliamentarians said, hang on a minute. We have holes in our roads, now. We have underfunded hospitals, now. We have slums with no sewage, now. Why are we hoarding money for the year 2100? They might have added: “Besides, our country may not even be around then.” We were in a volatile part of the world.

But uncertainty is universal. Why do we devote so much effort to an unrealised future with a massive deviation in possible outcomes when events with a 100 per cent probability of occurring exist today? When I value a company, distant earnings are worth less than the same profits made in the near term. Or imagine we incurred huge costs in 2019 worrying about the welfare of the 11bn people the UN predicted would be alive in 2100. The latest estimate from the University of Washington now has the global population at 8.8bn in that year. Oops! More than 2bn future people have just vanished. Of course the future matters. It’s just that the present matters more. Today’s humans are not a means to an end — they are the end. Thankfully most politicians recognise this — if only because great-grandchildren cannot vote. During this energy crisis as costs soar, for example, our crucial fight against climate change is taking a temporary breather so we can heat our homes while we actually live in them. That makes sense to most people. But how are such trade-offs to be made? Here again the longtermists are somewhat lost, mostly because the study of population ethics is, according to one philosopher, “notoriously difficult”.

Theories come to dead ends. Take the two most obvious approaches to future human welfare. The one known as totalism strives to maximise the total quality of life in the world — measured as the number of humans multiplied by their average welfare. Trouble is, you can keep adding people with average wellbeing until earth is fit to burst. Alternatively, we could aim to maximise the average quality of life — irrespective of how many people there are. This leads to even worse outcomes. A single very happy human is supposedly a better result than 8bn merely happy ones. Mathematically, it would be fine to replace horribly painful lives with just horrible lives given the improvement in average welfare. No need to add any above average lives at all. Philosophers, politicians, and environmentalists are not the only ones who need to put the long run into perspective.

Business leaders also risk ignoring what is happening under their noses. FTX wanted to distract us with its future do-goodery. Likewise big tech firms have spent the past decade spending billions of dollars on long-duration projects with questionable pay-offs. Many banks advertise their net zero aspirations while destroying their current shareholder value — the ultimate definition of unsustainable. Perhaps that is why investors often prefer now to later, taking dividends rather than market value gains, when they should be agnostic between them. Or why American firms outcompete European ones — the former are willing to take risks, blow-up, learn their lessons and start over. Say what you wish about US chief executives and their supposedly myopic share option plans, the nation’s long-run equity returns speak for themselves.

There’s a reason why living in the moment — mindfulness — is all the rage. If we are shorter term than we think, let’s not be afraid to admit it. Much of the world needs our attention right now — not in 100 more trips round the sun. I’ll wager that Keith Richards can look after himself.

Valter Buffo
Perché non conviene ballare il cha cha cha
 

Se vi piace ballare, qui sicuramente c’è da ballare, e non mancano le opportunità.

Recce’d non ha nulla (ovviamente) contro il ballo: al tempo stesso, quando si tratta di investimenti, e di gestione dei portafogli modello, allora … assolutamente no.

Nel modo più assoluto, Recce’d non partecipa ai balletti.

Ogni anno, come tutti sapere, c’è il ballo che “va di moda”: partendo dalla Macarena e Bachata, di origine sudamericana, e passando poi al Twist ed al Charleston ed al Tip Tap di origine americana, e poi andando indietro, fino al Waltzer (europeo) ed al Cha Cha Cha (ancora sudamericano).

Noi non faremo distinzioni: tutti bellissimi, tutti da provare, almeno una volta nella vita.

Ma nessun di questi balli conosciutissimi si adatta all’attività di gestione dei portafogli titoli. Ed in generale alla gestione degli investimenti sui mercati finanziari.

Chi, poi, sia avventura nei ritmi affannati della danza ipnotica che chiamano Techno, prende pesanti legnate: o almeno, così ci scrivono i fornitori dei servizi di trading-on-line (immagine qui sotto).

E i ritmi moderni? Ad esempio, chi non ha sentito, almeno una volta, il “buy-the-dip” di famosissime star della musica come JP Morgan e Goldman Sachs?

Questo amico, a cui si riferisce l’immagine che segue, ha persino dedicato al “buy-the-dip” il suo yacht, che però come vedete nella fotografia adesso è stato costretto a mettere in vendita.

Restiamo però su ritmi di danza più conosciuti, sugli standard della danza.

