Longform'd. Strategia per i tre trimestri del 2023: No Happy Landing
 

Proprio ieri sera, Nick Timiraos ha pubblicato questo grafico.

Il grafico è banale, nei suoi contenuti: espone semplicemente una serie di dati. Ma chi è Nick Timiraos?

Nick Timiraos è un giornalista del Wall Street Journal, a cui la totalità (o quasi) degli operatori di mercato attribuisce il ruolo di “portavoce non ufficiale” di Jerome Powell.

Ecco la ragione per la quale mettiamo alla vostra attenzione questo grafico. Il grafico è banale, ma potrebbe non essere banale l’intenzione dietro alla sua pubblicazione.

Proviamo a rileggere i dati del grafico sopra insieme con il titolo del Financial Times qui sotto.

Nell’immagine il FT ci racconta che c’è stato un forte calo dell’inflazione in Europa, e ci spiega anche che questo calo va attribuito al calo dei prezzi dei prodotti energetici.

Per noi investitori questo titolo è utile ed interessante. Con una serie di semplici osservazioni, possiamo fare infatti un passo avanti, verso una migliore comprensione dello stato attuale delle economie e dei mercati finanziari.

Sarà sufficiente associare tre osservazioni:

  1. il dato nell’immagine è calcolato anno-su-anno

  2. un anno fa, i prezzi delle materie prime (energia in particolare) erano tutti ai massimi

  3. l’inflazione oggi in Europa è al 7%, lira più lira meno

Non aggiungiamo altri commenti, per due ragioni

  • non ce n’è bisogno: i dati ed il grafico sono chiarissimi

  • l’inflazione, nel marzo 2023, non è affatto importante

L’inflazione, oggi, non è importante per quello che riguarda il futuro dei nostri portafogli, e le performances future in particolare:

  • l’inflazione è poco importante, per quello che riguarda i rendimenti futuri di azioni, obbligazioni, valute e materie prime

  • l’inflazione è di poco aiuto, per noi che abbiamo la necessità di stimare e di prevedere quanto si potrebbe perdere, nel 2023, su azioni, obbligazioni, valute e materie prime

Ci chiederanno in molti, a questo punto, per quale ragione abbiamo aperto il nostro Post parlando di inflazione.

Lo scopo è facile da spiegare: l’inflazione oggi NON è importante per i rendimenti futuri degli asset, ma resta molto importante per i media. Per tutto il mondo della comunicazione. Per le Reti di promotori finanziari (Generali, Allianz, FINECO, Fideuram e compagnia), che ne fanno un argomento di marketing.

Questi insieme di cose, nel breve termine (ma soltanto nel breve e brevissimo termine) influenza l’andamento dei mercati finanziari: per questa ragione noi di Recce’d abbiamo il dovere professionale di occuparcene (anche se ne faremmo volentieri a meno: ma oggi Legge e normativa proteggono quel tipo di comportamenti commerciali).

Il tema dell’inflazione in calo, in questa parte finale del marzo 2023, si intreccia con un secondo tema forte dei media e delle Reti di vendita, che è quello relativo ai fallimenti bancari.

Banche di investimento, media e Reti di promotori finanziari, in uno sforzo comune, hanno immediatamente “rigirato la frittata” e raccontato alla massa dei risparmiatori che i fallimenti delle banche sono una grande fortuna per tutti, per la ragione che consentono alle Banche Centrali di allentare la stretta sui tassi e ritornare a fare crescere i loro attivi.

Come dite? Avete ragione! La cosa suona troppo stupida per essere creduta. Eppure, nel brevissimo termine (quindici giorni) funziona. Infatti, si leggono titoli come

la crisi bancaria è alle spalle

ovvero titoli che in modo esplicito mistificano la realtà ed ingannano i lettori. Non si tratta di una novità, ed anzi siamo abituati a questi tentativi. Era già successo qualche cosa di simile, proprio all’inizio di questo 2023.

Ripercorriamo insieme i primi tre mesi del 2023: se leggete il Sole 24 Ore oppure MF oppure il Corriere della Sera, potreste ricavarne l’impressione che

nel primo trimestre 2023 le Borse hanno recuperato

ma si tratta solo di una illusione ottica. Lo S&P 500 è salito del 5% circa, rispetto allo 1 gennaio 2023, mentre in Europa il rialzo è stato del 7%. Ma proprio nel primo trimestre, e proprio nel mese di marzo, avete anche visto che lo S&P 500 può perdere il 5% in una sola settimana; ed avete anche visto che gli indici di Borsa europei possono perdere il 7% in due sole sedute.

Sarebbero veri guadagni, questi?

Vediamo insieme, adesso, quello che davvero è accaduto nel primo trimestre 2023. Non è difficile né complicato.

Nelle prime due-tre settimane del nuovo anno, la spinta (come sempre potente) dei venditori era orientata a riportare la massa dei risparmiatori alla mentalità dell’anno 2021. Il tentativo era quello di fare dimenticare il 2022, ed la tempo stesso di convincere la massa dei risparmiatori che “è tutto come prima, funziona tutto come prima: anche se l’inflazione, purtroppo (sorpresa!) … non è più transitoria!”. Questo tentativo ha funzionato, ma per poco: appunto, per due o tre settimane.

Il tentativo è fallito, già in febbraio, quando sono arrivati i dati: quei dati ci avevano detto che:

non ci sarà alcun “soft landing”

ed è in questo stato di sorpresa/amarezza (per l’esercito dei venditori) che è iniziato il mese di marzo.

Poi, però, è fallita SVB: e tutti (i venditori, i promotori finanziari, i financial advisors, eslcusi quelli di Credit Suisse) hanno … brindato a champagne.

Questo episodio dei fallimenti, in piccolo, è la ripetizione di quello che è successo con la pandemia 2020: ovvero, a fronte di una notizia negativa, i venditori, le banche di investimento, e tutti quegli “analisti” che di professione producono materiale pubblicitario per manipolare i risparmiatori, hanno immediatamente colto questa occasione per scrivere

le Banche Centrali potranno ammorbidire, allentare la stretta, aumentare la liquidità in circolazione.

Tutti, ormai, avete capito bene che questi mercati finanziari, ed i prezzi che oggi si vedono sui mercati, sono tenuti in piedi (per ora, e solo per ora) da argomenti come

  • la liquidità abbondante

  • la mancanza di alternative

  • FOMO

ed altre stupidaggini di questa natura.

Tutti voi lettori ormai siete consapevoli (almeno, se leggete regolarmente i lavori di Recce’d) che tutto questo funziona, ma soltanto nel breve termine: poi, la realtà riprende sempre il comando.

