La batteria, il contrabbasso eccetera: strumenti che proteggono dall'inflazione
 

Riprendiamo, in questo Post, un tema che abbiamo più volte trattato, nel nostro quotidiano The Morning Brief, e poi accennato alla pagina TWIT- TWOO del nostro sito, e in alcuni Post precedenti.

Il tema è: come investire in periodi di inflazione elevata? Quali sono gli strumenti finanziari che proteggono dall’inflazione?

Recce’d ha già chiarito, e ripete in questo Post che non esistono specifici strumenti che proteggono dall’inflazione.

Come si investe in un periodo di alta inflazione? Rinunciando alla pigrizia. L’investitore deve rinunciare al divano ed allo smartphone, e più che mai occuparsi in modo attivo dei propri investimenti.

Questo perché gli strumenti che garantiscono la protezione del proprio patrimonio dall’inflazione non esistono: non cercateli neppure.

Negli anni Settanta ed Ottanta, gli investitori italiani trovavano rifugio nel marco tedesco. Oggi, una alternativa di investimento di quel tipo non esiste più. Ha poco senso (per non dire nessuno) cercare oggi una protezione di quel tipo. La realtà si è evoluta, è cambiata, nel profondo, e non offre all’investitore “beni rifugio di medio/lungo termine”.

Il rifugio, bisogna darselo da soli. Si può trovare la protezione che cinquanta anni fa offriva il marco tedesco soltanto se si gestisce, in modo attivo, il proprio denaro: oggi tutti noi investitori non possiamo concederci il lusso di dire

mi metto in oro per due anni, oppure in BOT per 12 mesi, oppure in dollari USA, e per uno o due anni io non ci penso più.

In un contesto come quello degli Anni Duemilaventi, caratterizzato da un cambiamento profondo che investe sia le Istituzioni, sia le economie, sia i mercati finanziari, illudersi di trovare una soluzione per non pensarci più è inutile, oppure peggio ancora dannoso.

Ve lo dimostriamo con questo Post, che riprende un tema che noi abbiamo già trattato, e che oggi riprendiamo anche grazie ad un articolo di questa settimana del Corriere della Sera dedicato ai titoli obbligazionari indicizzati all’inflazione. Ulteriore spunto è il nuovo BTp indicizzato che verrà emesso la settimana prossima.

In più occasioni abbiamo commentato, sia per i nostri Clienti sia sul sito, l’atteggiamento della stampa italiana verso le emissioni del Tesoro e il debito pubblico, denunciando e documentando un atteggiamento “da tifoso”, parziale, quasi da “promotore finanziario per conto del tesoro”, atteggiamento che fa il danno dei lettori dei quotidiani, e che è chiaramente motivato da interessi che non vengono dichiarati.

Con riferimento a questo specifico articolo, che più in basso riportiamo, va sottolineato che si registra uno scatto verso l’alto, un miglioramento nella qualità dell’informazione, rispetto alla media degli articoli che abbiamo letto sul Corriere della Sera. Mettendo da parte l’intenzione promozionale (ricorrente sul Corriere della Sera), il notissimo giornalista Ferruccio de Bortoli (due volte Direttore, e competente di cose economiche e finanziarie) esamina in modo analitico, e in una certa (non grande) misura anche critico, le missioni indicizzate dello Stato italiano.

Insomma, per una volta, con questo articolo si prende cura degli interessi del lettore, e non dell’emittente.

L’articolo di de Bortoli, che leggeremo insieme più in basso, non svela cose che non fossero già conosciute: potete trovare sul Web, ad esempio utilizzando questo link, un buon numero di analisi che documentano la “protezione soltanto parziale” offerta dai titoli obbligazionari indicizzati.

Che cosa significa “protezione soltanto parziale”? Significa che i titoli obbligazionari indicizzati, sia quelli emessi dallo Stato sia quelli emessi da Enti e Società, in alcuni periodi funzionano bene, in altri periodi funzionano meno bene, in altri periodi ancora non funzionano proprio. La storia dei CCT italiani lo documenta, in modo non controvertibile.

Il recente articolo di de Bortoli non è una novità assoluta: in alcune precedenti occasioni, la stampa quotidiana aveva già raccontato queste cose, come potete leggere ad esempio utilizzando questo link.

E tuttavia, a noi è sembrato utile riproporre questo recente articolo, perché il tema è di grande attualità e perché la qualità dell’intervento è elevata, cosa che lo rende utile per i lettori. Anche per i lettori di Recce’d.

Prima di lasciarvi alla lettura, vogliamo evidenziare alcune cose:

  • notate il cambiamento di tono: rispetto a decine di altri articolo che abbiamo letto sul Corriere, del tutto acritici e sempre elogiativi delle emissioni del Tesoro, in questo caso si sceglie di mettere in guardia il lettore, segnalando limiti e problemi di questi strumenti

  • si offre al lettore una utile analisi di episodi del passato: come sappiamo noi investitori, il passato non si ripete mai in modo identico, ma offre preziosi insegnamenti

  • è utile, per noi investitori, tenere sempre a mente che c’è un’intera generazione che non aveva mai visto un’inflazione a due cifre; un dato di fatto, che spiega sia la reazione dei mercati finanziari che tutti abbiamo visto fino al febbraio 2023, sia la reazione dei mercati che dobbiamo ancora vedere, nei prossimi mesi ed il prossimo anno

  • infine, quello che per noi è il punto di maggiore rilievo: il punto più importante: de Bortoli scrive Intento lodevole anche se, come abbiamo visto in un precedente articolo su L’Economia, l’investitore quando ragiona razionalmente è apolide. Questa è una grande novità: de Bortoli, ed il Corriere della Sera, scrivono che l’investitore italiano NON deve “fare il tifo” per gli emettenti italiani e per i titoli italiani; non deve, perché non avrebbe alcun senso; di fronte alle varie alternative disponibili, noi investitori dobbiamo effettuare un calcolo razionale, di potenziali rendimenti e potenziali rischi, e solo su quella base fare le nostre scelte di investimento

Vi lasciamo alla lettura dell’articolo di de Bortoli, per ritrovarvi poi alla fine, con alcune nostre valutazioni sullo specifico dello strumento di cui nell’articolo si parla.

La pubblicità del nuovo Btp Italia, in sottoscrizione dal 6 all’8 marzo, è accattivante. Lo spot spiega che il nuovo titolo protegge dalla «crescita dell’inflazione». Una promessa impegnativa. L’andamento dei prezzi al consumo, che è stato del 10,1% su base annua nel gennaio scorso, pur essendo in leggera diminuzione, continua a impoverire salari, stipendi e risparmi. L’inflazione attesa per il 2023 è pari al 5,2% per l’indice generale e del 3,2% la componente di fondo, cioè quella depurata dai beni energetici. Sono questi i livelli che si avrebbero a fine anno se, per i prossimi mesi, nei listini dei prezzi sui quali l’inflazione viene calcolata, vi fossero variazioni mensili nulle. Il nuovo Btp Italia, della durata quinquennale, è diretto, come altre offerte in passato, ai singoli risparmiatori e alle famiglie. E si presenta come una sorta di prodotto-simbolo nella nuova strategia, peraltro annunciata anche dalla stessa premier, Giorgia Meloni, di aumentare l’italianità del debito, già comunque per tre quarti domestico. La finalità è quella di proteggerci meglio da eventuali nuovi shock finanziari.

Intento lodevole anche se, come abbiamo visto in un precedente articolo su L’Economia, l’investitore quando ragiona razionalmente è apolide. Ma l’opportuna scelta del Tesoro di aprire di più — e direttamente cioè non attraverso gli intermediari o il risparmio gestito — alla platea cosiddetta retail, richiede un grande sforzo di chiarezza e trasparenza. Soprattutto quando si parla di titoli inflation linked che promettono una difesa dall’aumento dei prezzi che viene percepita erroneamente come totale. Ha fatto discutere nei giorni scorsi, e ne parlava un articolo del Financial Times, la decisione della ministra dell’Economia canadese, Chrystia Freeland, di togliere dal proprio paniere di offerta di titoli pubblici gli strumenti inflation linked per non suscitare troppe attese e conseguenti delusioni.

Il sottoscrittore è disabituato da anni di inflazione bassa, e tassi persino negativi, a ragionare in termini di rendimenti reali. Intere generazioni non hanno mai convissuto con l’inflazione a due cifre. Anche quando appariva nominalmente trascurabile (sotto quel 2% che è l’obiettivo di medio periodo della Bce) il suo effetto cumulato negli anni, sul valore reale dei patrimoni, era tutt’altro che irrilevante. Lontana e sbiadita è la memoria familiare dell’estrema attenzione e della forte reattività dei Bot people, del scorso secolo.

Da uno sguardo alla serie storica dei dati elaborati dalla Banca d’Italia si evince che il rendimento medio lordo dei Btp, con vita residua superiore a un anno, mostra quasi sempre un andamento favorevole rispetto alla curva dell’inflazione. Solo alla fine del 1973, all’epoca della prima crisi petrolifera, diventa negativo (7,2 contro 12,5%). E tale rimane per un decennio. La storia insegna che il recupero dei rendimenti reali accusa una discreta lentezza a fronte delle fiammate inflazionistiche.

«Se confrontiamo — sostiene Salvatore Gaziano di SoldiExpert Scf — due Btp con la stessa scadenza nel 2023, uno normale e l’altro Italia, cioè inflation linked, tenendo conto anche del valore delle cedole staccate, notiamo che solo il secondo offre una discreta protezione. Se guardiamo invece all’andamento di un Etf, con sottostanti obbligazioni governative europee collegate all’inflazione, il grado di copertura è stato deludente. La spiegazione della differenza sta nella durata media dei titoli che compongono l’Etf, che nell’esempio, è di otto anni. Tipicamente questi strumenti, e i fondi in generale, investono su titoli a scadenza più lunga. Tra i principali Etf obbligazionari quelli che si comportano meglio nelle fasi di rialzo dei tassi e di inflazione sono stati quelli con una duration inferiore, preferibili per l’investitore che non vuole sopportare un’alta volatilità. In alternativa, un risparmiatore può detenere obbligazioni con scadenze brevi, le variabili sono maggiormente controllabili».

