Longform’d. Macro 2023
 

There’s a well known joke about a tourist in Ireland who asks one of the locals for directions to Dublin. The Irishman replies: ‘Well sir, if I were you, I wouldn’t start from here’. Being Irish, I can tell that joke with impunity! Indeed, like some others in this category, it’s hard to tell whether the joke is actually racist, since there is something of the ‘Wise Fool’ in the Irishman’s response. After all, if you want to get somewhere, then it’s better to start from a place where you have a good chance of reaching your goal. How does this relate to education? In precisely this way: if your goal is a new way of teaching, then it may be better to start afresh, rather than attempting to tweak a system you have inherited. As Ken Robinson puts it, educational ‘reform’ is simply tinkering with a broken model, when what is required is a revolution.

 

Abbiamo già trattato nel nostro Blog, ed in modo ampio, le prospettive per i mercati finanziari e per i nostri portafogli modello nel secondo semestre 2023.

Tutto ciò che avete visto nell’ultima settimana è una conferma, sostanziale, di questo stato delle cose.

Ciò che vi è stato raccontato dei mercati finanziari a gennaio 2023 da private bankers, financial advisors e wealth managers era falso. Ciò che dicevano a gennaio Goldman Sachs, JP Morgan, UBS e BNP Paribas, Amundi e Blackrock era sbagliato.

Di tutta quella “narrativa” di gennaio 2023, non è rimasto nulla a giugno 2023. Tutta la prospettiva, tutta la “narrativa” è stata ribaltata dai fatti.

La realtà dello 1 luglio è invece coerente con ciò che potete leggere, andando a ritroso, nel nostro Blog, partendo da gennaio 2023: non abbiamo altro da aggiungere, a questo proposito, e non esiste nulla di significativo nel breve termine, nel panorama dei mercati finanziari allo 1 luglio 2023, con la sola eccezione della curva dei rendimenti.

Per tutte queste ragioni, oggi quindi noi lasciamo da parte i mercati finanziari (se non per una parte dedicata alle obbligazioni, che leggerete in chiusura del Longform’d) e dedichiamo il nuovo Longform’d agli aspetti macroeconomici: ci stacchiamo quindi dalla stretta attualità dei mercati finanziari.

Nel Blog torneremo sui mercati finanziari la settimana prossima: dopo avere visto i dati USA per gli occupati ed i salari, dopo avere ascoltato le anticipazioni per la nuova stagione degli utili trimestrali, e dopo avere letto dalla Federal Reserve le anticipazioni sulla riunione di luglio.

Per questa settimana, mettiamo quindi da parte la strettissima attualità dei mercati. Lo facciamo perché riteniamo che in questo preciso momento, all’inizio del nuovo semestre e con un tasso di eccitazione elevato tra gli investitori, sia ancora più importante avere chiara la visione, e la strategia di investimento.

Per iniziare, colleghiamoci però al precedente Post di sette giorni fa.

Quello che vedete qui sotto nel grafico è il maggiore cambiamento dell’intera vostra vita economica, in quanto cittadini ed in quanto investitori allo stesso tempo. E’ anche il dato che maggiormente condiziona la gestione del portafoglio, e la nostra strategia di investimento per i portafogli modello.

Dodici anni fa, nel 2023, questo numero che vedete nel grafico era di DIECI volte più piccolo.

Nel 2020, ovvero solo tre anni fa, era la metà: questo numero è RADDOPPIATO in soli due anni.

Perché è raddoppiato: lo spiega l’immagine qui sotto.

Ora, vediamo di capire perché questo numero (quello del primo grafico) è importante per noi investitori: anzi, nel 2023, forse è il numero più importante, per tutti quanti.

Lo facciamo rileggendo (in sintesi) uno degli interventi al recente Forum di Sintra, organizzato questa settimana dalla BCE, poi anche una successiva dichiarazione di un membro della BCE, ed infine una dichiarazione di Powell (Federal Reserve) al medesimo Forum. Nelle tre immagini che seguono.

Questo punto, come dicevamo, è oggi il punto chiave. Se ne parlerà con sempre maggiore frequenza, nel secondo semestre del 2023, sui mercati finanziari (ma pure nei Parlamenti)..

Recce’d ve lo spiega in questo Post, Post nel quale spieghiamo inoltre che:

  1. è impossibile gestire un portafoglio titoli senza conoscere la macroeconomia; chi è esperto solo di “vendere i Fondi e le polizze” non può rendersi utile e creare valore indirizzando la gestione dei portafogli; non dovrebbe farlo; e non dovrebbe essere autorizzato a farlo; la macroeconomia ha le sue regole di funzionamento, ed è necessario conoscerle bene

  2. è sempre la realtà a dominare sui mercati finanziari: è sempre lì che si torna, è inevitabile; e vale per le azioni, per le obbligazioni, per le valute e per le materie prime; Goldman Sachs e BNP Paribas e tutte le altre possono inventare tutte le favole che vogliono, ma poi è alla realtà che si ritorna, sempre

  3. le due regole precedenti sono dieci volte più importanti proprio nel 2023: perché abbiamo superato il punto di svolta e siamo entrati (come dice anche la BCE) in una Nuova Era, che (come ci ha detto anche Powell) “durerà per anni”.

Come sempre, noi di Recce’d vi dimostriamo il tutto: utilizzando esempi concreti e calati nella realtà attuale, di inizio luglio 2023.

Partendo, in questo nostro nuovo Longform’d, dalle valutazioni della Banca dei Regolamenti Internazionali che sono state pubblicate proprio la settimana scorsa.


LONDRA, 25 giugno (Reuters) - La Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), organismo ombrello delle banche centrali mondiali, ha chiesto domenica altri aumenti dei tassi d'interesse, avvertendo che l'economia mondiale si trova ora a un punto cruciale mentre i paesi lottano per contenere l'inflazione.

Nonostante l'inarrestabile aumento dei tassi negli ultimi 18 mesi, l'inflazione in molte delle principali economie rimane ostinatamente alta, mentre il balzo dei costi di finanziamento ha innescato i più gravi crolli bancari dalla crisi finanziaria di 15 anni fa.

"L'economia globale si trova in una fase critica. È necessario affrontare le sfide più difficili", ha dichiarato Agustin Carstens, direttore generale della BRI, nel rapporto annuale dell'organizzazione pubblicato domenica.

"Il tempo di perseguire ossessivamente la crescita a breve termine è passato. La politica monetaria deve ora ripristinare la stabilità dei prezzi. La politica fiscale deve consolidarsi".

Claudio Borio, capo dell'unità monetaria ed economica della BRI, ha aggiunto che c'è il rischio che si instauri una "psicologia inflazionistica", anche se i rialzi dei tassi più consistenti del previsto in Gran Bretagna e Norvegia la scorsa settimana hanno dimostrato che le banche centrali si stanno impegnando "per portare a termine il lavoro" per affrontare il problema.

Tuttavia, le loro sfide sono uniche per gli standard del secondo dopoguerra. È la prima volta che, in gran parte del mondo, un'impennata dell'inflazione coesiste con una diffusa vulnerabilità finanziaria.

Più a lungo l'inflazione rimane elevata, più forte e prolungato sarà l'inasprimento delle politiche necessarie, si legge nel rapporto della BRI, che avverte che la possibilità di ulteriori problemi nel settore bancario è ormai "concreta".

Se i tassi di interesse dovessero raggiungere i livelli della metà degli anni '90, l'onere complessivo del servizio del debito per le principali economie sarebbe, a parità di condizioni, il più alto della storia, ha affermato Borio.

"Credo che le banche centrali riusciranno a tenere sotto controllo l'inflazione. Questo è il loro compito: ripristinare la stabilità dei prezzi", ha detto a Reuters. "La domanda è quale sarà il costo".

La BRI, con sede in Svizzera, ha tenuto nei giorni scorsi la propria riunione annuale, durante la quale i banchieri centrali hanno discusso degli ultimi mesi turbolenti.

I mesi di marzo e aprile hanno visto il fallimento di alcune banche regionali statunitensi, tra cui la Silicon Valley Bank, e poi il salvataggio d'emergenza del Credit Suisse nel cortile di casa della BRI.

Storicamente, circa il 15% dei cicli di rialzo dei tassi scatena gravi tensioni nel sistema bancario, secondo il rapporto della BRI, anche se la frequenza aumenta considerevolmente se i tassi di interesse sono in aumento, l'inflazione è in crescita o i prezzi delle case hanno subito un forte incremento.

La frequenza può addirittura raggiungere il 40% se il rapporto debito privato/PIL si trova nel quartile superiore della distribuzione storica al momento del primo rialzo dei tassi.

"Livelli di debito molto elevati, una notevole impennata dell'inflazione globale e il forte aumento dei prezzi delle case, tipico dell'era della pandemia, sono tutti fattori che rientrano in questa categoria", ha affermato la BRI.

La BRI ha inoltre stimato che il costo del sostegno all'invecchiamento della popolazione crescerà di circa il 4% e il 5% del PIL rispettivamente nelle economie avanzate (AE) e in quelle emergenti (EME) nei prossimi 20 anni.

Se i governi non stringeranno la cinghia, il debito supererà il 200% e il 150% del PIL entro il 2050 nelle AE e nelle EME e potrebbe essere ancora più alto se i tassi di crescita economica diminuiranno.

Una parte del rapporto, pubblicato la scorsa settimana, ha anche delineato un progetto "rivoluzionario" per un sistema finanziario evoluto in cui le valute digitali delle banche centrali e gli asset bancari tokenizzati accelerano e rendono più intelligenti le transazioni e il commercio globale.

Commentando ulteriormente il quadro economico, Carstens, ex capo della banca centrale messicana, ha affermato che ora spetta ai responsabili politici agire.

"Le aspettative irrealistiche emerse dopo la Grande Crisi Finanziaria e la pandemia COVID-19 circa il grado e la persistenza del sostegno monetario e fiscale devono essere corrette", ha affermato.

La BRI ritiene che un atterraggio economico "morbido, o quasi" - in cui i tassi aumentano senza innescare recessioni o gravi crolli bancari - sia ancora possibile, ma ammette che si tratta di una situazione difficile.

Gli analisti di Bank of America hanno calcolato che negli ultimi due anni ci sono stati ben 470 aumenti dei tassi di interesse a livello globale, a fronte di 1.202 tagli dal crollo finanziario.

La Federal Reserve statunitense ha alzato i tassi di 500 punti base da un livello prossimo allo zero, la Banca Centrale Europea ha aumentato quelli della zona euro di 400 punti base e molte economie del mondo in via di sviluppo hanno fatto molto di più. Anche le impostazioni monetarie ultra-allentate della Banca del Giappone potrebbero avvicinarsi a un bivio.

Resta da chiedersi cosa sarà necessario fare di più, soprattutto in presenza di segnali che indicano che le imprese stanno cogliendo l'opportunità di aumentare i profitti e che i lavoratori chiedono salari più alti per evitare un'ulteriore erosione del loro tenore di vita.

"I guadagni facili sono stati raccolti e l'ultimo miglio sarà più difficile", ha detto Borio, riferendosi alle sfide che i banchieri centrali devono affrontare per riportare l'inflazione a livelli sicuri. "Non sarei sorpreso se ci fossero altre sorprese".

Servizio di Marc Jones; montaggio di Emelia Sithole-Matarise e Catherine Evans

Ci sono numerosi spunti, che possono esservi utili per comprendere meglio ciò che sta accadendo intorno a tutti voi investitori alla metà del 2023:

  1. la crescita economica di breve termine non è l’obbiettivo primario

  2. il peso del debito sul PIL

  3. i rischi di fallimento nel settore bancario

  4. l lotta all’inflazione e “l’ultimo miglio”

  5. ma soprattutto la parte sulle “aspettattive irrealistiche” che ancora oggi, nel giugno del 2023, si vedono nei prezzi degli asset finanziari (attenzione! opportunità di guadagni facili!)