Ovviamente, sarà così anche nel 2023, come sempre è stato nel 2022, nel 2021, nel 2020, ed anni precedenti. Per convincersene, basta ritornare alle due prime immagini del nostro Post.

Ragione per la quale, la fine del primo trimestre del 2023 è l’occasione perfetta per rivedere, rivalutare e ripensare per intero tutto il proprio portafoglio titoli.

Noi in Recce’d siamo a vostra disposizione, se intendete cogliere questa occasione che i mercati offrono, ed agire nel vostro interesse sia a protezione del vostro patrimonio sia per potenziare le vostre performances 2023, cogliendo le grandi opportunità disponibili oggi.

Performances che al contrario, se siete investiti con una asset allocation di tipo tradizionale

(ovvero: tot azioni e tot obbligazioni, e qualche polizza Vita: la asset allocation tipica dei “cosiddetti consulenti”, sia nelle Reti di promotori, sia nelle Società che si presentano come “indipendenti”)

rischiano di essere nel 2023 ancora più deludenti di quelle del 2022.

A supporto di quanto abbiamo appena scritto, c’è proprio la storia del primo trimestre 2023: se siete in grado di analizzare i fatti del primo trimestre 2023 con attenzione (oppure se avete qualcuno davvero competente che è disponibile ad aiutarvi) arriverete alla medesima conclusione.

Ad esempio, prendiamo le ultime due settimane di marzo 2023 dei mercati finanziari: nelle utile due settimane, la “forza di vendita” ha spinto con forza su una ipotesi, ovvero che “non ci saranno più rialzi dei tassi”, una ipotesi che è sostenuta da un solo argomento, ovvero che “a causa della crisi delle banche l’economia rallenterà”.

Se a voi sembra di averla già sentita, è perché … la avete in effetti già sentita. da oltre un anno, si va avanti così: ogni due mesi arriva qualcuno e ci spiega che

l’economia finirà in recessione ma è un bene, perché scenderanno anche i tassi di interesse.

Noi in Recce’d non siamo più bambini, e da qualche anno: questo tipo di “rosee” aspettative ci fanno sorridere, da sempre, perché tradiscono anche a prima vista uno scopo commerciale, che poi è sempre quello di “raccontare una storia consolante” così da tenere fermi gli investitori nelle loro posizioni sulle Polizze Vita, sulle Polizze UCITS, e sui Fondi Comuni di Investimento. Lo scopo è di tenerli fermi su quelle posizioni, perché su quelle posizioni la massa dei risparmiatori paga commissioni molto elevate, e spesso senza neppure rendersene conto, perché “fare domande è sgarbato” oppure perché “è un argomento tecnico, è difficile da capire”.

Oggi, noi di Recce’d ci prendiamo la responsabilità di scrivere in modo chiaro che è impossibile che i fallimenti delle banche abbiamo MIGLIORATO le prospettive di obbligazioni, azioni, materie prime e valute. Fa persino un po’ ridere, se ci pensate, leggere una cosa simile. Un mese fa, era chiaro che NON ci sarebbe stato alcun “soft landing”: oggi, alla fine del mese di marzo, è diventato quasi una certezza.

Prendete ad esempio il grafico qui sopra: voi, amici lettori, voi come la vedete, mettendo insieme questo grafico e le due immagini precedenti? Voi, come la pensate, la situazione. Andiamo bene? Andiamo verso il meglio?

La domanda che segue è: come si comporterà, il vostro attuale portafoglio di titoli, Fondi Comuni e polizze, visto che non c’è più (non c’è mai stato) il “soft landing”? E quale sarà, invece, lo scenario dei mercati e delle economie in questo 2023?

Noi di Recce’d, ovviamente, abbiamo il nostro scenario, ovvero uno scenario che riteniamo più probabile rispetto a tutti gli altri, per i restanti tre trimestri del 2023, e ne scriviamo in modo regolare la mattina in The Morning Brief.

In questo Post, invece, aiuteremo (come sempre facciamo) in modo concreto, e gratuito, i lettori del sito di Recce’d a costruire per loro stessi uno scenario che non sia … sdolcinato, che non sia consolatorio, che non sia distante dalla realtà. Che sia al contrario uno scenario concreto, vicino alla realtà, e proprio per questo utile a fare le proprie scelte in materia di investimenti.

Lo scenario proposto da Recce’d (sul quale si fonda la strategia per i nostri portafogli modello) NON è uno scenario “commerciale”, come quelli ai quali voi lettori siete tutti abituati: questo perché Recce’d non ha nulla da vendere, nessun “prodotto finanziario” con le commissioni ben nascoste.

Recce’d mette invece a vostra disposizione una competenza professionale che nel corso degli anni si è dimostrata superiore sia nei risultati sia nella comunicazione agli attuali standard di mercato. Superiore come risultati: e superiore come protezione del portafoglio modello di Recce’d dai fallimenti e dai tanti rischi dei mercati finanziari. Rischi che (come avete tutti visto) sono sempre lì, proprio dietro l’angolo: non se ne scrive e non se ne parla fino al giorno prima, e poi tutto d’improvviso … c’è soltanto quello di cui parlare e scrivere.

Sono tutti così tanto consapevoli di questo, ovvero che i rischi sono reali e stanno proprio dietro l’angolo, e che viviamo in un’epoca di rischio “sistemico”, ovvero di rischio di “crollo della civiltà”, e di “rischio perenne e non risolvibile” che adesso (come abbiamo già spiegato sopra) che i pubblicitari dei marketing, i venditori porta-a-porta, e quelli che … vendono i divani in TV ci spiegano che il rischio è diventato in bene collettivo. Più c’è rischio, e più le Banche Centrali ci aiuteranno, noi poveri infermi, zoppi e accattoni.

Davvero voi, amici lettori, volete rappresentare voi stessi come i mendicanti del Manzoni, alla perenni ricerca della carità delle Banche Centrali? Intendete fare questo uso, dei vostri risparmi di una vita?

Oppure, preferite farvi qualche domanda? Ad esempio, preferite capire dove vi trovate e perché? Chi, e in che modo, ci ha portati in questa situazione?

Oggi ne ragioniamo con i nostri lettori, rileggendo insieme un articolo di Martin Wolf del Financial Times che abbiamo tradotto per i lettori del Blog.


Quindi, di chi o cosa è la colpa? Perché, a 15 anni dall'inizio dell'ultima crisi finanziaria, potremmo assistere a un'altra crisi? Per molti è colpa di un lungo periodo di tassi d'interesse bassissimi imposti dalle banche centrali. Per altri, è colpa del culto del salvataggio.