Il Btp Italia di marzo avrà durata di cinque anni e prevede un premio di fedeltà dell’8 per mille per chi lo terrà fino al 2028. Capitale garantito, cedole pagate semestralmente. E ovviamente tassazione agevolata al 12,5 per cento. L’inflazione di riferimento è quella dell’indice Foi, calcolato sui prezzi al consumo per operai e impiegati al netto dei tabacchi che a gennaio, rispetto a 12 mesi prima, è cresciuto del 9,8 per cento. Nei Btp Italia la protezione del potere d’acquisto del capitale investito è affidata a un meccanismo apparentemente semplice. Alla fine di ciascun semestre, si calcola la variazione dell’indice dei prezzi nello stesso arco di tempo e quando essa è positiva, viene aggiunta nella stessa misura alla cedola in pagamento ed al capitale nominale investito. Il Btp Italia del prossimo marzo pagherà la prima cedola a settembre. Se in questo periodo l’indice dei prezzi sarà aumentato del 10%, il risparmiatore riceverà una cedola maggiorata nella stessa misura e un importo pari al 10 per cento del capitale nominale sottoscritto. Se, per fare un altro esempio, nel semestre successivo (settembre 2023 – marzo 2024) l’indice dei prezzi dovesse restare fermo, quel risparmiatore dovrà accontentarsi della cedola nominale prevista, senza alcuna maggiorazione sul capitale. Se, dunque, nel periodo l’indice sale, il pagamento semestrale restituirà la crescita dell’inflazione. Se, al contrario, resterà fermo o scenderà, il pagamento si limiterà al tasso minimo stabilito.

Ci sono stati, per le precedenti emissioni di Btp Italia, semestri particolarmente generosi che hanno fatto schizzare in alto i rendimenti. Ma il livello di protezione è stato sufficiente? Non sempre.

  1. Il Btp emesso nel 2015 (tasso nominale dello 0,50%) che scade il prossimo 20 aprile, ha incontrato nella sua vita sei semestri senza indicizzazione. Sull’intero periodo, ha consegnato una performance complessiva al netto delle imposte (calcolata al 17 febbraio scorso) del 16,69 per cento, pari al 2% netto l’anno. Nello stesso arco di tempo, l’indice Foi si è, invece, mosso del 18,2%. In questo caso vi è stata, dunque, una piccola erosione del suo potere d’acquisto.

  2. Per altre emissioni più recenti, il grado di copertura dell’inflazione è stato inferiore e, per il Btp che scade nel maggio del 2025, si arriva a una perdita di quasi 6 punti percentuali.

  3. Se il risparmiatore, negli stessi ultimi otto anni, avesse investito sull’indice azionario mondiale (Msci World), al contrario, si sarebbe largamente difeso dall’aumento dei prezzi. E ciò nonostante la crisi del 2018, quella pandemica, lo scoppio della guerra e una tassazione meno favorevole. Dall’aprile 2015, l’indice mondiale delle Borse ha, infatti, consegnato una performance totale in euro (al netto della tassazione) del 59 per cento, pari al 5,7 per cento annuo. Tolta la crescita dei prezzi (18,2%) resta, infatti, un apprezzabile 41%.

L’atteggiamento restrittivo della Bce sui tassi non è destinato a mutare nei prossimi mesi, aprendo altri scenari per il risparmiatore. E pone l’interrogativo se non sia preferibile, sempre nell’ottica di proteggersi dalla tassa iniqua dell’inflazione, prendere in considerazione anche i desueti Cct con cedola variabile legata al tasso Euribor semestrale (ovvero il tasso interbancario di riferimento, cui sono legati i mutui), maggiorato con un premio fisso (spread). Anche questa appare un’alternativa di una certa validità per proteggersi dall’inflazione. O meglio per proteggersi in parte. La copertura totale rimane una promessa un po’ azzardata, come forse si nota in controluce nel pensiero della ministra canadese.

Veniamo adesso ai BTp indicizzati, ed alle obbligazioni indicizzate in generale. Nei nostri portafogli modello, facemmo alcune posizioni su questi strumento anni fa, nell’epoca di tassi ufficiali a zero.

Lo facemmo, allora (in assenza di inflazione) perché allora si vedeva chiaramente, nel futuro, il rischi di una inflazione elevata, ed allora i prezzi erano molto interessanti.

Oggi l’inflazione sta sulle prime pagine dei giornali, e i prezzi delle obbligazioni indicizzate sono molto diversi. Questo richiede, a noi investitori, di fare attente valutazioni, che ovviamente portano a conclusioni diverse da quelle fatte anni fa.

Valter Buffo
Brrrrr ... che tarantella!
 

Succederà ancora. E si ripeterà ancora. Fin dalla settimana prossima, in vista della prossima riunione del Consiglio della Federal Reserve.

Sui mercati finanziari, si tornerà presto al dibattito sul “soft landing”, sul “prossimo ribasso dei tassi ufficiali”, su quella “immacolata deflazione” alla quale proprio qui nel Blog noi di Recce’d abbiamo dedicato un intero Post qualche settimana fa.

Si ripeterà per la ragione che è in corso uno scontro: non un battaglia, piuttosto una vera e propria guerra.

Una parte del settore del risparmio (banche e Reti di vendita) combatte mettendo in campo tutte le proprie forze per convincere una parte del pubblico che tutto ritornerà come era prima.

La parte del settore del risparmio (banche e Reti di vendita) che punta sul “ritorno ai bei tempi andati” non ha altre vie di uscita: tutta quella parte del sistema si regge unicamente un un contesto di tassi a zero, easy money e “bolla di tutto con tutto che sale”. Per tutti questi signori, il ritorno al passato è una questione di sopravvivenza: non sanno fare altro.

Il nostro parere, o meglio la nostra visione, come i lettori più attenti sanno, è che non succederà mai: non è possibile che tutto ritorni come prima, ed in numerose occasioni Recce’d ha evidenziato i dati di fatto che supportano questa nostra forte convinzione.

I lettori conoscono la nostra visione delle cose: in questo Post, la mettiamo a confronto con una visione diversa, che ci arriva da uno dei più noti commentatori, ex Governatore alla Federal Reserve di New York, che in un recentissimo articolo illustra le ragioni per cui è del tutto sbagliato pensare che attraverso la creazione di moneta (e, aggiunge Recce’d: anche i tassi di interesse) si possa governare l’economia e determinare la crescita del PIL, l’inflazione e la disoccupazione.

E se ve lo dice un ex Governatore della Federal Reserve …

Bill Dudley, editorialista di Bloomberg Opinion e consulente senior di Bloomberg Economics, è ricercatore senior presso il Center for Economic Policy Studies dell'Università di Princeton. È stato presidente della Federal Reserve Bank di New York dal 2009 al 2018 e vicepresidente del Federal Open Market Committee. In precedenza è stato capo economista statunitense presso Goldman Sachs.



I meme su Internet e gli opinionisti spesso mostrano una specifica concezione del funzionamento dell'economia statunitense: il volume di denaro è la determinante più importante della produzione e dei prezzi.

Seguendo la loro logica, l'espansione pandemica dell'offerta di moneta da parte della Federal Reserve ha causato l'inflazione odierna, e la sua attuale contrazione schiaccerà rapidamente l'inflazione e scatenerà una recessione.

Se solo il lavoro della Fed fosse così semplice. Questo modo di pensare è sbagliato, in almeno due modi.

In primo luogo, l'offerta di moneta è solo uno dei tanti fattori che influenzano l'economia statunitense e il suo legame con i risultati effettivi è sempre stato molto tenue. Anche la disponibilità delle persone a prendere in prestito e la disponibilità delle istituzioni finanziarie a concedere prestiti hanno la loro importanza. La circolazione del denaro - la sua velocità - dipende dalle azioni di una vasta gamma di intermediari finanziari e dei loro clienti, di cui le banche sono solo una piccola parte.

Tutto questo si riflette nella famosa equazione MV=PQ, dove M è la moneta, V è la velocità e P e Q sono il prezzo e la quantità della produzione economica. Conoscere M non aiuta molto a prevedere P o Q, perché V è molto variabile.

La Fed ha preso di mira l'offerta di moneta solo una volta, durante la battaglia di Paul Volcker contro l'inflazione dal 1979 al 1982. Anche in quel caso, la motivazione era principalmente politica: l'imperativo di rallentare la crescita della massa monetaria fornì a Volcker la copertura per spingere i tassi di interesse a livelli precedentemente insondabili. Una volta sconfitta l'inflazione, la Fed abbandonò rapidamente l'offerta di moneta come obiettivo.

In secondo luogo, la conduzione della politica monetaria da parte della Fed è cambiata radicalmente nel 2008, quando il Congresso le ha concesso il potere di pagare gli interessi sulle riserve che le banche mantengono presso la banca centrale. Questa mossa ha interrotto il legame tra l'ammontare delle riserve bancarie, che è il fattore chiave dell'offerta di moneta, e il prezzo del credito. Se, ad esempio, la Fed fissa il tasso sulle riserve al 5%, le banche non hanno motivo di concedere prestiti a un prezzo inferiore, indipendentemente dalla quantità di riserve di cui dispongono.