Nel 2022, la canzonetta che ha “tirato” di più il pubblico dei danzatori si chiama “pivot”, e quindi tutti a ballare a ritmo di “pivot”.

Come già detto sopra, noi con i soldi e con gli investimenti non partecipiamo ad alcun balletto.

Ed ecco perché quando partono i grandi successi di questo 2022, noi ci rifiutiamo di entrare in pista.

Tra i grandi successi del balletto 2022, ricordiamo qui:

  • “alla prossima riunione alzeranno di 0,50% oppure 0,75%?”

  • “l’inflazione ha già toccato il suo punto di picco?”

  • “i tassi ufficiali inizieranno a scender già a metà 2023?”

Lo ricordate, il balletto che andava di moda tra luglio ed agosto 2022? Lo ricordiamo con l’immagine qui in basso.

Lavorare per una gestione del portafoglio che produce risultati e limita le minusvalenze ci impone di astenerci: ecco perché non partecipiamo al giochetto del “dentro e fuori” la pista da ballo, quando riparte una di queste canzonette.

Anche perché a noi quelle canzonette non piacciono: le passano, e ripassano, e ripassano ossessivamente, e quindi alla fine entrano in testa un po’ a tutti. Ma l’armonia manca del tutto, la melodia è super-semplificata (come nelle canzonette per i bambini) e gli interpreti … beh, gli interpreti di musica ne capiscono quasi nulla, sono stonati ed improvvisati. gente che “ci prova”: “provo a buttare lì questa cosa, vediamo se funziona, che magari in tanti abboccano”.

Noi di Recce’d, se dobbiamo proprio ballare, non lo facciamo con i portafogli titoli e al ritmo delle canzonette.

Ballare? Lo facciamo, se ne abbiamo voglia, andando in discoteca oppure in balera. mai sui mercati finanziari.

Quando si tratta di soldi, di investimenti e di portafogli, a noi di Recce’d pare più adatto muoverci sulla base di una musica più armonica, più studiata, più complessa magari, ma destinata a restare nel tempo. A differenza delle canzonette di successo di questo 2022, oppure quelle del 2021, tra le quali tutti ricorderete “Inflazione transitoria”.

Tutto ciò che avete letto fino a qui ci ha suggerito di rileggere con voi le dichiarazioni che del Capo della Federal Reserve, Jay Powell, fatte mercoledì sera. Dichiarazioni che hanno fatto subito salire la Borsa a New York, che però NON ha raggiunto per ora i massimi del mese di agosto..

Se leggete attentamente ciò che segue, constatate facilmente che questo aumento degli indici è niente altro che il riflesso di … uno stato di disagio. Ci sono operatori che si buttano sui mercati ad operare … anche se non ci hanno capito nulla.

Si buttano in pista, per ballare il cha cha cha, ma … non sanno ballare, e si vede subito.


Il discorso tenuto mercoledì dal presidente della Fed Jerome Powell alla Brookings Institution ha confermato che il FOMC è sulla buona strada per aumentare il tasso dei federal funds di 50 punti base anziché di 75 punti base nella riunione del 13-14 dicembre.

Powell ha dichiarato che: "La politica monetaria influisce sull'economia e sull'inflazione con un ritardo incerto, e i pieni effetti del nostro rapido inasprimento finora devono ancora essere avvertiti. Pertanto, ha senso moderare il ritmo dei nostri aumenti dei tassi man mano che ci avviciniamo al livello di restrizione che sarà sufficiente a far scendere l'inflazione. Il momento di moderare il ritmo degli aumenti dei tassi potrebbe arrivare già nella riunione di dicembre. Visti i progressi compiuti nell'inasprimento della politica monetaria, la tempistica di tale moderazione è molto meno significativa rispetto alla questione di quanto dovremo aumentare ancora i tassi per controllare l'inflazione e di quanto tempo sarà necessario per mantenere la politica a un livello restrittivo."

La parola chiave per gli investitori è "moderazione".

I mercati finanziari sembrano ritenere che la Fed si stia avvicinando al tasso terminale dei fondi federali, ritenuto da molti intorno al 5,00%, e che l'economia sia in grado di gestire questo livello "restrittivo" anche se vi rimane per un po'. In effetti, durante la sessione di domande e risposte che ha fatto seguito al suo discorso, Powell ha ribadito di ritenere ancora possibile un atterraggio morbido (o "softish") per l'economia.