Non c'è bisogno di guardare lontano per trovare le origini intellettuali di queste opinioni. Si trovano nell'economia austriaca. Come dice Brad DeLong nel suo eccellente libro Slouching Towards Utopia, questa visione è che "il mercato dà, il mercato toglie; sia benedetto il nome del mercato". Gli austriaci non hanno del tutto torto. Ma non hanno nemmeno del tutto ragione.

L'essenza dell'argomentazione è che la crisi finanziaria transatlantica del 2007-15 è stata il prodotto di una politica monetaria eccessivamente allentata. Quindi, la politica monetaria eccessivamente allentata, insieme ai salvataggi, ha ostacolato la distruzione creativa che avrebbe riportato l'economia a una salute vigorosa. Infine, dopo Covid, un'altra ondata di politica monetaria eccessivamente allentata, unita a una politica fiscale aggressiva, ha causato un'inflazione elevata e un'ulteriore fragilità finanziaria. Ora tutti i polli stanno tornando al loro posto. La storia è semplice. Ma è sbagliata.

Il declino trentennale dei tassi d'interesse reali è un fatto notevole a partire dalla fase precedente la crisi finanziaria. Il Regno Unito ha emesso gilt indicizzati dall'inizio degli anni '80. La caratteristica più notevole della serie è che i tassi di interesse reali sono diminuiti di 30 anni. La caratteristica più notevole della serie è l'enorme calo dei rendimenti reali, passati da un picco del 5% nel 1992 all'1,2% nel 2006, poi al meno 1,4% nel 2013 e al meno 3,4% nel 2021. Le banche centrali da sole, per quanto demenziali possano essere, non potrebbero garantire un calo di oltre otto punti percentuali dei tassi di interesse reali in tre decenni.

Se questo enorme calo dei tassi di interesse reali fosse stato incompatibile con le esigenze dell'economia, si sarebbe sicuramente assistito a un'impennata dell'inflazione. Con l'inflazione bassa fino a poco tempo fa, i titoli nominali sono scesi quasi a zero Quindi, cosa stava succedendo? I grandi cambiamenti di fondo sono stati la liberalizzazione finanziaria, la globalizzazione e l'ingresso della Cina nell'economia mondiale.

Questi ultimi due non solo hanno abbassato l'inflazione. Hanno anche introdotto nell'economia mondiale un paese con un surplus di risparmio colossale. Inoltre, l'aumento delle disuguaglianze all'interno dei Paesi ad alto reddito, unito all'invecchiamento della popolazione, ha creato enormi eccedenze di risparmio anche in alcuni di essi, in particolare in Germania. Per bilanciare la domanda e l'offerta a livello mondiale, erano quindi necessari investimenti eccezionali alimentati dal credito, in particolare nel settore immobiliare. Per fortuna o no, la liberalizzazione finanziaria ha facilitato questo boom creditizio.

I tassi delle banche centrali hanno tentato, e per lo più fallito, di mantenere alti i tassi di interesse Tutto questo è esploso nella crisi finanziaria. La decisione presa allora fu quella di non avere un'altra grande depressione. Non rimpiango il mio sostegno a questa decisione evidentemente saggia. Ma, data la realtà dell'economia mondiale e l'impatto della crisi, era necessario un continuo sostegno fiscale o una politica monetaria ultra-allentata. La prima è stata esclusa. Quindi, bisognava optare per la seconda. I dati sull'offerta di moneta mostrano perché sia i tassi d'interesse ultrabassi che il quantitative easing sono stati fondamentali.

Dopo la crisi finanziaria, ci sono stati lunghi periodi in cui il contributo privato alla crescita della massa monetaria era negativo, perché il credito si stava contraendo. Se i tassi di interesse fossero stati più alti e le banche centrali non avessero ampliato la base monetaria, come invece hanno fatto, la massa monetaria sarebbe crollata. Non credo nella nostra capacità di stabilizzare la domanda stabilizzando l'offerta di moneta. Ma lasciare che imploda è un'altra questione.

Milton Friedman avrebbe considerato essenziale l'azione delle banche centrali nello stabilizzare la crescita della massa monetaria dopo la crisi finanziaria. Lo penso anch'io. L'inflazione di fondo è stata bassa per più di due decenni e mezzo Poi è arrivato il Covid.

A questo punto, le autorità monetarie e fiscali hanno commesso quelli che si sono rivelati grandi errori. La crescita monetaria è esplosa. Secondo il FMI, anche il deficit fiscale strutturale del gruppo delle sette principali economie è aumentato di 4,6 punti percentuali tra il 2019 e il 2020 e si è ridotto appena nel 2021. Questa combinazione ha alimentato un'impennata della domanda superiore a quella che l'offerta poteva soddisfare, visti i ripetuti blocchi della Cina e la guerra in Ucraina. Il risultato è stato, speriamo, un'impennata temporanea dell'inflazione e un aumento dei tassi di interesse, che ha causato un altro shock al nostro fragile sistema bancario. In sintesi, le banche centrali non erano i malvagi burattinai che si immaginavano, ma burattini sotto il controllo di forze più potenti. Certo, hanno commesso degli errori.

Forse la politica monetaria avrebbe dovuto "appoggiarsi al vento" un po' di più prima della crisi finanziaria, il QE sarebbe terminato un po' prima dopo la crisi e il sostegno monetario sarebbe stato ritirato più rapidamente nel 2021. Ma, dato il nostro sistema finanziario liberalizzato e gli enormi shock subiti dall'economia mondiale, sono scettico sul fatto che tutto ciò avrebbe fatto una grande differenza. Le crisi erano inevitabili.

Certamente, la legione di critici deve specificare con precisione cosa avrebbero raccomandato al loro posto e quali effetti si sarebbero aspettati dalle loro alternative. Abbiamo bisogno di specificare e quantificare i controfattuali. Quanto avrebbero dovuto essere alti i tassi di interesse? Quanto si sarebbero aspettati un crollo finanziario, un crollo economico e un aumento della disoccupazione dopo la crisi finanziaria? Perché pensano che le imprese avrebbero investito di più se i tassi di interesse fossero stati più alti? Anche se la produttività sarebbe aumentata uccidendo le imprese "zombie", perché sarebbe stata una buona cosa se i costi includevano una produzione inferiore per un periodo prolungato?

Come tutte le istituzioni umane, le banche centrali sono imperfette e talvolta incompetenti. Ma non sono pazze. L'idea che ciò che è andato storto nelle nostre economie negli ultimi decenni sia principalmente la politica monetaria allentata è una scappatoia.