Questo è il motivo per cui l'inflazione non si è impennata durante i programmi di quantitative easing della Fed dal 2009 al 2014 e dal 2020 al 2021, anche se le riserve bancarie e la crescita della massa monetaria hanno raggiunto un picco rispettivamente di oltre 4.000 miliardi di dollari e del 26,9%.

La maggior parte del denaro è rimasta lì: nonostante un eccesso di depositi che ha raggiunto circa 18.000 miliardi di dollari, il totale dei prestiti e dei leasing bancari è sceso da un picco di 10.900 miliardi di dollari nel maggio 2020 a 10.400 miliardi di dollari un anno dopo.

Il fatto che le banche siano ricche di riserve e liquidità attenuerà gli effetti della stretta quantitativa della Fed. Uno dei motivi per cui sono state così lente ad aumentare i tassi di interesse sui depositi dei clienti è che non hanno bisogno di attrarre più denaro per finanziare i loro prestiti.

Da dove viene l'inflazione? L'economia si è surriscaldata per diverse ragioni:

  1. Lo spostamento della composizione della domanda verso i beni durante le prime fasi della pandemia ha portato a un blocco della catena di approvvigionamento,

  2. lo stimolo fiscale ha aumentato la capacità di spesa e la Fed ha mantenuto i tassi di interesse troppo bassi per troppo tempo.

Se i tassi fossero stati considerevolmente più alti, prima, l'economia sarebbe cresciuta più lentamente, il mercato del lavoro non sarebbe stato così rigido e l'inflazione dei salari e dei prezzi sarebbe stata più bassa.

E che dire del quantitative easing? Non ha avuto alcun effetto? Certamente ha avuto un ruolo nel rendere la politica monetaria più stimolante, facendo scendere i rendimenti obbligazionari e i tassi ipotecari, ma il suo contributo all'inflazione è decisamente esagerato. La maggior parte delle riserve e dei depositi che ha creato è rimasta nei bilanci del sistema bancario e non è stata prestata.

Allo stesso modo, l'impatto dell'inasprimento quantitativo sarà molto più modesto di quanto possa far pensare la riduzione delle riserve bancarie e della massa monetaria.

Ciò che conta davvero è il livello dei tassi di interesse a breve termine (quanto alti per quanto tempo), il loro impatto sulle condizioni finanziarie e il modo in cui questo influisce sulla disponibilità a prendere in prestito e a spendere.


Il messaggio che si ricava dall’articolo di Dudley è chiaro: ci dice che è esagerato attribuire l’inflazione esclusivamente alla crescita della massa monetaria ed alle riserve bancarie e su questo noi in Recce’d siamo d’accordo: l’inflazione è nata, e viene alimentata, anche da altri fattori (citati nell’articolo).

Ci sono però altre cose importanti, in questo articolo, con le quali Recce’d si trova in disaccordo (e i nostri portafogli modello lo dimostrano in modo concreto).

Non è questa la sede nella quale noi di Recce’d possiamo esporre nel dettaglio le nostre analisi e per questo ci limitiamo ad alcune osservazioni sintetiche:

  1. scrive Dudley che Il fatto che le banche siano ricche di riserve e liquidità attenuerà gli effetti della stretta quantitativa della Fed. Uno dei motivi per cui sono state così lente ad aumentare i tassi di interesse sui depositi dei clienti è che non hanno bisogno di attrarre più denaro per finanziare i loro prestiti.; e quindi, in modo implicito, Dudley riconosce che la liquidità abbondante (eccessiva) ha giocato, e gioca tutt’ora un ruolo importante, e riconosce che oggi la liquidità sostiene l’economia, e quindi riconosce anche che la liquidità eccessiva a tutto oggi alimenta l’inflazione

  2. scrive Dudley che non è la creazione di moneta a guidare l’economia: ma si ferma a quel punto, e non procede poi nella spiegazione del perché si è fatto ricorso a una enorme creazione di liquidità: per raggiungere quali obbiettivi?

  3. infine, Dudley scrive che Ciò che conta davvero è il livello dei tassi di interesse a breve termine (quanto alti per quanto tempo), il loro impatto sulle condizioni finanziarie e qui a nostro parere Dudley perde completamente il filo del discorso: che senso ha fare riferimento alle “condizioni finanziarie” e poi negare l’importanza del QE e della liquidità? Dudley qui va in confusione.


Queste tre contraddizioni, che a noi sembrano evidenti, sono una conferma del fatto che è impossibile ritornare alla situazione (dei mercati e delle economie) che tutti abbiamo conosciuto negli anni 2009 - 2021

Queste tre contraddizioni, però, non privano di interesse l’articolo di Dudley: che a voi e a tutti gli investitori serve per collocare nel contesto più appropriato il ricorrente dibattito sul “soft landing”, di cui abbiamo scritto in apertura, e che riprenderà già la settimana prossima.

La lettura di questo articolo per voi sarà utile ogni volta che leggerete, nei prossimi giorni, commenti e pareri sul tema “0,25% oppure 0,50%” ed argomentazioni che riguardano “il tasso terminale”.

Recce’d ha già chiarito che, a nostro giudizio, la prima questione (0,25% oppure 0,50%) è totalmente irrilevante, sia per ciò che riguarda l’andamento dell’inflazione e dell’economia, sia per ciò che riguarda la gestione del portafoglio titoli.

La seconda questione (fino a quale livello arriveranno i tassi ufficiali di interesse) è una questione puramente teorica, un gioco mentale: non ha la minima utilità pratica esercitarsi oggi con questo tipo di previsioni, dato il fatto che NESSUNO (non la Federal Reserve, non la BCE, non Goldman Sachs o JP Morgan, e nessun “esperto”) oggi ha la minima idea di quale sarà l’evoluzione dell’inflazione nel 2023.

Il fatto che oggi una grande parte degli argomenti che ascoltiamo e leggiamo sia favorevole a una discesa (più o meno veloce) dell’inflazione è molto semplicemente “la strada più comoda”, ovvero una forma di pigrizia mentale. Fa comodo, fa piacere immagine che “il problema rientrerà da solo”, ma oggi nel mese di marzo 2023 non esiste un solo indizio concreto di una discesa dell’inflazione dai livelli attuali.

Abbiamo visto in alcuni mesi un calo degli indici dai livelli massimi, ma si tratta di dati del tutto irrilevanti: non indicano una tendenza di medio termine, e nei prossimi mesi vedremo ancora in alcuni mesi un calo ed in altri mesi un aumento. Come spiega, molto chiaramente, l’articolo del Wall Street Journal che abbiamo selezionato e tradotto per voi.

Articolo che vi aiuterà a capire bene che cosa succede, non appena ripartirà la tarantella del “soft landing” e della “immacolata disinflazione”.

La Federal Reserve ha ripetuto più volte che risponde ai dati e non fissa i tassi di interesse con il pilota automatico. I dati sono cambiati radicalmente. La Fed dovrebbe dimostrare di essere convinta di ciò che dice, passando da un aumento di 25 punti base alla prossima riunione a un aumento di 50 punti. Dovrebbe anche spostare le aspettative verso un tasso terminale di circa il 6%.

La Fed non dovrebbe mai reagire in modo eccessivo a un singolo dato, ma quando il tasso annualizzato di inflazione core a tre mesi balza dal 2,9% al 4,7%, la banca centrale deve prenderne atto. Quando ciò accade dopo i forti dati sull'occupazione e l'accelerazione della crescita dei salari, la Fed deve pianificare un'azione. L'aspettativa che l'inflazione si dissolva da sola è sempre stata ingiustificata, ma i dati economici più recenti sono stati particolarmente scortesi nei confronti del team transitorio.

Una linea d'azione più aggressiva non sarebbe una reazione eccessiva ai dati volatili di gennaio, che probabilmente sono stati influenzati da un clima insolitamente caldo e da stranezze stagionali. Se la Fed credesse che i dati di gennaio - che hanno mostrato 517.000 posti di lavoro aggiunti, un aumento del 14% su base annua della spesa per consumi corretta per l'inflazione e un'inflazione di fondo del 7% su base annua - fossero la vera tendenza di fondo, allora dovrebbe alzare i tassi nella prossima riunione di 250 punti base, invece di aumentare il percorso di 50 punti. Invece, anche escludendo i dati di gennaio, le revisioni sfavorevoli degli ultimi mesi del 2022 dovrebbero modificare la percezione dell'economia.

Ciò che rende l'inflazione attuale particolarmente preoccupante è che tutti i “salvatori” sperati sono arrivati e se ne sono andati senza ridurre di molto l'inflazione sottostante. L'inflazione sarebbe dovuta scomparire quando gli effetti base si fossero ridotti, quando l'economia avesse superato le impennate di Delta e Omicron, quando i porti fossero stati sbloccati, quando i prezzi del legname fossero scesi, quando lo stimolo fiscale si fosse esaurito, quando fossero stati disponibili i microchip, quando i prezzi dell'energia fossero tornati a scendere dopo l'invasione russa. Tutto questo è accaduto, eppure il tasso di inflazione sottostante rimane superiore al 4,5% su quasi tutti gli orizzonti temporali e su tutte le misure.

L'unica notizia a cui gli ottimisti possono ancora aggrapparsi è che il rallentamento degli affitti dei nuovi contratti di locazione si manifesterà, con un certo ritardo, in un rallentamento dell'inflazione degli alloggi. Ma questo fattore probabilmente vale meno di un punto percentuale in meno rispetto al tasso d'inflazione e potrebbe essere compensato da altri fattori che vanno nella direzione opposta.

Fondamentalmente, gran parte dell'inflazione di fondo dell'economia non ha nulla a che fare con effetti base, microchip o prezzi del legname. È il prodotto di mercati del lavoro estremamente rigidi che hanno portato a rapidi aumenti salariali che si sono tradotti in un aumento dei prezzi. Questi prezzi più alti hanno portato anche ad aumenti salariali più rapidi. Alcuni la chiamano "spirale salari-prezzi", ma un termine migliore è "persistenza dei prezzi salariali", perché l'inflazione rimane alta anche dopo che l'impennata della domanda è scomparsa.