Gli investitori temono che la Fed possa diventare troppo restrittiva, causando una recessione. Powell ha detto espressamente che la Fed è consapevole di questo rischio e non vuole che ciò accada. Naturalmente, i funzionari della Fed si aspettano (sperano) che l'inflazione continui a moderarsi per convalidare la scelta di moderazione della Fed.

L'inflazione rimane alta e incerta: Powell ha dedicato buona parte del suo discorso all'inflazione. Ha iniziato le sue osservazioni preparatorie "riconoscendo la realtà che l'inflazione rimane troppo alta". Ha ribadito un tema frequente delle sue passate dichiarazioni sull'inflazione: "Senza stabilità dei prezzi, l'economia non funziona per nessuno". Ha inoltre affermato che "la verità è che il percorso dell'inflazione rimane altamente incerto".

Poi ha approfondito le prospettive del tasso di inflazione core PCED: "Per valutare cosa sarà necessario per far scendere l'inflazione, è utile suddividere l'inflazione di base in tre categorie: inflazione dei beni di base, inflazione dei servizi abitativi e inflazione dei servizi di base diversi dalle abitazioni".

L'inflazione dei beni di base va nella giusta direzione: Powell si è detto ottimista sulle prospettive dell'inflazione di base dei beni: "L'inflazione dei beni di base a 12 mesi rimane elevata al 4,6%, ma è scesa di quasi 3 punti percentuali rispetto all'inizio dell'anno. È troppo presto per dichiarare sconfitta l'inflazione dei beni, ma se le tendenze attuali continueranno, i prezzi dei beni dovrebbero iniziare a esercitare una pressione al ribasso sull'inflazione complessiva nei prossimi mesi".

L'inflazione dei servizi abitativi dovrebbe ridursi alla fine del prossimo anno: Powell ha osservato che l'inflazione dei servizi abitativi, che misura l'aumento dell'affitto della residenza primaria e il costo equivalente all'affitto delle abitazioni occupate dai proprietari, "ha continuato a salire e ora si attesta al 7,1% negli ultimi 12 mesi. Tuttavia, l'inflazione delle abitazioni tende a ritardare gli altri prezzi in prossimità dei punti di svolta dell'inflazione, a causa della lentezza con cui si rinnova lo stock di contratti di locazione".

Ha osservato che "il tasso di mercato dei nuovi contratti di locazione è un indicatore più tempestivo della direzione che prenderà l'inflazione complessiva degli alloggi nel corso del prossimo anno o giù di lì. Le misure dell'inflazione a 12 mesi dei nuovi contratti di locazione sono salite a quasi il 20% durante la pandemia, ma sono in forte calo da circa metà anno".

I servizi di base diversi dall'edilizia abitativa dipendono dal costo del lavoro: La terza categoria è quella dei servizi essenziali diversi dalle abitazioni. Copre un'ampia gamma di servizi, dall'assistenza sanitaria all'istruzione, dai tagli di capelli all'ospitalità. È la più grande delle tre categorie e costituisce più della metà dell'indice PCE core. Powell ha osservato che: "Pertanto, questa categoria potrebbe essere la più importante per comprendere l'evoluzione futura dell'inflazione di base. Poiché i salari costituiscono il costo maggiore per la fornitura di questi servizi, il mercato del lavoro è la chiave per comprendere l'inflazione in questa categoria".

Powell ha affermato che la domanda supera ancora ampiamente l'offerta nel mercato del lavoro. Di conseguenza, "anche la crescita dei salari mostra solo timidi segnali di ritorno all'equilibrio. Alcune misure della crescita salariale sono scese di recente".

In definitiva, i mercati finanziari hanno tratto conforto dal suggerimento di Powell, secondo cui il ciclo di inasprimento della Fed si sta orientando verso un aumento dei tassi più moderato. Tuttavia, Powell ha concluso che: "È probabile che per ripristinare la stabilità dei prezzi sarà necessario mantenere la politica a un livello restrittivo per qualche tempo. La storia ci sconsiglia di allentare prematuramente la politica. Manterremo la rotta finché il lavoro non sarà terminato".

Valter Buffo
I tre grandi rischi del 2023 (4): il credito
 

Nel 2023, tutti noi investitori spenderemo MENO tempo a discutere, leggere ed ascoltare a proposito dell’inflazione. Molto meno.

La medesima cosa succederà con la recessione.