Ma ciò che a noi di Recce’d preme di mettere alla vostra attenzione, delle analisi della BRI, è il rapporto, oggi molto più stretto, fra le scelte della politica monetaria e le scelte della politica fiscale (grafico sopra). Le analisi della BRI vengono riproposte dall’articolo che segue, dove abbiamo enfatizzato i passaggi più significativi.

Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, i governi di tutto il mondo dovrebbero aumentare le tasse o tagliare la spesa pubblica per aiutare le banche centrali a contenere l'inflazione e mitigare il rischio di una crisi finanziaria. La banca dei banchieri centrali, che spesso opera come portavoce informale delle istituzioni, ha affermato che i governi stanno "testando i confini di quella che potrebbe essere definita la regione della stabilità" lasciando la politica fiscale allentata mentre l'inflazione rimane alta e i tassi di interesse aumentano rapidamente. "Il consolidamento fiscale fornirebbe un sostegno fondamentale nella lotta all'inflazione", ha affermato la BRI nel suo rapporto annuale, pubblicato domenica. "Ridurrebbe inoltre la necessità per la politica monetaria di mantenere i tassi di interesse più alti più a lungo, riducendo così il rischio di instabilità finanziaria".

Tradizionalmente esiste una separazione tra la politica fiscale, stabilita dai governi, e la politica monetaria, stabilita dalle banche centrali e mirata a controllare l'inflazione, tenendo conto dei livelli di spesa pubblica e di tassazione. I banchieri centrali hanno ribadito di essere fiduciosi nella loro capacità di separare le decisioni di politica monetaria dalle preoccupazioni relative alla stabilità finanziaria, ma la preoccupazione della BRI contrasta con queste rassicurazioni. Secondo la BRI, le probabilità di una crisi finanziaria sono significative, dato che i tassi di interesse sono elevati e ancora in aumento. Tuttavia, la BRI ha aggiunto che questi rischi potrebbero essere ridotti se i governi adottassero una politica fiscale più restrittiva, togliendo un po' di pressione ai tassi d'interesse come strumento di politica primaria e rafforzando le finanze pubbliche dei Paesi. I tassi d'interesse elevati hanno già causato gravi turbolenze finanziarie nell'ultimo anno, ha affermato la BRI, citando la crisi dei titoli di Stato e dei fondi pensione del Regno Unito dello scorso ottobre e il fallimento delle banche regionali statunitensi e di Credit Suisse questa primavera.

Agustín Carstens, direttore della BRI, ha affermato che l'inflazione sta scendendo nella maggior parte dei Paesi, ma "l'ultimo miglio è tipicamente il più difficile". "L'onere sta ricadendo su molte spalle, ma i rischi di una mancata azione tempestiva saranno maggiori nel lungo periodo. Le banche centrali sono impegnate a mantenere la rotta per ripristinare la stabilità dei prezzi e proteggere il potere d'acquisto dei cittadini", ha dichiarato. La BRI ha avvertito che, nel lungo periodo, i governi e le banche centrali dovrebbero evitare di cercare di risolvere tutti i problemi della società con gli stimoli economici. Ciò fa eco ai recenti consigli dell'OCSE. Secondo la BRI, i banchieri centrali hanno mantenuto i tassi troppo bassi per troppo tempo quando l'inflazione era al di sotto dell'obiettivo, perché ciò ha incoraggiato il settore privato ad accumulare debito, aumentando le eventuali vulnerabilità del settore finanziario. "Una volta ristabilita la stabilità dei prezzi, la politica monetaria potrebbe essere più tollerante nei confronti di cali moderati, anche se persistenti, dell'inflazione rispetto agli obiettivi puntuali", si legge nel rapporto. Il rapporto aggiunge che, invece di cercare di stimolare la crescita e di compensare le crisi con aumenti della spesa pubblica, i governi dovrebbero riconoscere che l'indebolimento delle finanze pubbliche finisce per limitare la loro capacità di reazione in caso di crisi.

"I responsabili politici devono riconoscere meglio i limiti delle politiche di stabilizzazione macroeconomica", si legge nel rapporto. "La politica monetaria e fiscale può essere una forza importante per il bene, ma, se troppo ambiziosa, può anche causare grandi danni". Monica Defend, responsabile dell'Istituto Amundi, ha dichiarato: "Abbiamo bisogno di un coordinamento di gran lunga maggiore tra la politica fiscale e monetaria, e non ci siamo ancora arrivati. L'orientamento fiscale dovrebbe essere dinamico, cioè adattarsi realmente per preservare il benessere sociale, ma allo stesso tempo essere abbastanza mirato e mirante". Questa pressione aumenterà con l'avanzare della transizione verso alternative energetiche più verdi nei prossimi anni, ha avvertito Defend. "La questione principale è: chi finanzierà tutto questo? Come possiamo intraprendere seriamente questa strada senza un coordinamento tra politica fiscale e monetaria?". James Knightley, capo economista internazionale di ING, ha dichiarato: "Non si può avere stabilità macro senza stabilità finanziaria, e se ci si concentra troppo su una a scapito dell'altra, è allora che i rischi si materializzano". Servizio aggiuntivo di Colby Smith a Washington

Recce’d attribuisce grande importanza, oggi, al tema del rapporto tra la politica-politica (dei partiti e dei Parlamenti) e la politica monetaria: ne avevamo già scritto qui nel nostro Blog, poi anche nella pagina TWIT - TWOO, e infine alla pagina NEL MOTORE DELLA PERFORMANCE.

Per ogni investitore, e per ognuna delle varie asset class, oggi diventa cruciale comprendere in che modo la politica-politica interagisce con la politica monetaria: come si spiega in modo chiaro nell’immagine sotto:

per prevedere il futuro dell’inflazione sono più importanti i dati per il deficit pubblico di quelli per i tassi ufficiali di interesse

Abbiamo già commentato, in modo ampio, le reazioni della politica-politica (non soltanto italiana) alle recenti mosse delle Banche Centrali, documentando la riduzione dell’autonomia decisionale delle stesse Banche Centrali.

Le quali, in effetti hanno goduto, ed abusato, di un potere discrezionale in sostanza illimitato per alcuni decenni, e sono (era prevedibile) arrivate ad abusarne.

Quella fase è finita, e come ha detto lo stesso Mario Draghi “siamo in una Nuova Era”.

Gli errori del passato oggi sono chiari e definiti: non è chiaro, e non è definito, ciò che accadrà nel futuro.

Di certo, noi di Recce’d possiamo anticiparvi che proprio questo è il momento nel quale è MENO auspicabile l’irruzione della politica-politica nelle Banche Centrali. Purtroppo, però, NON è evitabile.

L'autore è chief economic strategist di Netwealth

Nelle economie occidentali è necessario un periodo prolungato di tassi di interesse reali positivi. In altre parole, i tassi di interesse dovranno rimanere più alti dell'inflazione per qualche tempo. Non ora, ma quando avremo visto come si assesta l'inflazione di fondo. I mercati dovranno tenerne pienamente conto. La fine del denaro a basso costo è la questione dominante, dettata dalla necessità di ripristinare la credibilità anti-inflazionistica della politica.

Due aspetti spiccano. Il primo è dove i tassi raggiungeranno il picco e se le banche centrali hanno fatto abbastanza per contenere l'inflazione. L'inasprimento attraverso l'aumento dei tassi potrebbe finire presto.

A livello globale, le pressioni inflazionistiche stanno diminuendo. I noli e i prezzi del petrolio sono bassi. La misura dei prezzi alimentari delle Nazioni Unite è inferiore del 22,1% rispetto al massimo storico del marzo 2022. La Cina, che ha mantenuto una politica monetaria prudente durante la pandemia, ha appena allentato e probabilmente ridurrà nuovamente i coefficienti di riserva per le banche, fornendo liquidità. Mentre in molti Paesi i tassi di politica monetaria hanno probabilmente già raggiunto il massimo, le banche centrali sono riluttanti a segnalare un allentamento. Prendiamo l'India. L'inflazione è scesa a un minimo di 25 mesi, il 4,25%, ma la politica è ferma. La persistenza dell'inflazione di fondo mantiene caute le banche centrali occidentali. Le cause iniziali dell'inflazione globale si sono invertite, ovvero i fattori legati all'offerta e le politiche monetarie lassiste.

Tuttavia, gli effetti di secondo impatto sull'inflazione si ripercuotono sull'inflazione di fondo in economie come il Regno Unito. L'aumento delle aspettative di inflazione e le tensioni sul mercato del lavoro alimentano la crescita dei salari e le imprese sembrano in grado di trasferire i costi più elevati, mantenendo o incrementando i margini di profitto. Nonostante le critiche, la Federal Reserve statunitense ha fatto una pausa ragionevole. È in programma un notevole inasprimento delle politiche che rallenterà l'economia. Ma aumenterà i tassi se la stretta aggressiva attuata finora non riuscirà a frenare l'inflazione di fondo. La credibilità della Fed le consente di fare una pausa. La Banca d'Inghilterra, invece, non ha alcuna credibilità e quindi non ha potuto fare una pausa. Pertanto, sembrano probabili ulteriori aumenti, con possibilità di recessione.

La seconda questione chiave merita maggiore attenzione. La futura neutralità della politica monetaria indica la necessità di tassi di interesse reali positivi. Ciò si aggiunge alla riduzione dei bilanci delle banche centrali. I mercati potrebbero quindi non essere più in grado di fare affidamento sulla politica monetaria come inevitabile ammortizzatore, in cui i tassi vengono tagliati in risposta alla debolezza economica o allo stress finanziario. Se così fosse, aspettatevi maggiori pressioni politiche e volatilità dei mercati. È molto probabile che l'inflazione in molte economie occidentali, tra cui gli Stati Uniti, l'area dell'euro e il Regno Unito, si stabilizzi a un livello più alto rispetto a prima della pandemia, e al di sopra del 2% che i mercati sembrano sempre aspettarsi che l'inflazione ritorni. In tal caso, ci si aspetta che si parli di obiettivi più elevati. Quando il contesto dell'inflazione cambia, le aspettative possono adattarsi lentamente. È stato così negli anni '70.

Era così anche all'inizio degli anni Novanta. Allora facevo parte di un piccolo gruppo di economisti che credevano che ci stessimo avviando verso una nuova era di bassa inflazione e rimasi colpito da quanto tempo ci volle perché il mercato si adeguasse. Il mercato continuava ad aspettarsi che l'inflazione tornasse ai suoi precedenti livelli più elevati a livello globale. Lo stesso vale per ora. Il 2% è un pensiero radicato. Forse ora dovrebbe essere il 3%. Per un quarto di secolo, l'inflazione è stata bassa a causa della globalizzazione, della compressione delle quote salariali, della finanziarizzazione e della tecnologia. Due di questi quattro fattori stanno cambiando: la globalizzazione è stata sostituita dalla frammentazione e le quote salariali sono aumentate. Un articolo del 1977 dell'economista Bob Rowthorn sembra attuale, in quanto evidenzia il conflitto tra lavoratori e proprietari e il modo in cui questi ultimi anticipano l'inflazione e reagiscono. Inoltre, i mercati sono consapevoli del pensiero di gruppo che ha caratterizzato le banche centrali. Prima della pandemia c'era accordo sul fatto che il R-star, il tasso d'interesse reale neutro coerente con condizioni economiche stabili, fosse pari a zero nella maggior parte delle economie occidentali. Quindi, se l'inflazione si stabilizzasse al 3%, i tassi di policy sarebbero del 3%. Ma un R-star prossimo allo zero è un risultato politico che riflette un pensiero profondamente sbagliato a causa delle distorsioni che derivano dal denaro a basso costo. Questo modo di pensare è stato alla base dei problemi che abbiamo visto.