Attualmente la crescita dei salari è di circa il 5% annuo. Sostenere una tale crescita salariale con un'inflazione del 2% richiederebbe un forte aumento della crescita della produttività o un continuo calo dei margini di profitto. Farei il tifo per uno dei due risultati, ma non ci scommetterei. Un calo della crescita salariale potrebbe far scendere l'inflazione, ma in un'economia con quasi due posti di lavoro disponibili per ogni persona in cerca di occupazione, non aspettatevi che ciò accada. Il risultato più probabile è invece che, se il tasso di disoccupazione non aumenta, i salari continueranno a crescere a quel ritmo, che storicamente è associato a un'inflazione del 4% circa.

La politica monetaria opera con ritardi lunghi e variabili. Dato che la maggior parte dell'inasprimento delle condizioni finanziarie era già in atto 10 mesi fa e che, semmai, l'economia reale e la domanda si sono rafforzate negli ultimi mesi, sarebbe sciocco sedersi ad aspettare che la medicina faccia effetto. In effetti, i ritardi sono proprio il motivo per cui la Fed dovrebbe fare di più ora, considerando che ci vorranno mesi prima che qualsiasi azione della banca centrale abbia un effetto significativo sull'inflazione.

Troppi analisti si sono concentrati su ciò che è possibile per l'economia piuttosto che su ciò che è probabile. Sì, un atterraggio morbido è ancora possibile, ma rimane improbabile. Dal suo discorso di Jackson Hole in agosto, il presidente della Fed Jerome Powell si è concentrato molto di più su ciò che è probabile, avvertendo che la lotta all'inflazione sarà lunga e difficile. Non è necessario che la Fed cambi la sua politica. Dovrebbe invece continuare a seguire il suo approccio dipendente dai dati e, in assenza di una svolta molto favorevole nei dati, aumentare i tassi di altri 50 punti base alla prossima riunione.

Furman, professore di pratica della politica economica ad Harvard, è stato presidente del Consiglio dei consiglieri economici della Casa Bianca dal 2013 al 17.

Valter Buffo
Italia. La (sola) speranza arriva da Mestre.
 

Per ciò che riguarda il nostro Paese, dal quale operiamo e dove viviamo la nostra quotidianità, l’investitore, ogni investitore, si trova ad operare e decidere in un ambiente avverso, difficile, a volte decisamente ostile. Spieghiamo meglio.

Tutti i lettori conoscono la situazione economica, e finanziaria, nella quale il Paese si trova da decenni: il Paese è in emergenza. Grazie alle molte virtù degli italiani, si tira però avanti da decenni: e (riconosciamolo) in Italia la qualità della vita resta più alta, rispetto a molti dei Paesi Sviluppati.

Allo stesso tempo, tutti gli italiani hanno la consapevolezza di procedere … sull’orlo del burrone: ogni italiano è consapevole che “non potrà durare per sempre”, ma nel frattempo la vita è, come dicevamo, piacevole e godibile, almeno nella maggior parte delle occasioni.

Se però ragioniamo come investitori, il discorso cambia, e di molto.

Investendo il nostro denaro, siamo costretti a guardare al futuro. Non possiamo limitarci ad un presente “gradevole”, e siamo costretti a farci domande più specifiche. E ritorna quel dubbio che si diceva poco sopra: “non si potrà andare avanti così per sempre”.

Chi può aiutarci, in questo esercizio? Chi può essere considerato un valido supporto, quanto meno informativo, per aiutare l’investitore a prendere le proprie decisioni?

Di certo, l’investitore NON si può affidare alla stampa quotidiana ed alla TV,

Il 28 giugno del 2022, Ferruccio de Bortoli, uno dei più autorevoli ed esperti giornalisti italiani, due volte direttore del Corriere della Sera, scriveva questo articolo. Il titolo, lo sappiamo tutti, non viene scelto dall’articolista: resta che questo articolo è rappresentativo di un atteggiamento, a partire da quel “assedio degli speculatori”. Mah …

In Italia quando si scrive e si parla di investimenti, il ruolo che la stampa ed i media in generale (non importa il colore politico) si sono dati è da tempo quello di “supporter”: si tratta di essere “ottimisti sempre, senza se e senza ma”.

Essere analitici, magari critici, eventualmente prudenti, persino in alcuni casi negativi? Escluso: si fa soltanto dopo il disastro 8come per i terremoti).

All’investitore che legge il quotidiano o guarda la TV, è OBBLIGATORIO dire sempre che le cose andranno bene, anzi di bene in meglio. Ma poi, dopo, più in là nel tempo.

Come già molte altre volte abbiamo evidenziato, si tratta di una posizione di parte. Di una posizione interessata. E questo interesse, che fa scrivere queste cose, NON è l’interesse dell’investitore finale.

L’investitore che vuole raggiungere una maggiore consapevolezza sul modo in cui impiega il proprio risparmio potrebbe allora rivolgersi al potere esecutivo, al proprio Governo.

Purtroppo, in Italia come nel resto del Mondo, quando il Governo affronta i temi dell’investimento e dei mercati finanziari, le affermazioni, le dichiarazioni e le prese di posizione sono ancora più interessate di quelle dei quotidiani.

I politici, da decenni, hanno preso a considerare i mercati finanziari come un mezzo, come uno strumento per manipolare la massa dei risparmiatori. Negli Stati Uniti, questa tendenza ha raggiunto il massimo della visibilità con il Presidente Trump. Poi con la Presidenza Biden i toni sono cambiati, ma non è cambiata la sostanza.

Nei Paesi Sviluppati, dal Giappone all’Italia, la sostanza è sempre quella: gli uomini politici sono sono convinti che la “manovra” dei prezzi sui mercati finanziari sia uno strumento della politica. Non è così, ovviamente, e nel 2022 hanno cominciato a rendersene conto, in tutto il Mondo.

Tornando però all’Italia, il colore del Governo da questo punto di vista non fa alcuna differenza: la politica ed il Governo in particolare sono stretti ogni giorno, nella loro attività e nelle loro scelte, dal vincolo molto stringente della finanza pubblica, e proprio per questo diventa ancora più urgente fare in modo che i prezzi degli asset finanziari NON siano decisi in modo libero sul mercato.

In Recce’d non abbiamo alcun interesse né alcuna motivazione per addentrarci nella polemica partitica: non abbiamo interesse per gli schieramenti, mentre a noi (in quanto investitori) interessano, e molto i risultati.

L’investitore NON può affidarsi ai messaggi della politica: i politici parlano e scrivono per preservare i LORO interessi, che non sempre (quasi mai) coincidono con quelli di chi deve investire il proprio denaro sui mercati finanziari.

Detto quindi dei quotidiani e della politica, che cosa resta all’investitore che è in certa di punti di riferimento? Forse rimane la Banca d’Italia.

Purtroppo, l’Istituzione che si chiama Banca d’Italia ha perso per strada una buona parte della sua credibilità, rispetto agli anni di Paolo Baffi e Carlo Azeglio Ciampi. Tutti ricordano la Presidenza Fazio, non certo un esempio di efficienza né di moralità. Così come tutti ricordano i ricorrenti dissesti nel mondo bancario, un mondo sottoposto alla Vigilanza della Banca d’Italia.

La Banca d’Italia per strada non ha perso soltanto la credibilità: ha perso per strada una parte delle sue funzioni (passate alla BCE) e una parte della sua autonomia dal potere politico, come tutti possono ricavare da alcune dichiarazioni pubbliche.

Noi, come tutti gli investitori finali, oggi dobbiamo guardare ai messaggi che ci vengono trasmessi dalla Banca d’Italia come a messaggi che servono una molteplicità di interessi: gli interessi particolari del settore delle banche, insieme con gli interessi della politica (e del Governo in particolare), insieme con gli interessi del pubblico (per ultimi).

Quindi noi, e tutti gli investitori, NON dobbiamo affidarci ad occhi chiusi a quello che ci arriva dalla Banca d’Italia.

E quindi?

Che cosa ci resta?

Prima di tutto, ci rimane (per fortuna) la possibilità di ragionare con la nostra testa: in modo indipendente, autonomi rispetto ai tentativi di manipolazione, critico, ed analitico. Dobbiamo, noi investitori, avere prima di ogni altra cosa fiducia in noi stessi, e nella nostra capacità di discernimento.

In secondo luogo, non dobbiamo dimenticare che nel nostro Paese ci sono numerose Istituzioni, e molte persone, dotate di capacità di analisi, di valutazione di giudizio, anche quando si tratta di argomenti che toccano da vicino l’investimento ed il risparmio.

Si tratta di fare attenzione, tenere le orecchie aperte, ed effettuare regolarmente un giro di orizzonte.

Per ritrovarsi dove, alla fine? Perché no, a Mestre.

Mestre è la città dove ha sede la CGia: Associazione Artigiani e Piccole Imprese.

Recce’d adesso vi dimostra che, per tutti noi investitori, è più informativo ed è più utile leggere ciò che scrive la CGia di Mestre, rispetto a quello che scrivono il Corriere della Sera, i Ministri del Governo, la Banca d’Italia (e persino la BCE).

Ci riferiamo ad un documento pubblicato di recente, documento del quale in questo Post vi forniremo alcuni estratti, che noi giudichiamo molto significativi.

Il primo brano che leggete nell’immagine qui di seguito evidenzia che l’inflazione è una vera e propria tassa, e mette a confronto gli effetti dell’inflazione e quelli della Manovra Amato del 1992 (per inciso: un accostamento storico estremamente azzeccato).