Si basa sull'illusione che esista una soluzione semplice alle carenze dei nostri sistemi finanziari e delle nostre economie reali. Le cose non sarebbero meravigliose se le banche centrali fossero rimaste inerti. Non possiamo abolire la politica democratica. La politica economica deve essere adattata al nostro mondo, non al XIX secolo.

Abbiamo scelto di proporre questo articolo di Martin Wolf ai nostri lettori per una serie di ragioni:

  1. questo articolo è scritto benissimo

  2. questo articolo è molto informativo per il lettore (a differenza del 95% dei commenti pubblicati dalla stampa)

  3. questo articolo NON è (lo ripetiamo: NON è) in sintonia con il nostro modo di rileggere le vicende degli ultimi 15 anni, perché OMETTE una serie di fatti nel suo racconto; lo ripetiamo: NON è questo il nostro modo di vedere le cose

  4. con la sola eccezione del giudizio sugli anni 2020 e 2021

  5. questo articolo aiuta ognuno dei nostri lettori a comprendere (a meraviglia) che tutto ciò a cui abbiamo assitito, nel primo trimestre 2023 è soltanto un inizio

  6. questo articolo conferma ciò che noi abbiamo scritto più e più volte, nel 2022: è iniziata una Nuova Era, per i mercati finanziari e quindi per noi investitori; oggi non è ancora chiaro tutto, del futuro che ci aspetta; è invece chiarissimo, anche dalle parole di Wolf, quello che è finito, per sempre, e che quindi NON ritornerà

Aggiungiamo una nostra considerazione (una sola, tra le tante possibili, che esporremo successivamente nel nostro The Morning Brief): pur essendo che noi NON condividiamo quello che Wolf scrive qui, siamo però anche noi del parere che

sarebbe sbagliato assumere che SENZA gli interventi delle Banche Centrali tutto sarebbe andato a meraviglia.

Riconosciuto questo, però, sarebbe stato molto importante che Wolf avesse anche riconosciuto che oggi, nel marzo del 2023, questo NON è l’equivoco principale che va risolto.

Nel marzo del 2023, purtroppo, la massa degli investitori rimane imbambolata ed intontita di fronte all’immaginetta delle Banche Centrali come a Napoli in molti stanno a bocca aperta di fronte al San Gennaro che sanguina. La massa degli investitori, ancora oggi, resta intimamente convinta che le Banche Centrali siano onnipotenti, ed ottengano sempre quello che vogliono. Il che è falso: ma questa illusione collettiva ha già prodotti danni gravissimi (ed altri sono in arrivo a breve).

Nel suo articolo Wolf scrive che:

Come tutte le istituzioni umane, le banche centrali sono imperfette e talvolta incompetenti. Ma non sono pazze. L'idea che ciò che è andato storto nelle nostre economie negli ultimi decenni sia principalmente la politica monetaria allentata è una scappatoia.

Su questo, noi di Recce’d potremmo anche essere d’accordo: ma ben più grave, ed appunto drammatica, è quell’altra scappatoia, che sta proprio nel credere che le Banche Centrali non siano più istituzioni umane, imperfette ed incompetenti, ma siano invece perfette ed onnipotenti. E quindi, la sola guida a cui affidarsi per investire il proprio risparmio.

Questo è un errore grave, una falsità enorme: che dura da troppo tempo, e che produrrà nei prossimi anni danni molto gravi al pubblico dei risparmiatori, da lungo tempo disabituati a valutare le scelte delle Banche Centrali in modo critico. Inclusi i salvataggi di SVB e di Credit Suisse.

Ora, per chiudere il lungo Post, e contribuire alle vostre future scelte di investimento, vi invitiamo alla lettura di un secondo articolo. Il secondo articolo integra il precedente: passa però dall’esame del passato all’esame del futuro.

Per molti investitori, dopo un tumultuoso primo trimestre 2023, il problema più grande oggi è la mancanza di uno scenario di riferimento. A noi sono molti che chiedono

voi vedete la recessione, oppure la stagflazione, o che cosa?

Recce’d non scappa mai di fronte alle domande dirette, come tutti ormai sapete.

In questo specifico caso, rispondiamo come segue:

la domanda è tempo perso.

Per quale ragione è tempo perso? Perché nulla, di ciò che oggi abbiamo davanti agli occhi, è mai accaduto in precedenza. Affidarsi a vecchie etichette, a vecchi scenari, come stagflazione oppure recessione, equivale a buttare via il tempo. Molti si domandano

  • Lasceranno correre l’inflazione al 5% per cinque anni?

  • Oppure pesteranno sul pedale del freno?

  • Oppure, come hanno fatto fino ad oggi, continueranno a negare i dati che avete già visto nelle prime due immagini, portando così le economie alla deriva?

Chi oggi vi garantisce che arriverà uno di questi scenari, per il 2023, è una persona senza scrupoli. Oppure poco competente. Oppure, semplicemente, vi sta ingannando.

Ciò che tutti noi risparmiatori andremo a vedere, e ad affrontare con i nostri portafogli di investimenti finanziari, non ha alcun eguale nella storia dei mercati finanziari e delle economie. Non è possibile, oggi, dire quale sarà lo scenario che prevale. Come dice anche l’articolo qui sotto (e come noi vi scriviamo da almeno un anno) questo è un Cambio di Regime. Grandissimi rischi, ma pure grandissime opportunità di guadagno.

Non ci sarà un lieto fine per tutti. Questo segnatevelo.

E quindi, veniamo alla pratica: che cosa bisogna fare, per i portafogli titoli? Per avere un rendimento? Per proteggere il patrimonio?

Il migliore consiglio pratico che noi di Recce’d siamo in grado di darvi, oggi all’inizio del secondo trimestre 2023? Non siate pigri. Non addormentatevi alla guida. Reagite alla realtà che cambia. Non cercate di fare tutto da soli: questo non è un mercato per bambini, non è un mercato per dilettanti, non è un mercato da fai-da-te. Il momento è serio: fate i seri, almeno con i vostri soldi. Questo non è un videogioco: non esiste il tasto RESET, stiamo parlando dei vostri soldi, e non di quelli del Monopoli.

Noi di Recce’d non vi … portiamo a spasso raccontando di scenari da favola come il soft landing. E neppure vogliamo generare ansia parlando di stagflazione. Molto più seriamente, vi diciamo. … che noi non sappiamo … dove sarà l’atterraggio.

La differenza sta in un fatto, molto semplice: noi sappiamo pilotare questo aereo in situazioni difficili: lo dimostra la nostra storia. Noi abbiamo l’esperienza necessaria, e siamo discretamente bravi.