Il denaro a basso costo ha portato all'inflazione dei prezzi degli asset, a mercati che non valutano correttamente il rischio e a una cattiva allocazione del capitale. Ha inoltre contribuito in modo significativo alla recente ondata di inflazione. L'ultima cosa di cui l'economia mondiale ha bisogno è un ritorno al denaro a buon mercato.

Il calo dell'inflazione contribuirà a rendere positivi i tassi di policy. Ma è improbabile che sia tutto qui. Si tratta di un cambiamento di mentalità credibile che mantiene i tassi di policy più alti di quelli a cui i mercati si sono abituati dopo la crisi finanziaria globale del 2008. Copyright The Financial Times Limited 2023. Tutti i diritti riservati. Ultime notizie sulla politica monetaria

Come spiegava bene l’articolo precedente, la politica del “denaro a costo zero” ha fatto gravi danni, danni che NON scompariranno semplicemente alzando il costo ufficiale del denaro.

La politica della “liquidità a costo zero” ha a tutto oggi un grande numero di fan, di supporter, di fanatici convinti che esista una “scorciatoia a costo zero” grazie alla quale “fare tutti più ricchi senza fatica”. Stampando moneta.

Questa follia, che ha dominato per più di un decennio, è rimasta nella testa di molti: sia dei disperati che in Borsa corrono dietro alle ultime mode, alle opzioni 0DTE, ai meme stocks e a Nvidia a 25 volte il fatturato, sia a donne e uomini dei Governi e delle Banche Centrali.

Ed è anche per questa ragione che nel 2023, nonostante i rialzi dei tassi, le Banche Centrali nel loro insieme (Cina, Giappone, USA, BCE, banca di Inghilterra) hanno fatto altro QE ed aumentato ancora la liquidità in circolazione (nel grafico sotto).

Questa scelta di politica monetaria, totalmente contradditoria con i rialzi dei tassi, porterà a conseguenze negative (alcune davvero dannose, e totalmnte imprevedibili per la massa degli investitori) fin dalle prossime settimane.

L’aumento del QE nel 2023, documentato anche nel grafico che avete visto poco sopra, NON è tata una scelta deliberata: è stata piuttosto forzata, una risposta obbligata. Lo spiega, nel modo più chiaro possibile, l’articolo che leggete di seguito.


L'autore è amministratore delegato di Crossborder Capital e autore di "Capital Wars: The Rise of Global Liquidity"

L'aumento dei mercati azionari mondiali sembra confermare che la liquidità globale - il bacino di denaro e credito che si muove sui mercati finanziari - si sta nuovamente espandendo dopo la flessione dello scorso anno. Addio quindi all'inasprimento quantitativo delle banche centrali, il tanto sbandierato disinnesco dei massicci programmi di stimolo a sostegno dei mercati e delle economie. Secondo le nostre stime, il ciclo della liquidità ha toccato il fondo nell'ottobre 2022, sulla scia della "mini" débâcle del bilancio dell'ex primo ministro britannico Liz Truss, e sembra destinato a salire nei prossimi anni. Gli investitori dovrebbero quindi aspettarsi un continuo vento di coda dalla liquidità globale, invece dei forti venti contrari dello scorso anno.

Questo dovrebbe essere positivo per le azioni, ma meno per gli investitori in obbligazioni. Il sell-off dei gilt britannici dello scorso autunno ci dà un'anticipazione delle sfide future per i mercati del debito sovrano e indica alcune decisioni difficili da prendere sia per i politici che per gli investitori. L'integrità delle banche e dei mercati dei titoli sovrani è sacrosanta nella finanza moderna. Guidate dalla Federal Reserve statunitense, negli ultimi mesi le banche centrali hanno iniettato ingenti quantità di denaro nei mercati monetari, contribuendo a salvare le banche in difficoltà. Ma nei prossimi anni dovranno probabilmente salvare anche i governi, che hanno un debito elevato. In breve, i mercati hanno bisogno di sempre più liquidità da parte delle banche centrali per la stabilità finanziaria e i governi ne avranno ancora più bisogno per la stabilità fiscale. In un mondo di debito eccessivo, i grandi bilanci delle banche centrali sono una necessità. Quindi, dimenticate il QT, il quantitative easing sta tornando.

Il bacino di liquidità globale, che secondo le nostre stime è di circa 170 miliardi di dollari, non si ridurrà in modo significativo a breve. La promessa riduzione delle dimensioni del bilancio della Fed statunitense è stata tutt'altro che convincente. Il calo degli acquisti diretti di obbligazioni è stato compensato da altri programmi di creazione di liquidità della Fed, come i prestiti a breve termine alle banche commerciali. Hanno contribuito anche una riduzione del Treasury General Account, il conto degli assegni del governo presso la Fed, e piccoli ritiri di depositi presso la banca centrale. Inoltre, il Tesoro statunitense sta discutendo di riacquisti per migliorare la liquidità del mercato obbligazionario, di vendite mirate di titoli ai fondi del mercato monetario e probabilmente ridurrà la durata media dei Treasury a disposizione degli investitori privati per stimolare la domanda. Tutto ciò contribuirà ad aumentare la liquidità globale.

Aspettatevi altre svolte politiche non convenzionali in futuro. Gli ultimi due decenni di montagne russe hanno dimostrato come i mercati finanziari abbiano bisogno di liquidità per ripianare gli ingenti debiti accumulati da imprese, famiglie e governi. Secondo le nostre stime, ben sette dollari su otto che passano di mano sui mercati finanziari mondiali sono oggi utilizzati per rifinanziare i debiti esistenti. Una quota crescente del dollaro rimasto per i "nuovi" finanziamenti viene utilizzata per finanziare i crescenti disavanzi pubblici.

In prospettiva, le economie avanzate si trovano ad affrontare nuove pressioni sulle finanze pubbliche, poiché i requisiti militari e la demografia aumentano la spesa obbligatoria, mentre la base imponibile è compromessa da un maggior numero di pensionamenti di lavoratori ad alto salario. Inoltre, la concorrenza fiscale internazionale probabilmente esclude un aumento sostanziale delle aliquote marginali. Consideriamo la matematica fiscale statunitense. Nel prossimo decennio, il governo statunitense dovrà vendere in media 2 miliardi di dollari di titoli del Tesoro all'anno. E secondo le ultime previsioni del Congressional Budget Office, la Fed dovrà contribuire. Secondo le stime del CBO, le disponibilità della Fed in Treasury statunitensi dovranno salire a 7,5 miliardi di dollari entro il 2033, rispetto ai livelli attuali di quasi 5 miliardi di dollari. Non si tratta di un QT, ma peggio, queste proiezioni di spesa del CBO sono probabilmente troppo basse, soprattutto per quanto riguarda le spese per la difesa. Numeri più realistici indicano un fabbisogno di titoli del Tesoro della Fed di almeno 10 miliardi di dollari. Ciò si traduce proporzionalmente in un raddoppio dell'attuale bilancio di 8,5 miliardi di dollari e significherà diversi anni di crescita a due cifre della liquidità della Fed.

Guardando in giro, non ci sono molte alternative a questo QE della Fed. La spesa obbligatoria è di fatto già fissata e le basi imponibili sono state prosciugate. Gli stranieri detengono circa un terzo del debito statunitense e la Cina è ancora un investitore importante, ma le crescenti tensioni geopolitiche probabilmente ridurranno il loro appetito. E le famiglie e i fondi pensione statunitensi? Il problema è che potrebbero essere necessari tassi d'interesse più elevati per attirarli verso le obbligazioni, soprattutto quando la minaccia dell'inflazione monetaria incombe. Tuttavia, tassi d'interesse più elevati fanno aumentare il deficit fiscale, richiedendo un debito ancora maggiore e aggravando così il problema. Come scherzano in Irlanda, se volete andare a Dublino, non partite da qui. Questo articolo è stato modificato in seguito a un errore di redazione per indicare la stima corretta di 170 miliardi di dollari delle dimensioni del pool di liquidità globale.

Ritornando alla prima immagine di questo nostro Longform’d: è proprio quel grafico che vi racconta quale è, oggi 1 luglio 2023, il dato più importante di tutti, per la gestione del portafoglio titoli.

Perché quel dato è un problema. Si tratta di un problema urgente. Si tratta di un problema che tocca anche la politica-politica. Si tratta di un problema che va risolto subito.

Quale strada verrà intrapresa? Chi si metterà in azione? Quali strumenti verranno usati? E quando verranno usati, in che tempi? La politica-politica che influenza avrà sulle scelte? Che tipo di ricadute avranno queste scelte sull’economia reale (PIL, occupazione, salari, profitti)?

Oggi si parla già di questo, tra Autorità di politica, investitori ed operatori di mercato. ma presto, questo diventerà il tema dominante

Quelle che Recce’d ha scritto più in alto sono le domande da mettere davanti a tutto, per le vostre scelte di portafoglio, per la gestione dei vostri investimenti, nel luglio del 2023.

Anche, e soprattutto, se avete messo altri BTp in portafoglio.

Anche e soprattutto se avete scelto Titoli di Stato a breve termine.

Lo spiega molto bene un recente articolo del Financial Times, che chiude questo Longform’d con alcune indicazioni di tipo operativo, e vi riporta al

“Whatever it takes versione 2023”

di cui abbiamo scritto anche alla pagina TWIT - TWOO oltre che ovviamente nel The Morning brief.


Quest'anno gli investitori si sono riversati sul reddito fisso, attirati dalla promessa di un ritorno delle obbligazioni dopo un anno di rendimenti miseri. Finora, questa operazione non è riuscita a garantire rendimenti elevati.

I mercati obbligazionari globali hanno perso l'1% in questo trimestre, a causa dell'inflazione ostinatamente alta su entrambe le sponde dell'Atlantico che spinge le grandi banche centrali a continuare ad aumentare i tassi di interesse. Dopo un guadagno del 3% nel primo trimestre, questa battuta d'arresto significa che l'asset class non ha finora mantenuto la promessa di un forte rimbalzo dopo la storica perdita del 16% dello scorso anno per l'indice Bloomberg Global Aggregate - un ampio indicatore del reddito fisso globale e il benchmark per molti fondi obbligazionari.

Gli investitori che hanno scommesso sul fatto che l'inflazione sta scendendo, mentre la recessione incombe, hanno investito in obbligazioni "fino al collo", ha dichiarato Jim Bianco, presidente di Bianco Research. "È stata una scommessa dolorosa. Nelle ultime cinque o sei settimane, molti di loro hanno visto la propria performance penalizzata", ha aggiunto.

Gli investitori hanno fatto il pieno di obbligazioni all'inizio dell'anno, con quasi 113 miliardi di dollari affluiti nei fondi obbligazionari imponibili nei primi cinque mesi del 2023, secondo i dati Morningstar, con una netta differenza rispetto ai 107 miliardi di dollari di deflussi dell'anno scorso nello stesso periodo. L'ondata di liquidità si è verificata quando i grandi money manager, tra cui JPMorgan, Pimco, Charles Schwab, Fidelity Investments e Amundi, hanno dichiarato che "le obbligazioni sono tornate". Gli acquirenti cercavano di ottenere i rendimenti più alti degli ultimi anni.