Il Corriere della Sera aveva mai dedicato tempo e spazio per spiegare al pubblico che l’inflazione equivale ad una tassa? Oppure vi aveva segnalato questa cosa la Banca d’Italia?

E il nostro Governo? Al Ministro Crosetto (quello dell’immagine che avete visto più sopra) la cosa evidentemente è sfuggita, del tutto. Oppure non sembrava importante.

La CGia di Mestre non si ferma qui: leggiamo anche un secondo brano.

Di questo passaggio, colpisce il fatto che CGia ha scelto di evidenziare il rischio di stagflazione per l’economia dell’Italia: il pericolo “è elevato”.

Non è quello che leggete se leggete la prima pagina del Corriere della Sera, le dichiarazioni della Banca d’Italia, e le dichiarazioni del vostro Governo.

A Mestre sono … tutti pazzi? Oppure a Mestre hanno capito qualche cosa, che a Roma ed a Milano non hanno capito?

Leggiamo anche un terzo brano.

Come leggete qui sopra, quello che secondo Mestre andrebbe fatto è esattamente l’opposto di ciò che tutti, ogni mattina, leggiamo sul Corriere (oppure sul Sole 24 Ore, su la Repubblica, oppure su Il Giornale, oppure su Il fatto)

Mestre dice che “le Banche Centrali dovrebbero contenere le misure espansive ed alzare i tassi”: provate voi, a spiegarlo a Federico Fubini del Corriere della Sera, e a tutti gli altri “cantori delle Magnifiche Gesta di Madame Lagarde”.

Mestre non si limita a questo: scrive anche che sarebbe necessaria una “drastica riduzione della spesa corrente e il taglio della pressione fiscale”.

Come bestemmiare in Chiesa.

Avete mai letto cose simili, così tanto chiare, semplici, esplicite ed efficaci, sulla stampa quotidiana, oppure dalla Banca d’Italia?

Noi di Recce’d adesso abbiamo paura per gli amici di Mestre: verranno indagati da un Pubblico Ministero, magari per “propaganda sovversiva”?

Ma non è finita.

Mestre ci regala anche una tabella.

Voi amici lettori avete già visto una tabella come questa?

Forse sì: e a noi di Recce’d è semplicemente sfuggita. Nel caso, per cortesia, inviatecene una copia attraverso il nostro sito, e vi ringrazieremo. Noi però non la abbiamo vista, sfogliando il Corriere, né sul Sole 24 Ore, su la Repubblica, oppure su Il Giornale, oppure su Il fatto.

Banca d’Italia? Silenzio totale. BCE? Nessuna segnalazione al proposito, nessun messaggio politico, niente slogan in conferenza stampa: evidentemente per BCE e Banca d’Italia questo argomento è privo di importanza sociale, economica, finanziaria.

In Italia ed in Europa, certe cose, a proposito delle banche, non si possono proprio dire. Eppure, a Mestre le hanno dette: e le hanno persino scritte, come leggete qui sotto nella parte evidenziata.

Ogni iinvestitore deve fare grandissima attenzione a queste parole: si tratta di parole che ci parlano, in modo chiaro e diretto, del rialzo della Borsa di Milano nei primi mesi del 2023, e del futuro della Borsa di Milano nella parte restante del 2023.

L’investitore italiano trova, nel lavoro della CGia di Mestre, un contributo concreto ed operativo: molto di più di quello che ricava dalla lettura del Corriere della Sera (che spinge sempre i BTp e le obbligazioni ENI e i Fondi Comuni), oppure dalle dichiarazioni che arrivano dal Governo, oppure dagli studi di Banca d’Italia.

Il contributo che ci arriva da Mestre non si esaurisce con le banche: Mestre aiuta tutti noi investitori anche quando ci spostiamo dal particolare al generale.

Nel documento della CGia di Mestre infatti possiamo leggere un punto di vista alternativo, rispetto a tutte le Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley, BNP Paribas, UBS, Deutsche Bank di questo Mondo, ed anche rispetto a tutte le varie FINECO, Fideuram, Mediolanum, Allianz, Generali e compagnia assortita.

Come leggete sotto, Mestre evidenzia che l’inflazione crescerà nel 2023 del 6,1%: ma voi, amici lettori, avete capito? Vi rendete conto? Siete consapevoli del mondo nel quale oggi vivete ed investite?

Chiudiamo ripartendo dal nostro titoli: in Italia, c’è speranza. Ci sono moltissime persone dotate di una intelligenza acuta, di autonomia di giudizio e di capacità di analisi.

La speranza e che a Roma ed a Milano si venga a sapere quello che sanno gli amici di Mestre.

Mestre a cui mandiamo, in chiusura, un ringraziamento sincero, per la qualità del lavoro svolto.

Valter Buffo
Dissonanza cognitiva e gestione del portafoglio: pensate al cash
 

Abbiamo individuato sui mercati finanziari numerosi episodi di dissonanza cognitiva, nel corso degli anni.

Mai, però, sono stati così tanti, così numerosi, e così evidenti come nei mesi di gennaio e febbraio del 2023.

In un contesto come questo, un investitore che cosa deve fare?

In particolare, un investitore che investe in modo tradizionale, affidandosi alle Reti di financial advisors, di private bankers, di wealth managers, di venditori piazzisti di Fondi Comuni e GPM, come può difendersi?

Recce’d ritiene che un investitore “ad asset allocation”, un investitore che investe ancor “alla vecchia maniera”, dovrebbe riflettere seriamente sulla possibilità di vendere tutto e mettersi in cash, in liquidità.

E questo, anche ma non solo per la ragione che oggi il cash è una alternativa più valida, rispetto agli anni 2009 - 2021 (lo leggete nell’immagine che segue).

Non è questa: non è la ragione per la quale, oggi, Recce’d consiglia ai lettori investiti in modo tradizionale di vendere tutto senza ragionarci sopra. La ragione è un’altra, che ora spieghiamo.

In Recce’d disponiamo di decenni di esperienza, il che significa decenni di accurata osservazione ed analisi dei mercati finanziari: e non ricordiamo, in questo lungo arco di tempo, un altro momento di mercato come quello attuale.

Un momento nel quale nessuno sa nulla.

Leggete questo commento.

Chris Hussey di Goldman sintetizza perfettamente il cambio di rotta:

Durante il mese di gennaio, sono emerse prove che l'inflazione negli Stati Uniti stava effettivamente diminuendo e che forse si stava aprendo la strada alla politica monetaria, a un atterraggio morbido dell'economia e forse anche a una riaccelerazione dell'attività con una spinta dall'Europa e dalla Cina.

Ma due rapporti di settimane successive, qui a febbraio, hanno messo in dubbio questa narrazione...

... hanno indotto gli economisti di Goldman ad aggiungere un ulteriore rialzo dei tassi di 25 pb da parte della Fed e hanno fatto salire i rendimenti dei Treasury decennali di 60 pb al 3,95%, avvicinandosi alla fascia massima che abbiamo visto in questo ciclo (i rendimenti hanno raggiunto il massimo al 4,23% in ottobre).

La lettura odierna dell'inflazione PCE, più alta del previsto, sembra confermare ciò che abbiamo visto nel rapporto sull'inflazione all'ingrosso PPI della scorsa settimana, ossia che i prezzi continuano a salire negli Stati Uniti e che il tasso di aumento potrebbe non ridursi così rapidamente come lo scorso autunno (se il tasso si sta riducendo del tutto)...

... i responsabili delle politiche, in particolare i banchieri centrali, hanno dichiarato di essere in gran parte dipendenti dai dati, il che fornisce un ulteriore sostegno all'idea che ci troviamo in un contesto di tassi più alti e più a lungo.

Vi abbiamo proposto di rileggere, qui sopra, una sintesi di Goldman Sachs a proposito delle prime settimane dei mercati nel 2023. Risulta di particolare rilievo questa frase:

Durante il mese di gennaio, sono emerse prove che l'inflazione negli Stati Uniti stava effettivamente diminuendo e che forse si stava aprendo la strada alla politica monetaria, a un atterraggio morbido dell'economia e forse anche a una riaccelerazione dell'attività con una spinta dall'Europa e dalla Cina.

Ovviamente, questa che avete appena letto è una baggianata: in gennaio non c’era alcuna “prova” di quello che viene presentato qui come uno “scenario credibile”, e molto più semplicemente in gennaio alcuni dettagli senza importanza erano stati evidenziati dalla forza vendita delle banche di investimento per spingere la massa degli investitori a fare (di nuovo) alcune stupidaggini con i loro soldi.

A completare il quadro arriva poi la marcia indietro di febbraio: che non può che risultare patetica, con la zelante rete TV che si chiama CNBC chiamata a fare le contorsioni, per dare un senso all’idiozia collettiva, e pubblicare immagini come quella che segue, dove si spiega che in quindici giorni “è cambiato il Mondo”.

Risulta ovvio, e persino imbarazzante, spiegare che in quindici giorni non è cambiato il Mondo: in quindici giorni non è cambiato nulla, le cose erano queste anche prima, le cose erano le medesime anche a gennaio.

Ma la zelante TV CNBC non può permettersi di dire le cose come stanno.

E quindi CNBC è costretta a “mettere il rossetto alla scrofa” (usiamo qui un’espressione americana) , che però anche con il rossetto rimane sempre una scrofa.

Come vedete sotto nell’immagine, in febbraio dai mercati è scomparsa l’ipotesi di “tagli ai tassi ufficiali di interesse già entro il 2023”, ma quella ipotesi era unicamente una invenzione della forza vendita, del marketing: non c’è mai stata alcuna “prova” di tagli dei tassi ufficiali entro fine 2023, a meno che non si sia così sciocchi o ignoranti oppure ingenui da ritenere che un calo dello 0,2% del tasso di inflazione costituisca una “prova”.

