Detox. Il Finale: quel silenzio dell'alba, mentre tutti ancora dormono
 

La serie Detox, avviata dal nostro Blog nel marzo del 2025, si chiude oggi, il primo giorno del mese di febbraio 2026, dopo poco più di dieci mesi.

La serie si chiude perché ha raggiunto il suo scopo. Possiamo dire, per quello che riguarda la serie Detox: missione compiuta.

La decisione di chiudere la serie Detox è spiegata dai fatti (come sempre, quando si parla di Recce’d). I fatti, ed in particolare i fatti del gennaio 2026, ci dicono che la fase Detox si è chiusa, perché si è completata.

Dal gennaio 2026 in avanti, i mercati finanziari internazionali (insieme con le economie) sono usciti dalla fase Detox, e sono entrati in una nuova fase.

La nuova fase delle quale vi scriverà, con analisi tempestive e di alta qualità, nei prossimi Blog.

Modificheremo quindi i temi trattati, che non saranno più necessariamente collegati l’uno all’altro come lo sono stati negli ultimi dieci mesi. E modificheremo anche la cadenza di pubblicazione, che non sarà più altrettanto regolare.

Ora, nell’immediato, ci prenderemo una pausa, per concentrare il 100% del nostro tempo sulle operazioni per i portafogli modello ed i Clienti, dopodiché riprenderemo pubblicando nuovi Post, non esclusivamente nei fine settimana, bensì in qualsiasi giorno.

Come abbiamo appena detto, la varietà dei temi trattati si amplierà, e lo scopo dei nostri lavori pubblicati qui nel Blog sarà quello di anticipare gratuitamente ai lettori il nuovo che sta per materializzarsi sia sui mercati finanziari internazionali, sia per le economie del Pianeta, ora che siamo usciti da Detox.

Nel corso degli ultimi dieci mesi, la serie Detox di Recce’d vi è stata utile per:

  • distinguere i falsi segnali dai segnali davvero importanti

  • analizzare quei fattori che hanno ed avranno maggiore influenza sui rendimenti

  • individuare e valutare i grandi fattori di rischio del tutto ignorati dai social e dai media

  • ricevere da Recce’d pratiche indicazioni sulla gestione dei vostri portafogli titoli, quei portafogli fatti (dai promotori finanziari) con Fondi Comuni, GPM, polizze VIta, polizze UCITS, credito privato, private equity, e tanti altri “pacchettini” che voi ancora oggi non avete ben compreso (molti non li avete capiti proprio per nulla) e che vi daranno nel 2026 una serie di sorprese. Buone o cattive? State a vedere.

Aggiungiamo anche oggi un consiglio pratico, un consiglio finale che ne riassume molti tra quelli che Recce’d vi aveva dato nei post degli ultimi 10 mesi: vi sarà utilissimo, nel corso del vostro incontro con il promotore finanziario (financial advisor, wealth manager, private banker, personal banker, family banker), sempre con quel sorriso esagerato, la stretta di mano appiccicosa, le frasi pronunciate con sicurezza ma di scarso significato, e i racconti di un futuro che non esiste ma che lui, il promotore, si è appena sentito raccontare da Goldman sachs.

Voi, che siete investitori intelligenti, e di ben altro livello rispetto al vostro venditore “personale”, fategli leggere questo breve testo:

La paura è un meccanismo evolutivo fondamentale per la sopravvivenza, agendo come un sistema di allarme innato che spinge le specie a evitare pericoli, adattarsi all'ambiente e superare le minacce. Questa emozione primordiale stimola comportamenti di "attacco o fuga" e favorisce la selezione naturale, garantendo che solo gli individui più abili a reagire ai rischi trasmettano i propri geni. 

Ecco i punti chiave su come la paura fonda l'evoluzione:

  • Meccanismo di sopravvivenza: La paura preserva la sicurezza, insegnando ad evitare pericoli e a sviluppare strategie per la vita.

  • Adattamento e Selezione: In linea con la teoria di Darwin, la capacità di reagire ai cambiamenti e alle minacce (più che la forza bruta) determina chi sopravvive e si evolve.

  • Risposta biologica (Amigdala): Situata nel cervello, l'amigdala agisce come un sistema di allarme che attiva reazioni immediate, come il freezing o la fuga, essenziali di fronte al pericolo.

  • Predisposizione genetica: Molte paure (es. altezze, serpenti) sono retaggi ancestrali iscritti nel patrimonio genetico per proteggere i progenitori in ambienti ostili.

  • Evoluzione della cautela: La paura ha insegnato ai nostri antenati ad essere cauti, stimolando lo sviluppo di una maggiore consapevolezza e intelligenza adattiva. 

In conclusione, la paura non è solo un'emozione negativa, ma una risorsa biologica essenziale che ha guidato l'evoluzione, trasformando l'incertezza e il rischio in occasioni di crescita e adattamento. 

Regaleremo oggi anche un secondo consiglio pratico, a tutti i nostri lettori: se non lo avete capito, ve lo diciamo noi, che

siamo finiti in un cul-de-sac ovvero in una strada senza uscita, dalla quale adesso si può uscire soltanto facendo la marcia indietro: e la marcia indietro è appunto Detox, come Recce’d ha già ampiamente dimostrato.

La marcia indietro è iniziata, proprio nel gennaio del 2026. Il nostro suggerimento è: mettete da oggi (se non lo avete già fatto) una serie di shocks: alcuni di dimensioni modeste come quelle di gennaio 2026, ed altre più ampie, come quelle che potrebbero arrivare oggi stesso, domani, la settimana prossima, in febbraio oppure in marzo.

Preparatevi. ma soprattutto, preparate il vostro risparmio, modificate la vostra asset allocation, e cambiate radicalmente la vostra strategia.

La chiusura di questa fortunatissima serie di Post, ognuno dei quali (dal marzo 2025 al gennaio 2026) rimane a tutto oggi attualissimo e utile da rileggere) noi la affidiamo ad una serie di immagini, come se fossero i tasselli di un puzzle. la ricomposizione del puzzle è un gioco divertente che lasciamo gustare ad ognuno dei nostri lettori. le istruzioni, le trovate appunto nei precedenti Post della serie Detox.

Alla fine, dopo tutte queste immagni, trovate la riproposizione di un testo, che avevamo già pubblicato nel Post datato 17 gennaio.

Noi di Recce’d, a questo punto, il nostro lo abbiamo già fatto, e molto bene: voi, lettori, ora fate il vostro.

Se interessati, come sempre, noi siamo disponibili ad offrire uno scambio di vedute, ed una assistenza professionale che in Italia oggi non ha eguali.

Non aggiungeremo nostri commenti: ne abbiamo giù prodotti tantissimi, un lavoro eccezionale di qualità elevata, offerto gratuitamente a tutti i nostri lettori attraverso la serie Detox in questo Blog.

Come detto, queste immagini possono esservi utilissime, perché possono essere utilizzate per comporre un quadro omogeneo, da cui ricavare lo scenario (i rendimenti ed i rischi) per i vostri portafogli titoli nelle prossime settimane e mesi.

Al lettore lasciamo di ricomporre il quadro, e poi di trovare il modo per sfruttarlo al massimo, guadagnando ed al tempo stesso proteggendo il proprio rispamio dai grandi rischi di cui leggete qui sopra. Rischi che sono anche opportunità, alcune davvero notevoli.

Le classiche “opportunità di una vita”: adesso, ci sono davvero (spoiler: non sono “AI”).

Le nostre istruzioni, su come va ricomposto questo puzzle, le trovate nei Post precedenti della serie Detox. Non le ripeteremo.

Ma riportiamo, qui sotto, scelto tra i tantissimi di grande livello, che abbiamo pubblicato nel Post datato 17 gennaio 2025 dopo averlo tradotto per i nostri lettori dalla sua fonte originale (il Financial Times).

Buongiorno. Ieri è stata una giornata opposta per il mercato azionario statunitense. Le cose che generalmente hanno funzionato nell'ultimo anno o giù di lì non hanno funzionato (tecnologia, finanza) e quelle che ultimamente sono rimaste indietro hanno avuto successo (energia, beni di prima necessità, immobiliare).

Ultimamente si sono verificate un paio di queste inversioni dell'ordine normale. È in arrivo un cambio di regime?

Dopo che l'amministrazione Trump ha aperto un'indagine penale sulla Federal Reserve, mi sono chiesto perché i mercati non sembrassero preoccuparsi della minaccia all'indipendenza della banca centrale. Una delle risposte più gettonate è stata che l'indipendenza della Fed è un'astrazione accademica, o forse una pia fantasia, in un momento in cui i deficit statunitensi sono così ampi e il debito così elevato che una qualche forma di monetizzazione del debito da parte della banca centrale è inevitabile.

Perché i mercati dovrebbero preoccuparsi di qualcosa che, di fatto, non esiste?

Questo tira e molla ha suscitato alcune e-mail da parte di lettori intelligenti.

Un corrispondente abituale, un gestore di titoli a reddito fisso piuttosto irascibile, ha obiettato all'idea che l'incontinenza fiscale del governo fosse responsabile della subordinazione della Fed e di altre banche centrali.

A suo avviso, le banche centrali hanno fatto questo a se stesse (e a noi).

Siamo arrivati ​​a questo punto a causa delle azioni estreme e sperimentali [delle banche centrali] per cercare di spostare l'ago dell'inflazione da circa l'1,7% al 2% [dopo la grande crisi finanziaria], con una giustificazione teorica ed empirica tutt'altro che dubbia. a causa della loro incapacità di accettare qualsiasi calo delle azioni o dell'economia (Schumpeter sia dannato), a causa della loro calorosa adesione a questo sistema di "eccesso/ampie riserve" con tutte le sue conseguenze in termini di leva finanziaria. e a causa del loro totale disprezzo per l'azzardo morale (Bagehot si sta rivoltando nella tomba), per la determinazione dei prezzi del libero mercato, per la determinazione dei prezzi e per le conseguenze indesiderate dei loro persistenti e ingenui interventi.

I governi di oggi non hanno alcuna disciplina perché le banche centrali di ieri hanno permesso loro di imparare lezioni terribili e dannose.

Ora siamo tutti intrappolati. In altre parole: poiché le banche centrali hanno protetto i mercati dalle conseguenze di una spesa pubblica sconsiderata e di una conseguente elevata leva finanziaria nel sistema finanziario, la spesa pubblica e la leva finanziaria sono ulteriormente aumentate. Il sistema è ora così precario, e le conseguenze di un crollo così gravi, che la Fed non ha altra scelta che intervenire ogni volta che i mercati iniziano a sussultare. L'azzardo morale non fa che peggiorare: questa è la trappola.

Questa visione è particolarmente rilevante nel contesto dei mercati dei prestiti overnight. Il regime di "ampie riserve" a cui si fa riferimento sopra è la quantità di liquidità del sistema finanziario che consente alla Fed di controllare i tassi overnight nonostante la pressione al rialzo su tali tassi derivante dall'enorme leva finanziaria del sistema. Ma a volte è difficile distinguere il controllo dei tassi di interesse a breve termine, che è la politica monetaria, dalla soppressione della volatilità immettendo liquidità nel sistema, perché altrimenti l'intera mostruosità sovraindebitata potrebbe esplodere, il che è solo un tentativo di ripulire il proprio pasticcio. L'aspetto perverso di tutto questo, sostiene il mio corrispondente, è che l'obiettivo della politica monetaria doveva essere l'economia reale. Ora l'obiettivo è e deve essere il sistema finanziario.

Tutto questo pompaggio di liquidità causerà inflazione, dice il mio corrispondente.

Perché il mercato obbligazionario non registra questo fatto? Perché non sarà un'inflazione dei prezzi al consumo. Sarà un'inflazione delle attività finanziarie. Il denaro immesso dalle banche centrali nel sistema finanziario non fuoriesce. Questo potrebbe non sembrare poi così male: un'inflazione dei prezzi delle attività migliore di un'inflazione del costo della vita. Ma le conseguenze distributive sono spiacevoli.

Consideriamo cosa è successo ai prezzi al consumo, ai prezzi delle case, alle azioni e ai salari dall'inizio del quantitative easing alla fine del 2008: i lavoratori dipendenti si sono arricchiti rispetto ai prezzi della maggior parte dei beni e servizi. Ma si sono impoveriti rispetto ai prezzi delle case – le case sono ovviamente ormai asset finanziari. Nel frattempo, gli azionisti, in quanto partecipanti diretti al sistema finanziario, hanno quintuplicato il loro denaro e si chiedono di cosa si lamentino tutti gli altri. Sarei curioso di sapere cosa pensano i lettori di questo quadro piuttosto desolante.

Ma per dare un'idea della gamma di opinioni su questi argomenti, un altro lettore ha scritto per sostenere che il motivo per cui il mercato obbligazionario non sta rispondendo a una minaccia di svalutazione o di "dominanza fiscale" è che non c'è alcuna minaccia a cui rispondere. L'aumento sincrono dei rendimenti dei titoli di Stato a lungo termine negli ultimi anni non è dovuto all'imminente monetizzazione del debito o a una crisi di insostenibilità del debito. Si tratta di una crescita reale un po’ più rapida e di un’inflazione più elevata: non trovo davvero convincente l’argomento della “dominanza fiscale”.

La spiegazione più ovvia dell'aumento dei rendimenti dal 2020 è che i rendimenti erano stranamente bassi e da allora si sono normalizzati con il miglioramento dell'economia. All'epoca, gli anni 2010 erano considerati un periodo di crescita del PIL nominale anormalmente lenta e di conseguenza di bassi rendimenti sul reddito fisso, cosa che all'epoca non piaceva a nessuno.

Se fossimo usciti da quel mondo, è logico che i rendimenti sarebbero più alti. È una storia che riguarda l'inflazione e le aspettative di crescita piuttosto che i deficit e le dinamiche del debito. Klein mi ha anche fatto notare che l'idea che il debito stia diventando insostenibile è più difficile da sostenere se si considera il contesto più ampio. Ciò che è accaduto non è tanto un massiccio accumulo di debito quanto un trasferimento di debito dalle famiglie al governo.

Quali sono le mie opinioni? Cosa ha causato il predominio fiscale? Esiste davvero? Non ne sono più sicuro. Mi gira la testa perché ci ho pensato troppo negli ultimi giorni.

Con questo testo, le immagini qui sopra, e tutto ciò che potete trovare nella serie Detox, abbiamo completato il lavoro.

La missione, come detto, è compiuta. Detox, è stato il nostro presente negli ultimi 10 mesi. Ora, noi di Recce’d guardiamo a quello che viene dopo.