Non vi serve un “venditore di scenari”: a voi serve di affrontare il nuovo, e lo sconosciuto. A voi serve qualcuno che vi affianchi quotidianamente con competenza e diligenza professionale. Camminando insieme a noi ogni giorno, seguiremo insieme l’evoluzione della realtà, e voi potrete appropriarvi (attraverso i nostri portafogli modello) delle notevoli soddisfazioni che questa realtà oggi ci mette a disposizione.





Per quanto possa sembrare inverosimile, il crollo della Silicon Valley Bank getta una luce interessante sulla spinosa questione se gli obiettivi di inflazione delle banche centrali debbano essere innalzati per ridurre il rischio che una politica monetaria troppo rigida provochi una recessione.

La SVB, infatti, per quanto inetta nella gestione del rischio e nel giudizio sugli investimenti, è stata in ultima analisi una vittima del regime di politica monetaria della Federal Reserve statunitense. Nel periodo successivo alla crisi finanziaria del 2007-9, le forze deflazionistiche hanno rappresentato la sfida principale per i responsabili delle politiche delle banche centrali. Il loro problema non era come far scendere l'inflazione entro l'obiettivo, ma come farla risalire al livello prefissato. Per farlo, potevano ricorrere a tassi d'interesse nominali bassissimi o addirittura negativi.

Una conseguenza di questa estrema licenza monetaria, come sottolinea Edward Chancellor nel suo libro The Price of Time, è stata una pletora di distorsioni del mercato, tra cui la creazione della "bolla di tutto", in cui i prezzi di quasi tutti i beni sono stati spinti ad altezze astronomiche. Con il reddito degli asset fortemente depresso, gli investitori sono stati spinti a cercare il rendimento senza badare al rischio.

Questa, in sostanza, è stata la storia di SVB, banca di innumerevoli aziende tecnologiche. All'apice del boom tecnologico, la SVB ha registrato un afflusso massiccio di depositi. Poiché questi superavano di gran lunga le potenziali opportunità di prestito, dovette trovare sbocchi di investimento per il denaro. Con la carta a breve termine che non offriva quasi nulla, ha cercato il rendimento e ha immobilizzato i fondi in 120 miliardi di dollari, principalmente in titoli garantiti da mutui ipotecari a lungo termine con rating elevato. Gli strumenti a lunga scadenza sono particolarmente vulnerabili all'aumento dei tassi di interesse.

Pertanto, quando la Fed ha inasprito tardivamente la politica monetaria in risposta a un'inflazione inaspettatamente elevata, il calo del valore di mercato del portafoglio di SVB ha quasi azzerato il suo capitale. Questo non avrebbe avuto importanza se i depositanti avessero mantenuto la fiducia nella banca, perché non ci sarebbero state perdite se i titoli fossero stati mantenuti fino alla scadenza. Ma la comunità tecnologica è andata nel panico, c'è stata una corsa ai depositi e SVB ha dovuto vendere gli asset svalutati, precipitando così il proprio fallimento.

Potremmo essere solo all'inizio di una serie di episodi di instabilità finanziaria che aumenteranno il rischio che, nel tentativo di riportare l'inflazione al 2%, la Fed e le altre banche centrali danneggino gravemente la produzione e l'occupazione. Non sorprende, quindi, che ci sia un coro crescente di richieste di innalzare gli obiettivi di inflazione dal 2 al 3%. E ciò non è irragionevole se, come ha sostenuto l'ex capo economista della Banca d'Inghilterra Andy Haldane, stiamo assistendo a uno spostamento verso l'alto del livello globale dei prezzi di equilibrio.

In ogni caso, non esiste alcuna giustificazione teorica per equiparare il 2% alla stabilità dei prezzi. Tuttavia, spostare l'asticella degli obiettivi sarebbe come arrendersi all'inflazione. La credibilità delle banche centrali, già ridotta, subirebbe un danno enorme e le aspettative di inflazione schizzerebbero alle stelle. Per questo motivo, le banche centrali si arrangieranno, eventualmente seguendo il suggerimento di Haldane di estendere l'orizzonte temporale per il raggiungimento dell'obiettivo del 2% o di sospenderlo temporaneamente, promettendo di rifarlo alla prima data possibile. Ma questo lascia due domande più ampie.

Quello che abbiamo imparato sull'inflation targeting è che in tempi di deflazione provoca la semina di instabilità finanziaria. Poi, quando l'inflazione ritorna, provoca lo scoppio di crisi finanziarie quando i tassi di interesse vengono aumentati per tornare all'obiettivo di inflazione. In realtà sembra funzionare solo quando i prezzi sono comunque stabili.

Oh, cielo. Un caso, quindi, di cambio di regime? Purtroppo, qualsiasi altro regime potrebbe comportare una maggiore discrezionalità e quindi una minore responsabilità. Modificare il regime esistente potrebbe essere l'opzione meno peggiore. C'è poi la questione di come l'obiettivo del 2% influisca sulla capacità dei governi di ridurre gli attuali livelli molto elevati di debito pubblico.

Il rimedio tradizionale è una combinazione di crescita, che produce entrate fiscali sostenute per aiutare a pagare il debito, e di inflazione, che riduce il valore reale del debito. Tuttavia, la crescita è anemica e un obiettivo di inflazione del 2% riduce le possibilità di default informale attraverso l'inflazione. Nel panico generale successivo al crollo della SVB, le banche si sono affrettate a prendere in prestito 330 miliardi di dollari di fondi di riserva dalla Fed.

Si sta facendo strada la speculazione che la Fed possa rinviare ulteriori rialzi dei tassi. Siamo quindi bloccati nell'annosa situazione in cui la politica non si appoggia ai boom, ma si allenta aggressivamente nei periodi di crisi, mentre il debito continua a crescere inesorabilmente.

Non ci può essere un lieto fine per questa storia.

john.plender@ft.com

Valter Buffo
Il punto di atterraggio
 

Allo scopo di premiare l’attenzione dei nostri lettori, nel Post di questa settimana ci proponiamo di aiutarli a sistemare la propria visione delle cose, sollevando lo sguardo da una attualità ormai convulsa e scomposta nelle reazioni agli eventi. Mettiamo, insomma, un po’ di ordine.

Sollevare lo sguardo, sapere guardare più in là, è decisivo per orientare le proprie scelte di investimento e per definire la strategia di gestione del portafoglio.

Abbiamo quindi raccolto, ed esponiamo qui in modo estremamente sintetico, una serie di considerazioni, utili per comporre una visione ordinata del futuro dei mercati finanziari, delle Istituzioni che vi operano, e quindi delle vostre e nostre performance di portafoglio.

Il futuro dei vostri soldi.