Sulla prima pagina del vostro quotidiano, al TG e su CNBC invece ascolterete lunghe argomentazioni su altri tre temi, che oggi quasi non esistono (per i quotidiani).

In questa serie di Post, noi di Recce’d facciamo un sforzo per anticiparli, perché in questa parte finale del 2022 è decisivo adattare il proprio portafoglio di investimenti finanziari, con anticipo, ai nuovi temi che domineranno poi il prossimo anno.

I tre grandi rischi del 2023, che domineranno sulle prime pagine dei giornali, sono come abbiamo già scritto:

  1. la liquidità dei mercati

  2. il credito

  3. il costo reale del denaro (time-value of money)

Oggi, con questo Post, ritorniamo sul tema numero 2, ovvero il credito, già introdotto nel Blog sette giorni fa.

Dentro e fuori i mercati finanziari, a tutto oggi sono pochi quelli che hanno capito quali sono le conseguenze del fatto che è finito un decennio di “denaro facile”: per oltre dieci anni, è stato facile trovare credito (per ragioni che abbiamo già analizzato) mentre dal 2022 in avanti, e per numerosi anni, trovare credito diventerà difficile.

Non stiamo parlando dei tassi di interesse, in questo Post: il rialzo dei tassi ufficiali c’è stato e ci sarà, ed incide sui contri economici di tutte le Aziende, di tutte le famiglie e di tutti gli Stati.

Ma a nostro giudizio avrà un peso maggiore, rispetto all’aumento del COSTO del credito, la riduzione della DISPONIBILITA’ del credito: anche volendo pagare a tassi più elevati, ci sono Aziende e famiglie che NON troveranno più interlocutori disponibili a CREARE nuovo credito.

E non facciamo riferimento, qui, soltanto alle tradizionali banche commerciali: ci riferiamo al credito che è cresciuto, in modo rapidissimo, anche al di fuori del sistema bancario, ad opera delle cosiddette non-banche. Porprio di questo vi informa il testo nell’immagine qui sopra.

La riduzione della quantità di credito, nel 2023, interesserà tutte le famiglie, tutti gli Stati, e tutti i settori dell’economia, ma in modo particolare DUE settori: che sono il settore immobiliare (di cui parleremo in un Post successivo) e il settore della tecnologia, che notoriamente è un settore a “long-duration”, ovvero un settore i cui modelli di business tutti necessitano di un lungo orizzonte temporale per essere realizzati, e per questo necessitano di credito per sopravvivere.

Proprio di questo si scrive nell’articolo del Wall Street Journal che abbiamo tradotto per voi, e che potete leggere qui di seguito.

A prima vista, qualcuno tra i lettori potrebbe giudicare questo argomento “tecnico” oppure “astratto”: non è così (ovviamente) e ve lo dimostra il titolo scelto dal Wall Street Journal, che tocca in modo diretto qualche cosa che, ormai, è entrato nel quotidiano di ognuno di noi.

Non ci sono molti leveraged buyout di aziende tecnologiche, e per una buona ragione. Tecnologia e debito, come la Red Bull e il latte, non vanno d'accordo. Perché? Perché quando la tecnologia funziona, richiede valutazioni elevate. Non si può fare un LBO di Google. Ma quando la tecnologia passa alla novità successiva, non c'è molto valore residuo sotto forma di beni e garanzie a cui appellarsi in caso di inadempienza del debito. FTX, Elon Musk e SoftBank stanno imparando questa lezione.

Twitter, che ha registrato l'ultimo profitto nel 2019, ora deve pagare 1 miliardo di dollari all'anno di debiti. Wall Street non può scaricare il debito di buyout di Twitter, che ora vale forse 60 centesimi di dollaro, senza perdere denaro. Musk ha persino detto ai dipendenti che "la bancarotta non è fuori questione". Naturalmente, ha tratto vantaggio dalla vendita delle sue azioni Tesla, molto apprezzate (anche se in calo), che di recente hanno fruttato altri 4 miliardi di dollari, per un totale di oltre 19 miliardi di dollari. In qualità di capo di Twitter, Musk proclama che Twitter opererà secondo i principi della libertà di parola. Gli inserzionisti stanno fuggendo. Così come i dipendenti. Se non dovesse farcela, l'unica cosa che gli resterebbe sarebbe un po' di codice invecchiato e qualche uccellino blu di plastica da vendere all'asta.