E se per qualcuno risultasse utile, ripetiamo a tutti i lettori che noi di Recce’d

  • non siamo il signore in lacrime al bar che vedete qui sotto

  • non amiamo i ristoranti a luci soffuse che vedete nell’immagine sotto

  • e non siamo “semplici” come è scritto nell’immagine in basso (noi siamo quelli degli “integrali” che vengono citati nello spot radiofonico che trovate alla pagina MERCATI del nostro sito).

Noi di Recce’d siamo tutta un’altra roba, offriamo tutta un’altra roba, stiamo proprio su un pianeta diverso da quello rappresentato nelle tre immagini qui sotto. Un’altra realtà, un’altra sostanza, un altro servizio ed un altro modo di relazionarsi con il Cliente.

Una nuova Era delle economie e dei mercati finanziari, un nuovo servizio al risparmiatore: per questo noi siamo quello che vi serve, oggi.

Valter Buffo
Detox. I poveri, il trumpismo estremo, i sogni ad occhi aperti e la dura realtà dei numeri
 

Le prime tre settimane del 2026 hanno messo i mercati finanziari internazionali di fronte alla “strategia del caos”.

Lo avevamo anticipato ai Clienti di Recce’d. Ed anche qui, nel Blog.

Come abbiamo scritto anche sette giorni fa nel Blog, ci sono momento nei quali noi di Recce’d abbiamo la sensazione di … avere già detto tutto. Si tratta nei momenti nei quali, noi come tutti quanti, vediamo succedere sui mercati finanziari proprio ciò che in questo Blog abbiamo scritto tre mesi fa, se mesi fa, nove mesi fa, dodici mesi fa.

Leggete soltanto un paio di numeri, e capirete.


Allo scopo di non ripetere considerazioni che i nostri lettori possono trovare nei precedenti Post di questo Blog, siamo andati alla ricerca di un taglio nuovo, di un tagli al quale in passato noi abbiamo accennato, senza mai approfondire. Fino ad oggi.

Ci riferiamo agli eventi mediatici che hanno dominato i titoli di tutta la stampa, di tutti i TG e di tutti i GR, e naturalmente dei social in coro, nelle prime tre settimane del 2026.

Ad esempio: al fatto che Trump NON ha conquistato la Groenlandia, come invece ci raccontava a inizio settimana questa immagine dalla Casa Bianca.

Questi eventi mediatici hanno una spiegazione, che Recce’d ha già evidenziato: in modo particolare, dedicando proprio a questo la Sezione Analisi del nostro quotidiano che si chiama The Morning Brief e che viene spedito ogni mattina alle ore 7 in esclusiva a tutti i nostri Clienti. Ne abbiamo però scritto, con commenti quotidiani, anche alla nostra pagina TWIT - TWOO.

A questi eventi, ed alla spiegazione che è necessaria per cogliere le implicazioni ed i riflessi sui mercati finanziari (e quindi, sui nostri e sui vostri portafogli titoli) è dedicato il Post che state per leggere.

Partiamo quindi dagli eventi che hanno segnato (per i media, ma NON per i mercati finanziari) l’inizio del 2026, con un velocissimo riassunto che segue qui sotto.

WASHINGTON — In tre settimane vertiginose sulla scena mondiale, il presidente Trump ha deposto il leader venezuelano, ha minacciato i suoi vicini di azioni militari, ha agitato lo spettro di nuovi attacchi contro l'Iran e ha innescato – poi sedato – una crisi diplomatica con l'Europa a causa dei suoi tentativi di acquisire la Groenlandia.

A ogni nuovo passo, il Congresso si è trovato a dover tenere il passo, innescando nuovi dibattiti tra i legislatori su come riconquistare i poteri costituzionali della presidenza in materia di politica estera nell'era Trump.

Giovedì, la Camera a guida repubblicana ha respinto una risoluzione che avrebbe limitato la possibilità di Trump di inviare truppe in Venezuela, ben 19 giorni dopo l'audace raid militare che ha catturato il presidente del paese. Il voto è stato un pareggio, 215 a 215.

Questa azione segue una visita bipartisan del Congresso in Danimarca la scorsa settimana, al culmine di una disputa diplomatica tra Washington e uno dei suoi più stretti alleati, che dimostra come molti legislatori statunitensi – Democratici e un piccolo ma crescente numero di Repubblicani – stiano cercando modi per tenere a freno il presidente. In gioco, affermano, c'è l'ordine globale guidato dagli Stati Uniti, in vigore dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

"Il Congresso ha ceduto la sua autorità in troppi ambiti", ha dichiarato la senatrice Lisa Murkowski (R., Alaska), durante la visita di due giorni a Copenaghen per calmare i funzionari sulla Groenlandia. "Siamo noi che dobbiamo far valere il nostro ruolo", ha aggiunto Murkowski, che non ha sostenuto la rielezione di Trump. "Non possiamo semplicemente lamentarci che ci sia un eccesso di potere da parte dell'esecutivo".


Noi avevamo detto e scritto, ai nostri Clienti, già nei mesi finali del 2026: “aspettatevi i fuochi di artificio: sono in arrivo iniziative clamorose e anche brutali, da parte della Amministrazione americana, all’inizio del 2026”.

Si trattava di una previsione facile: Donald J. Trump, lui stesso, ha ripetutamente esternato al pubblico le sue (tante) paure, il suo affanno, la sua concitazione. Da cosa deriva questa sua quotidiana sofferenza, ansia, rabbia e asprezza?

La pena di cui Trump soffre è dovuta alla mancanza di risultati: la sua Amministrazione, nel primo anno, ha ottenuto poco, davvero molto poco rispetto a ciò che era stato annunciato un anno fa. Mancano risultati di sostanza in economia, in politica estera, in politica estera. Moltissimi annunci clamorosi, ma pochissima sostanza. Dal Vertice di Ferragosto alla riunione di Davos, dal Bitcoin al petrolio ai tassi di interesse alla Borsa, si è visto poco o nulla,

E nel caso di DOGE poi si deve parlare di un fallimento clamoroso nello spazio di soli tre mesi.

Nessun risultato da esibire: ecco spiegata la ragione per la quale, invece di “godersi il suo grandissimo successo”, il Presidente Trump cerca nuovi palcoscenici dai quali annunciare nuovi e più clamorosi traguardi da raggiungere. Non traguardi già raggiunti: traguardi in un futuro indeterminato, come la Groenlandia, sulla quale Trump NON ha piantato la bandiera americana, come tutti sapete.

La tecnica degli annunci roboanti funziona, per un po’: oggi, sembra avere un po’ stancato il pubblico, e Trump lo sa, meglio di chiunque altro. Ed infatti si lamenta, in pubblico come è suo solito, e dice solo 48 ore fa che “gli americani non mi riconoscono i tantissimi successi”.

Ora vi invitiamo ad approfondire insieme a noi questa situazione, aiutandoci con un articolo apparso sul Corriere della Sera a firma Federico Rampini. Giornalista che scrive quotidianamente sugli Stati Uniti.

In questo specifico caso, utilizzando la sua ben conosciuta modestia (“uno di voi”) e la sua totale mancanza di arroganza (“deficit di conoscenza”) Rampini ci è utile perché rappresenta in modo efficace un modo di leggere i fatti … che però è sbagliato, come facilmente si può dimostrare.

Leggete e poi commenteremo.

Comincio con la domanda di un lettore, uno di voi, che riproduco per esteso:

«Premetto che ho una conoscenza molto superficiale degli Stati Uniti e quindi mi sfuggono le logiche profonde delle convinzioni e di certi valori del popolo americano, pur cosciente che quella società è estremamente varia e sfaccettata. 

Sono sicuro che saprà rispondere a questa mia domanda, probabilmente naif, ma che immagino molti in Europa condividano: com'è possibile che i sostenitori di Trump e del MAGA, in larga parte fasce basse della popolazione, ritengano che la soluzione per migliorare la loro condizione di vita sia prendersela con gli altri Paesi o smantellare l'Obamacare? Come fanno a non vedere che vivono in un sistema che produce ricchezza per sfamare il mondo intero, e ciononostante una larga parte della popolazione americana vive una vita di stenti? Che il miglioramento delle loro condizioni di vita passa prima di tutto da una riduzione delle diseguaglianze interne, mentre il controllo del Venezuela (e domani della Groenlandia) porterà benefici ai più ricchi e non alla base dei sostenitori di Trump?». 
Nicola Massarelli

Apprezzo la modestia della premessa, sono abituato a ricevere questo tipo di osservazioni da chi invece pontifica sull'America senza ammettere i propri deficit di conoscenza. Ho pubblicato questa non solo in omaggio alla cortesia e umiltà dello scrivente, ma perché è rappresentativa di una visione assai diffusa in Italia e nel resto d'Europa

L'idea cioè di un'America piena di poveri, una nazione stremata da sofferenze sociali e ingiustizie, un'economia in decadenza. Questa narrazione ha due sorgenti principali e due moventi molto forti. Da una parte viene spesso cavalcata in America stessa a fini elettorali, da chi sta all'opposizione, e non importa chi sia. Trump stesso descrisse un «inferno americano» parlando della situazione socio-economica sotto Obama e sotto Biden. 

Ora il tema viene rivolto contro di lui, è la sinistra che cavalca quel tipo di descrizione pauperistica. D'altro lato, in Europa c'è una irresistibile voglia di prendere per vera questa rappresentazione, perché conforta il mito di una superiorità del «modello europeo». Più equo, più benevolo, più umano, più rispettoso dei diritti.

Ma quella descrizione dell'America è una distorsione della realtà. Questo è il paese più ricco del mondo e negli ultimi decenni ha addirittura aumentato il suo distacco rispetto agli europei (come autorevolmente documentato nel Rapporto Draghi da cui ho più volte estratto dei raffronti implacabili). 

L'America ha diseguaglianze notevoli al suo interno, ma sempre meno che nella Cina comunista (lo dicono statistiche Onu, non sospette). In America i poveri sono pochi e soprattutto sono in costante ascesa sociale. Il fenomeno molto visibile degli homeless non deve ingannare, in percentuale è piccolo, è concentrato in alcune zone del paese che hanno creato per loro un Welfare particolarmente generoso, di fatto un incentivo, e hanno vietato ogni forma di coercizione per le cure di disintossicazione dalla droga.

Se l'America fosse quella fabbrica di poveri di cui si favoleggia in Europa, non si spiegherebbe perché continua ad attirare flussi di immigrati da tutto il resto del mondo, «ricca ed equa» Nordeuropa inclusa. E questi flussi (mi riferisco all'immigrazione regolare) continuano perfino in presenza delle politiche restrittive di Trump. 

I neolaureati in ingegneria a Stoccolma, Berlino, Zurigo e Milano, sono così scemi da venire qui per stare peggio che a casa propria?
Ecco qui
alcuni dati che smentiscono il negazionismo europeo (così come smentiscono il catastrofismo di Trump quando era all'opposizione, o dei democratici quando sono all'opposizione loro).

Li riprendo dall’American Enterprise Institute un think tank di Washington, nella sintesi che ne fa il Wall Street Journal.

Lo svuotamento della classe media è diventato un luogo comune bipartisan. I sostenitori del presidente Trump usano il timore di un declino economico delle famiglie per giustificare i suoi dazi e le sue politiche industriali. I progressisti lo trattano come un pretesto per aumentare le tasse, redistribuire il reddito e aggiungere sistemi di welfare dalla culla alla tomba.

Eppure questo pessimismo è difficile da conciliare con i dati che mostrano come l’economia americana sia più ricca che mai e con le abbondanti prove aneddotiche secondo cui gli americani, nel loro complesso, godono di un tenore di vita superiore a quello di qualsiasi società nella storia. Ora Stephen J. Rose e Scott Winship dell’AEI stanno facendo luce sulla realtà.

Rose e Winship adottano un criterio per definire i diversi gruppi di reddito, basato su multipli della soglia federale di povertà nel 2024. Per esempio, per famiglie di tre persone ciò significa definire «poveri» i nuclei con un reddito inferiore a 40.000 dollari annui; la classe media «centrale» come quella con redditi tra 67.000 e 133.000 dollari; la classe medio-alta con redditi fino a 400.000 dollari annui, e così via. 

Successivamente utilizzano i dati sull’inflazione per ricalibrare queste soglie negli anni precedenti, risalendo fino al 1979, quando iniziano le serie statistiche necessarie.

Misurata in questo modo, la storia degli ultimi cinquant’anni è quella di un progresso costante dalla classe media centrale verso la classe medio-alta. La quota di famiglie nella classe media «centrale» è scesa al 30,8 per cento nel 2024 dal 35,5 per cento del 1979, ma sono diminuite anche le proporzioni dei poveri e della classe medio-bassa.

Nel frattempo la classe medio-alta è esplosa. Questa fascia rappresenta oggi il 31,1 per cento delle famiglie, contro il 10,4 per cento del 1979. «Per la prima volta nella storia americana», scrivono Rose e Winship, «nel 2024 c'erano più famiglie al di sopra della soglia della classe media centrale (35 per cento) che al di sotto di essa (34 per cento)».

Qui si conclude la dura realtà dei numeri, che smentisce in modo clamoroso la tesi dell'impoverimento. A questi numeri ineccepibili aggiungo un'altra considerazione: poiché fino all'anno scorso l'America accoglieva più di due milioni di immigrati clandestini all'anno, era sì una nazione piena di poveri, ma soprattutto perché li importava dal resto del mondo. 

E questi poveri continuavano (in parte continuano) a venire qui, perché ben consapevoli che in nessun'altra parte al mondo hanno così elevate probabilità di uscire dalla povertà. Quell'afflusso ha distorto le statistiche sulla povertà, generando l'impressione che l'America sia una fabbrica di poveri, mentre al contrario è una calamita per i poveri che dall'estero affluiscono, e spesso in pochi anni entrano a far parte della middle class.

Il Wall Street Journal aggiunge questo commento suo: «Gli americani preoccupati per l'impatto del carovita sui bilanci familiari non si stanno inventando nulla. Devono affrontare pressioni che i loro predecessori non conoscevano, come mercati gravemente distorti che fanno lievitare i costi dell’abitazione, della sanità e dell’istruzione universitaria, per cominciare. 

Gli americani si lamentano giustamente dei prezzi in tutti e tre questi settori, ma l’ironia è che si tratta dei settori economici con il più alto grado di sussidi e regolamentazione federale, forse seconde solo alla difesa. Peccato che pochi, nella politica o nei media, comprendano il ruolo che il governo svolge nel ridurre la concorrenza proprio in questi comparti»


Per quale ragione ciò che scrive Rampini qui sopra è una distorsione della realtà? E come si lega (strettamente) ai fatti clamorosi delle prime tre settimane del 2026 a cui Recce’d dedica questo Post?