  • partiamo dal tema del giorno, ovvero le banche, la crisi bancaria, e la stabilità finanziaria: e partiamo affermando che è di nessuna importanza il destino di Deutsche Bank, ed è facile spiegare il perché; le grande banche internazionali sono Aziende fallite, e precisamente fallite quindici anni fa; quindici anni fa fu fatta la scelta politica di salvare questi Istituti con denaro del pubblico;: per “salvare la faccia” (lipstick on a pig) i soldi pubblici in quella occasione furono spesi per acquistare titoli sui mercati finanziari anziché direttamente per salvare le banche; l’effetto però fu il medesimo: furono (artificialmente) aumentati i valori nei bilanci delle banche; grazie a questa scelta politica, a spese del pubblico furono premiati gli azionisti di queste banche, e fu permesso alle banche medesime di annunciare al mercato profitti che nella realtà non esistono, e fu altresì permesso di pagare agli Amministratori Delegati retribuzioni milionarie per anni ed anni; il tutto in Aziende di fatto statalizzate e di fatto fallite; se domani le Banche Centrali annunciassero (però in modo credibile e concreto) la fine della politica di sostegno artificiale ai prezzi delle obbligazioni (ovvero il QT), tutte queste grandi banche chiuderebbero gli sportelli martedì; e i soldi al pubblico come li hanno presi? Questa volta, per un “effetto estetico”, la scelta è stata di penalizzare il pubblico non con maggiori tasse, bensì con l’inflazione (come altre volte nella storia), ma chi paga in entrambi i casi sono i medesimi soggetti, ovvero i risparmiatori finali, che pagano così anche i bonus dei CEO delle banche

  • in particolare, negli Stati Uniti, quelle che “sono diventate banche” nel 2008 (da Goldman Sachs a Morgan Stanley, a Bank of America che ha incorporato Merrill Lynch) operano sulla base di un modello di business che non si regge in piedi senza la “bolla del tutto” (“everything bubble”); se domani la Federal Reserve rimettesse sul mercato i titoli che ha nel suo attivo, questi signori dopodomani farebbero la fine di Lehman Brothers, ma molto più rapidamente; sono Aziende che non producono nulla e non servono a nulla, se non a “piazzare” i titoli presso il pubblico; il valore aggiunto è molto vicino allo zero

  • proseguendo, in Europa il “modello di business” delle grandi banche è diverso e si chiama “Mario Draghi”; le banche europee che non stiamo a nominare qui (sono nomi che tutti voi lettori conoscete) per una decina di anni hanno vissuto grazie al fatto che Mario Draghi ha gonfiato in modo artificiale i prezzi dei Titoli di Stato che loro avevano nel portafoglio; gli utili, ed i guadagni privati dei manager di queste banche europee, esistono proprio perché è esistito quel guadagno sui Titoli di Stato; se togliamo quello, il valore aggiunto del business è vicino a zero (sarebbero forse i mutui???), e la grande banca europea è finita, non esiste più; ed infatti: oggi quei guadagni non ci sono più, non si fanno più, non si faranno più.

  • qualcuno dovrebbe vigilare su tutto questo, a protezione del risparmiatore: ed anzi, dovremmo scrivere “Vigilare”; ma la Vigilanza in pratica che cosa è? In Italia, gli Organismi di Vigilanza sono Banca d’Italia e CONSOB, ma di che cosa si occupano, ogni giorno? I dipendenti di Banca d’Italia e di CONSOB come impiegano il loro tempo? La loro occupazione principale è verificare in che modo vengono compilati certi moduli? Misurare il grado di ossequio alle formalità? E’ questa, la “protezione del risparmio”? La Vigilanza dispone sia di tutti i dati relativi agli Istituti bancari ed alle Società soggette ad autorizzazione per operare, sia delle possibilità di intervento diretto: ma dieci giorni fa il Credit Suisse operava regolarmente, anche qui dietro casa nostra; si deve dunque concludere che manca l’attenzione, oppure il tempo, oppure le risorse, oppure la competenza. Oppure, si deve concludere che si tratta di una scelta politica ben precisa

  • alla magistratura ordinaria non spettano, per Legge, i compiti di Vigilanza: ma la magistratura ordinaria avrebbe la possibilità, in situazioni specifiche, di avviare preventivamente delle indagini; cosa che però non accade (se non in qualche sfortunato caso secondario): con “quelli grossi” prevale il pudore di “non disturbare”, fatto che viene sfruttato dai vertici delle Aziende e che penalizza invece la massa dei risparmiatori; nel passato, la magistratura ordinaria in più occasioni ha dato prova di utilizzare il cannone per sparare ai moscerini, mentre passavano invece i branchi di elefanti a travolgere la folla

  • a protezione del risparmiatore dovrebbero funzionare presìdi che però, ad una più attenta osservazione, sono stato istituiti ed operano con ben altre finalità; vi siete mai domandati, amici lettori, a che cosa e a chi serve l’Albo dei promotori finanziari? In quale modo migliora la situazione dei risparmiatori? E’ certo che questo Albo delimita il perimetro dei soggetti che possono vendere i prodotti finanziari (Fondi Comuni di Investimento e polizze) incassando al tempo stesso le commissioni che vengono retrocesse. L’Albo in questo modo fa l’interesse delle Reti, quelle che arruolano queste figure di venditori porta-a-porta, perché di fatto crea una protezione ad un “cartello commerciale”. A che cosa serve, invece, questo Albo se ci mettiamo nei panni dell’investitore? Migliora la qualità del servizio? No. Garantisce la competenza dei venditori? No. Serve unicamente a fare credere, alla massa dei risparmiatori, che si può operare sui mercati finanziari ed investire unicamente attraverso i Fondi Comuni di Investimento e le polizze, e questo è un falso. Il recente boom del trading-on-line è una reazione (una reazione sbagliata) proprio a questo tipo di costrizione, visto che una fetta consistente dei risparmiatori proprio non ne può più dei financial advisors, dei private bankers, dei wealth managers, e di tutti quegli altri nomi ridicoli che nel corso degli anni sono stati utilizzati per “rebrandizzare” il caro e vecchio promotore finanziario

  • e i prodotti finanziari, a che cosa servono? come tutti ormai sanno, i cosiddetti “prodotti finanziari” sono scatole che contengono un po’ di tutto, anche le obbligazioni CoCo di Credit Suisse; l’investitore che acquista polizze UCITS e Fondi Comuni di Investimento in 99 casi su 100 non è consapevole di che cosa c’è dentro, e quindi di dove stanno i sui soldi; in 99 casi su 100 il risparmiatore si accontenta di sapere che “dentro ci sono un po’ di azioni ed un po’ di obbligazioni”. Si tratta forse di cose, di investimenti, di scelte di allocazione che non si potrebbero fare, senza utilizzare i cosiddetti “prodotti finanziari”? La risposta è no, assolutamente no. Il solo scopo che giustifica l’esistenza di questi “prodotti finanziari”, è fare pagare all’investitore commissioni che non vengono esplicitate: il Cliente non le conosce. L’investitore in questo caso fa poche domande, e si accontenta di informazioni approssimative, del tipo “pago più o meno il 2%”. Non sa neppure quanti soldi gli escono dalle tasche! Eppure, ancora oggi, ci sono investitori che preferiscono pagare ma non vedere quello che pagano, piuttosto che pagare una parcella ad un consulente. E’ privo di senso, non è razionale, ma questa è ad oggi la psicologia di una parte della massa degli investitori.