Sbandamenti paurosi come quelli che vedete nel grafico qui sopra sono il riflesso di uno stato di agitazione e confusione che domina in ogni comparto del mercato finanziario internazionale in questo mese di febbraio.

Ogni evento di mercato oggi è possibile: anche quelli che … oggi non riuscite ad immaginare. Ogni cosa potrebbe accedere, già nei prossimi 15 giorni di calendario.

Questo perché, alla fine del febbraio 2023, ogni punto di riferimento è saltato: tutto, ogni cosa, è in discussione. Il livello di fragilità dei mercati finanziari oggi è massimo.

I cosiddetti “esperti” oggi non sono in grado di aiutarvi: non sanno più che cosa dire, fanno ogni settimana una retromarcia rispetto alla settimana precedente, come avete letto nella pagina TWIT - TWOO nelle ultime due settimane.

Se prendiamo come esempio la Borsa più grande al Mondo e le banche di investimento, oggi si registra una differenza del 40% tra la previsione più ottimistica e quella più pessimistica. Il valore più basso è la metà di quello più alto. Lo leggete nel grafico sopra.

Il che significa che cosa? Che queste previsioni … non significano nulla, oggi più che in ogni altro periodo precedente, tranne uno.

Il solo anno nel quale si era registrata una differenza così ampia è il 2008.

Per chi, tra i nostri lettori, avesse dimenticato il 2008, noi ve lo possiamo riassumere con una sola immagine, che dovreste stampare e poi tenere sempre in tasca oppure nella borsa a mano.

Gli “esperti di mercato” nel 2008 avevano le idee chiarissime, come avete visto: invece oggi non sanno che cosa dire, che cosa scrivere, quale scenario disegnare. Questo è evidente a tutti.

I politici, invece, loro sono costretti: sono costretti ad insistere sempre sullo scenario della “immacolata disinflazione”, ma ogni giorno che passa risultano meno credibili: anche per i mercati finanziari.

Come leggete qui sotto nell’immagine, anche la settimana scorsa il Ministro del Tesoro USA Yellen (ex capo della Federal Reserve) ha ripresentato al pubblico lo scenario del “soft landing” dicendo che

il soft landing è possibile perché il mercato del lavoro è forte.

Non rendendosi conto, evidentemente, che con questa affermazione da sola si è … data la zappa sui piedi.

Ma queste contorsioni verbali dei politici sono comprensibili: devono difendere il loro operato comunque, sono consapevoli dei danni gravissimi che hanno fatto, e non hanno altra scelta che ripetere sempre

andrà tutto bene perché nel nostro futuro c’è il migliore dei Mondi che sono possibili, avremo tutti una incredibile fortuna e tutto andrà al meglio che è possibile

Sono frasi politiche, NON sono suggerimenti o consigli per l’investitore, che invece deve cavarsela da solo e proteggere i propri soldi da quello che sta per succedere.

Come leggete qui sotto nella prossima immagine, ieri venerdì 24 febbraio il Governatore Bullard della Federal Reserve, anche lui spingendo sul tema del “soft landing”, ha precisato che

oggi la Federal Reserve ha una credibilità maggiore rispetto agli Anni Settanta.

Se voi lettori siete d’accordo, se giudicate la Fed e la BCE più credibili oggi che la Fed e la Bundesbank negli Anni Settanta, allora potete stare comodamente seduti in poltrona.

Se invece pensate (come noi di Recce’d) che la credibilità di questi Istituti sia stata azzerata dalla “inflazione transitoria” del 2021, allora … vendete tutto senza guardare ai prezzi.

Bullard nell’immagine precedente richiamava gli Anni Settanta: Bullard non sa, oppure non ricorda, che neppure in quegli Anni Settanta da lui citata la differenza tra la linea blu e la linea rossa del grafico qui sotto era così tanto ampia.

La linea rossa è il costo ufficiale del denaro negli Stati Uniti. la linea blu è “quello che dovrebbe essere oggi il costo ufficiale del denaro sulla base della regola di Taylor”.

Certo: è possibile che la “regola di Taylor” non sia perfetta, che il calcolo non sia esattissimo: allo stesso tempo, il problema è evidente, rimane da risolvere, e non siamo neppure vicini alla sua soluzione.

Collegandoci al grafico precedente, si potrebbe poi guardare anche alle “financial conditions”: noi non riprenderemo oggi il tema delle “financial conditions”, le condizioni finanziarie alle quali noi di Recce’d abbiamo dedicato un intero Post.

Però vi aggiorniamo la situazione con i due grafici che vedete qui sotto.

Non parliamo di “financial conditions” oggi, perché vogliamo restare sul tema più generale della gestione del portafoglio titoli, e chiarire le ragioni per le quali un investitore che NON è consapevole (che si fa consigliare/imporre dalla Rete di vendita un portafoglio titoli fatto di Fondi comuni e polizze assicurative) dovrebbe vendere tutto, senza guardare ai prezzi.

I segnali che Recce’d vi ha portato all’attenzione, sia in questo Post sia attraverso la pagina TWIT - TWOO, sono chiari: e ci dicono che il mercato finanziario internazionale in questo momento è altamente disfunzionale (grafico qui sopra). Non funziona.

Il che riflette una situazione nella quale la maggior parte degli operatori di mercato soffre di dissonanza cognitiva. I fatti ve lo dimostrano.

Definizione: la dissonanza cognitiva consiste in cognizioni o pensieri antitetici e per questo in contrasto tra loro al punto, in casi più estremi, da creare disagio alla persona. La dissonanza cognitiva provoca una inversione di rotta che determina una sorta di tensione, simile a quella che si prova in situazioni stressanti, e emozioni negative.

Non è difficile spiegare le ragioni per le quali si è creata una situazione tanto estrema ed assurda. Tutto questo accade sotto i vostri occhi perché un modello di economia, interamente basato sul “denaro facile” e sulla “creazione continua di nuova liquidità”, è saltato per aria.

Non c’è più.

E non c’è un “nuovo modello di economia”.

Mancando un modello di economia, non è possibile definire una nuova politica economica.

Mancando tutti i riferimenti, i mercati finanziari sono lasciati a sé stessi: allo sbando.

A questo si aggiunge una situazione geopolitica che è la più complessa dalla Seconda Guerra Mondiale (dal 1945): ed è a questo proposito utilissimo (ma proprio molto utile, per chi lo vuole capire) riflettere sul fatto che, dall’inizio della guerra in Ucraina, come leggete nel grafico più in basso:

  1. il cambio del rublo si è rafforzato del 11%

  2. il prezzo del petrolio è sceso del 16%

  3. il prezzo del gas Naturale è sceso del 55%

Sono dati significativi: offrono ai nostri lettori una misura di quello che devono aspettarsi, in termini di differenza tra le loro aspettative di oggi e ciò che effettivamente succederà sui mercati finanziari nel 2023.

Dodici mesi fa, ognuno di voi, amici lettori, era più che certo del fatto che il rublo della Russia sarebbe crollato e che il petrolio sarebbe arrivato a 200$ al barile.

Ed oggi? Il giorno 25 febbraio 2023, di che cosa siete certi, sicuri, convinti? E quanto distante potrebbe rivelarsi, la realtà, dai vostri convincimenti?

Torniamo al portafoglio titoli. Se voi siete ancora oggi investiti “alla vecchia maniera”, con il tradizionale portafoglio di azioni ed obbligazioni, voi oggi non siete consapevoli di ciò che state facendo. Sulla base di che cosa avete fatto le vostre scelte di investimento?

Nello specifico, rendetevi conto del fatto che non avete idea di:

  • quali rendimenti aspettarvi dai vostri investimenti

  • quali rischi di ribasso sono già oggi presenti nel vostro portafoglio

  • quale scenario avete di fronte per i prossimi 12-24 mesi, e più precisamente

    • quale tasso di inflazione vi aspettate

    • quale tasso di crescita delle economie vi aspettate

    • quale tasso di crescita degli utili vi aspettate

    • quale livello dei tassi di interesse vi aspettate

Purtroppo, per moltissimi investitori, quelli che si affidano alle Reti italiane di distribuzione dei famigerati “prodotti finanziari” (Fondi Comuni e polizze assicurative), da sempre è così. Ovvero: non sanno ciò che fanno con i loro soldi.

Quale è, allora, la differenza oggi? Perché vendere tutto proprio oggi?

Spieghiamo: è molto semplice.

Oggi è meglio avere tutto in cash, che stare fermi immobili, chiudere gli occhi e “sperare che le cose migliorino”.

Se siete in forte dubbio, se non avete capito bene come il financial advisor vi ha fatto investire i soldi, se il futuro vi risulta difficile da decifrare, allora vendete tutto, e mettetevi per qualche mese a guardare: non perderete alcuna opportunità

C’è forse qualcuno che si chiede “ma voi, in Recce’d, che cosa fate? State vendendo tutto anche voi?”

No.

Non solo noi non vendiamo tutto sui nostri portafogli modello: noi stano per aumentare il rischio dei nostri portafogli modello.

Perché noi si, e voi invece no?

Molto semplice: per noi, in Recce’d, il futuro NON è così tanto incerto, oscuro, difficile da decifrare. Noi, in Recce’d, questo futuro che oggi la massa degli investitori inizia appena ad intravedere, noi lo abbiamo decifrato due anni fa. Noi ne abbiamo scritto, anche qui nel Blog, dall’agosto 2020, ovvero 30 mesi fa, e i fatti hanno poi confermato tutto.

I nostri Clienti, oggi, possono beneficiare di portafogli modello che sono “pronti a tutto”: anche all’imprevedibile. Noi abbiamo costruito portafogli modello che sono tarati, alla perfezione, ad un contesto di “estrema imprevedibilità” come quello del febbraio 2023. Succeda ciò che deve succede, le nostre mosse future sono già definite.