La risposta è semplicissima, e ve la forniamo subito.

Rampini ha scritto della “dura realtà dei numeri, che smentisce in modo clamoroso la tesi dell'impoverimento. A questi numeri ineccepibili …”. Purtroppo per Rampini, però, quando ci si affida alla “dura realtà dei numeri”, quei numeri bisogna conoscerli.

Affidandoci unicamente alla dura realtà dei numeri, e mai alla partigianeria politica, noi di Recce’d ogni giorno operiamo, con pieno successo sui mercati finanziari. Il nostro successo è la performance dei portafogli modello e quindi dei nostri Clienti.

A proposito dei numeri a cui fa riferimento Rampini, è facile (per noi) osservare che:

  1. sono disponibili, e di facile accesso, studi ed analisi a proposito della crescente disuguaglianza tra le varie fasce della popolazione negli Stati Uniti; i primi due grafici qui sopra ne sono un esempio; Rampini evidentemente non frequenta fonti qualificate come queste, e non fa lavoro di analisi sui dati, ma va … per sentito dire; non segue neppure ciò che sta succedendo alla Borsa di New York (nella terza immagine qui sopra) e non ascolta neppure ciò che va dicendo il suo stesso Presidente, Donald J. Trump, ogni giorno, afferma che AFFORDABILITY è il problema da risolvere prima di ogni altro (leggete nella quarta immagine qui sopra datata 8 gennaio 2026); Rampini invece fa (volutamente) confusione annunciando che “la fascia medio-alta è esplosa”: ma è di tutta evidenza che non è della “fascia-medio alta” di cui si sta discutendo qui; non approfondiremo oltre, perché non è di nostro interesse approfondire questo aspetto; ma al lettore interessato, che non si sia ancora informato attraverso il nostro The Morning Brief (dove ne scriviamo ogni giorno da inizio dicembre 2025) diciamo di scrivere ai nostri indirizzi pubblicati sul sito, e forniremo con piacere una selezione dei nostri lavori per The Morning Brief delle ultime settimane

  2. Rampini scrive che “questo è il Paese più ricco del Mondo”, e scrive poi di “dati che mostrano come l’economia americana sia più ricca che mai”; ma proprio a proposito di dati, Rampini trascura colpevolmente che lo Stato “più ricco del Mondo” sopravvive grazie al debito pubblico più grande al Mondo, il debito di uno Stato incapace di reggersi in piedi senza spendere ogni anno in eccesso a ciò che incassa ed in misura del 7% del PIL (la quinta immagine qui sopra); pensate se Meloni (oppure chi era al Governo prima di lei in Italia, è lo stesso) potesse spendere e spandere a piacimento, allora sì che vedremmo chi è “il Paese più ricco del Mondo”; avanti, proviamoci: vedrete, che bella crescita a razzo, e poi vedrete anche che bel disastro finanziario!

  3. è falso che “gli americani, nel loro complesso, godono di un tenore di vita superiore a quello di qualsiasi società nella storia”: ciò che è vero, invece, è che gli americani, tutti, fanno debiti come pazzi, per sostenere un livello artificiale di prezzi e consumi. Noi europei saremo forse “poveri” come scrive Rampini, ma oggi siamo meno intossicati dalla droga del debito. E a noi europei non dispiace, proprio per nulla, che Rampini dica che l’Europa fa riferimento ad un modello “più equo, più benevolo, più umano, più rispettoso dei diritti”. Evviva! Lo stesso Rampini, che si proclama orgogliosamente americano, farebbe bene a riflettere sul fatto che il valore della sua stessa abitazione di New York, oggi, è artificiale e dunque non sostenibile nel tempo: perché è proprio questa, la dura realtà dei numeri, e bisogna pensarci quando si paga la rata del mutuo (proprio come nel 2006 era importante: oggi persino di più).

  4. Rampini dovrebbe essersi già reso conto, di quanto sta scritto nei due punti qui sopra: a Rampini lo ha spiegato proprio il suo Presidente, il Presidente Donald J. Trump. E lo stesso Rampini ce lo dice: Trump stesso descrisse un «inferno americano» parlando della situazione socio-economica sotto Obama e sotto Biden, ovvero almeno fino a 12 mesi fa.  Rampini dovrebbe elencarci i cambiamenti intervenuti tra il gennaio 2025 (insediamento) ed il gennaio 2026, rispetto a quel “inferno americano” citato da Trump. Noi non ne vediamo, neppure uno, e gli stessi americani non li vedono: è sufficiente leggere i sondaggi per dimostrarlo.


Fino a questo punto abbiamo detto della dura realtà dei numeri, che smentisce Rampini ma soprattutto spiega le paure e le frenesie, ed i gesti eclatanti di Donald J. Trump. Noi investitori e noi gestori, costretti ogni giorno a sopportare, e fronteggiare in modo attivo, questa vera e propria diarrea di iniziative prive di conseguenze, dobbiamo però comprendere ed utilizzare ciò che accede davvero, al di sotto di questa spessa cortina fumogena.

In quanto investitori, noi dobbiamo proteggere il nostro risparmio ed i nostri investimenti (anche immobiliari): evitare insomma di fare la fine di chi la vede come Rampini, e affidarci al contrario alla dura legge dei numeri e dei fatti. Affidarci sempre alla realtà.

A questo scopo, è necessario ampliare il nostro orizzonte di osservazione: oltre la finanza ed i mercati, e ben oltre la partigianeria partitica di Rampini e tanti altri. Guardare oltre i confini del nostro quotidiano.

Noi di Recce’d, ovviamente, abbiamo bisogno di supporto, e il supporto ci può essere fornito da chi esplora i territori della politica nazionale e della geopolitica con maggiore frequenza, rispetto a noi.

Per questa ragione oggi abbiamo scelto di affidare la chiusura del Post ad un articolo pubblicato dal Sole 24 Ore in settimana e firmato da Alberto Forchielli e Fabio Scacciavillani.

Con questo articolo, Recce’d offre al lettore nuovi riferimenti, estranei al contesto dell’economia e della finanza, utili per analizzare e meglio comprendere gli eventi delle prime tre settimane del 2026.

Ed allo stesso tempo, utili per comprendere il momento dei mercati finanziari, di fronte a questi eventi.

E dove si collocano le opportunità, davvero enormi che noi investitori e gestori abbiamo lì a portata di mano, nelle prossime settimane e mesi. Sarà da qui, che si riparte: e non da “AI” (le trimestrali delle prossime due settimane ve lo dimostreranno), e non dalla Groenlandia, e non dal Bitcoin.

Noi invitiamo i lettori di Recce’d a dedicare tempo ed attenzione a questo ultimo contributo, e poi ad andare ad approfondirne gli spunti.

Dall’articolo, non si ricava immediatamente una indicazione pratica, se il dollaro USA scende o sale, oppure se le Borse salgono o crollano: ma per investire bene e con successo, per proteggere il risparmio e anche ottenere un buon rendimento, è necessaria una disciplinata strategia da mettere in pratica con il metodo più efficace. E al di sopra, è necessaria una visione del Mondo coerente ed aggiornata.

Se investite il vostro risparmio senza disporre di questi elementi in anticipo, state buttando il vostro risparmio con gli occhi chiusi. E, probabilmente, finirete ghiacciati … come la Groenlandia.

L’accelerazionismo di Land che porta all’autoritarismo

Alberto Forchielli15 Gennaio 20261

Molte delle azioni e pulsioni di Trump (nonché della corte dei miracoli che gli ruota attorno) sfuggono alla logica se non ci si munisce di una mappa meta-politica. Le radici del trumpismo riconducono a Nick Land.

Ai più il nome dirà poco, ma si tratta del vate di una bizzarra corrente di pensiero nota come Accelerazionismo che coniuga, in estrema sintesi, autoritarismo e progresso tecnologico.

Già nel 1992, Land (partito da posizioni marxiste deleuziane, per poi virare di 180 gradi) sosteneva che il capitalismo non è un sistema controllabile. E’ un processo che si auto alimenta, e, se lo si lascia dispiegare i suoi effetti senza vincoli, produce la massima efficienza sfruttando appieno gli avanzamenti della scienza.

Lo slogan accelerazionista “il capitale rivoluziona sé stesso più radicalmente di quanto qualsiasi ‘rivoluzione’ estrinseca potrebbe mai fare” esprime una sorta di fiducia messianica nel progresso scientifico e nelle sue applicazioni pratiche. Accelerare, secondo Land, significa imprimere un impulso all’innovazione, rimuovendo pesi e contrappesi tipici delle democrazie, per approdare al Brave New World della Singolarità, variamente definita come fusione uomo-macchina o superamento dei limiti biologici dell’uomo. L’idea di fondo è che l’intreccio tra capitalismo e tecnologia ottimizza le potenzialità umane, mentre la politica introduce indebiti “freni antropocentrici” per soddisfare bisogni collettivi e sentimenti umanitari. La democrazia non è “il culmine della civiltà”, ma la sua degenerazione, levatrice di caos, inefficienza e “tirannia soft” a vantaggio dei deboli.

In sintesi, Land avversa la democrazia liberale e propugna l’avvento di un autoritarismo 2.0. Queste teorie si sono intersecate con quelle di Curtis Yarvin, il quale descrive i sistemi democratici e le loro istituzioni come “software obsoleti” o “codici legacy”. Per questo vanno sostituiti con un nuovo assetto (un software nuovo) al cui vertice è assiso un sovrano assoluto razionale che ottimizzi il funzionamento dell’economia come un Ceo. Yarvin propone di frammentare lo Stato nazionale in piccole entità chiamate patchwork, focalizzate sull’innovazione e gestite come aziende che rispondono al monarca.

Sia Land che Yarvin considerano l’uguaglianza e la sovranità popolare di cui il suffragio universale è estrinsecazione, come “miti distruttivi” generati dall’Illuminismo. Invece lo Stato patchwork, evitando di impantanarsi in mediazioni, compromessi, diatribe e scontri sociali, aprirebbe una nuova era di progresso per l’umanità.

La Cina (dove Land si era trasferito del Regno Unito) o Singapore sarebbero modelli realizzati di questa “tecnocrazia autoritaria”. Non è un caso che Yervin sia stato un ospite d’onore all’inaugurazione di Trump un anno fa. Yarvin nel 2012 aveva proposto di smantellare la burocrazia governativa attraverso un piano denominato Rage (Retire All Government Employees, Pensionare tutti i dipendenti pubblici).

Se vi evoca qualcosa di familiare è perché dal Rage di Yervin è emerso il Doge di Elon Musk attraverso il Progetto 2025 della Heritage Foundation, che prevede il licenziamento di 50omila impiegati federali e lo smantellamento di intere agenzie.

Ma l’anello di congiunzione tra accelerazionismo e trumpismo non è tanto Musk (al momento caduto in disgrazia) quanto Peter Thiel, finanziatore della startup di Yarvin e mentore del Vice Presidente JD Vance, a sua volta adepto di Yarvin. E in quella Silicon Valley, considerata fino a un anno fa inespugnabile bastione liberal, non sono pochi i pezzi da 9o folgorati da queste farneticazioni.

Un preclaro esempio è Marc Andreessen (ex munifico finanziatore del Partito Democratico e tenace sostenitore di Hillary Clinton e Joe Biden) che cita Land nelle note finali del suo “Manifesto tecno-ottimista”. Lui afferma di non disprezzare la gente comune e i bisogni dei vari segmenti sociali, ma è evidente che il suo disegno di società ipertecnologica collima con quello di Yervin e Land.

E se tutto ciò non appare abbastanza inquietante, c’è un’ulteriore mania diffusa a Silicon Valley: il perseguimento dell’immortalità, suprema chimera della scienza, grazie alla criogenesi o ad analoghi vaneggiamenti. Il profeta è Bryan Johnson, multimilionario leader del movimento “Don’t Die”.

Insomma, questo è l’humus teorico sinistro che genera le raffiche di ordini esecutivi emanati da Trump, il disprezzo per il sistema giudiziario, l’aggiramento del Parlamento e la creazione di una gigantesca milizia alle sue dirette dipendenze.

Il nuovo articolo scritto a 4 mani con Fabio Scacciavillani e pubblicato su Il Sole 24 Ore, 15 gennaio 2025


Valter Buffo
Detox. Quando tutto è fermo significa che tutto sta cambiando
 

A volte, sembra di avere già scritto e detto tutto ciò che era importante dire e scrivere.

A chi, come noi, segnalava queste cose già nel 2023.

A chi come noi, apriva questa fortunatissima serie di Post, che abbiamo chiamato Detox, nel marzo del 2025. Dieci mesi fa

Oggi, a tutti risulta chiaro ed evidente che ogni domanda che di ogni investitore, su qualsiasi scelta di investimento (dall’oro alla Borsa di Milano, dai BTp ai Bund, da “AI” al Bitcoin), deve essere riportata ad un’unica domanda.

Ovvero: come deve essere gestito (protetto e fatto rendere) il proprio risparmio nella Repubblica delle Banane?

Come tutto il Mondo ha letto, in queste dichiarazioni per noi investitori (tutti) molto gravi e molto preoccupanti.

In estrema sintesi, la grave e preoccupante dichiarazione di Janet Yellen (ex Ministro del Tesoro ed ex Chairman della Federal Reserve americana) che leggete sopra nel titolo è molto ben spiegata da quattro slides che per voi Recce’d ha estratto dalla presentazione che la stessa Janet Yellen ha fatto il 5 gennaio scorso alla Brookings Institution.

Come riconoscete immediatamente, si tratta di fatti ed osservazioni che voi, lettori di recce’d, avete già incontrato, decine di volte, nella serie di Post per il nostro Blog che abbiamo chiamato Detox.

E che forse avremmo dovuto chiamare, invece, Banana Republic.

Ecco le quattro slides estratte dalla presentazione di Yellen.

Rileggendo queste quattro slides, a noi di Recce’d sembra, come dicevamo, di avere già detto e scritto tutto.

E tuttavia, è proprio la realtà ad offrirci sempre nuovi spunti, e nuove occasioni di intervento.

Perché fare chiarezza, e guardare la realtà negli occhi, è sempre utile.

Perché la realtà, per tutti noi investitori, rimane il solo riferimento affidabile, il solo riferimento possibile.

Ma il “rally di Natale”? Ma il “rally di Fine Anno”? Ma il “rally di gennaio”?