La nostra iniziativa, che produce servizi di elevata qualità a favore dei risparmiatori, aiutandoli con i propri portafogli modello e con la propria informazione a

  • sfuggire a quel recinto del quale abbiamo scritto sopra

  • non rimanere intrappolati sotto le macerie di un sistema che traballa,

  • gestire con migliore profitto i propri risparmi,

fu avviata anni fa sulla base di una serie di convinzioni, forti, sul futuro del settore di risparmio.

Noi ci dicemmo allora che:

  1. molti di questi “grandi nomi” del settore bancario ce li vedremo sfilare davanti, portati dall’acqua del fiume; ed anche che

  2. questo grande inganno istituzionale ai danni dei risparmiatori è un modello di business intrinsecamente fallito, il cosiddetto “modello fabbrica - Rete”; il fiume porterà a valle anche quello

Allora, ci fu chi ci rispose che

“il private banking è il futuro di questa industria”.

Altri ci dissero che

“tutto è possibile ma allo stesso tempo ci sarà spazio per tutti”.

A distanza di qualche anno, ci sentiamo di affermare che

  • il private banking come modello di business nel settore del risparmio ha fallito (se non è sufficiente per tenere in piedi un palazzone come Credit Suisse, credete forse che quel modello potrà reggere la vostra modesta casetta di legno?); ed anche che

  • non c’è spazio per tutti: qualcuno è già andato a casa (per fortuna), ed altri seguiranno, a breve. Molti altri.

Per voi lettori, il nostro suggerimento è quello che avete già letto in alcune delle immagini di questo nostro Post. Tenete bene a mente: quello che conta non è la discesa, è il punto di atterraggio.

Valter Buffo
Italia: ripensando al Governo Monti (ed al Governo Draghi)
 

Per molti dei nostri lettori risulterà sorprendente la nostra scelta di parlare oggi, a dodici anni di distanza, dell’esperienza di Governo dell’economista Mario Monti.

Specie in ragione dell’ampia maggioranza parlamentare che sostiene l’attuale Governo.

Noi però oggi vediamo in questa maggioranza alcune fragilità, e rischi per la coesione.

Ma soprattutto (a differenza della grande maggioranza dei media) noi di Recce’d vediamo le enormi difficoltà e fragilità dell’economia del nostro Paese, che proprio a causa del whatever it takes e del QE della BCE ha visto crescere a dismisura i propri squilibri.

Oggi, come spieghiamo in un altro Post, sia il whatever it takes sia la stessa politica di QE sono … passati di moda. Siamo in una Nuova Era. Chi in passato ha beneficiato in misura maggiore del whatever it takes oggi deve prepararsi a pagare un prezzo proporzionalmente più elevato.

E per questo, noi di Recce’d non ci sentiamo di escludere del tutto una nuova formulazione del “Governo dei tecnici” nel prossimo futuro dell’Italia, magari con una coloritura più vicina alla nuova maggioranza politica, e nel caso in cui si dovesse fare fronte a determinate condizioni dell’ambiente economico e finanziario (che ci pare però di capire che l’attuale Governo ha già preso, e molto seriamente, in esame).

Per conseguenza, leggere con attenzione questa intervista, di pochi giorni fa, del professor Monti al quotidiano Libero è, a nostro giudizio, di grande utilità. E’ molto utile farlo proprio oggi: e non quando Monti, eventualmente, fosse ritornato (in una qualche modalità anche nuova) al Governo dell’Italia.

Questo articolo di qualche giorno fa non è, a parere di noi di Recce’d, una semplice … intervista come tante altre. Anche per il quotidiano che la ha pubblicata, e per il periodo nel quale è stata pubblicata.

Un breve premessa, per chiarire: noi di Recce’d non siamo a favore dei “Governi tecnici”, e giudichiamo entrambe le due esperienze (Monti prima e Draghi poi) come “occasioni perse per l’Italia”.

Detto questo, resta che in molte occasioni di emergenza la cosa migliore da fare è scegliere il male minore.

Tra gli obiettivi di legislatura della maggioranza c’è la riforma presidenzialista. Pensa che sarebbe utile all’Italia, e in che termini?
«La considererei molto pericolosa, non tanto per il rischio di derive autoritarie, ma semplicemente perché avrebbe effetti opposti a quelli auspicati dai fautori. Con il presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo e al tempo stesso capo dell’esecutivo, l’Italia diventerebbe un Paese più conflittuale e meno governabile».

Sembra un paradosso a dirsi...
«Più conflittuale perché toglierebbe di scena l’unica figura, il presidente della Repubblica eletto dal Parlamento a larga maggioranza, che a prescindere dal suo passato viene rispettato e riconosciuto da tutte le parti politiche ed esercita un ruolo di moderazione. Meno governabile, perché una piena contrapposizione tra maggioranza e opposizioni, come si osserva spesso negli Stati Uniti e in Francia – le due più collaudate repubbliche presidenziali – rende quasi impossibile trovare quel consenso su misure necessarie e urgenti in situazioni di emergenza, che in repubbliche parlamentari come la Germania o l’Italia è stato più volte possibile ricorrendo a governi di grande coalizione odi unità nazionale».

Come si può allora rendere più incisiva e indipendente l’azione di governo?
«Sono favorevole a un rafforzamento dei poteri del presidente del Consiglio. Anzitutto, come ho ricordato in Senato nel dibattito sulla fiducia al governo Meloni, il premier già oggi ha il diritto-dovere di “dirigere la politica generale del Governo”, anche perché “ne è responsabile” (articolo 95 della Costituzione). Sarebbe inoltre opportuno rendere più agevole la rimozione di singoli ministri da parte del premier, prevedere il voto di sfiducia costruttiva come ad esempio in Germania, Belgio e Spagna, e magari considerare l’ipotesi, più impegnativa, che il premier sia eletto direttamente dal popolo».