Per ciò che riguarda voi, amici lettori vittime delle Reti di promotori finanziari: non vi sembra che i signori dell’immagine che segue abbiamo riso anche troppo alle vostre spalle?

Ascoltate il nostro suggerimento, e vendete tutto lunedì.

Valter Buffo
Inflazione 2023: il punto a metà febbraio
 

Si parlerà ancora di inflazione e molto, anche la settimana prossima.

In Recce’d, rispetto a qualche mese fa, abbiamo dell’inflazione un’idea molto chiara: diciamo che qualche mese fa nelle nostre previsioni mettevamo ancora a confronto scenari tra di loro alternativi, mentre oggi di scenario ce ne è rimasto soltanto uno.

Di questo, scriveremo da lunedì nel The Morning Brief: spiegando perché questo processo, di eliminazione progressiva di scenari tra loro alternativi, è la base per le scelte di portafoglio.

Nel Post, invece, parliamo di inflazione: le nostre idee si sono chiarite, rispetto a qualche mese fa, abbiamo pochi dubbi e molte certezze.

Nel Post, vedremo di aiutare i nostri lettori a fare lo stesso: a chiarire, nella loro mente, quali sono da qui in vanti le prospettive per l’inflazione.

Seguiremo questo percorso:

  1. partiremo con il necessario inquadramento teorico;

  2. passeremo poi ai dati più recenti ed al loro significato per la gestione del portafoglio titoli;

  3. infine, chiuderemo con le ricadute per i tassi ufficiali di interesse, tema che ci porta immediatamente ai prezzi che nel futuro vedremo sui mercati finanziari.

Come detto, offriamo prima di tutto al lettore del Blog il necessario inquadramento teorico: ricordiamo ancora una volta (ne abbiamo già scritto qui nel Blog) che non tutti possono parlare di inflazione, per la semplice ragione che l’inflazione non è un argomento da bar, non può essere liquidato con 150 caratteri in un tweet, necessita di strumenti adeguati per essere compreso.

Alcuni di questi strumenti li trovate nell’articolo che segue.

26 gennaio 2023

Immaginate che sia la fine del 2024. L'inflazione nel mondo ricco è scesa dal suo picco, ma è rimasta ostinatamente alta. Con circa il 4%, è ben al di sopra del livello a cui la maggior parte delle banche centrali si sente a proprio agio. I governi, appesantiti da ingenti debiti, devono utilizzare entrate preziose per pagare gli interessi sul debito, che a sua volta cresce a causa degli alti tassi di interesse. La transizione energetica e l'aumento delle spese statali dovute all'invecchiamento della popolazione si aggiungono all'abbondanza fiscale. Aumentare le tasse è politicamente difficile, quindi si stampa più denaro. L'inflazione rimane alta e la credibilità dei governi peggiora. I banchieri centrali si grattano la testa, chiedendosi come mai la loro potente arma, il tasso di interesse, abbia fallito così completamente.

Una teoria stravagante, esposta con dovizia di particolari in un nuovo libro di John Cochrane dell'Hoover Institution dell'Università di Stanford, offrirebbe una potenziale spiegazione. "The Fiscal Theory of the Price Level" costruisce una teoria dell'inflazione ambiziosa quanto quella proposta da "The General Theory" di John Maynard Keynes o da "A Monetary History" di Milton Friedman e Anna Schwartz. Cochrane, il cui lavoro sull'argomento si estende per quattro decenni, spende quasi 600 pagine per rielaborare la matematica dei modelli economici del passato al fine di incorporare la teoria fiscale, discutendo al contempo come questa spieghi gli episodi inflazionistici del passato. "Anche Milton Friedman potrebbe cambiare idea con i nuovi fatti e l'esperienza a disposizione", ipotizza.

Al centro della teoria di Cochrane c'è l'idea che il debito pubblico possa essere valutato come il capitale di un'azienda, in base ai rendimenti per le tasche dei suoi proprietari. Il livello dei prezzi si adeguerà - e quindi guiderà l'inflazione o la deflazione - per garantire che il valore reale del debito sia pari alla somma dei futuri avanzi di bilancio del governo, opportunamente attualizzati. Il vero motore dell'inflazione è quindi il debito pubblico e non la politica monetaria.

Secondo questa teoria, il denaro ha valore perché può essere usato per pagare le tasse e generare avanzi di bilancio. L'impostazione non è molto diversa da quella del gold standard, con la differenza che sono le tasse, anziché l'oro, a sostenere la moneta.

Cochrane fa notare che l'aggiustamento del livello dei prezzi non è istantaneo. I cittadini non sanno giudicare la credibilità di un governo quando si tratta di pagare i debiti. Proprio come le azioni, i prezzi possono deviare dai fondamentali. Tuttavia, nel lungo periodo, si adeguano. Un governo che distribuisce denaro senza poi registrare eccedenze non eviterà per sempre l'inflazione.

La storia sembra darci ragione. Brad DeLong dell'Università della California, Berkeley, nel suo recente libro "Slouching towards Utopia", utilizza la teoria fiscale per spiegare l'inflazione nell'Europa del primo dopoguerra. In Francia i pesanti pagamenti degli interessi sul debito hanno portato a un'inflazione media annua del 20% in sette anni. In Germania le cose andarono peggio. L'opinione pubblica perse fiducia nella capacità dello Stato di ripagare i propri debiti senza inflazione. Ben presto si verificò l'iperinflazione.

Cochrane fa riferimento alla teoria fiscale anche per l'inflazione americana degli anni '70-'80. A metà degli anni '70 l'aumento dei prezzi superò il 12%. La Federal Reserve alzò i tassi di interesse e l'inflazione scese al 5% nel 1977. Tuttavia, Cochrane sottolinea che l'inflazione è tornata a salire fino a oltre il 14% nel 1980, in parte perché l'America non è riuscita a mettere ordine in casa propria. Per sconfiggere l'inflazione erano necessarie riforme fiscali e normative che aumentassero le aspettative di future eccedenze, insieme a un'altra dose di medicina monetaria.

Come si comporta oggi la teoria fiscale? Per un decennio dopo la crisi finanziaria globale del 2007-09, i prezzi sono rimasti ostinatamente bassi nonostante l'aumento dell'offerta di moneta e i tassi di interesse a zero o sotto zero in gran parte del mondo ricco. Un "monetarismo grezzo" prevedeva un'impennata inflazionistica, che non si è verificata. Anche altri modelli "neo-keynesiani" rinnovati si sono rivelati inutili. Quando i governi hanno speso molto durante la pandemia di Covid 19, molti economisti, basandosi sulla storia recente, erano ottimisti sulla possibilità di inflazione.

Cochrane sostiene che la teoria fiscale può spiegare sia il periodo di bassa inflazione sia il ritorno di un rapido aumento dei prezzi dopo la pandemia. L'inflazione è stata contenuta negli anni 2010, nonostante l'impennata del debito pubblico, perché i politici hanno promesso di mettere in ordine i loro conti e i bassi tassi di interesse hanno fatto sì che i consumatori e gli obbligazionisti fossero disposti ad aspettare. Tuttavia, durante la pandemia, i governi hanno adottato un approccio diverso. Hanno versato enormi assegni nelle tasche dei consumatori. La Fed ha acquistato il debito pubblico subito dopo la sua emissione. Si è parlato poco di sostenibilità. Cochrane sostiene che la natura diretta di queste "gocce di elicottero" ha informato le persone che le loro tasche appena ingrassate non sarebbero state prosciugate da tasse future. Così erano più disposti a spendere.

Questa storia è forse troppo comoda. In effetti, Cochrane ammette che il difetto della teoria fiscale è che offre un modo per spiegare quasi tutte le serie di eventi storici in modo non falsificabile. Certo, altre teorie dell'inflazione hanno dei problemi. Ma se è così difficile dimostrare che la teoria fiscale è sbagliata, sono davvero in una lotta ad armi pari? La storia di Cochrane su come l'inflazione sia finita negli anni '80 è complicata dal fatto che l'America ha effettivamente tagliato le tasse, suggerendo che i politici non erano così preoccupati dal pareggio di bilancio. Sebbene la deregolamentazione possa aver favorito la crescita, molti economisti ritengono che gli avanzi di bilancio degli anni '90 siano stati causati principalmente dalla globalizzazione e dal boom dell'economia, che pochi consumatori negli anni '80 avevano previsto.

La teoria fiscale offre anche una guida limitata ai responsabili delle politiche, oltre a ciò che è già noto. Secondo il suo approccio, la politica monetaria rimane importante: i tassi di interesse possono distribuire l'aumento del livello dei prezzi su un certo periodo di tempo. Inoltre, la teoria suggerisce che i governi devono mantenere la credibilità quando si tratta di ripagare i loro debiti - un'idea tutt'altro che radicale.

Torniamo indietro alla fine del 2024. Immaginate che questa volta l'inflazione sia scesa al 2%. I tassi di interesse stanno lentamente scendendo. I banchieri centrali stanno facendo il giro della vittoria. E la teoria fiscale? Anche i suoi sostenitori potrebbero fare il giro della vittoria, proprio come avrebbero fatto se l'inflazione fosse rimasta alta.

Come avete letto qui sopra, non esiste una sola spiegazione per l’inflazione: per mesi e mesi e mesi, noi di Recce’d abbiamo insistito sul fatto che “non esiste una crisi energetica”, un fatto che ovviamente implica che l’inflazione non è nata e non viene sostenuta oggi dai prezzi dell’energia. Altrettanto sbagliato è pensare che l’inflazione sia semplicemente un aumento “una-tantum” legato ai cosiddetti “colli di bottiglia” nella catena di produzione.