Ma molti scommettevano anche che il ciclo di aumenti dei tassi d'interesse da parte della Federal Reserve statunitense e di altre banche centrali - che è stato alla base del bagno di sangue del reddito fisso del 2022 - fosse quasi giunto al termine. All'inizio della primavera, gli investitori nel mercato dei futures scommettevano che la Fed sarebbe stata costretta a tagliare i tassi di interesse più volte quest'anno. Ma alla riunione della Fed di giugno, la commissione ha pubblicato il suo ultimo "dot plot" che mostrava che i funzionari prevedevano un aumento dei tassi di interesse al 5,6% quest'anno, il che implicava altri due aumenti dei tassi.

Anche la Banca Centrale Europea ha messo in guardia da ulteriori aumenti dei costi di finanziamento nella sua riunione di giugno, mentre la Banca d'Inghilterra questa settimana ha sorpreso i mercati con un aumento dei tassi di mezzo punto percentuale superiore alle attese. Queste mosse hanno rappresentato una cattiva notizia per gli investitori che hanno acquistato titoli di Stato a breve scadenza - altamente sensibili alle prospettive dei tassi di interesse - sulla base dell'aspettativa che il picco dei costi di finanziamento fosse vicino.

Venerdì il rendimento del Tesoro a due anni è salito al livello più alto degli ultimi tre mesi dopo che il presidente della Fed Jay Powell ha dichiarato, in una testimonianza davanti al Congresso degli Stati Uniti, che la lotta della banca centrale contro l'inflazione non è finita.

"Se avete puntato sui tassi a breve termine all'inizio dell'anno, probabilmente state soffrendo, perché i tassi hanno continuato a salire", ha dichiarato Jason England, gestore del portafoglio obbligazionario globale di Janus Henderson.

L'exchange traded fund di iShares che segue il segmento 1-3 anni del mercato dei Treasury statunitensi ha perso lo 0,6% a giugno e lo 0,6% a maggio. Sebbene i ribassi appaiano modesti rispetto al sell-off dello scorso anno, sembra che l'entusiasmo per il reddito fisso stia scemando. Secondo i dati di Morningstar, in aprile e maggio si sono registrati deflussi per 763 milioni di dollari dai fondi obbligazionari governativi a breve scadenza. Gli afflussi nella categoria dei fondi obbligazionari imponibili hanno subito un lieve rallentamento: 71 miliardi di dollari nel primo trimestre, solo 42 miliardi in aprile e maggio. "Non ci sarebbe bisogno di lanciare slogan come 'le obbligazioni sono tornate' se il denaro arrivasse in modo organico", ha dichiarato un analista senior di un asset manager.

Alcuni di questi deflussi possono essere attribuiti al fatto che i buoni del Tesoro - le obbligazioni statunitensi ultra-corte e ultra-sicure che scadono in un arco di tempo che va da pochi giorni a un anno - stanno offrendo i migliori rendimenti degli ultimi decenni, ben al di sopra di quelli disponibili sulle obbligazioni a più lunga scadenza che comportano maggiori rischi. "Secondo l'aneddotica, gli investitori si accontentano dei buoni del Tesoro e dei fondi del mercato monetario governativo e si accontentano di sfruttare i rendimenti, piuttosto che il reddito fisso a breve scadenza", ha dichiarato Alex Obaza, gestore di portafoglio presso T Rowe Price. "Abbiamo assistito ad alcuni deflussi dai fondi obbligazionari a breve termine".

Nonostante la performance poco brillante, molti gestori di fondi rimangono tranquilli sulle loro scommesse sul reddito fisso, sostenendo che i rendimenti più elevati offrono un margine di errore, il che significa che i detentori possono ancora ottenere un rendimento positivo anche se i prezzi scendono modestamente. Il cuscinetto offerto da rendimenti più elevati è stato "la storia delle obbligazioni in ultima analisi", ha affermato Greg Peters, co-chief investment officer di PGIM Fixed Income. "Quando i tassi erano a zero o negativi, e gli spread erano stretti, quello era il contesto peggiore perché non c'era alcun cuscinetto. Oggi mi sento molto, molto più a mio agio nel possedere obbligazioni rispetto al 2017", ha dichiarato.

Valter Buffo
Secondo semestre 2023: l'estate calda, poi l'inverno freddo
 

L’estate è iniziata: il clima si surriscalda e i media come ogni anno si buttano a capofitto sulle immagini legate appunto all’estate.

Ecco un esempio.

E’ un fatto che l’inflazione è appiccicosa, come si dice nell’immagine.

Appiccicosa per tutti: tranne che per certi “esperti delle banche di investimento”, che ogni mattina sostengono esattamente l’opposto, che l’inflazione “è finita”.

E questi “esperti delle banche di investimento” hanno sostenuto la medesima cosa, ogni giorno, da due anni. Noi ve lo documentiamo qui sotto, con un grafico che Recce’d ha già commentato in TWIT - TWOO.

Una parte degli investitori ci è anche cascata. Di nuovo. Ancora nel 2023. Sembra impossibile: eppure, è successo.

Leggono che qualcuno scrive: “L’inflazione scende” e credono che l’inflazione scende davvero. Non guardano neppure i numeri!!!

Così vanno le cose, dal 2020 ad oggi: ed è a questo che la gestione del portafoglio titoli deve adattarsi.

Ed è partendo proprio da qui, da questo mondo distorto, frenetico ed isterico, che bisogna guadagnare, fare profitti, fare performances con i propri investimenti.

Ed è possibile fare utili: ad esempio, cercando di comprendere i dati del grafico che segue.

Tutti i Governo del Mondo ci spiegano che non ci sarà la recessione. E tutte le Banche Centrali del Mondo ci spiegano che non ci sarà la recessione. Ma allora, che cosa è … questa roba qui sopra?

Una parte (solo una parte) degli investitori, quella che si fa portare per mano dalle banche globali di investimento, racconta a sé stessa una storia di questo genere:

l’economia rallenterà di poco, i prezzi scenderanno da soli senza recessione, e tutto andrà in un modo meraviglioso.

Non si tratta di una novità: da due anni, ed ogni due mesi, si ritorna sempre qui: a parlare di soft landing. Lo racconta anche l’immagine sopra.

Questo vero e proprio bombardamento è servito, all’industria del risparmio e dei “prodotti finanziari” (Fondi Comuni di Investimento, Polizze Vita, certificati ed altro trash) per “tenere su” i mercati finanziari, e continuare così a guadagnare le loro commissioni.

Il problema quale sarebbe?

Il problema sta nel fatto che i dati … non accompagnano. Non c’è un solo dato che sostiene questa visione delle cose. Il soft landing di cui leggete nell’immagine sopra NON ESISTE.

Lo scenario oggi NON è uno scenario di soft landing: lo abbiamo chiaramente spiegato già lo scorso 3 giugno proprio qui, nel Blog.

La settimana successiva, poi, ce lo hanno confermato sia Powell sia Lagarde.

Ed oggi, mentre si avvicina l’inizio del nuovo trimestre, siamo già oltre: siamo già entrati nell’estate calda.

In termini di gestione del portafoglio titoli, il nuovo scenario è chiaramente una opportunità imperdibile: le cose da fare sono molte, e offrono ampie opportunità di guadagno.

E le Borse, allora? Come le spiegate?

Come abbiamo già scritto, anche nel Blog ed anche in TWIT - TWOO, le Borse oggi sono solo un “di cui”: all’investitore, oggi le Borse hanno nulla da dire. Riflettono, in modo passivo ciò che accade fuori dalle Borse.

Ma, in primo luogo, è decisivo comprendere che parlare di “Borse”, al plurale, oggi nel giugno 2023 è un errore. Oggi esiste una sola Borsa: perché oggi le Borse europee, tanto propagandate tra gennaio e marzo, sono tornate al loro ruolo di sempre, quello di essere solo dei vagoncini trascinati su e giù dalla locomotiva. La locomotiva è New York.

Quindi, c’è una sola Borsa, da seguire, analizzare e comprendere in questo giugno 2023. Ed è quella di New York.

Che non è neppure una Borsa vera e propria, ma un vero e proprio “crash in attesa di esplodere”, come ci racconta il grafico sotto.

In The Morning Brief, due mesi fa , Recce’d ai propri Clienti ha scritto e motivato che la Borsa a new York è entrata in una fase di crisi. I dati del grafico qui sopra sono appunto un segnale di crash.

Se non lo capire, se non riuscite a vederlo nel grafico qui sopra, allora … il nostro suggerimento è di evitare del tutto le Borse, perché non le capite. Evitate proprio tutte le Borse: mettetevi tranquilli, e cominciate studiare i numeri qui sotto. Dopo che li avrete capiti per bene, allora potete cominciare a pensare di investire in Borsa. Forse.

Oppure, in alternativa potete farvi assistere: ma non da quelli che oggi si fanno chiamare “consulenti finanziari” oppure “financial advisor”, perché che capiscono quanto voi, oppure anche meno di voi, della tabella qui sopra.

Nel vostro interesse dovete cercare qualcuno di molto diverso, che non sia un promotore finanziario che deve “piazzare la merce” (vendere a voi i Fondi e le polizze), ma che abbia invece competenza di gestione del portafoglio ed esperienza nella gestione del portafoglio.

E prima di ogni altra cosa, dovete ritornare al punto di partenza di questo nostro Post, e studiare in modo attento il nuovo scenario del secondo semestre 2023.

Per fare questo, vi può essere utile dedicare la prossima mezz’ora alla lettura dei dati nel grafico che segue.

In chiusura di questo Post sul secondo semestre 2023, ci rimane da accennare al nostro amato Paese: l’Italia.

Del quale si è parlato poco (troppo poco?) nei primi sei mesi del 2023, ma del quale, ne siamo sicuri, si parlerà molto sui mercati finanziari nel secondo semestre 2023.

Il Sole 24 Ore ad esempio venerdì 23 giugno titolava sui BTp. Quelli sono i vostri BTp, che avete messo in portafoglio.

La settimana scorsa, da lunedì a venerdì, ogni mattina ne abbiamo scritto, analizzando anche i dati, per i nostri Clienti in The Morning Brief.

Valter Buffo
Di certo noi non aspettiamo che ce lo spieghi Mario Draghi

Siamo in una Nuova Era. Un Nuovo Paradigma si è già affermato. Recce’d ve lo spiegava un anno fa, e precisamente nel mese di agosto 2022

La competenza di un gestore di portafoglio si vede (anche) da questo.

Un gestore che sia competente ed attento di certo non aspetta di leggere sui giornali che “Mario Draghi annuncia una Nuova Era”.

Un gestore competente e attento mesi e mesi prima aveva già disposto le posizioni nei portafogli titoli in modo tale da ricavare un profitto da questa Nuova Era, dopo averne analizzato sia le caratteristiche sia le implicazioni.

Noi di Recce’d, come abbiamo detto sopra, ne scrivemmo in questo Blog già un anno fa: e precisamente nel mese di agosto 2022 e poi anche in numerose occasioni successive.

Gratuitamente, e per tutti i lettori.

Adesso, dopo un anno, lo dice anche Mario Draghi (insieme con Jamie Dimon, Carlo Messina ed altri che nel Blog avete già letto nelle ultime settimane).

I portafogli modello dei nostri Clienti, ovviamente, da mesi sono già orientati in quella direzione: e ci mancherebbe altro, che aspettiamo di leggerlo sui giornali!