Ma che cosa vi avevano raccontato? Quali favole vi hanno raccontato prima di dormire?

E poi, “AI”? Ma “AI” dove diavolo è finita? Che fine ha fatto “AI” a metà gennaio 2026? E proprio con la stagione delle trimestrali che è in corso? Chi viene oggi a parlarci di “AI”?

Il “rally di Natale”, dicevamo.

Ve lo hanno raccontato, che la Borsa di New York ieri sera ha chiuso sostanzialmente al medesimo livello del 22 settembre 2025? Dopo tre tagli del costo ufficiale del denaro, dopo che ogni giorno tutti siamo stati investiti da un diluvio di pressioni sul tema “AI”, dopo che tutte quante le banche di investimento (e quindi tutte le Reti di promotori finanziari”) hanno garantito per il 2026 un anno “ancora positivo”?

Dopo il vertice in Alaska, il vertice in Ucraina, la conquista del Venezuela, la conquista della Groenlandia?

Lo vedete, nel grafico, che nessuno ha comperato?

Neppure un dollaro messo in Borsa?

E perché?

Voi lettori lo sapete che oggi il Titolo di Stato americano a 10 anni rende PIU’ di quanto rendeva il 22 settembre?

Ovvero: il prezzo è sceso. Hanno venduto, i Titoli di Stato.

Anche in Germania, nel Regno Unito, in Italia, in Giappone.

Lo sapete, il perché?

Lo avete capito che cosa sta succedendo?

Se ancora non lo avete capito, allora siete davvero molto in ritardo.

E ve lo dimostriamo, ve lo documentiamo proponendovi in lettura un articolo del Financial Times del 19 agosto 2025, articolo nel quale si anticipavano le riflessioni poi sviluppate nel gennaio 2026 sulla Repubblica delle Banane.

Ripetiamo: questo si leggeva, il 19 agosto dell’anno scorso.

Gli investitori hanno avvertito che le grandi economie stanno entrando in un nuovo periodo di "dominanza fiscale", in cui le banche centrali sono sottoposte a crescenti pressioni per mantenere i tassi di interesse artificialmente bassi per compensare il costo record dei prestiti governativi.

Il caso più eclatante sono gli Stati Uniti, dove il presidente Donald Trump ha esortato la Federal Reserve a tagliare i tassi per risparmiare miliardi di dollari in oneri per il servizio del debito.

Ma il peso del debito pubblico e l'aumento dei costi di indebitamento in paesi come il Regno Unito e il Giappone stanno anche mettendo sotto pressione le banche centrali affinché allentino la politica monetaria, affermano economisti e investitori, anche attraverso altri mezzi, come il rallentamento dei piani di riduzione delle dimensioni dei loro bilanci.

La combinazione di debito pubblico e aumento dei costi stava "creando enormi incentivi politici per i governi di tutto il mondo a fare pressione sulle banche centrali affinché abbassassero i tassi", ha affermato Kenneth Rogoff, professore ad Harvard ed ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale.

Mentre gli Stati Uniti si distinguono per l'esplicito confronto tra l'amministrazione e la Fed, l'impennata globale dei costi di indebitamento a lungo termine, alimentata dalla spesa pubblica, ha messo le altre banche centrali sotto pressione del mercato affinché adeguassero la politica monetaria per contenere l'aumento dei rendimenti.

"Siamo entrati in una nuova era di predominio fiscale", ha affermato Rogoff.

Negli Stati Uniti, gli analisti affermano che l'attuale disparità tra i tassi a breve termine – che sono in gran parte determinati dalla politica delle banche centrali – e i costi di indebitamento a lungo termine, più influenzati dal mercato, riflette in parte la preoccupazione che la politica monetaria venga mantenuta più accomodante di quanto sarebbe necessario per contenere i prezzi al consumo.

Il divario tra i rendimenti dei titoli del Tesoro a due e trent'anni è pressoché il più ampio dall'inizio del 2022, poiché i rendimenti a breve termine diminuiscono in previsione di tagli dei tassi.

Nel Regno Unito, i costi di finanziamento a lungo termine sono particolarmente elevati, con il rendimento dei titoli di Stato trentennali al 5,6%, prossimo al livello più alto in oltre un quarto di secolo, rispetto al 4,9% circa dei titoli del Tesoro trentennali.

Gli analisti di Capital Economics Ltd. hanno evidenziato le conseguenze dei dati sull'inflazione statunitense della scorsa settimana, in seguito ai quali Trump ha rinnovato il suo attacco al presidente della Fed Jay Powell. Mentre i rendimenti dei titoli del Tesoro statunitensi a due anni sono scesi di 0,02 punti percentuali nella giornata, mentre gli investitori consolidavano le loro scommesse sui tagli dei tassi, i rendimenti a 30 anni sono aumentati di 0,04 punti percentuali.

"Si tratta di una risposta insolita a una pubblicazione di dati relativamente poco significativa", hanno osservato gli analisti di Capital Economics, affermando che suggeriva "cosa accadrebbe se Powell venisse effettivamente rimosso o... la Casa Bianca adottasse altre misure per esercitare un maggiore controllo sulla politica monetaria, in particolare nominando un nuovo presidente della Fed visto come un burattino del presidente".

La nomina temporanea nel consiglio dei governatori della Fed di Stephen Miran, un insider della Casa Bianca che dovrebbe spingere per i tagli dei tassi, dimostra che "il rischio di un predominio fiscale degli Stati Uniti sta crescendo", ha affermato Trevor Greetham, responsabile degli investimenti multi-asset di Royal London Asset Management Ltd.

Thierry Wizman, stratega dei tassi globali di Macquarie Group Ltd., ha affermato che ci sono segnali di un "fiscal capture trade", indicando che i mercati dei futures stanno scontando cinque tagli dei tassi di un quarto di punto entro la fine del prossimo anno, nonostante le grandi banche di Wall Street abbiano migliorato le loro previsioni economiche negli ultimi mesi.

"[Cinque tagli] sembrano eccessivi se non si sconta una recessione", ha affermato Wizman. "Deve essere perché alcuni pensano che avremo un presidente della Fed strutturalmente accomodante e un FOMC strutturalmente accomodante", ha aggiunto, riferendosi al Federal Open Market Committee, che stabilisce i tassi di interesse.

Molti altri paesi condividono molte delle dinamiche del debito degli Stati Uniti, anche se altrove la retorica è meno tesa.

L'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha affermato di prevedere che l'indebitamento sovrano tra i paesi ad alto reddito raggiungerà il record di 17.000 miliardi di dollari quest'anno, rispetto ai 16.000 miliardi di dollari del 2024 e ai 14.000 miliardi di dollari del 2023.

Le banche centrali dei mercati sviluppati stanno ancora riportando le loro politiche monetarie e i loro bilanci a un livello più "normale" dopo anni di quantitative easing, i massicci acquisti di obbligazioni intesi ad aiutare le loro economie a riprendersi dalla crisi finanziaria e dalla pandemia di COVID-19.

Ma gli sforzi per ridurre i bilanci rivendendo tali obbligazioni possono anche far salire i rendimenti e aumentare i costi del servizio del debito pubblico.

Gli investitori stanno monitorando attentamente la Banca d'Inghilterra per vedere se ridurrà significativamente il suo programma di vendita di obbligazioni – il cosiddetto quantitative tightening – in una decisione prevista per il mese prossimo.

"Il dilemma che si trovano ad affrontare è che, se le condizioni finanziarie si restringono a causa delle misure di politica fiscale adottate dal governo, la banca non può essere considerata accomodante nei confronti di tale politica", ha affermato Mahmood Pradhan, responsabile macroeconomico globale di Amundi Asset Management, riferendosi ai piani di debito e spesa del governo laburista. "Penso che la banca resisterà con forza alle pressioni del predominio fiscale".

Ma anche in Germania, nota da tempo per i suoi bilanci in pareggio, i bilanci trentennali I costi di indebitamento sono saliti a oltre il 3% – il livello più alto dal 2011 – in gran parte a causa dei piani del nuovo governo di Berlino di aumentare i prestiti per rilanciare le infrastrutture del Paese e incrementare la spesa per la difesa.

Alcuni economisti temono che tali tendenze incoraggeranno i governi a passare dal debito a lungo termine a quello a breve termine, rendendo i Paesi più esposti alle oscillazioni dei tassi di interesse.

"La volatilità rende più difficile detenere titoli a lungo termine, e quindi emetterli", ha affermato Matthew Morgan, responsabile del reddito fisso di Jupiter Asset Management PLC.

I Paesi con il debito più elevato in percentuale del prodotto interno lordo potrebbero essere i più esposti. Il veterano investitore macroeconomico Ray Dalio ha messo in guardia da una "spirale mortale del debito" in uno scenario estremo in cui i governi sono costretti a indebitarsi di più per far fronte all'aumento dei costi degli interessi.

Se i rendimenti obbligazionari "diventano troppo alti, le banche centrali dovranno intervenire di nuovo, stampare moneta e acquistare [obbligazioni] per cercare di mantenere bassi i tassi, il che ridurrà il valore del denaro", ha affermato.

Dalio ha aggiunto che tali preoccupazioni potrebbero ridurre il valore delle "principali valute di riserva" – come il dollaro e l'euro – rispetto all'oro, che quest'anno ha raggiunto un livello record.

Dal 19 agosto 2025 veniamo ad oggi.

Oggi, emettere sentenze e lanciare allarmi sul grave squilibrio che pesa sulle finanze pubbliche in tutto il Mondo, ed invocare la Repubblica delle Banane, è molto facile. Troppo facile davvero.

A noi di Recce’d questa sembra soltanto “falsa coscienza”: esattamente allo stesso modo in cui a nostro giudizio è soltanto “falsa coscienza” scrivere oggi di allarmi per la “bolla di AI”.

A noi la Repubblica delle Banane risultava evidente fin dal mese di agosto del 2020: ed allora, sarà bene ricordare che proprio quell’anno Janet Yellen era Ministro del Tesoro degli Stati Uniti. Poltrona a cui era arrivata dopo essere stata per anni il Chairman della Federal Reserve.

Amici lettori, questa è una grandissima lezione di investimento: i fatti di oggi, le dichiarazioni di oggi, le promesse di oggi vanno tutte lette ed interpretate … con questo paio di occhiali.

Chi oggi a voi spiega che “questa è la scelta migliore del Mondo” tra pochi mesi è prontissimo a spiegarvi che “questo è un disastro”: le scelte che loro stessi hanno fatto nel passato ora vengono etichettate come “un disastro”. Lo ha fatto Yellen, lo sta per fare Trump. E l’Europa.

Il tutto senza assumersi alcuna responsabilità. Proteggete, difendete il vostro risparmio da tutto questo: e se ne siete capaci, guadagnateci!

Ovviamente, lo stesso Financial Times dall’agosto 2025 ad oggi ha scritto in più occasioni dell’argomento in questione: e lo stesso ha fatto tutta la stampa internazionale.

Come avete fatto, amici lettori, a rimanere all’oscuro di tutto?

Leggiamo che cosa ha scritto pochi giorni fa il Financial Times.

Buongiorno. Ieri è stata una giornata opposta per il mercato azionario statunitense. Le cose che generalmente hanno funzionato nell'ultimo anno o giù di lì non hanno funzionato (tecnologia, finanza) e quelle che ultimamente sono rimaste indietro hanno avuto successo (energia, beni di prima necessità, immobiliare).

Ultimamente si sono verificate un paio di queste inversioni dell'ordine normale. È in arrivo un cambio di regime?

Dopo che l'amministrazione Trump ha aperto un'indagine penale sulla Federal Reserve, mi sono chiesto perché i mercati non sembrassero preoccuparsi della minaccia all'indipendenza della banca centrale. Una delle risposte più gettonate è stata che l'indipendenza della Fed è un'astrazione accademica, o forse una pia fantasia, in un momento in cui i deficit statunitensi sono così ampi e il debito così elevato che una qualche forma di monetizzazione del debito da parte della banca centrale è inevitabile.

Perché i mercati dovrebbero preoccuparsi di qualcosa che, di fatto, non esiste?

Questo tira e molla ha suscitato alcune e-mail da parte di lettori intelligenti.

Un corrispondente abituale, un gestore di titoli a reddito fisso piuttosto irascibile, ha obiettato all'idea che l'incontinenza fiscale del governo fosse responsabile della subordinazione della Fed e di altre banche centrali.

A suo avviso, le banche centrali hanno fatto questo a se stesse (e a noi).

Siamo arrivati ​​a questo punto a causa delle azioni estreme e sperimentali [delle banche centrali] per cercare di spostare l'ago dell'inflazione da circa l'1,7% al 2% [dopo la grande crisi finanziaria], con una giustificazione teorica ed empirica tutt'altro che dubbia. a causa della loro incapacità di accettare qualsiasi calo delle azioni o dell'economia (Schumpeter sia dannato), a causa della loro calorosa adesione a questo sistema di "eccesso/ampie riserve" con tutte le sue conseguenze in termini di leva finanziaria. e a causa del loro totale disprezzo per l'azzardo morale (Bagehot si sta rivoltando nella tomba), per la determinazione dei prezzi del libero mercato, per la determinazione dei prezzi e per le conseguenze indesiderate dei loro persistenti e ingenui interventi.

I governi di oggi non hanno alcuna disciplina perché le banche centrali di ieri hanno permesso loro di imparare lezioni terribili e dannose.

Ora siamo tutti intrappolati. In altre parole: poiché le banche centrali hanno protetto i mercati dalle conseguenze di una spesa pubblica sconsiderata e di una conseguente elevata leva finanziaria nel sistema finanziario, la spesa pubblica e la leva finanziaria sono ulteriormente aumentate. Il sistema è ora così precario, e le conseguenze di un crollo così gravi, che la Fed non ha altra scelta che intervenire ogni volta che i mercati iniziano a sussultare. L'azzardo morale non fa che peggiorare: questa è la trappola.

Questa visione è particolarmente rilevante nel contesto dei mercati dei prestiti overnight. Il regime di "ampie riserve" a cui si fa riferimento sopra è la quantità di liquidità del sistema finanziario che consente alla Fed di controllare i tassi overnight nonostante la pressione al rialzo su tali tassi derivante dall'enorme leva finanziaria del sistema. Ma a volte è difficile distinguere il controllo dei tassi di interesse a breve termine, che è la politica monetaria, dalla soppressione della volatilità immettendo liquidità nel sistema, perché altrimenti l'intera mostruosità sovraindebitata potrebbe esplodere, il che è solo un tentativo di ripulire il proprio pasticcio. L'aspetto perverso di tutto questo, sostiene il mio corrispondente, è che l'obiettivo della politica monetaria doveva essere l'economia reale. Ora l'obiettivo è e deve essere il sistema finanziario.