L’articolo che avete appena letto offre una qualificata, e fondata, spiegazione di cosa ha fatto esplodere l’inflazione, e quali sono le variabili che anche in futuro sosterranno questo fenomeno inflazionistico.

Con un secondo articolo, questa volta dal new York Times, noi vi ricordiamo come stanno le cose oggi: ovvero, come funziona oggi l’inflazione che tutti dobbiamo sopportare.

Di Isabella Simonetti

9 febbraio 2023

Dalle bibite al sapone, i giganti del consumo come PepsiCo e Unilever continuano ad aumentare i prezzi dei loro prodotti in modo significativo, trasferendo i costi più elevati che devono affrontare, e i consumatori continuano a spendere, riducendo solo in modo modesto negli ultimi mesi.

I prezzi continueranno a salire, o almeno a rimanere a livelli elevati, hanno detto i dirigenti.

Giovedì PepsiCo ha comunicato di aver aumentato i prezzi del 16% nel quarto trimestre rispetto all'anno precedente, mentre i volumi di vendita, che misurano il numero di lattine di Mountain Dew e di sacchetti di Doritos venduti, sono scesi del 2%.

Sempre giovedì, Unilever ha dichiarato di aver aumentato i prezzi dei suoi prodotti, tra cui il gelato Ben & Jerry's e il sapone Dove, di oltre il 13% nel quarto trimestre, l'ottava accelerazione consecutiva dei prezzi. L'azienda ha inoltre comunicato che i volumi di vendita si sono ridotti, ma in misura molto minore rispetto all'aumento dei prezzi. La crescita dei ricavi di entrambe le società ha battuto le aspettative degli analisti.

I dirigenti di Unilever hanno suggerito che avrebbero potuto aumentare ulteriormente i prezzi, ma si sono trattenuti.

"Siamo stati molto attenti alla pressione sui consumatori e abbiamo scelto di non compensare completamente lo straordinario livello di inflazione dei costi attraverso i prezzi", ha dichiarato Graeme Pitkethly, direttore finanziario di Unilever, nel corso di una telefonata agli analisti. L'azienda continuerà ad aumentare i prezzi nella prima metà di quest'anno, ha dichiarato, e si aspetta che i volumi continuino a diminuire, dato che l'inflazione rimane un "tema chiave" nel 2023.

La pressione sui margini di profitto, che si riflette nelle previsioni più modeste per gli utili di molte aziende per quest'anno, suggerisce che i consumatori continueranno a ritirarsi. Questo sta già colpendo alcune aziende più duramente di altre: Il mese scorso Procter & Gamble ha registrato il primo calo delle vendite degli ultimi anni, in quanto gli aumenti di prezzo (nel quarto trimestre ha aumentato i prezzi del 10%) sono stati compensati da cali di volume più consistenti rispetto ai suoi concorrenti.

L'inflazione, pur essendosi raffreddata, continua ad essere più alta di quanto i responsabili politici della Federal Reserve vorrebbero. L'indice dei prezzi al consumo è aumentato a dicembre a un ritmo annuale del 6,5%, il più lento dalla fine del 2021. Si prevede che la Fed continuerà ad aumentare i tassi d'interesse, comprimendo i consumatori con la crescita economica e rendendo più costosi i prestiti.

Ma il mercato del lavoro rimane sorprendentemente forte, il che sostiene la spesa dei consumatori e permette agli acquirenti di assorbire i prezzi più alti. Le aziende tendono ad essere riluttanti a tagliare i prezzi una volta che li hanno aumentati.

I consumatori "stanno resistendo meglio di quanto probabilmente ci saremmo aspettati - o forse di quanto mi sarei aspettato io - un anno fa o sei mesi fa", ha dichiarato la scorsa settimana Chris Kempczinski, amministratore delegato di McDonald's, agli investitori. Nonostante l'aumento dei prezzi, il gigante del fast-food ha recentemente generato profitti più elevati e registrato un maggior numero di visite ai suoi ristoranti.

Anche Chipotle Mexican Grill è riuscita ad aumentare i prezzi senza incontrare significative resistenze, registrando martedì un forte aumento degli utili per il quarto trimestre. "Continuiamo a vedere che i consumatori a più alto reddito, quelli che guadagnano più di 100.000 dollari, vengono più spesso", ha dichiarato Brian Niccol, amministratore delegato di Chipotle, durante una telefonata con gli investitori.

Isabella Simonetti è la 2022 David Carr Fellow del New York Times. @thesimonetti

Dalla lettura dei due articoli, di ciò che Recce’d ha scritto in alcuni Post precedenti, e di ciò che in modo sintetico abbiamo commentato nella pagina TWIT - TWOO, si ricavano informazioni a sufficienza per concludere che l’inflazione è un fenomeno molto più complesso di ciò che sembrerebbe se si leggono gli argomenti di chi propone lo scenario “soft landing”.

Il soft landing è semplicemente uno scenario semplificato, che viene utilizzato per “addormentare” il pubblico e per facilitare la vendita dei Fondi Comuni di Investimento e delle polizze assicurative tipo UCITS o vita.

L’investitore deve quindi orientarsi verso uno scenario alternativi, uno scenario nel quale si vedranno eventi e dati molto diversi da quelli che immagina chi va dietro al “soft landing”.

Noi abbiamo scelto, questa settimana di riproporre ai nostri lettori le valutazioni di Bill Dudley, per un decennio a capo della Federal Reserve sede di New York. Notate che in questo articolo Bill Dudley attribuisce grande importanza al tema delle “condizioni finanziarie” da Recce’d approfondito in un Post proprio la settimana scorsa.

Da

Bill Dudley

13 febbraio 2023 12:00 CET

Bill Dudley, editorialista di Bloomberg Opinion e consulente senior di Bloomberg Economics, è ricercatore senior presso il Center for Economic Policy Studies dell'Università di Princeton. È stato presidente della Federal Reserve Bank di New York dal 2009 al 2018 e vicepresidente del Federal Open Market Committee. In precedenza è stato capo economista statunitense presso Goldman Sachs.

In che modo la Federal Reserve statunitense condurrà la sua battaglia contro l'inflazione: mantenendo i tassi di interesse elevati più a lungo o aumentandoli ulteriormente? Gli investitori sono fissati su questa domanda, che ha vaste implicazioni per le obbligazioni, le azioni e l'intera economia.

Più a lungo sarebbe meglio. Ma se i mercati finanziari non collaborano, anche la Fed potrebbe essere costretta a salire anche più di quanto oggi è previsto.

Con l'inasprimento della politica monetaria, il presidente Jerome Powell vuole frenare la domanda di lavoro quanto basta - ma non troppo - per riportare la crescita dei salari al livello del 3%-4%, coerente con l'obiettivo di inflazione del 2% della banca centrale. A tal fine, l'approccio migliore sarebbe quello di mantenere i tassi di interesse a un livello moderatamente restrittivo per un periodo di tempo significativo. Dato che i rialzi dei tassi influenzano l'economia con ritardi lunghi e variabili, questo riduce il rischio di andare troppo oltre e aumenta le possibilità di un atterraggio morbido. La Fed può prendere tempo finché le aspettative di inflazione rimangono ben ancorate.

Ma ecco il problema: è difficile sapere quale sarebbe un tasso moderatamente restrittivo. Gli economisti non sono nemmeno d'accordo sulla soglia - il tasso "neutro" che non alimenta né raffredda l'economia. Prima della crisi finanziaria del 2008, ritenevano che fosse circa il 2%, corretto per l'inflazione (o circa il 4% in termini non corretti). Ora, la stima mediana tra i responsabili delle politiche della Fed è dello 0,5% (o un 2,5% nominale, ipotizzando un'inflazione del 2%) - ma ci sono ampie ragioni per pensare che dovrebbe essere più alto, dato che il governo prende più prestiti, la transizione verso l'energia verde aumenta la domanda di investimenti e i baby boomer in pensione risparmiano meno. E con l'inflazione che supera l'obiettivo del 2% della Fed, il tasso nominale neutro dovrebbe essere ancora più alto.

Inoltre, l'impatto della politica monetaria dipende in parte dal modo in cui essa influenza le condizioni finanziarie più ampie, che non sono particolarmente rigide. I mercati azionari e obbligazionari sono rimasti vivaci perché gli investitori, incoraggiati dal passaggio della Fed a rialzi dei tassi di 25 punti base, guardano oltre il presente, a quello che sperano sarà un regime più accomodante nel 2024 e 2025. Più sono ottimisti, più il tasso neutrale dei federal funds dovrà essere alto.

Inoltre, gli investitori non sono particolarmente preoccupati di un esito negativo. A parte il crollo delle criptovalute, considerano il sistema finanziario resistente e la Fed ben equipaggiata per mitigare qualsiasi flessione economica - un sentimento che Powell ha avallato affermando che se la Fed ritiene di essersi spinta troppo in là, "abbiamo strumenti per farlo".

Cosa farà dunque la Fed? La maggior parte dei funzionari ritiene che un tasso di federal funds compreso tra il 5% e il 5,25%, mantenuto fino al 2024, sia sufficiente a tenere sotto controllo l'inflazione, e il rapporto sui posti di lavoro della scorsa settimana ha rafforzato questa opinione. Per questo motivo, probabilmente opteranno per altri due aumenti di 25 punti base nelle riunioni politiche di marzo e maggio.

Dopodiché, aspetteranno di vedere cosa succede, una valutazione che richiederà diversi mesi (come minimo) dati i lunghi ritardi della politica monetaria. Per evitare che le condizioni finanziarie si allentino ulteriormente, manterranno il loro messaggio da falchi, affermando che la politica monetaria rimarrà rigida per qualche tempo. E se un tasso superiore al 5% non dovesse bastare, alla fine saranno costretti a salire.

Valter Buffo