PARIGI - Il ritorno di Mario Draghi. L’ex presidente della Bce e fino a nove mesi fa presidente del consiglio parla ai grandi investitori globali, ospite d’onore al World investment forum di Amundi. Intervistato da Valérie Baudson, ad del colosso del risparmio gestito francese, ha detto: “Non ho consigli da dare ai vertici della Bce, è molto sensato che le banche centrali continuino a combattere l’inflazione come stanno facendo finora. Non vedo neanche ragioni per cambiarne l’ancoraggio (attualmente al 2% in Europa e negli Usa, ndr). Anche a me chiedevano ogni volta di cambiare l’ancoraggio, quando l’inflazione era a zero. Ma non lo abbiamo mai fatto allora non vedo perché farlo ora: se cambi perché non sei in grado di raggiungere gli obiettivi la tua credibilità è intaccata”.

Draghi ha anche detto che il Vecchio continente, anche per affrontare l’immane esborso legato a queste sfide, deve prepararsi a una fase nuova, in cui il peso delle politiche fiscali (“intese anche come spesa pubblica, specie nella difesa e nella transizione energetica”) sarà determinante: il deficit dei Paesi sarà più alto, “e anche il livello dei tassi d’interesse lo sarà. E saranno problemi per i gestori dei conti pubblici”. Draghi ha inoltre parlato degli altri grandi “pezzi da tenere insieme” nello scenario globale. “Difficile dire come si assesteranno le cose senza avere la palla di cristallo. Le cose visibili sono guerra, inflazione, Cina e Intelligenza artificiale, come le gestiremo determinerà il nostro futuro.

Lo stesso Mario Draghi aveva già parlato della Nuova Era qualche settimana fa, parlando a MIT (Massachusetts Institute of Technology): allora aveva utilizzato una specifica espressione, che Recce’d aveva utilizzato nell’agosto del 2022: ovvero il “cambio di paradigma”..

La guerra in Ucraina e il ritorno dell’inflazione hanno causato un «cambiamento di paradigma» che «può portare a tassi di crescita potenziale più bassi» e che «richiederebbe politiche che portino a deficit di bilancio e tassi di interesse più elevati». Lo ha detto Mario Draghi al Mit dove ha ritirato il premio Miriam Posen.

«Mentre noi eravamo impegnati a celebrare la fine della storia, la storia stava preparando il suo ritorno», ha detto. «Le conseguenze geopolitiche di un conflitto prolungato al confine orientale dell'Europa sono molto significative», ha aggiunto Draghi. «In primo luogo, l'Ue deve essere disposta a rafforzare le proprie capacità di difesa». In secondo luogo, «dobbiamo essere pronti a iniziare un percorso con l'Ucraina che porti alla sua adesione alla Nato». 

In terzo luogo, «dobbiamo prepararci a un periodo prolungato in cui l'economia globale si comporterà in modo molto diverso dal recente passato».

La guerra in Ucraina ha contribuito all'aumento delle pressioni inflazionistiche a breve termine, ma è anche probabile che inneschi «cambiamenti duraturi che annunciano un'inflazione più elevata in futuro», ha detto Draghi. «Con il senno di poi, è probabile che le autorità monetarie avrebbero dovuto diagnosticare per tempo il ritorno di un'inflazione persistente. Ma soprattutto in Europa, data la natura di shock guidato dall'offerta, non è chiaro se agire più rapidamente avrebbe arginato di molto l'accelerazione dei prezzi».

Per Draghi «l’incapacità dei governi di accordarsi tempestivamente su un tetto massimo di prezzo per il gas naturale ha reso il lavoro della Bce molto più difficile. In ogni caso, quando le banche centrali sono intervenute, hanno dimostrato un forte impegno a tenere sotto controllo l'inflazione e hanno in gran parte recuperato il tempo perduto».

L'aumento dei tassi si sta ora diffondendo nell'economia e ci sono segnali di rallentamento nel settore manifatturiero, per l’ex premier italiano.

«L'inflazione si sta dimostrando più resistente di quanto le banche centrali avessero inizialmente ipotizzato». La lotta contro l'inflazione non è finita e probabilmente richiederà «una cauta continuazione della stretta monetaria, sia attraverso un ulteriore aumento dei tassi di interesse, sia allungando i tempi di inversione del loro corso».

Draghi non si aspetta che le preoccupazioni relative alla stabilità finanziaria ostacolino il processo. «Gli attuali problemi bancari non sono in alcun modo paragonabili alla crisi finanziaria e dovrebbero essere affrontati con misure ad hoc, come è stato fatto finora», ha detto. «Date le dimensioni limitate di queste crisi, i governi dovrebbero finanziare, quando necessario, ogni intervento necessario, evitando di creare un conflitto per le banche centrali tra il perseguimento degli obiettivi di politica monetaria e quelli di stabilità finanziaria».

Alla fine, secondo l’ex presidente Bce «le banche centrali riusciranno a riportare il tasso di inflazione ai loro obiettivi» ma «l'economia sarà molto diversa da quella a cui siamo abituati». I governi avranno disavanzi di bilancio «permanentemente più elevati» e «nel lungo periodo, è probabile che i tassi di interesse si mantengano più alti di quanto non siano stati nell'ultimo decennio. Allo stesso tempo, la bassa crescita potenziale, i tassi più alti e gli elevati livelli di debito post-pandemia sono un cocktail volatile, e le banche centrali che tollerano l'inflazione non saranno la soluzione».

Draghi ha osservato infine che «le banche centrali devono certamente essere molto attente al loro impatto sulla crescita, in modo da evitare inutili sofferenze. Ma il compito di ridisegnare le politiche fiscali in questo nuovo contesto spetterà principalmente ai governi».

Non servono commenti. Le cose sono molto chiare. Adesso, nel giugno 2023, sono chiare anche per La Repubblica, per il Sole 24 Ore, per il vostro financial advisor (forse, o forse ci sta per arrivare).

Questi giornali e questi personaggi (ricordatelo!) sono i medesimi soggetti che solo due anni fa a tutti voi lettori garantivano che non ci sarebbe MAI stato un problema con l’inflazione, e che il debito degli Stati non sarebbe MAI tornato ad essere un problema per i mercati finanziari.

Ed infatti oggi, nel momento in cui Mario Draghi rende ufficiale la Nuova Era, un buon gestore, ed un investitore consapevole, si stanno già occupando di altro, di nuovi temi di investimento, e di nuovi argomenti.

Nel 2023, purtroppo i giornali, le banche di investimento e le Banche Centrali non sono in grado di dare utili indicazioni a noi gestori, ed a voi investitori. Questo perché le loro parole sono condizionate dalla politica-politica, dicono ciò che “conviene dire” in quello specifico momento allo scopo di raggiungere i loro obbiettivi politici. I loro obbiettivi politici NON coincidono con quelli di noi investitori: è la storia che ce lo insegna.

Nonostante tutto questo, noi investitori possiamo trovare una utilità concreta, dalla lettura delle recenti dichiarazioni di Mario Draghi.

Le parole di oggi di Draghi ci dicono che, dal giugno del 2023, è diventato necessario “vendere al pubblico” il cambiamento di scenario. Ed ecco quindi quello che leggerete:

No, amici miei, non era vero che “l’inflazione è transitoria”; e no, amici miei, non era vero neppure che “l’inflazione se ne va perché alziamo i tassi di interesse”. Amici miei, dovete capire tutti che l’inflazione resterà con noi per un po’ di tempo. Adattatevi, e portate a casa le perdite senza discutere.

Un buon gestore, che sia attento, competente, esperto, e consapevole, questo non aspetta di sicuro di leggerlo sui giornali! Ci arriva da solo, e ci arriva molto prima.

Non è quindi questo, l‘argomento del Post che state leggendo: questo è invece solo lo spunto, uno spunto che ci offre l’occasione di parlare con i nostri lettori di qualche cosa che oggi conta davvero.

Vediamolo.

La Nuova Era di cui parla Draghi nell’immagine di apertura che cosa cambia? Cosa modifica? In che direzione si stanno muovendo oggi le cose?

La Nuova Era che Draghi ha annunciato porta con sé sia il cambiamento di scenario che è appena avvenuto in questo mese di giugno 2023 (siamo passati da quattro possibili scenari ad un solo scenario), sia nuovi, ulteriori cambiamenti di scenario che vedrete nel 2023, nel 2024, e nel 2025

Riguarderanno sicuramente le economie (crescita del PIL, inflazione, disoccupazione, utili selle Società) ed i mercati finanziari (azioni, obbligazioni, valute e materie prime: in particolare sui mercati finanziari cambieranno i livelli di riferimento (in una misura che oggi pochissimi riescono anche solo ad immaginare: vedrete mercati NUOVI).

Ma (vi chiediamo di fare attenzione a questo) cambieranno anche le Istituzioni, sotto la spinta della politica: e tra queste Istituzioni, noi investitori dobbiamo tutti fare massima attenzione alle Banche Centrali.

Le Banche Centrali pagheranno gli errori che hanno commesso: ed anzi, hanno già iniziato a pagare i loro errori. Gravi, quelli degli ultimi dieci anni. Gravissimi, gli errori dal 2020 al 2022.

In che modo pagheranno questi errori? La loro indipendenza, già oggi compromessa, sparirà del tutto: nelle Banche Centrali entrerà la politica, la politica dei partiti e dei Parlamenti.

Ne abbiamo già scritto la settimana scorsa, alla pagina TWIT - TWOO utilizzando le parole che, per vostra facilità di lettura, riportiamo qui di seguito:

Un vero e proprio diluvio di commenti: la mossa della BCE di ieri ha avuto una eco ancora superiore, rispetto ai precedenti rialzi.

In Italia, lo sappiamo, c’è una parte del mondo della politica che si caratterizza come “anti Euro”: questa parte coglie l’occasione, e attacca parlando di “danni per famiglie ed imprese”, sottolineando il tema dei mutui. Questi commenti sottintendono che, invece, l’inflazione elevata fa bene a “famiglie ed imprese”, e naturalmente questa è una sciocchezza. Ma non è una novità, e non merita altri commenti.

Ciò che invece oggi ha colpito noi di Recce’d, rispetto al recente passato, sono i toni del dibattito pubblico in Europa.

Tutti gli investitori debbono prendere nota di questo.

Per quale ragione? Dal suo inizio ad oggi, la storia della BCE è la storia di una Istituzione che nessuno ha eletto e che risponde a NESSUNO.

La storia di una Istituzione i cui Capi (il Board) decidono sul destino collettivo senza rispondere a NESSUNO.

Tutta quella illimitata libertà, da che cosa deriva, in nome di chi oppure che cosa viene esercitata, deriva da quale presunta superiorità?

Noi di Recce’d non lo abbiamo MAI capito. Si tratta di un Potere esercitato in modo ASSOLUTO. Come il Potere papale.

Grazie a questo, la BCE può sbagliare per due anni ogni previsione per l’inflazione, e non doverne rendere conto. A NESSUNO. Restano tutti lì, al loro posto: recitando assurdità del tipo l’inflazione è venuta DAL NULLA.

Vi segnaliamo che il dibattito che si è manifestato FUORI dai mercati finanziari, in questo 2023, è indicativo di un cambiamento profondo. Il pubblico (come vedete dalle immagini) discute sia di crescita economica, sia di extra profitti delle Aziende, sia di retribuzioni in termini reali, sia del prezzo degli immobili. Non più in Borsa, ma nelle strade, nelle piazze, alla radio.

La Nuova Era, che Recce’d vi ha da tempo annunciato, porta con sé anche questo cambiamento. per la BCE è finita la stagione del Potere papale e l’inflazione è diventata (ma è sempre stata) un problema della Società e dell’economia reale. Le cose stanno già cambiando: l’onda sta arrivando.

La gestione di ogni investimento finanziario deve dare la giusta rilevanza a questo fatto. Noi ne parleremo anche nel nuovo Post per il nostro Blog.