Tutto questo pompaggio di liquidità causerà inflazione, dice il mio corrispondente.

Perché il mercato obbligazionario non registra questo fatto? Perché non sarà un'inflazione dei prezzi al consumo. Sarà un'inflazione delle attività finanziarie. Il denaro immesso dalle banche centrali nel sistema finanziario non fuoriesce. Questo potrebbe non sembrare poi così male: un'inflazione dei prezzi delle attività migliore di un'inflazione del costo della vita. Ma le conseguenze distributive sono spiacevoli.

Consideriamo cosa è successo ai prezzi al consumo, ai prezzi delle case, alle azioni e ai salari dall'inizio del quantitative easing alla fine del 2008: i lavoratori dipendenti si sono arricchiti rispetto ai prezzi della maggior parte dei beni e servizi. Ma si sono impoveriti rispetto ai prezzi delle case – le case sono ovviamente ormai asset finanziari. Nel frattempo, gli azionisti, in quanto partecipanti diretti al sistema finanziario, hanno quintuplicato il loro denaro e si chiedono di cosa si lamentino tutti gli altri. Sarei curioso di sapere cosa pensano i lettori di questo quadro piuttosto desolante.

Ma per dare un'idea della gamma di opinioni su questi argomenti, un altro lettore ha scritto per sostenere che il motivo per cui il mercato obbligazionario non sta rispondendo a una minaccia di svalutazione o di "dominanza fiscale" è che non c'è alcuna minaccia a cui rispondere. L'aumento sincrono dei rendimenti dei titoli di Stato a lungo termine negli ultimi anni non è dovuto all'imminente monetizzazione del debito o a una crisi di insostenibilità del debito. Si tratta di una crescita reale un po’ più rapida e di un’inflazione più elevata: non trovo davvero convincente l’argomento della “dominanza fiscale”.

La spiegazione più ovvia dell'aumento dei rendimenti dal 2020 è che i rendimenti erano stranamente bassi e da allora si sono normalizzati con il miglioramento dell'economia. All'epoca, gli anni 2010 erano considerati un periodo di crescita del PIL nominale anormalmente lenta e di conseguenza di bassi rendimenti sul reddito fisso, cosa che all'epoca non piaceva a nessuno.

Se fossimo usciti da quel mondo, è logico che i rendimenti sarebbero più alti. È una storia che riguarda l'inflazione e le aspettative di crescita piuttosto che i deficit e le dinamiche del debito. Klein mi ha anche fatto notare che l'idea che il debito stia diventando insostenibile è più difficile da sostenere se si considera il contesto più ampio. Ciò che è accaduto non è tanto un massiccio accumulo di debito quanto un trasferimento di debito dalle famiglie al governo.

Quali sono le mie opinioni? Cosa ha causato il predominio fiscale? Esiste davvero? Non ne sono più sicuro. Mi gira la testa perché ci ho pensato troppo negli ultimi giorni.

L’articolo che avete appena letto solleva una serie di dubbi, e di domande. Poproprio per questo è utilissimo, per ognuno di voi lettori. Come è possibile anche solo pensare di investire un solo euro oppure un solo dollaro, senza avere una risposta per tutte le domande ed i dubbi che avete appena letto.

Noi, in Recce’d, queste risposte le abbiamo, tutte, e non da oggi ma da tempo. E sono diverse (profondamente) da ciò che avete appena letto nell’articolo.

Noi siamo disponibili ed interessati a metterle a disposizione di voi lettori: scriveteci usando il FORM che trovate alla pagina CONTATTI nel nostro sito. per proteggere il risparmio ed al tempo stesso ricavarne un rendimento.

Chiudiamo il nostro lavoro di oggi con alcune considerazioni appena pubblicate dal nostro amico Mohamed El Erian, che con questo intervento ci aiuta a riportare l’attenzione sui mercati finanziari del gennaio 2026: dove ci viene spiegato perché non si muovono più, per quale ragione le spinte del 2025 si sono esaurite, e ciò che potrebbe arrivare dopo la pausa.

Il tutto, ovviamente, determinato dal passaggio, che è già avvenuto, alla Repubblica delle Banane.

Leggete, con attenzione, e poi … datevi da fare, non aspettate che ve lo scrivano in prima pagina sul vostro quotidiano. Perché sarà tardi.

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Jan 12, 2026

È improbabile che la narrazione rialzista sull'IA che ha dominato nel 2025 continui a mettere in ombra altre incertezze persistenti, molte delle quali riflettono cambiamenti strutturali più profondi. I fattori tradizionali alla base dell'attività economica saranno sempre più messi in secondo piano da preoccupazioni per la sicurezza nazionale, dalla geopolitica e dalle macchinazioni politiche interne.

NEW YORK – Per i mercati globali, il 2025 è stato definito tanto da ciò che non è accaduto quanto da ciò che è accaduto. L'anno ha offerto una lezione magistrale sul potere di una singola narrazione, con scommesse massicce e concentrate sull'IA che mascheravano vari altri interrogativi senza risposta. Eppure, man mano che ci addentriamo nel 2026, è improbabile che la narrazione sull'IA si dimostri abbastanza forte da continuare a mettere in ombra altre incertezze persistenti, molte delle quali riflettono cambiamenti strutturali più profondi. Per investitori, banche centrali e governi, la situazione richiede un adattamento.

Molti sviluppi economici del 2025 hanno rappresentato una chiara critica al buon senso. Nonostante i terribili avvertimenti di una guerra commerciale "perdente-perdente-perdente", i dazi statunitensi non hanno innescato una spirale stagflazionistica né provocato le ritorsioni che molti si aspettavano. Ancora più sorprendente è stata l'adattabilità del motore delle esportazioni cinesi. Dirottando gli scambi commerciali attraverso partner non statunitensi, soprattutto in Europa e Asia, la Cina ha raggiunto un surplus commerciale record di oltre 1.000 miliardi di dollari. Negli Stati Uniti, i consumatori si sono dimostrati straordinariamente resilienti, soprattutto le famiglie a basso reddito, che hanno continuato a spendere nonostante i prezzi elevati, il crescente debito e le crescenti preoccupazioni per il lavoro e il reddito.

Se combinata con la disponibilità degli investitori a investire in "qualsiasi cosa basata sull'intelligenza artificiale" e a continuare a finanziare ingenti deficit negli Stati Uniti e in altre economie avanzate, questa resilienza ha alimentato una robusta espansione economica statunitense e generato ricadute positive per l'economia globale.

Con una crescita del terzo trimestre in accelerazione al 4,3%, l'economia statunitense ha superato le aspettative. Sotto la superficie, tuttavia, hanno iniziato a emergere tendenze strutturali inquietanti nell'economia più influente del mondo. Stiamo assistendo a un disaccoppiamento tra la crescita del PIL statunitense e la creazione di posti di lavoro, persino in queste primissime fasi di adozione su larga scala di intelligenza artificiale, robotica e tecnologie correlate. Inoltre, una divergenza sempre più ampia a "K" (con le fasce economiche più ricche che ottengono risultati molto migliori delle altre) sta trasformando l'accessibilità economica in un instabile punto critico politico e sociale. L'influenza sempre più importante sulle implicazioni politiche si riflette nella recente attenzione dell'amministrazione Trump all'edilizia abitativa e all'energia.

A livello globale, è difficile immaginare come altre grandi economie, in particolare l'Europa, possano continuare ad accettare gli ingenti volumi di esportazioni cinesi che sono stati dirottati verso di loro. Il ripetuto fallimento del coordinamento politico internazionale – vividamente illustrato dal boicottaggio statunitense del G20 in Sudafrica – conferma che l'era "multilaterale" è ormai un lontano ricordo, almeno per ora. È stata sostituita da un panorama più frammentato in cui predominano gli aspetti geoeconomici. Non importa che un coordinamento più stretto sia più che mai necessario per affrontare un'ampia gamma di sfide comuni, sia di vecchia data che nuove.

Ovunque si guardi, è probabile che i fattori tradizionali alla base dell'attività economica e commerciale vengano sempre più messi in secondo piano da preoccupazioni di sicurezza nazionale, geopolitica e macchinazioni politiche interne, in particolare negli Stati Uniti in vista delle elezioni di medio termine di quest'anno. Se nel 2025 si è cercato di ignorare le ricadute di mercato della politica interna e internazionale, nel 2026 si dovrà gestire la situazione.

L'intervento degli Stati Uniti in Venezuela ha ulteriormente complicato questa dimensione geopolitica. Uno sviluppo così improvviso e in gran parte inaspettato avrà probabilmente "effetti dimostrativi" multiformi. Non solo scoraggerà potenze minori come Colombia, Iran e Cuba dallo sfidare gli Stati Uniti, ma potrebbe anche incoraggiare potenze più grandi come Cina e Russia a consolidare le proprie sfere di influenza sulla base del principio del "più forte fa il giusto".

In queste nuove circostanze, la narrazione del predominio dell'IA sembra destinata a perdere un po' di rilevanza. Gli spiriti animali che hanno guidato finanziamenti indiscriminati e massicci lo scorso anno saranno sempre più domati dai timori di una bolla speculativa che costringeranno gli investitori a essere più selettivi. Il fascino per chi lavora sull'intelligenza artificiale – costruendo nuovi modelli straordinari – sarà attenuato dalla consapevolezza che l'Occidente sta rimanendo indietro rispetto alla Cina e ad alcune parti del Medio Oriente nell'utilizzo dell'intelligenza artificiale. Soprattutto ora, che siamo alle porte di una rivoluzione robotica, un'adozione diffusa sarà fondamentale. Questo divario di integrazione determinerà chi dominerà la prossima fase di crescita della produttività globale, ma non ha ancora attirato sufficiente attenzione politica negli Stati Uniti e in Europa.

Per gli investitori, la strategia standard dovrà cambiare. Cavalcare un'onda strutturale di ampia portata non è più una strategia così ovvia e redditizia. Le prospettive per il 2026 richiederanno probabilmente un approccio più tattico e dal basso.

Il successo richiederà l'identificazione di opportunità di "completamento del mercato", dove infrastrutture e nuovi strumenti consentano di applicazioni tecnologiche, e una maggiore attenzione alle attività tangibili rispetto alla crescita speculativa.

Da parte loro, governi e banche centrali devono riconoscere che non saranno più salvati dall'innovazione del settore privato e dai miracoli finanziari.

L'entusiasmo per l'intelligenza artificiale e gli ampi finanziamenti non offriranno più una protezione contro i fallimenti delle politiche. La transizione sarà particolarmente impegnativa per la Federal Reserve statunitense. La banca centrale più potente del mondo deve andare oltre l'approccio eccessivamente rigido e "dipendente dai dati" che l'ha trasformata più in un amplificatore di volatilità che in una fonte di stabilità. A meno che la Fed non proceda con le riforme a lungo necessarie per contrastare le forze che ne erodono la credibilità e l'efficacia, la sua indipendenza politica rimarrà a rischio.

Nelle economie avanzate, i cambiamenti nelle banche centrali dovranno essere accompagnati da strategie di crescita globali.

Disavanzi elevati e debito in aumento si dimostreranno molto meno perdonabili in un mondo in cui la narrazione dell'intelligenza artificiale non è più abbastanza forte da soffocare le politiche in ritardo.

Una crescita contenuta al di fuori degli Stati Uniti, soprattutto in Europa, la cui modernizzazione (come auspicato nel Rapporto Draghi) procede a passo di lumaca, contribuirà ulteriormente alla potenziale instabilità globale. In ogni caso, il 2026 non porterà con sé la stessa situazione. Dovrebbe essere un anno di ricalibrazione, sia per gli investitori che per i policymaker.

Valter Buffo
Detox. Tutti vogliono Detox: da destra e da sinistra
 

Tutti i nostri lettori lo avranno già notato: nonostante uno sforzo senza limiti, e con ogni mezzo, e concertato tra più parti, per dare agli ultimi giorni del del 2025 ed agli ultimi primi giorni del 2026 una connotazione euforica, sia intorno sia dentro ai mercati finanziari internazionali, nulla di tutto questo è successo:

  • i prezzi dei Titoli di Stato sono quelli di 12 mesi fa: nessuno li compera, nonostante ogni giorno, e più volte al giorno, ci sia qualcuno ad insistere che sono l’affare d’oro da non lasciarsi sfuggire

  • le Borse di tutto il Mondo, e prima fra tutte quella americana, hanno messo a segno rialzi così piccoli da risultare senza significato: un indice di Borsa, come tutti sanno, può mettere a segno in una sola giornata movimenti del 3-4-5% ed è per questo che i rialzi degli ultimi tre mesi sono, molto semplicemente, nulla; un nulla che contrasta in modo forte con i titoli dei quotidiani, con ciò che tutti leggiamo sui social, ma soprattutto con le previsioni che tutti voi avete letto per il 2026 ed il “pompaggio” disperato di “AI”; in particolare, ciò che oggi colpisce è che tutte le banche internazionali di investimento a fine anno 2025 hanno spinto (come sempre fanno, ma persino di più) sui rialzi delle Borse nel 2026, però nessuno ci è cascato e nessuno è corso a comperare; se è così sicuro e tranquillo, allora perché non comperare oggi? Forse, tra gli investitori di massa, è ancora vivo il -20% nel mese di aprile 2025, ovvero solo nove mesi fa.

  • il petrolio, poi: il petrolio è clamoroso! Siamo arrivati al punto di invadere il Venezuela, e rapire un Capo di Stato, pur di muoverlo dai 60$: ma non si è mosso, neppure di 3$; zero: il mercato ha risposto “non ci interessa”; il che ci lascia, ovviamente, con la domanda a cui trovare una risposta: che cosa muove il petrolio, oggi?

  • una sola cosa si è mossa, nell’ultimo trimestre: ed è l’oro, insieme all’argento: Recce’d ha dedicato due Post della serie Detox proprio a questo tema (in settembre ed in dicembre) spiegando al lettore che il segnale è forte, il messaggio è significativo … ma NON per ciò che riguarda il prezzo di oro ed argento; bensì, per tutti gli altri asset finanziari.

Che cosa ha fermato i mercati finanziari? Il panico.

Come Recce’d ha spiegato al lettore sin dal 2023, il Mondo è entrato in una Nuova Era, e lo stesso vale (ovviamente) per i mercati finanziari. In fasi come questa, che è corretto definire “storiche”, diventa cruciale la protezione del proprio risparmio, e la ricerca del rendimento deve essere fatta andando in direzione contraria rispetto alle masse, e pensando in modo nuovo.