Il nuovo manifesto del cocktail tossico di tecnologia e debito è Sam Bankman-Fried, con i suoi imperi implosi di FTX e Alameda. Certo, queste società si sono appropriati, per dirla in modo gentile, dei beni dei clienti. E sì, i prelievi che si sono comportati come una corsa agli sportelli hanno portato l'azienda al Chapter 11. Ma il peccato originale della società è stato quello di indebitarsi con il proprio gettone TLTRO, che si reggeva solo sull'aria.

Questa è stata l'illusione di massa della criptovaluta. Il FTT era così poco scambiato che FTX poteva fissare qualsiasi prezzo, ma non per sempre. FTX e Alameda hanno preso in prestito i token che loro stessi manipolavano, tra cui Solana e altri, che alcuni chiamavano Sam Coins, ora Scam Coins. La presunzione fatale: pensavano che il TLT sarebbe rimasto alto per sempre, quindi hanno investito in posizioni spesso illiquide. FTX pagava persino i dipendenti, i venditori e chiunque altro li accettasse in token TLT, il cui valore di mercato totale era di quasi 10 miliardi di dollari e ora è di circa 400 milioni di dollari.

Non si può manipolare qualcosa per sempre. La realtà alla fine sostituisce l'illusione. È bastato che qualcuno toccasse uno spillo nella bolla. Dopo che Coindesk ha fatto trapelare una copia del bilancio di Alameda, carico di token FTT, il CEO di Binance Changpeng Zhao ha iniziato a vendere. Il FTT è passato da 22 dollari a meno di 3 dollari in 48 ore. Alla faccia del collaterale. Quando il fumo si diraderà, FTX/Alameda potrebbe avere da 8 a 15 miliardi di dollari di debito in essere, con poco da vendere per il rimborso. Ci vorranno anni per stabilire a chi spetterà cosa.

Nel frattempo, anche altri sono entrati in gioco. È nata un'industria di imprese che si occupano di fare leva sulle criptovalute. A questo punto le cose sono diventate tossiche. Il primo compito è stato quello di attirare i clienti pagando interessi sulle loro partecipazioni in cripto. Il Protocollo Anchor, dietro lo spettacolare implosione dei token algoritmici Terra-Luna, pagava fino al 20%.

Anche altre piattaforme come Binance e Crypto.com pagavano il 4%, l'8% o più sulle cripto, attirando le masse che potevano guadagnare solo lo 0,01% di interessi da, beh, vere banche. Ma come si può pagare un interesse sulla criptovaluta? Girando i tacchi e prestandoli agli hedge fund e ad altri che utilizzano la leva finanziaria. Una follia.

Genesis Global Capital ha creato una piattaforma di prestito per facilitare il prestito di criptovalute. Prestare contro cosa? Di nuovo, solo aria. Società come Gemini, creata dai gemelli Winklevoss, pagavano un interesse dell'8%, in modo che i clienti potessero ottenere rendimenti. Perché c'era un rendimento sulle cripto? Ottima domanda.

Ha funzionato in salita, non tanto in discesa. La criptovaluta è stata prestata come una patata bollente finché qualcuno non è rimasto bloccato con il valore sceso del 90% e tutti gli altri sono rimasti con un debito insolvente. Questo era probabilmente l'unico modo per porre fine all'illusione.

La maggior parte di queste piattaforme sono ora congelate e potrebbero scomparire, dato che i clienti presi con la patata bollente chiedono freneticamente i prelievi sulla scia del crollo di FTX. Naturalmente, tutto ciò che questi prestatori di criptovalute dovevano fare era chiedere: qual è la garanzia sottostante? Dove sono gli asset? Senza una risposta valida, nessun prestatore sano di mente avrebbe concesso un prestito. Ma nessuno ha chiesto.

Un altro esempio di debito: Ricordate quando nel 2020 un fondo di SoftBank fu rivelato come la "balena del Nasdaq" che utilizzava derivati e leva finanziaria per acquistare azioni tecnologiche e alla fine perse molto? Ebbene, oltre all'azzeramento da parte di SoftBank del suo investimento di 100 milioni di dollari in FTX, c'è uno strano colpo di scena: il suo amministratore delegato, Masayoshi Son, potrebbe essere in debito con la sua società per quasi 5 miliardi di dollari. Secondo il Financial Times, "Son ha impegnato sia la sua quota nei fondi sia una parte della sua partecipazione in SoftBank come garanzia per l'importo che deve alla società".

Valter Buffo