Il “potere assoluto e senza contradditorio” delle Banche Centrali è il tratto dominante della storia economica e dei mercati finanziari negli anni dopo il Duemila. E rimane, a tutto oggi, privo di una spiegazione, di una giustificazione, di un valido motivo: è un “incidente della stroria”.

Ma adesso, nel 2023, è iniziata la fase di correzione, rettifica, modifica.

Il processo è già in corso, e Recce’d ve lo documenta riproponendovi un articolo del Corriere della Sera, che racconta della guerra in corso alla BCE (guerra della quale Recce’d ha scritto molte volte nel 2023). Articolo che Recce’d commenta per voi.

Dall’avvio dell’euro, la persistenza degli schieramenti interni non ha mai aiutato la Banca centrale europea. I banchieri centrali di certi Paesi sono quasi sempre fra le «colombe», per una politica monetaria meno restrittiva (o più espansiva). Quelli di altri fra i «falchi», con idee opposte.

Spesso è stato un confronto fra Europa del Sud e del Nord, quando non proprio fra italiani e tedeschi. Nelle fasi di economia debole hanno vinto (per lo più) le colombe, in quelle di inflazione elevata i falchi.

La stessa fissità delle parti ha finito per alimentare nel pubblico l’idea che la Bce prendesse posizioni politiche — riflesso di interessi di parte — e non decisioni frutto di un’analisi indipendente e senza pregiudizi. In questo entrambi i fronti hanno delle responsabilità.

C’è una differenza però. I banchieri centrali propensi a una politica meno restrittiva da un anno sono in minoranza o si adeguano per non restare isolati.

E in parte ha senso: le «colombe» hanno sottovalutato forza e durata dell’inflazione e capito tardi il cambio di regime economico dopo un decennio di stagnazione, disoccupazione e deflazione. Ma quando hanno perso, non hanno mai agito per delegittimare la Bce o la sua presidente Christine Lagarde.

Notate, a questo punto, l’assurdo: la frase di Fubini è del tutto priva di senso. Che cosa significa “non hanno agito per delegittimare”?. In primo luogo, proprio Fubini dice hanno sottovalutato e capito tardi e quindi … che cosa dovrebbero ancora dire? Non dovrebbero invece … andarsene a casa e lasciare spazio a chi è competente? Dimettersi? Ma c’è pure una seconda cosa: che senso ha scrivere non hanno agito per delegittimare Lagarde se è proprio la stessa Lagarde ad avere sottovalutato e capito tardi?

Fubini qui perde l’orientamento.

L’ala più monetarista lo fa invece regolarmente. Lo faceva quando perdeva. E lo fa persino ora che vince.

Dopo l’ultimo vertice della Bce, giovedì, Lagarde ha detto che è presto per speculare su un nuovo aumento dei tassi in settembre. Il giorno dopo Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, l’ha platealmente smentita dicendo che per lui invece i tassi devono salire. Anche a settembre.

E non importa il merito, perché questa è la violazione di una legge non scritta: non si parla sopra il presidente della Bce dopo i Consigli direttivi, per forzarne la mano e guidare i mercati contro di lei. Farlo è peggio che un errore di merito, perché erode la credibilità della Bce. Anche a danno dei cittadini tedeschi.

Come vedete, Fubini afferma con torno perentorio che non conta il merito. Non si può discutere l’autorità papale. Il Papa di Roma è, per definizione, infallibile. E Fubini vorrebbe imporci l’infallibilità papale anche per la Lagarde. Lagarde è infallibile, non si può discutere, e non se ne può andare, neppure quando sbaglia, neppure quando sottovaluta e neppure quando inganna il pubblico degli investitori.

Per fortuna, quella di Fubini non è la verità del Papa: ma soltanto l’opinione di un giornalista. Fubini stesso dovrà aprire gli occhi e comprendere che intorno a lui le cose stanno cambiando.

Il medesimo suggerimento ci sentiamo di darlo a tutti gli investitori.

Valter Buffo
Il secondo "Whatever it takes": confronto tra 2012 e 2023
 

Tutto è politica, e tutto ha un costo.

Anche l’inflazione.

Nel 2021, a tutti noi e anche a voi dicevano che:

l’inflazione non esiste, e quindi la “abnorme manovra di stimolo non ha un costo”

Poi, nel 2022, vi hanno detto e ci hanno detto che:

l’inflazione esiste, ma non ha un costo

Nel 2023 (ma solo da giugno 2023 in avanti) adesso ci dicono che:

l’inflazione esiste, e costa cara

Non è stata una libera scelta. Non è stata una tempestiva previsione. No.

Sono stati semplicemente costretti. Dalla realtà.

La realtà, che hanno fatto finta di non vedere per anni, si è imposta. Come sempre.

Per fortuna, nostra di Recce’d, ma soprattutto dei Clienti di Recce’d, noi abbiamo detto, scritto molto prima, e precisamente dall’agosto del 2020 che:

l’inflazione esiste, ed ha un costo molto elevato

Ed abbiamo anche agito di conseguenza, posizionando tutti i nostri portafogli modello nel modo ottimale, proprio in favore di questa evoluzione delle cose.

Oggi, nel giugno 2023, stiamo poi dicendo a tutti i nostri Clienti, attraverso le comunicazioni quotidiane e le Lettere al Cliente e le altre comunicazioni che riserviamo ai nostri Clienti una cosa nuova.

Noi di Recce’d stiamo infatti dicendo che:

l’inflazione esiste, ha un costo elevato, e non è neppure il maggiore problema che i mercati affronteranno, e da qui seguiranno aggiustamenti molto importanti nei prezzi sui mercati finanziari (tutti i mercati).

Preparando anche, allo stesso tempo, tutte le operazioni per i portafogli modello che ci permetteranno di ricavare un profitto, un guadagno, un risultato positivo per i nostri portafogli modello proprio da questo aggiustamento dei prezzi, nei tempi che i mercati sceglieranno.

[Operazioni che ovviamente NON includono i BTp, o magari i Titoli di Stato a due anni, e non includono i depositi a termine (oltre ovviamente a non includere neppure un Fondo Comune di Investimento, neppure una polizza assicurativa Vita oppure UCITS, neppure un solo certificato)]

A tutti i lettori del sito, attraverso la pagina NEL MOTORE DELLA PERFORMANCE, e poi la pagina MERCATI, e poi anche la pagina TWIT - TWOO, ed anche qui nel BLOG ovviamente, da un anno anticipiamo e motiviamo in modo chiarissimo che

i rialzi dei tassi da parte delle Banche Centrali non hanno frenato le economie; le Banche Centrali non hanno ancora fatto NULLA

La ragione sta nel grafico che segue: ma il commento e l’analisi di questi dati del grafico noi di Recce’d abbiamo deciso di rinviarli, ad un altro Post in un altro momento del 2023.

Per conseguenza di tutto ciò che avete letto più sopra in questo Post, oggi nel giugno del 2023 siamo arrivati al secondo Whatever it takes

Il secondo Whateve it takes lo leggete in alto nell’immagine che apre questo Post e risale al 22 giugno 2023.

Il Whatever it takes è stato imposto, sia in questo 2023, sia nel 2021, dai mercati finanziari. E dalla realtà dei fatti.

Il Whatever it takes 2023 arriva dopo che tutti hanno (finalmente) compreso che c’è un solo scenario rimasto, un solo scenario possibile per le economie, e quindi anche per i mercati finanziari. Noi di Recce’d ne avevamo scritto lo scorso 3 giugno 2023.

Il Whatever it takes 2023 è diverso dalla versione 2012 per una serie (molto lunga) di aspetti, che rendono la situazione di oggi di gran lunga più complessa da risolvere. E quindi molto più rischiosa, per tutti gli investitori.

Adesso, che la cosa è scritta su tutti i giornali, voi lettori che cosa state pensando di fare?

Per voi, va tutto bene così?

  • Le vostre azioni, sono a posto e vi stanno bene?

  • La vostra posizione in obbligazioni guadagnerà nei prossimi anni grazie a questo “Whatever it takes”?

  • E le vostre scelte sulle valute sono adeguate a questo nuovo scenario che viene descritto su tutti i giornali?

  • E per le materie prime, voi che scelte avete fatto? Come vi siete posizionati?

O meglio, che scelte vi ha fatto fare il vostro promotore finanziario, che da voi di fa chiamare

  • financial advisor

  • oppure private banker

  • oppure wealth manager,

per affrontare questo futuro che vi viene raccontato dai giornali?

Vi può aiutare una sintesi qualificata, che ci viene fornita dal Financial Times in questo articolo che chiude il nostro Post. L’articolo è molto chiaro, e non vediamo la necessità di aggiungere alcun commento.

Le banche centrali mondiali stanno entrando in una nuova fase della loro battaglia contro l'inflazione, mentre gli economisti avvertono che le recessioni saranno il prezzo da pagare per raggiungere gli obiettivi condivisi del 2%.

I tassi d'inflazione principali nella maggior parte delle economie mondiali sono diminuiti bruscamente dall'autunno, ma i tassi core - che escludono categorie volatili come l'energia e i prodotti alimentari - rimangono ai massimi di molti decenni o quasi.

Questi tassi, considerati un migliore indicatore delle pressioni sottostanti sui prezzi, hanno suscitato il timore che le banche centrali facciano fatica a raggiungere gli obiettivi prefissati senza vanificare la crescita.

"La prossima tappa del miglioramento dei numeri dell'inflazione sarà più difficile", ha dichiarato Carl Riccadonna, capo economista statunitense di BNP Paribas. "Richiederà più dolore, e questo dolore probabilmente comporterà una recessione nella seconda metà dell'anno".

Torsten Slok, capo economista di Apollo Global Management, ha aggiunto: "L'unico modo per far scendere l'inflazione al 2% è schiacciare la domanda e rallentare l'economia in modo più sostanziale".

La Banca d'Inghilterra ha un problema particolare: giovedì ha alzato i tassi di ben mezzo punto percentuale, un giorno dopo che i dati di maggio hanno mostrato che l'inflazione core è salita al 7,1%.

I suoi omologhi sono stati in grado di muoversi in modo meno aggressivo nelle rispettive riunioni della scorsa settimana. La Banca Centrale Europea ha alzato i tassi di un quarto di punto, mentre la Federal Reserve statunitense ha saltato del tutto un aumento dei tassi, ma entrambe hanno segnalato che l'inflazione è lungi dall'essere sconfitta e hanno messo in guardia da ulteriori aumenti futuri.

Joachim Nagel, capo della banca centrale tedesca, ha avvertito che l'inflazione è una "bestia molto avida" e che sarebbe un "errore di primo ordine" smettere di aumentare i tassi di interesse.

La misura preferita dalla Fed per l'inflazione di fondo, l'indice delle spese per consumi personali, si è aggirata intorno al 4,7% negli ultimi sei mesi. Il dato equivalente dell'eurozona si è attestato intorno al 5%.

Il presidente della Fed, Jay Powell, ha dichiarato questa settimana al Congresso degli Stati Uniti che "il processo per riportare l'inflazione al 2% è ancora lungo".

I mercati stanno reagendo al rinnovato orientamento delle banche centrali. Ora si aspettano che i tassi di interesse statunitensi raggiungano un picco del 5,25-5,5%, rispetto al 5-5,25% di inizio mese. Nell'eurozona, gli investitori stanno valutando sempre più la possibilità di un aumento dei tassi a luglio e settembre.