Tutto questo lo abbiamo già scritto, trattato ed analizzato nella serie Detox, ed in modo particolare nei Post pubblicati in novembre ed in dicembre. Nel primo Post dell’anno nuovo, poi, abbiamo dato a tutti gli investitori un concreto suggerimento: per le vostre scelte di investimento, di oggi e di domani, partite sempre, ed unicamente, dalla realtà delle economie: proteggete i vostri risparmi dalla distorsione dei media, dalle favole inventate dai venditori, dalle strategia di vendita delle Reti di promotori finanziari, financial advisor e private banker, strategie che a loro volta vengono mutuate dallo zelate e quotidiano lavoro delle banche internazionali di investimento.

Come Recce’d ha suggerito, e suggerisce ogni giorno dalla propria Home Page, la chiave del vostro successo di investitori è sintetizzata dal claim “THINK NEW” che non è nostro ma di Apollo Management, uno dei più importanti asset manager non convenzionali al Mondo.

Quando Recce’d nel 2023 ne scrisse, noi eravamo i soli ad anticipare la Nuova Era che ogni mattina leggete sul vostro quotidiano, ascoltate al GR, oppure al TG, e di cui scrivete sul vostro social di fiducia. La cosa esisteva soltanto per noi, e pochi altri: oltre che ovviamente per tutti i nostri lettori.

Ci colpisce quindi di leggere, in questo inizio del 2026, della nuova Era e delle sue ricadute sui mercati finanziari e sui risparmiatori sui mezzi di informazione di massa. Prima, nel mondo anglosassone, ed adesso anche sui mezzi di informazione di massa italiani.

Per il nuovo Post, abbiamo selezionato due esempi: e per non fare discriminazioni, abbiamo scelto due quotidiani ad ampia diffusione e di orientamento politico opposto. Si tratta del Fatto Quotidiano, che è molto vicino ad una delle forze politiche che stanno all’oppisizione in questo Parlamento, e poi del quotidiano Il Giornale, molto vicino alle forze politiche attualmente al Governo.

Abbiamo già chiarito che il lavoro di Recce’d è concentrato sulla performance degli investimenti finanziari e la protezione del risparmio: non c’è alcuna intenzione oppure inclinazione politica e non c’è alcuna intenzione diversa dall’ottimizzare la gestione dei propri investimenti finanziari. Non facciamo il tifo per questo né per quello: noi facciamo il tifo, però, per la stabilità finanziaria, per il rendimento degli investimenti, per l’allocazione ottimale delle risorse. Indipendentemente dalla parte politica.

I nostri nemici quindi sono le scommesse azzardate, le “narrative” create per manipolare le masse, i prodotti finanziari che nascondono rischi all’investitore, le truffe e gli inganni attraverso i social ed il web, le politiche finanziarie azzardate e mal calcolate di Stati e Banche Centrali , le Aziende gestite in modo spericolato e dannoso per chi ci investe, le previsioni non sostenibili e campate per aria allo scopo di impressionare, i toni esasperati.

E siamo nemici di tutto ciò che mette a rischio la stabilità del sistema finanziario, e quindi dei mercati finanziari, e quindi dei portafogli titoli dei nostri Clienti.

Proprio di questo, come dicevamo, oggi si discute persino sui social e sui mezzi di comunicazione di massa, che sono sempre gli ultimi ad arrivare sulle cose.

Si tratta di un segnale? Di un segnale importante? Lasciamo la risposta al lettore.

Lo scopo del nostro Post è quello di mostrare al lettore come, in quale modo e con quali toni, se ne parla oggi ed alle masse.

Recce’d ne scrive e ne parla in modo decisamente diverso, con attenzione quotidiana e qualità dell’analisi.

Ma è bene che il nostro lettore sia informato anche di ciò che si dice in giro, e che il lettore possa a quel punto fare i propri confronti.

Iniziamo quindi a leggere insieme un articolo da Il Fatto Quotidiano, che prende lo spunto dai recenti fatti del Venezuela.

Dietro l’intervento muscolare degli Stati Uniti c’è un Paese alle prese con un debito fuori controllo, un dollaro indebolito e una finanza che regge solo grazie a continue iniezioni di fiducia.

È in questo spazio di fragilità che diventa centrale il Venezuela: non tanto per la sua economia — che secondo molti analisti avrà per ora un impatto globale irrilevante sul prezzo del petrolio — quanto come leva finanziaria e geopolitica. Elon Musk si è già mosso e così hanno fatto i mercati: le major petrolifere americane hanno registrato rialzi netti. “Una valanga di soldi di cui gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno”, ragiona Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa e autore di La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza, 2025). Che al Fatto spiega il filo che lega la mossa in Venezuela al circolo vizioso tra bolla finanziaria, grandi fondi d’investimento e debito pubblico statunitense.

Professor Volpi, in Venezuela Trump sta mostrando i muscoli, ma lei parla di una dimostrazione di debolezza. Perché?
Le condizioni oggettive dell’economia americana oggi sono tutt’altro che solide: il gigantesco debito federale sfiora i 38 mila miliardi di dollari, gli interessi costano quasi 1.200 miliardi di dollari l’anno, il dollaro è debole e l’inflazione non consente di ridurre i tassi. A queste condizioni, la reindustrializzazione promessa da Trump appare estremamente complicata. Si aggiunga un disavanzo commerciale che non si riesce a ridurre in modo significativo. Né con i dazi, né con la spinta dell’intelligenza artificiale. Anzi, in questo quadro il timore di una bolla finanziaria è piuttosto fondato se consideriamo che oggi il gigante dell’hardware per l’IA, l’americana Nvidia, vale 5.000 miliardi di dollari. E’ di fronte a una situazione così complessa che gli Stati Uniti imboccano ora una strategia che è anche pericolosa.

Vista così sembra più una mossa disperata.
La strategia di Trump in Venezuela non è un’opzione di potenza, ma una scelta quasi obbligata per acquisire risorse attraverso l’unico strumento che gli resta: la forza militare. Disperato è il bisogno di soldi perché il resto del mondo, a parte gli europei, non è più disposto a trasferire capitali verso Washington o a finanziare il debito Usa: i cinesi hanno smesso da tempo di acquistarlo e le petromonarchie sono ormai riluttanti. Con un dollaro così debole non possono più semplicemente stampare moneta e devono trovare il modo di alimentare una gigantesca bolla finanziaria che non possono permettersi di lasciar esplodere.

Che c’entra il Venezuela?
Intanto per reindustrializzarsi hanno bisogno di materie prime a basso costo e terre rare, ma soprattutto del monopolio dell’energia fossile, l’unico settore dove pesano ancora a livello globale: gli Stati Uniti sono tra i principali esportatori di gas naturale liquefatto e dominano il comparto dello shale oil e dello shale gas. Impossessarsi delle zone energetiche è fondamentale per loro. Da qui l’interesse per aree strategiche come la Groenlandia o il Venezuela, che ha le maggiori riserve mondiali di petrolio.

Ma l’industria petrolifera venezuelana è a pezzi e ci vorranno anni di investimenti tecnici e infrastrutturali prima di vedere un solo barile extra.
E’ proprio questo il punto. Per valorizzare i giacimenti serviranno anni, ma dal punto di vista finanziario l’effetto è immediato. Trump sa perfettamente che basta dare il segnale di aver “preso possesso” del Venezuela per far salire i titoli delle grandi major petrolifere. E così è stato all’apertura delle borse: le azioni Chevron, ExxonMobil, ConocoPhillips, ma anche quelle legate alla ricostruzione degli impianti estrattivi e alla loro sicurezza, come Halliburton e Baker Hughes, sono cresciute perché la finanza cresce in base alle aspettative. In altre parole, Trump sta già vendendo l’idea del petrolio venezuelano e la sta finanziarizzando.

Sta dicendo che l’obiettivo primario è creare una sorta di bolla venezuelana?
Penso che anche l’attacco all’Iran fosse funzionale a trasmettere un messaggio agli operatori finanziari: “Cari investitori, sappiate che posso garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz”. Lo stesso vale per le rotte del Mar Rosso e lo Yemen, altri teatri di interventi militari americani. Annunciare, minacciare, segnalare il controllo dell’area serve ad attirare capitali verso Wall Street. Capitali che altrimenti potrebbero andare altrove, magari verso il riarmo europeo che per Trump è tutto fuorché opportuno.

Invece?
Invece operazioni come quella a Caracas si traducono subito in capitalizzazioni e dividendi gonfiati per le società del comparto energetico. Che, guarda caso, sono dei grandi gestori del risparmio statunitensi. Colossi come BlackRock, Vanguard, State Street. Insomma, la grande finanza, l’unica a comprare ora il debito americano che non compra più nessuno. Non solo: sono gli stessi che amministrano i fondi pensione americani e i prestiti agli studenti: Trump punta molto su una ricaduta diffusa dell’intervento in Venezuela, capace di attrarre consenso attorno alla sua politica, e credo che su questo avrà ragione.

Avrà ragione anche Musk che offre ai venezuelani un mese di internet gratis con la sua Starlink?
La prospettiva di un ruolo centrale nel Venezuela di domani conferisce a Starlink un immediato aumento di valore, quindi la mossa è perfettamente coerente. Ma c’è dell’altro. Insieme a figure come Peter Thiel con la sua Palantir, Musk rappresenta quella “finanza alternativa” che Trump sta usando per ricompattare il capitalismo finanziario americano. Il Venezuela è un’occasione anche in questo senso: da un lato ci sono i colossi tradizionali legati al petrolio, dall’altro i Big Tech legati alle commesse militari e satellitari del Pentagono. Tutti beneficiano di questa strategia aggressiva, che serve a gonfiare la bolla finanziaria, attirare risparmi dal resto del mondo e, in ultima istanza, sostenere l’enorme debito federale.

Cosa può andare storto?
Il grande tema è quanto la Cina possa tollerare questa strategia. I cinesi hanno i loro interessi, basta pensare all’hub che hanno costruito in Perù per il rifornimento di gas e petrolio dall’America Latina, alla centralità di Panama per i loro scambi commerciali, o alle forniture di cereali e altri prodotti che hanno sostituito quelli americani sul mercato cinese. Per ora la Cina osserva attentamente, ma la domanda resta: fino a quando?


Come leggete, il taglio scelto da Il Fatto Quotidiano si concentra sulla Amministrazione Trump e le sue scelte politiche. Anche Recce’d lo ha fatto, e più di una volta negli ultimi mesi.

La nostra scelta è spiegata unicamente dalla ampia influenza dell’economia e dei mercati finanziari americani su tutti i mercati finanziari del Mondo. Da parte nostra, non ‘è alcun pregiudizio negativo verso l’attuale Amministrazione USA, verso la quale al tempo stesso non soffriamo di timore reverenziale, esattamente come (nell’interesse del nostro Cliente) abbiamo criticato le scelte della Federal Reserve, delle Amministrazioni precedenti, della BCE, di Mario Draghi, degli altri Primi Ministri italiani, della Banca del Giappone e così via.

Come detto noi siamo avversari di tutti quelli che amano raccontare le favole, di chi propone semplificazioni ingenue o peggio stupide, di chi ha la chiara intenzione di manipolare i mercati ed i risparmiatori, o intenzioni ancora peggiori di queste per noi investitori.

Se l’articolo del Fatto Quotidiano che avete letto tradisce un certo pregiudizio verso Trump, dall’articolo de Il Giornale che segue ovviamente ricaviamo una diversa inclinazione politica: ciò che qui interessa, noi ed i nostri lettori, è che le implicazioni per ciò che riguarda i mercati finanziari ed il risparmio sono però molto simili. A destra ed a sinistra. E di questo, davvero, vale la pena di prendere nota, il 10 gennaio del 2025.

Non tutte le rotture della storia arrivano con il rumore delle bombe a grappolo o il crollo immediato dei listini. Alcune si manifestano in sordina, come una variazione poco percettibile della pressione atmosferica, e solo dopo si capisce che l'aria è cambiata.

Il blitz venezuelano appartiene a questa categoria. Non è un incidente. Non è un eccesso. È una frattura strutturale dell'ordine globale. Una di quelle che non producono subito terremoti visibili, ma che spostano le fondamenta su cui poggiano politica, finanza e mercati.

Con l'azione rivendicata dagli Stati Uniti contro un capo di Stato straniero, Washington ha attraversato una soglia che per anni era rimasta implicita. La forza c'era sempre stata, ma veniva schermata dal linguaggio del multilateralismo, dalle procedure, dalle risoluzioni, dal rito diplomatico; in passato persino dalle infiltrazioni destabilizzanti delle agenzie e dai conflitti per procura. Oggi quella liturgia è caduta. E quando cade una finzione, i mercati sono sempre i primi ad accorgersene.

Un presidente americano in carica rivendica un intervento diretto, cinetico, fuori da una guerra formalmente dichiarata, senza mandato internazionale, con un obiettivo politico esplicito: la rimozione di un regime. Che quel regime meritasse di cadere è quasi secondario. È la modalità con la quale è stato abbattuto che cambia tutto. Perché non siamo di fronte a una semplice novità diplomatica, ma a un precedente sistemico. E i precedenti, in finanza come in geopolitica, contano più delle rassicurazioni.

In altre parole, non si riscrive soltanto il dossier Venezuela. Secondo l'economista Gianclaudio Torlizzi, si riscrive il manuale del rischio globale. Ciò che ieri era ritenuto improbabile oggi diventa possibile. E ciò che diventa possibile, inevitabilmente, deve essere prezzato. Il messaggio è netto, quasi brutale: quando l'interesse strategico lo richiede, gli Stati Uniti agiscono da egemone sovrano. Le istituzioni diventano opzionali, il diritto internazionale elastico, la deterrenza immediata. Non più sanzioni diluite nel tempo, non più negoziati infiniti. Azioni rapide, chirurgiche, definitive. Il ritorno della decisione concentrata, senza mediazioni.

Per Iran, Russia, Corea del Nord e per l'intero universo BRICS che da anni coltiva l'idea di un mondo post-dollaro, il segnale è chiarissimo. La distanza geografica non è più una protezione. L'ambiguità strategica americana è finita. E quando finisce l'ambiguità, aumenta la volatilità. Non solo militare, ma finanziaria, valutaria, politica.