Tuttavia, alcuni operatori mettono in dubbio la determinazione dei banchieri centrali. Secondo un sondaggio condotto da Bank of America su 81 gestori di fondi a reddito fisso, il 60% ritiene che le banche centrali accetterebbero un'inflazione compresa tra il 2% e il 3% se ciò significasse evitare una recessione. Poco più di un quarto ritiene che i responsabili della fissazione dei tassi sarebbero disposti a generare una recessione per abbassarli ulteriormente.

Alcuni economisti ritengono che l'inflazione di fondo seguirà presto la misura principale. Riferendosi all'eurozona, Martin Wolburg, economista dell'assicuratore italiano Generali, ha dichiarato: "Se si guarda alle pressioni sui prezzi delle condutture, queste sono scese - l'inflazione dei prezzi alla produzione è quasi pari a zero - e questo si ripercuoterà sull'inflazione di fondo".

Ma Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della BCE, ha affermato che eliminare l'inflazione elevata è ancora "irto di rischi", sostenendo che i responsabili della fissazione dei tassi devono "sbagliare a fare troppo piuttosto che troppo poco".

Un problema per sconfiggere l'inflazione è che il mercato del lavoro rimane rigido su entrambe le sponde dell'Atlantico.

L'ex presidente della Fed Ben Bernanke e l'ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale Olivier Blanchard hanno avvertito che i salari devono aumentare a un ritmo simile a quello della crescita della produttività per avere un impatto significativo sull'inflazione.

Schnabel ha affermato che i governi stanno aumentando le pressioni inflazionistiche non riuscendo a invertire la spesa aggiuntiva che fu approvata per compensare l'impatto della pandemia Covid-19 e della crisi energetica europea. Secondo Schnabel, solo la metà di questa spesa di emergenza dovrebbe essere stornata entro il 2025.

Valter Buffo
Abbiamo appena superato il punto di svolta
 

Proprio nella settimana nella quale tutti hanno letto, parlato, scritto e commentato della Borsa a New York, Recce’d apre il suo nuovo Post con i tassi.

Per quale ragione? Vogliamo evitare l’argomento Borsa? No, assolutamente no.

Ma la Borsa oggi conta nulla: meno di zero, per la gestione dei vostri e dei nostri portafogli.

La Borsa oggi è solo un “di cui”. Lo avrete sicuramente notato anche voi. Perché su muove oggi la Borsa? Solo, unicamente e sempre per le variazioni dei tassi (attesi per il futuro).

Ecco spiegato il perché, invece che di scrivere di Borsa, 0DTE ed altre opzioni, MOMO e FOMO, e naturalmente Nvidia e anche Tesla (che vi farebbero solo perdere del tempo) Recce’d scrive ed analizza l’andamento dei tassi di mercato. Noi temi del genere li lasciamo agli impreparati, a chi non sa gestire ma si propone come gestore esperto, e a tutti gli ingenui che si fanno riempire gli occhi dallo “straordinario andamento dei titoli della Tecnologia”.

E’ già successo in passato, e noi di Recce’d sappiamo alla perfezione come reagire, durante queste fasi di emotività che sfiora l’isteria collettiva. La nostra esperienza passata ha sempre visto i Clienti premiati dalle nostre scelte di portafoglio, ed in particolare proprio nelle fasi di “bolla” quando “i titoli della Tecnologia volano”.

Ritorniamo quindi alle cose serie ed alla professione del gestore di portafogli modello esercitata in modo competente: parlando di tassi.

Tutti voi amici lettori siete messi di fronte a un dato di fatto, che è quello del grafico che apre il nostro Post. Intorno a questo dato di fatto, oggi, 17 giugno 2023, ruota praticamente tutto: anche se (per ora) non fa titolo sul Sole 24 Ore, sul Corriere, su MF, su CNBC. Ed anche (soprattutto) se a voi il financial advisor oppure wealth manager oggi (ma durerà poco) non ne parla.

Vediamo i fatti (nel grafico): la curva dei rendimenti, in tutti i Paesi Occidentali sviluppati, resta fortemente invertita.

Da sempre, da quando esistono i mercati finanziari, questo è un sicuro è un segnale di recessione dell’economia.

Ma oggi? Oggi la recessione … non c’è più: lo dice Powell, poi lo ripete Lagarde.

E quindi: sono diventati tutti matti? No. Possiamo garantirvi che si tratta di persone perfettamente razionali e lucide. Qui NON è come in Borsa.

Ma allora? Come si spiega?

La spiegazione migliore tra le migliaia che abbiamo letto, è la seguente:

i 100 punti base di inversione (1% di differenza tra corto e lungo) si spiegano come una media; la media è tra zero (non cambierà nulla nei tassi a breve) e 400 (i tassi a breve crolleranno a causa di un crash); le probabilità sono quindi 75% e 25%; ad oggi, ovviamente

Le cose possono cambiare: ovvio. Lo scenario cambierà: è sicuro. ma intanto, quello che tutti gli investitori devono realizzare, ciò che tutti noi dobbiamo avere chiaro, è che il rischio di un crash viene prezzato sui mercati. E, come vedete (dal calcolo delle probabilità) si tratta di un crash improvviso, e molto violento.

E adesso torniamo al gennaio del 2022.

In quel gennaio 2022, tutti la vedevano in una certa maniera, e tutti erano tranquilli. Poi … senza una ragione, le cose sono cambiate.

Noi di Recce’d nel corso dell’anno 2022, ci siamo sentiti ripetere la frase che avete appena letto almeno un migliaio di volte.

A parlare, erano investitori individuali, ma pure investitori professionali, come anche financial advisors e private bankers.

Alla ricerca di una scusa, di una via di fuga, di un angolo nascosto e protetto,

La nostra risposta: per tutti la medesima ovvero

“No, non tutti”.

La cosa si ripeterà: proprio nel 2023.

La frase ritornerà, sicuramente: e ritornerà perché oggi, a metà 2023, a molti piace di illudersi che “tutti la vedono allo stesso modo”, quando chiaramente non è così. Le cose non stanno così, e la realtà dei fatti NON è quella che raccontano quelli di “tutti la vedono allo stesso modo”.

Facciamo immediatamente un esempio concreto. E qualificato.

Una previsione confermata anche il premio Nobel per l’Economia e docente all'università Sda Bocconi di Milano, Michael Spence, a margine dell’incontro organizzato da Centromarca: «Nei prossimi due anni lotteremo ancora contro l’inflazione. A livello internazionale avremo una crescita lenta e probabilmente bassa. Guardando a un orizzonte più esteso, ci troveremo a vivere in un mondo con tassi d’interesse più elevati e in cui l’inflazione sarà una minaccia ancora maggiore rispetto a oggi».

Questo, che leggete, NON è quello che oggi ci raccontano quelli che … “tutti la vedono allo stesso modo”. Non lo trovate sul PLUS del weekend, su MF, su CNBC, non lo sentite dal financial advisor: e quindi, a causa di questo vi ritrovate col portafoglio … che avete oggi.

Nel sintetico resoconto giornalistico che avete appena letto, c’è invece la nuova realtà. La realtà che tutti noi investitori oggi dobbiamo affrontare.

Si tratta di una realtà che è “nuova” soltanto per chi si affidava fino ad un mese fa alla “visione di consenso”. Chi segue il nostro Blog è cosciente di questo stato delle cose da due anni.

La grande novità del giugno 2023 è che questo, adesso, sta diventando il “nuovo consenso”: ce lo raccontano i Premi Nobel, ma pure la Federal Reserve e pure la BCE. E l’Amministratore Delegato di Banca Intesa.

I mercati finanziari? Cosa fanno le Borse? E le obbligazioni? Che cosa vedono quelli di “tutti la vedono allo stesso modo”?

Beh … loro non vedono ancora quello che viene raccontato dal “nuovo consenso”. Per il momento. Nei prezzi di obbligazioni ed azioni oggi ancora non si vede.

Per voi lettori quindi diventa molto utile tenere a mente, in un momento come quello attuale, che i mercati non hanno importanza, nell’immediato, in una fase decisiva (ed anche storica) come quella attuale: la realtà fuori dai mercati invece ha tutta l’importanza, per noi investitori.

I cambiamenti di prezzo sui mercati che abbiamo visto in giugno (inclusi i rialzi della Borsa a Wall Street) sono reazioni a caldo di persone esasperate (disperate), che sono vittima della loro stessa confusione mentale. Ne abbiamo scritto anche qui, nel Blog, il giorno 3 giugno e poi il giorno 10 giugno.

Quei movimenti di brevissimo termine, per una gestione di portafogli che porti risultati duraturi, significano nulla. I prezzi di mercato devono ancora allinearsi al “nuovo consenso” che avete letto più in alto, e lo faranno all’improvviso ed in misura molto ampia.

Ogni investitore che abbia a cuore i risultati del proprio patrimonio investito deve per conseguenza avere la capacità di distaccarsi da un giorno-per-giorno che al 90% è soltanto noise ed andare alla ricerca di ciò che costituisce un autentico signal.

L’investitore dovrebbe domandarsi se le SINGOLE posizioni che oggi ha nel proprio portafoglio sono coerenti con il quadro che è stato tracciato, proprio questa settimana, sia da Powell sia da Lagarde, e che in apertura vi abbiamo sintetizzato. I prezzi delle obbligazioni nel portafoglio titoli sono già coerenti con lo scenario? E quelli delle azioni? E le valute? E l’oro ed il petrolio? Quali correzioni arriveranno?

L’investitore consapevole deve sfruttare questa ottima occasione che gli si presenta proprio oggi: adesso (finalmente), il quadro è chiaro. Si tratta della “economia a due facce”, per usare una espressione del Corriere della Sera. Ovvero stiamo andando a ricadere (a piombo) negli Anni Settanta.

“Lasceremo correre l’inflazione, almeno per un paio di anni, senza contrastarla davvero, per lasciare che la crescita del PIL rimanga almeno a zero e non vada sotto zero”. Come si fece negli Anni Settanta.

La politica, di destra, centro e sinistra, esulta ovviamente: la politica si preoccupa solo delle prossime scadenze elettorali, e non del baratro che c’è dietro l’angolo.

Gli Anni Settanta? Li ricordiamo tutti.

Nel 2023 - 2024 non si ripeteranno ESATTAMENTE gli Anni Settanta: è impossibile, perché oggi la situazione è diversa, nei suoi dati fondamentali. Secondo Recce’d (che con voi parla di Anni Settanta dal 2020) questa volta le cose sono molto, molto, molto più complicate, e difficili da risolvere.

Questa volta, non è detto che se ne uscirà in 15 anni, come accadde tra il 1968 ed il 1982.

La somiglianza forte con gli Anni Settanta sta in questo: la scelta di NON affrontare i problemi, di procedere mese-per-mese, e di convincere il pubblico degli investitori che “2 + 2 può fare 5”. Ma non può fare 5.

Vediamo di calare queste considerazioni introduttive nella realtà dei fatti, ed in modo particolare dei fatti dell’ultima, caotica e convulsa settimana dei mercati finanziari.

Condividiamo il giudizio di Donato Masciandaro nell’immagine qui sopra: viene tristezza, e la nostra è una tristezza motivata. E’ la tristezza che colpisce tutti quelli che sono consapevoli della destinazione. Che sanno dove porta la strada appena imboccata.

Masciandaro parla della BCE ma noi con voi vogliamo rivedere i fatti relativi alla Federal Reserve, perché hanno maggiore peso sul futuro di obbligazioni, azioni, valute e materie prime.

Nell’immediato, dice l’immagine, i mercati finanziari sono “andati a vedere” (nel senso che è del poker) il bluff di Powell, e questo perché i mercati non credono alla determinazione della Federal Reserve nel combattere l’inflazione.

La reazione dei mercati, se viene letta in questo modo, ci riporta alla tristezza di Masciandaro.

La reazione dei mercati è condivisibile: ed ora prendiamo in esame il caso che i mercati abbiano ragione. Che effettivamente la Fed non abbia la forza e la risolutezza per combattere seriamente l’inflazione.

 

Se effettivamente questa è stata la scelta della Fed, si tratta di una “buona notizia” oppure di un (altro) “policy error”?

Secondo l’ex Presidente della Fed Reinhart (immagine) si è trattato di un (altro) “policy error”:

come si può allo stesso tempo venedere al pubblico la storia della “pausa” ed aumentare le previsioni dei futuri rialzi di 50 punti base?

Si può, evidentemente, perché lo hanno fatto. Ma si tratta di una mossa che rende le cose più semplici? Migliora la situazione? Oppure la peggiora?

Come leggete nel commento di David Rosemberg (immagine), anche il modo nel quale Powell ha motivato la “pausa” non convince tutti: e già nella precedente immagine, avevate letto che Reinhart ha parlato di “errore di comunicazione”.



 

Altri dubbi sono stati espressi dall’ex Ministro del Tesoro USA Larry Summers: leggiamo.

Nel commento di Summers si fa largo una spiegazione, che potrebbe motivare i tanti “errori” (sia di politica monetaria, sia di comunicazione) fatti questa settimana.

Summers ha parlato giovedì 15 giugno di “dinamiche politiche interne alla Federal Reserve”: noi di Recce’d invece con voi, ieri nella pagina TWIT - TWOO, ci siamo spinti fino a parlare di politica-politica. Non politica monetaria, non politica interna alla Fed oppure alla BCE.

 

E’ arrivato il momento nel quale è necessario parlare di politica-politica: la politica dei partiti e dei Parlamenti. Di maggioranze, di opposizioni, di movimenti sociali, di movimenti sindacali, di sondaggi di opinione.

Il “dorato isolamento” delle Banche Centrali è finito, e lo vediamo tutti nel caos che si manifesta attraverso le decisioni e soprattutto le comunicazioni, come si ripete anche nel commento all’immagine che segue. le pressioni della politica-politica sono la causa di questa situazione caotica.

Il tema (politica economica e politica-politica) è molto ampio, e merita un approfondimento: lo faremo quindi in un Post interamente dedicato a questo argomento, e non ora.

Ora, invece, ritorniamo ai fatti dell’ultima settimana.

Come potete vedere nel grafico che segue, i prezzi sui mercati hanno immediatamente incorporato il nuovo scenario più in alto e più a lungo.

Nel grafico sopra, vedete come sono cambiate le previsioni, così come sono espresse oggi dal mercato delle obbligazioni.

Ma sui media, per il momento, l’attenzione si è concentrata sul mercato delle azioni, ed in particolare sul mercato di Wall Street, dove (ci spiegano i titoli) è iniziato un nuovo bull market.

Questa parte della storia è quella che a noi interesse meno: perché è la MENO importante per ciò che riguarda la gestione dei nostri portafogli modello.

Per quale motivo è la meno importante? Il motivo è il seguente: ormai da due anni, abbiamo anticipato al Cliente di Recce’d che ci troviamo in una situazione dove “si ragiona per estremi” e quindi dove “i mercati si muovono per eccessi”.

Il mercato di giugno, alla Borsa di New York, è chiaramente un eccesso, e questo eccesso ha una origine chiarissima, ovvero il ritorno dei comportamenti del 2021. Tra questi, l’utilizzo delle opzioni, documentato da Recce’d con il grafico qui sotto.

Queste fasi di eccesso sono, e saranno, senza conseguenze durature per i nostri portafogli modello (come per i portafogli di ogni investitore): e questi eccessi si possono realizzare proprio grazie all’atteggiamento, già ampiamente descritto sopra, delle Banche Centrali, atteggiamento che è possibile documentare con dati molto concerti, come quelli del grafico che segue.

Sopra, potete leggere che l’utilizzo della liquidità messa a disposizione della Fed per le banche che sono a rischio di fallimento ha raggiunto il livello massimo di sempre proprio la settimana scorsa. Sotto, leggete che le banche commerciali hanno smontato, la settimana scorsa un ammontare record di operazioni di Reverse Repo. In concreto: le banche si sono fatte dare indietro la liquidità.

In concreto: le Banche Centrali NON stanno facendo la lotta all’inflazione, se non con le dichiarazioni.

I mercati lo capiscono, e nei primi giorni “esplodono”.

Non appena risulteranno evidenti le CONSEGUENZE di queste scelte, e dei fatti che abbiamo appena dimostrato con i grafici, allora sarà evidente anche il parallelo con gli Anni Settanta (grafico visto più in alto).

Non ci sorprende (per nulla) che la reazione immediata dei mercati sia distorta dal “non avere capito bene”: a tutto oggi, è ampio il numero di investitori che “non hanno capito bene” in che Mondo agiscono ed investono.

Portiamo subito un esempio concreto, con l’immagine che segue. Nel 2023, c’è ancora chi “scopre” che “nel 2020 le Banche centrali hanno monetizzato il debito pubblico”. Ben arrivato tra noi!

Se voi, in quanto investitori, siete ancora oggi fermi su questo tipo di ragionamento, allora … voi oggi siete fregati. Quelle, erano cose da capire e utilizzare due o tre anni fa. Oggi, c’è altro da fare.

Oggi, per un investitore che punti a un rendimento positivo in un contesto di rischio di portafoglio controllato, i temi sono altri. E prima di tutto, quello del nostro titolo: siamo già oltre il punto di svolta più importante del 2023.

Di che cosa parliamo? Nella parte alta dell’immagine qui sotto. Si tratta di un annuncio fatto da Lagarde giovedì 15 marzo, che NESSUNO ha notato, nessuno ha ripreso, e nessuno ha commentato. Eppure è questo, il punto al centro di tutto: le Banche Centrali adesso sono COSTRETTE a tagliare il loro bilancio di titoli, perché NON hanno altra scelta.

E come si vede molto chiaramente dal grafico, fino ad oggi NON hanno neppure cominciato.

Avendo in mente ciò che diceva l’immagine qui sopra, capirete subito la rilevanza dell’immagine qui sotto.

In chiusura del nostro Post, vi proponiamo di leggere un articolo.

L’interesse di questo articolo sta in un fatto: che l’articolo è stato scritto PRIMA e non dopo la riunione della Fed e la conferenza stampa di Powell del 14 giugno 2023.

E’ notevole il fatto che la lettura dell’articolo risulta altrettanto utile dopo che prima.


La Federal Reserve degli Stati Uniti ha tre opzioni principali per i tassi d'interesse quando il suo massimo comitato politico si riunirà questa settimana. Nessuna di esse è ottimale, e quella che la Fed ha guidato i mercati ad aspettarsi potrebbe potenzialmente essere la meno desiderabile. Inoltre, tutte e tre riflettono sfide più ampie che richiedono un significativo miglioramento dell'economia dal lato dell'offerta e riforme istituzionali. Sulla base delle indicazioni di un alto funzionario della Fed, le aspettative del mercato sono che la banca centrale "salti", mantenendo i tassi invariati con la propensione a riprendere i rialzi nella successiva riunione di luglio (analogamente a quanto hanno fatto Australia e Canada). Questo approccio è visto come un modo per fornire ai funzionari più dati per valutare gli effetti della serie di rialzi dei tassi più concentrata degli ultimi decenni. Di conseguenza, la probabilità implicita di mercato di un rialzo a giugno è oscillata intorno al 20-30% nell'ultima settimana, dopo aver raggiunto un picco superiore al 70% prima dell'ultima guidance.

Questo approccio presenta due problemi.

In primo luogo, è improbabile che un mese in più di dati possa migliorare significativamente la comprensione da parte della Fed degli effetti di uno strumento politico che agisce con ritardi variabili.

In secondo luogo, i dati recenti favoriscono un rialzo per una banca centrale che ha ripetutamente insistito sul fatto di essere "dipendente dai dati".

Non c'è da stupirsi che altri funzionari della Fed siano favorevoli a un rialzo questa settimana. Il loro punto di vista si basa su una serie di dati sorprendenti, tra cui, di recente, l'aumento dei posti di lavoro vacanti e la robusta creazione mensile di occupazione, oltre al venir meno delle preoccupazioni immediate relative al tetto del debito statunitense e all'instabilità bancaria.

Tuttavia, almeno un funzionario della Fed ritiene che il rialzo dei tassi di maggio potrebbe già essere stato eccessivo, poiché alcuni indicatori anticipatori dell'attività economica hanno segnalato debolezza. Secondo questa opinione, una pausa sarebbe seguita da un taglio dei tassi come prossimo cambiamento. Molto è stato scritto sul perché la Fed si trovi in questa scomoda situazione.

Il motivo più comunemente citato è che la Fed ha valutato male la minaccia dell'inflazione per la maggior parte del 2021 e del primo trimestre del 2022, prima di essere costretta a 10 rialzi successivi dei tassi. Di conseguenza, la Fed ha subito una significativa erosione della sua posizione pubblica e della sua credibilità politica. Si è verificata una prolungata discrepanza tra le comunicazioni della Fed sul percorso dei tassi per il 2023 e le aspettative dei mercati.

Inoltre, è sorto un pubblico disaccordo tra il presidente della Fed e lo staff della banca centrale in merito alla probabilità di una recessione.

La reputazione della Fed è stata ulteriormente minata da costosi errori nella vigilanza bancaria, dalla mancanza di un quadro strategico adeguato, dalla debolezza della responsabilità e dalla suscettibilità al pensiero di gruppo.

Date le molteplici cause, è improbabile che la Fed riesca a risolvere le sue difficoltà in tempi brevi.

Inoltre, a meno che i dati sull'inflazione CPI previsti per martedì non mostrino una debolezza significativa, la linea d'azione proposta - il "salto" - finirebbe per essere una confusa opzione intermedia, rendendo le decisioni future ancora più difficili.

Se la Fed è veramente dipendente dai dati e realmente impegnata a raggiungere l'attuale obiettivo di inflazione del 2%, dovrebbe aumentare i tassi di 0,25 punti percentuali e lasciare la porta aperta a ulteriori rialzi. Le recenti sorprese dei dati, insieme all'equilibrio dei rischi associati alle politiche della Fed, suggeriscono che questa strada è preferibile a un "salto".

Tuttavia, se la Fed ritiene, come me, di operare con un obiettivo di inflazione obsoleto a causa di cambiamenti significativi sul lato dell'offerta dell'economia - e che la modifica dell'obiettivo richiede un processo lungo e delicato - allora dovrebbe optare per una pausa con una propensione a tagliare quando appropriato. Ciò consentirebbe agli effetti dei precedenti rialzi dei tassi di permeare l'economia, riducendo la probabilità di danni indebiti alla crescita economica e di instabilità finanziaria.

Ricordiamo che gli errori di politica della Fed negli ultimi due anni e le sue debolezze istituzionali non sono gli unici fattori che ne hanno minato l'efficacia.

Il cambiamento dei modelli di globalizzazione, la ristrutturazione delle catene di fornitura aziendali, la transizione energetica e gli squilibri del mercato del lavoro indicano che la Fed sta operando con un obiettivo di inflazione probabilmente troppo basso per un benessere economico duraturo. In questo contesto, l'attuale inquadramento del dibattito politico è eccessivamente limitato.

È più probabile che confonda le cose piuttosto che stimolare il tipo di deliberazioni che possono ricostruire le basi affinché la Fed possa contribuire a una crescita inclusiva elevata e alla stabilità finanziaria.

Valter Buffo