In America Latina l'effetto sarà profondo. Ogni governo dovrà ricalcolare le proprie certezze: sicurezza, stabilità politica, esposizione finanziaria, dipendenza dal dollaro. L'autoritarismo non è più uno scudo. Diventa un moltiplicatore di rischio. E il rischio, nei mercati, ha sempre un prezzo. Prima o poi.

Le Borse lo sanno. E infatti non temono tanto l'evento in sé, quanto il precedente che introduce. Energia, valute emergenti, debito sovrano entrano in una fase di riprezzamento che non sarà lineare né indolore. Il Venezuela smette di essere un'anomalia esotica e diventa una variabile geopolitica attiva, replicabile. In questo contesto il tema monetario torna centrale. La contrapposizione tra petrodollaro e petroyuan esce finalmente dal dibattito accademico e si confronta con la realtà del potere. Perché una valuta non vive di sola fiducia, ma dell'ombrello geopolitico che la protegge. E quando quell'ombrello si muove, anche le certezze monetarie iniziano a scricchiolare.

Nel sottosuolo dei mercati cresce una domanda silenziosa, ma decisiva: se una sovranità può essere rimossa unilateralmente, cosa è davvero risk free? Oro, asset reali, strumenti non sovrani non reagiscono sempre subito nei prezzi, ma accumulano significato prima ancora che valore. È lì che si prepara il prossimo ciclo.

Il vero cambiamento, tuttavia, non è solo politico o finanziario. È temporale. Il rischio si comprime. I mercati non devono più prezzare solo gli scenari, ma la velocità delle decisioni americane; e probabilmente di quelle cinesi domani. Il tempo diventa la variabile critica. Chi decide prima, vince. Chi aspetta conferme, perde.

Non siamo di fronte a un'escalation. Siamo di fronte a un cambio di fase. La storia accelera. E chi continuerà a leggerla con le categorie di ieri rischia di pagarne il costo domani. Non nei libri, ma direttamente sui mercati.


In modo involontario, Osvaldo de Paolini (che ringraziamo per questa profonda riflessione finale) qui sta facendo pubblicità: non a Mediolanum, non a Fideuram, non a Fineco, non a Generali oppure Allianz oppure una delle tante altre, bensì proprio a noi, a noi di Recce’d.

Perché quella dei “mercati che recuperano sempre” è solo una frase vuota di senso, uno slogan pubblicitario di bassa qualità.

E perché noi, in Recce’d, siamo già pronti: e da anni. Citiamo de Paolini: Il tempo diventa la variabile critica. Chi decide prima, vince. Chi aspetta conferme, perde.

Ed ora vi lasciamo a riflettere, sulla domanda proposta da de Paolini: che cosa è davvero risk-free? La risposta, sta nelle strategie di investimento, nella asset allocation e nella gestione dei portafogli modello di Recce’d.

Oggi, per voi, disponibile: è sufficiente una e-mail, ed il contatto è immediato.

Valter Buffo
Primo Detox del 2026. Non è la “bolla di AI”: è un “futuro” che non esiste. Proteggetevi (e guadagnateci)

La parola d’ordine per tutti gli investitori nel 2026 sarà: “proteggere”.

In secondo luogo, e quindi dopo avere protetto, ci sarà “guadagnare”.

Nel 2026 è in arrivo una serie di ondate di cambiamento: oggi qualcuno, con poco coraggio e molta ipocrisia, lo definisce “un più che probabile aumento della volatilità”.

In realtà, si tratta di un castello di carte che crolla.

E non stiamo riferendoci, questo è certo (e lo avevamo già chiarito) alla “bolla di AI”.

Il tema della “bolla di AI”, se si guarda alla asset allocation, alla gestione del portafoglio titoli, ed alla futura strategia di investimento, è uno specchietto per le allodole. Qualcosa che è stato tirato fuori a novembre 2025 dai media come “copertura”, un modo per distrarre.

Per i nostri investimenti ed il nostro rispamio, il focus dell’attenzione deve spostarsi subito su un tema diverso: il futuro che non esiste.

Tutto intero il mercato internazionale, così come lo leggiamo ai prezzi della sera del venerdì 2 gennaio 2025, risulta fondato su aspettative deliranti e previsioni folli: nessun ancoraggio con la realtà. Solo fantasie malate ed allucinazioni prodotte chimicamente.

Proteggete i vostri risparmi dalle allucinazioni, e dagli esaltati. Ma pure dalla “insalata di parole”.

Partiamo dalla “insalata di parole”. Leggiamo insieme qualcosa … che non significa nulla!

Le principali banche e istituzioni finanziarie stanno acquisendo previsioni per il 2026, e se cercate previsioni audaci, non le troverete qui.

Il consenso è su una "crescita moderata" con un contorno di "incertezza" – la versione degli economisti istituzionali dell'insalata di parole.

C'è una buona ragione per la loro cautela e il loro conservatorismo, ovviamente. Le istituzioni favoriscono il business as usual; non si arriva al vertice facendo affermazioni audaci che potrebbero poi rivelarsi completamente sbagliate. Dati i loro incentivi, è più saggio per gli esperti in queste posizioni coprire ogni affermazione e sottolineare i rischi al ribasso senza impegnarsi in alcuna visione specifica.

Inoltre, è proprio vero che nessuno conosce il futuro – cosa che i veri esperti, in ogni campo, saranno i primi a dirvi.

Detto questo, vale comunque la pena ascoltare direttamente gli esperti. Ecco cosa dicono i principali attori della finanza e del settore bancario sul 2026, seppur in modo poco impegnativo.


L'economia a forma di K continuerà a prevalere

Il colosso della contabilità Ernst & Young prevede che la crescita degli Stati Uniti rallenterà leggermente il prossimo anno, con i consumatori benestanti e gli investimenti legati all'intelligenza artificiale a trainare la crescita, nonostante l'aumento dei prezzi e dei costi di finanziamento pesi sulle famiglie a basso reddito, fattori che hanno già fatto notizia nel 2025.

In un recente rapporto, la società ha avvertito che "la spesa dei consumatori probabilmente rimarrà disomogenea: le famiglie ad alto reddito continueranno a guidare le spese, mentre le famiglie a basso reddito rimarranno sotto pressione a causa dell'aumento dei prezzi, del rallentamento della crescita di salari e posti di lavoro e dell'aumento dei costi di finanziamento".

Crescita del PIL e tassi di interesse

Bank of America Global Research prevede che l'economia statunitense crescerà a un ritmo di circa il 2% entro la fine del 2026. La previsione "rialzista" si basa sulle modifiche al codice fiscale volte a stimolare gli investimenti, oltre che sulla continua solidità della spesa dei consumatori e della spesa delle imprese legata all'intelligenza artificiale.

Anche la ricerca di Goldman Sachs prevede che gli Stati Uniti supereranno la maggior parte delle altre grandi economie, sebbene l'adozione dell'intelligenza artificiale potrebbe pesare sulla crescita dell'occupazione. L'azienda prevede una crescita del PIL globale di circa il 2,8% nel 2026, leggermente superiore alle previsioni più ampie, e osserva che la fine della chiusura delle attività governative probabilmente creerà un effetto rimbalzo all'inizio dell'anno.

Non sorprende che i tassi di interesse siano un altro tema centrale nelle previsioni. S&P Global prevede due tagli dei tassi di 25 punti base nella seconda metà del 2026. Tassi più bassi probabilmente fornirebbero un certo sostegno all'indebitamento e agli investimenti, sebbene la maggior parte degli analisti rimanga cauta sulla rapidità con cui le condizioni finanziarie (leggi: elevati costi di indebitamento) potrebbero allentarsi.

35% di probabilità di recessione

Non tutte le prospettive sono uniformemente ottimistiche. JPMorgan Global Research stima la probabilità di una recessione negli Stati Uniti e a livello globale nel 2026 a circa il 35%, citando "inflazione vischiosa" e il rallentamento del mercato del lavoro.

Quindi, anche nel suo scenario di base, la banca vede un rischio significativo di recessione, con una probabilità di fatto di una su tre.

Altre banche adottano un tono più agnostico. Morgan Stanley descrive le prospettive come di "crescita moderata con un'ampia gamma di possibilità", ovvero nessuna contrazione e nessun boom. È una formulazione che copre essenzialmente tutti i possibili esiti e, a dire il vero, una formulazione che compare in qualche modo nella maggior parte delle previsioni per il 2026.

In effetti, "crescita moderata" potrebbe essere la definizione più vicina a una visione consensuale. La maggior parte degli esperti prevede un'espansione dell'economia nel 2026 e quasi tutti sottolineano l'"incertezza", esortando aziende e investitori a pianificare scenari multipli, come se la pianificazione aziendale richiedesse altro.

La morale della favola? "Crescita moderata" significa ben poco.

Il problema non è che il 2026 sia difficile da prevedere, ma che le previsioni istituzionali sono progettate per non sbagliarsi in modo da rimanere impresse nella memoria.

Per investitori e aziende, ciò significa considerare queste previsioni meno come spunti di riflessione e più come un modo per verificare cosa le grandi istituzioni sono disposte a dichiarare pubblicamente. E per il 2026? La risposta è: non molto.


L’articolo che avete appena letto si commenta da sé, e non aggiungeremo nulla.

Il nostro obbiettivo, come sempre, è anche oggi quello di renderci utili per i nostri lettori per le loro scelte di investimento, per la rettifica della loro asset allocation, per la definizione di una strategia di investimento che sia analitica e fondata, e per questo intelligente, e dunque vincente sia in termini di risultati, sia in termini di controllo dei rischi di investimento.

Per ottenere questo risultato, è indispensabile proteggere il proprio risparmio dalla “insalata di parole”: la sola certezza che esiste in Finanza è che ci va dietro a questa “insalata di parole” non guadagnerà mai nulla. Proprio zero. E molti, tra i nostri lettori, lo hanno sperimentato proprio sul proprio portafoglio titoli.

Ma non è sufficiente. Messa da parte l’insalata di parole (ovvero: il nulla), tutti noi investitori siamo costretti a chiederci che cosa orienterà i mercati finanziari e definirà i guadagni e le perdite. Che cosa separerà nel 2026 i vincitori dagli sconfitti?

la nostra risposta: oggi, nella situazione che affrontiamo il 3 gennaio 2026, il fattore chiave, la ricetta del successo, di ogni successo negli investimenti, sta nella capacità di proteggersi dai deliri e dalle allucinazioni.

Per questa ragione, da mesi noi di Recce’d mettiamo in guardia tutti i lettori, consigliandoli di non prestare attenzione alla “bolla di AI” che viene propagandata dai social e dai media. Non è quello, il problema, nel gennaio 2026: non è la “bolla di AI”.

Il problema che tutti voi investitori oggi, nel gennaio del 2026, dovete affrontare con urgenza è quello del “futuro che non esiste”.

Di che cosa si tratta, è facilissimo da spiegare.

Avete appena letto la “insalata di parole”: ora chiedetevi come si passa da quella “insalata di parole”, dal tono moscio, impaurito, dubitante, cauto ed in estrema sintesi deprimente, alla vera e propria isteria euforica che avete visto negli ultimi tre anni su molti mercati finanziari.

Fatevi subito una domanda: nel contesto che è stato descritto dalla “insalata di parole”, da dove dovrebbe scendere il 15% di crescita degli utili aziendali? Da dove arriva? Dal cielo, insieme ad oro, argento e mirra, con i tre Re Magi? Da dove li tirano fuori quei soldi, le Aziende quotate, da dove vengono quegli enormi benefici che a voi sono stati anticipati?

Rispondetevi: noi nel frattempo continuiamo nella nostra analisi. Parlando con voi del “futuro che non esiste”.

Lo stato alterato di euforia di alcuni dei mercati finanziari nel gennaio 2026 è il prodotto di una azione di manipolazione messa in atto da diversi soggetti: all’inizio, furono le Banche Centrali (dal 2012), poi sono arrivati anche i Governi (con il COVID del 2020): il tutto con la collaborazione dei Volenterosi, che in questo specifico caso sono le banche internazionali di investimento e le Reti che vendono le polizze, le GPM ed i Fondi Comuni.

Si è diffusa così l’impressione, totalmente falsa e molto dannosa, che la manipolazione verso l’alto dei mercati finanziari “fa felici tutti e non costa nulla”.

Una sciocchezza capitale, questo è ovvio. ma che nel brevissimo termine può fare comodo. Ed è per questo che viene sfruttata.

Ma è proprio da qui, partendo da questo punto, che i nostri guadagni arriveranno, e abbondanti, anche nel 2026.

Le cose oggi stanno così: sfruttando soprattutto i social, ma pure i media, si fa in modo di diffondere aspettative non soltanto incredibili, ma pure del tutto slegate dalla realtà del gennaio 2026: come viene fatto nel Post qui sopra, dove si scrive di “una crescita dell’economia del 10%, 15% oppure 20% in un solo anno”.

Si tratta ovviamente di baggianate, di quelle che vengono ripetute da chi si fa illudere dalle sue stesse parole.

Ma sono baggianate che diventano “spendibili” proprio grazie al concerto delle Reti di promotori finanziari e financial advisor, e delle banche internazionali di investimento, e dei media, ma soprattutto dei famigerati “social”, lo strumento per eccellenza di chi si serve di “armi di distrazione di massa”.

E chi, più di Elon Musk, è capace di sfruttare, per i propri interessi privati, i famigerati “social”?

Si tratta di una propaganda del tutto simile alla propaganda bellica, analizzata e studiata per decenni da Accademici e politici, quella resa celebre durante la Prima ed ancora di più la Seconda Guerra Mondiale.

Si tratta della medesima cosa, oggi impiegata per una altra guerra, una guerra diversa: la guerra per impossessarsi delle vostre risorse e del vostro risparmio. Amici lettori: si prendono il vostri risparmio, invece di aumentare le tasse e colpire il reddito. E’ davvero molto semplice.

Musk poi è stato capacissimo di farlo per due decenni (attraverso le sovvenzioni statali, delle quali lui, Elon Musk, ha beneficiato più di ogni altro essere umano sulla Terra, parola di Donald J. Trump; sovvenzioni pagate mettendo nei vostri portafogli i Titoli di Stato; siete stati voi a pagare a lui le sovvenzioni, anche in Italia).

Stiamo quindi parlandovi di una ben precisa strategia, che oggi viene messa in pratica convincendo una massa isterica ed ansiosa che ci attende tutti un futuro che … non esiste e mai esisterà.

Per il 2026 è stata preparata una “storia” che racconta di crescita economica sempre e comunque positiva, inflazione in calo e tassi in calo. Poi, qualcuno (abbiamo già fatto evidenti qui sopra gli esempi di Trump e Musk) ci aggiunge i propri vaneggiamenti di “crescita del PIL a due cifre”. E scatta la trappola.

La trappola ha lo scopo di impadronirsi del vostro risparmio, alla fine facendo perdere a voi i soldi.

Vi ricordiamo che noi di Recce’d il 6 luglio scorso, ne abbiamo scritto alla pagina TWIT - TWOO del nostro sito, anticipando questa scelta strategica: inventare una “storia” in cui la crescita eccezionale delle economie risolve ogni problema.

In quel giorno di luglio, noi di Recce’d avevamo spiegato al lettore che si tratta in sostanza, di una scelta del tipo “giochiamoci tutto”, ovvero della scelta “o la va, o la spacca, e tutto salta per aria”. Se non funzionasse, si accetta fin da subito di andare al disastro.

Siete consapevoli?

Accettate di proseguire lungo questa strada?

Volete giocare anche voi a “Chi la spara più grossa”?

Con i vostri risparmi?

E arriviamo ai mercati finanziari. Sui mercati finanziari, l’azione concertata delle banche di investimento e dei financial advisors punta, nel gennaio 2026, a convincere i risparmiatori meno informati e meno attenti, i più facili da raggirare, a seguire una strategia di investimento che punta proprio sulla strategia “o la va, oppure salta tutto”. E come? In che modo? Lo spieghiamo con l’immagine che leggete qui sotto.

Non è difficile, anzi è facilissimo, smontare tutto questo “castello di sogni sulle nuvole”, e noi per aiutarvi lo facciamo proprio in questo Post.

In primo luogo, per ciò che riguarda le economie: e quindi smontare la “crescita del PIL a due cifre”.

In secondo luogo, per ciò che riguarda i mercati finanziari: e quindi indirizzare la gestione del portafoglio titoli e del risparmio in modo alternativo.

Iniziamo quindi dalle economie, e dalla “crescita del PIL a due cifre”, leggendo insieme il contributo che segue qui sotto, che risolve ogni questione.

L'economia globale ha dovuto affrontare numerosi ostacoli nel 2025. Il governo degli Stati Uniti ha stravolto la saggezza economica di lunga data in un modo che molti economisti temevano avrebbe danneggiato sia l'economia americana che quella di altri paesi. Le istituzioni internazionali sono state messe da parte, i dazi sono stati imposti, l'indipendenza della Federal Reserve è stata messa in discussione, il tutto mentre il debito continuava a crescere.

Se a tutto ciò si aggiungono le crisi geopolitiche in tutto il mondo e la disinvoltura con cui i mercati dei capitali hanno finanziato l'intelligenza artificiale, si sono presentate numerose opportunità per fallimenti del mercato e recessioni. Eppure, l'economia americana e globale hanno registrato una forte crescita e i mercati azionari sono saliti alle stelle.

Non è affatto garantito che saremo altrettanto fortunati nel 2026. Per continuare la nostra serie di successi economici e finanziari, è necessario che siano apportati aggiustamenti sia al settore pubblico che a quello privato. Entrambi devono fare scelte più oculate, concentrandosi sulle riforme strutturali, piuttosto che limitarsi a investire denaro per risolvere i problemi e imporre dazi ai partner commerciali.

Nonostante l'amministrazione Trump abbia boicottato il vertice del G20, imposto dazi doganali in tutto il mondo e smantellato il consenso di Washington sulla liberalizzazione e il libero mercato, che i governi statunitensi avevano ripetutamente sostenuto, l'economia americana è riuscita ad accelerare la crescita del PIL reale al 4,3% nel terzo trimestre, evitando importanti ritorsioni commerciali da parte della maggior parte dei paesi. L'economia globale è cresciuta a un rispettabile 3%; l'economia cinese ha dimostrato una notevole agilità contro le misure protezionistiche americane, compensando il calo di circa il 30% delle esportazioni verso gli Stati Uniti con maggiori spedizioni verso l'Europa e il Sud-est asiatico. Il surplus commerciale della Cina, per la prima volta, ha superato i mille miliardi di dollari: un'impresa sbalorditiva.

Poi ci sono stati i leader dell'intelligenza artificiale e i mercati dei capitali che li hanno resi possibili. Le valutazioni sono salite alle stelle, determinando un guadagno del 21% nel Nasdaq e del 17% negli indici azionari S&P 500. Nvidia è diventata la prima azienda al mondo a valere 5mila miliardi di dollari. OpenAI ha annunciato un accordo da 1 miliardo di dollari con Disney. Spesso sembrava che il finanziamento non avesse limiti per le aziende di intelligenza artificiale, anche quelle con ricavi e modelli di business poco solidi e, peggio ancora, quelle che si limitavano ad appiccicare un'etichetta di intelligenza artificiale alle attività esistenti. Abbiamo anche assistito alla rinascita dell'autofinanziamento, anche quando Nvidia ha sostanzialmente dato a OpenAI denaro per acquistare i suoi prodotti.

Gli stessi mercati dei capitali hanno continuato a finanziare enormi debiti e deficit nel mondo avanzato. Eppure, il tanto atteso aumento generale dei costi di indebitamento non si è materializzato. Anzi, i tassi di interesse hanno chiuso l'anno in ribasso. E sebbene ci fossero nervosismi per alcuni paesi fiscalmente più deboli come Francia e Gran Bretagna, questi erano limitati e alla fine hanno avuto scarsi effetti, poiché entrambi i governi hanno agito per calmare i mercati, almeno nel breve termine.

Questi risultati sono stati tutti impressionanti. Ma si tratta essenzialmente di vittorie al primo turno. Il nuovo anno porterà con sé, molto probabilmente, rischi per il benessere economico e finanziario. Non si può certo contare sui successi passati, soprattutto perché i segnali di allarme per la stabilità si stanno già intensificando.

Non si può contare sulla resilienza dei consumatori a basso reddito. Le ritorsioni commerciali potrebbero aumentare. Le politiche fiscali e monetarie si stanno allentando. Il mercato del lavoro si sta raffreddando, ampliando il disaccoppiamento tra occupazione e crescita economica. Il riorientamento degli scambi commerciali da parte della Cina potrebbe causare ritorsioni da parte di altri paesi. Se a ciò si aggiunge una crescente divergenza nelle performance tra le economie, emerge il quadro di un fragile ordine globale. Nel frattempo, alcune delle aziende di intelligenza artificiale, con obiettivi molto ristretti, probabilmente faranno fatica ad aumentare significativamente i ricavi, non riuscendo a tenere il passo con gli ingenti investimenti effettuati.

Per arrivare al 2026 in una posizione di forza, i governi devono attuare miglioramenti sostenibili della produttività, piuttosto che stimolare l'economia attraverso la spesa pubblica e tassi di interesse più bassi. Abbiamo bisogno di un'intelligenza artificiale coerente. Politiche di adozione – che mirano a massimizzare i guadagni di produzione limitando al contempo gli shock del mercato del lavoro – progettate e attuate in collaborazione con aziende leader. E gli investitori devono fare meno scelte avventate se vogliamo evitare l'instabilità del mercato. Investire indiscriminatamente nell'intelligenza artificiale dovrebbe lasciare il posto al sostegno di un gruppo più ristretto di vincitori in modo più disciplinato.

Le politiche americane in materia di commercio estero e investimenti devono diventare più strategiche. Gli Stati Uniti devono collaborare con i partner per evitare una frammentazione dell'ordine globale che minaccia il dollaro e rischia di innescare una spirale in cui il pensiero a somma zero spinge i paesi ad agire gli uni contro gli altri, peggiorando in definitiva la situazione di tutti. La Cina, dal canto suo, deve accelerare la sua ristrutturazione economica che scateni i consumi interni anziché reindirizzare le esportazioni in tutto il mondo; altrimenti, rischia di diventare un catalizzatore del protezionismo non solo da parte dell'America, ma anche di quella europea e di altri paesi asiatici.

È probabile che le pressioni politiche e sociali sull'accessibilità economica aumentino in un anno di elezioni statunitensi. I decisori politici devono affrontare la cosiddetta economia a forma di K, in cui i ricchi vedono crescere i propri redditi e beni, mentre i meno fortunati sono duramente colpiti da prezzi elevati, pesanti debiti e un potere d'acquisto in calo.

La storia è costellata di persone che hanno festeggiato troppo presto: nello sport, in guerra, nell'economia e nella finanza. Nel 2025, l'economia americana e globale, guidata dall'intelligenza artificiale e dai mercati dei capitali, ha superato una serie di ostacoli. Ma il prossimo round è appena iniziato. Nessun numero di successi nell'ultimo round garantirà il successo nel prossimo.


Come già nel caso precedente, anche in questo caso il contributo che abbiamo selezionato e tradotto per voi contiene già i commenti che sono necessari, e noi non aggiungeremo altro: siamo certi che, per tutti i nostri lettori, ogni dubbio in merito al “boom economico che sta per arrivare“ è già stato risolto. Ed ogni aspettativa di boom eliminata e rimossa.

Fatto questo, non ci rimane che scrivere dei mercati finanziari, che poi sono l’attività specifica, il “core business”, di Recce’d: i mercati finanziari, ma soprattutto le ricadute sulla gestione del risparmio, sulla strategia di investimento e sulla attuale asset allocation.

Tre temi molto specifici, sui quali tre come tutti sapete … Recce’d raramente si sbaglia.

Veniamo dunque alla gestione del portafoglio titoli: è ovvio che noi, come ogni altro gestore del portafoglio titoli, purtroppo non possiamo limitarci ai commenti del contributo che avete appena letto. In quanto gestori di portafogli modello, noi di Recce’d non abbiamo la possibilità di rifugiarci in “potrebbe accadere questo … oppure quello … oppure anche quell’altro”. Come ogni gestore di portafoglio, noi abbiamo il dovere professionale di scegliere. Oggi.

Ed è una scelta anche … quando non si sceglie, ovvero in quei giorni nei quali si rimane fermi e non si modifica la asset allocation.

Come gestori di portafoglio, noi di Recce’d dobbiamo valutare più di uno scenario, mettendoli tutti a confronto, e trovare poi un solo scenario di sintesi, che è lo scenario sul quale viene modellata la asset allocation dei nostri portafogli modello, ed è anche lo scenario nel quale noi andiamo a sviluppare la nostra strategia del portafoglio, la strategia di gestione.

Ovviamente, noi questo lavoro per il 2026 lo abbiamo già fatto, e da tempo. Ovviamente, lo abbiamo dettagliato a tutti i nostri Clienti, attraverso in particolare i nostri contatti diretti, ed il bollettino quotidiano che si chiama The Morning Brief.

Noi qui, per aprire il Nuovo Anno con i nostri lettori nel modo più utile e pratico, offriamo una sintesi estrema dello scenario sul quale è fondata oggi la asset allocation dei nostri portafogli modello, che è ovviamente anche lo scenario sul quale svilupperemo sui portafogli modello le nostre strategie di gestione nel 2026, e quindi fin da lunedì 4 gennaio..

I soldi, sono i vostri. Proteggeteli, nel 2026. E se chiedete anche di guadagnare, contattateci e vi spiegheremo come. Alla pagina CONTATTI del nostro sito trovate il FORM da compilare, e sarete richiamati in 24 ore.

GIACARTA – Il rischio di stagflazione potrebbe diventare un ostacolo importante al rally del mercato azionario globale il prossimo anno, in un contesto di incertezza sulla direzione della politica dei tassi di interesse della banca centrale statunitense.

Torsten Slok, Partner e Chief Economist di Apollo Global Management, ha affermato che la questione rimane una delle maggiori sfide per la Federal Reserve, nonostante i recenti dati sull'inflazione statunitense abbiano mostrato segnali di allentamento.

Secondo Slok, i mercati sono attualmente troppo ottimisti sulle prospettive di ulteriori tagli dei tassi di interesse, che sono stati un fattore chiave per i guadagni azionari. Le pressioni inflazionistiche potrebbero, tuttavia, aumentare di nuovo contemporaneamente al rallentamento della crescita economica.

"Considero ancora la stagflazione un rischio reale, soprattutto se la crescita rallenta e l'inflazione riprende a salire nei prossimi sei mesi", ha affermato Slok.

Ha aggiunto che tali condizioni potrebbero limitare il margine di manovra della Fed per tagliare i tassi di interesse.

La stagflazione descrive un contesto economico difficile in cui la crescita si indebolisce mentre l'inflazione rimane elevata. In tali circostanze, la politica monetaria diventa un dilemma, poiché tagliare i tassi per sostenere la crescita rischia di esacerbare l'inflazione.

Dal punto di vista dei dati, l'economia statunitense appare relativamente solida. Si stima che il prodotto interno lordo (PIL) del terzo trimestre sia cresciuto del 3,5%, mentre l'inflazione annua basata sull'indice dei prezzi al consumo (IPC) si è attestata al 2,7% a novembre. Slok, tuttavia, ritiene che questi dati non riflettano appieno i rischi futuri.

Ha evidenziato il potenziale rallentamento degli investimenti nell'intelligenza artificiale (IA). Se gli ingenti investimenti delle aziende tecnologiche nell'IA non riuscissero a produrre i rendimenti attesi, la crescita economica potrebbe subire pressioni, mentre persistono le pressioni sui prezzi.

Inoltre, gli indicatori di inflazione prospettici continuano a giustificare cautela. L'indice ISM dei prezzi dei servizi si è attestato al 65,4% a novembre, indicando che le pressioni sui prezzi nel settore dei servizi rimangono relativamente forti.

Come riportato da businessinsider.com sabato (20/12), queste preoccupazioni si riflettono anche tra i decisori politici. Slok ha osservato che un numero maggiore di membri del Federal Open Market Committee (FOMC) ritiene che i rischi di un'inflazione più elevata e di un aumento della disoccupazione siano in aumento, anziché in diminuzione.

"La Fed sembra prevedere la possibilità che inflazione e disoccupazione aumentino contemporaneamente nei prossimi anni", ha affermato Slok.

Nei mercati finanziari, le prospettive di tagli dei tassi di interesse sono diventate sempre più incerte.

Sebbene le aspettative di tagli dei tassi siano aumentate brevemente dopo la pubblicazione dei dati sull'indice dei prezzi al consumo di novembre, gli investitori si aspettano generalmente che la Fed mantenga i tassi invariati nella prossima riunione, con una probabilità relativamente limitata di un taglio a marzo.

Se i rischi di stagflazione dovessero concretizzarsi, Slok ritiene che uno dei principali motori del rally del mercato azionario – le aspettative di allentamento monetario – potrebbe perdere slancio nel 2025.

Valter Buffo