Come mai Macron in Francia non riesce a portare l’età pensionabile a 64 anni, aumentandola di fatto di un anno, e a lei riuscì di alzarla di cinque in due settimane?
«In effetti, malgrado l’ascendente personale e la capacità politica che tutti gli riconoscono, Emmanuel Macron in sei anni (il primo mandato e il primo anno del secondo mandato) non è ancora riuscito a fare una riforma delle pensioni sensibilmente meno profonda di quella varata dall’Italia in due settimane nel novembre-dicembre 2011. Elsa Fornero e io siamo stati spesso invitati a discutere questo tema in Francia. In queste occasioni, la professoressa Fornero illustra i contenuti della riforma da lei predisposta, le ragioni di equilibrio finanziario ma soprattutto di maggiore equità tra le generazioni che l’hanno ispirata. Da parte mia, ricordo in quale contesto di sfiducia dei cittadini verso la politica e di crisi finanziaria acuta ci venne chiesto di intervenire con urgenza».

Ma è una questione di abilità vostra e scarsa incisività di Macron o di contingenze?
«Faccio, in modo rispettoso, un paragone con la Francia. La loro è una Repubblica presidenziale: il presidente ha grande forza in teoria, ma ben difficilmente può mettere in campo l’unità nazionale, come noi nella nostra modesta e imperfetta repubblica parlamentare riuscimmo a fare, su impulso del presidente Napolitano e con il più ampio voto di fiducia che il Parlamento abbia mai espresso e con le parti sociali dimostratesi molto responsabili. Inoltre, da noi la riforma delle pensioni non sarebbe bastata: per agire con equità (forse un governo “tecnico” non dovrebbe curarsi di questo, ma per i miei colleghi e per me era fondamentale) e per ricostruire la fiducia dei mercati verso l’Italia, varammo – sempre in quelle due settimane - un ampio pacchetto con varie altre riforme, che gravassero in modo equilibrato sulle diverse parti politiche e sociali. Dovendo noi scontentare un po’ tutti, lo scontento riguardante le pensioni non aveva altrettanto spazio nelle prime pagine. Macron invece ha dovuto concentrarsi “solo” sulle pensioni. Ha avuto la fortuna di creare meno infelicità complessiva di noi, ma più concentrata su una sola parte. Infine, Macron non ha avuto l’ “aiuto”, il terribile aiuto, di una crisi finanziaria che stava per portarci al default».


Per il presidente Mario Monti è quasi un momento di rivincita personale. Il partito fondato da Giorgia Meloni anche in opposizione a Gianfranco Fini, che di lì a poco si sarebbe presentato alleato di Lista Civica, la forza fondata dal senatore a vita, è al potere dopo dieci annidi opposizione.
Ma si mostra prudente nei conti e in politica estera, quasi come se lo spirito del professore bocconiano aleggiasse ancora a Palazzo Chigi.

Sostenuto da tutti i partiti tranne la Lega (i grillini non erano ancora in Parlamento) lei di fatto ebbe una forza di governo paragonabile a quella di un presidente eletto e riuscì a imporre misure gravose: come fu possibile?
«Ho cercato di spiegarlo sopra, paragonando la situazione dell’Italia di allora a quella francese. Dovrei però aggiungere una difficoltà ulteriore, a carico nostro. Il mio governo - entrato in carica nel novembre 2011 dopo le dimissioni del presidente Berlusconi dovute all’uscita della Lega dalla sua maggioranza, e con l’appoggio parlamentare dello stesso Berlusconi e del Popolo della Libertà, oltre che del Pd e del Terzo Polo - sapeva che avremmo governato al massimo per un anno e mezzo, fino al termine della legislatura. Ma talune parti della maggioranza non ci facevano mancare ammonimenti frequenti sul fatto che avrebbero potuto “staccare la spina” in qualsiasi momento. Ma anche questo svantaggio rispetto al presidente francese, se certo non accresceva la nostra serenità, può avere contribuito a non farci perdere neppure uno dei giorni, non sapevamo quanti, in cui ci veniva chiesto di salvare il nostro Stato dal default».

Anche Draghi era sostenuto da ampia maggioranza ma la sua azione è stata meno incisiva. Perché condizionato dal perseguimento di altri obiettivi?
«Non mi permetto di fare confronti con il governo Draghi, più autorevole del mio sia per la personalità del premier sia perché i partiti che l’hanno sostenuto hanno fatto a gara nel fare entrare come ministri i loro esponenti migliori. Questo a me i partiti lo rifiutarono, probabilmente non desiderosi di esporsi in prima persona nelle decisioni impopolari che in quella fase – a differenza che in quella affidata a Draghi, di impiego dei fondi europei – sapevano sarebbero state inevitabili. Vorrei invece affermare, senza riferimento a nessun governo in modo specifico, una convinzione profonda maturata in me prima, durante e dopo la mia esperienza di governo. Soprattutto in momenti di grandi difficoltà, chi governa politico o tecnico che sia - non può fare davvero l’interesse del Paese se non è pronto a perderci personalmente, in immagine, popolarità, consenso.

Guardiamo alle leadership recenti in Italia, anche dopo Berlusconi: dalla Meloni alla Schlein, con le appendici di Salvini e Conte: significa che il Centro in Italia è impossibile o che i consensi del Terzo Polo si impenneranno?
«Può darsi che, dal punto di vista elettorale, le vittorie del cosiddetto “Centro” diventino sempre più difficili. Ma c’è una sorta di contrappasso. Forse il Centro non vince le elezioni, ma poi nel governare di fatto convergono tutti su politiche di “Centro”, abbandonando le sirene con cui alle elezioni ammaliano gli elettori di destra odi sinistra. Pensiamo, in ordine di ingresso, a Sánchez, Scholz, Meloni, Sunak e allo stesso Macron».

Che giudizio dà dell’ascesa e dei primi passi da premier della Meloni?
«Da quando governa ho espresso più volte, in Senato e altrove, giudizi positivi, soprattutto in materia di rapporti con l’Europa e di bilancio pubblico (con l’importante eccezione a questo riguardo del tema delle diseguaglianze). Certo, anche Giorgia Meloni ha dato prova di grande trasformismo, rispetto alle posizioni tenute (e usate come clava, anche verso di me) nei dieci anni precedenti. Ma, a differenza di altri trasformisti che hanno cambiato posizioni mantenendo però la stessa rozzezza e cinismo, il che rende poco credibili le loro trasformazioni, la presidente Meloni mi dà l’impressione di ragionare davvero, e a fondo, sulla complessità dei problemi, sulla difficoltà delle soluzioni e di credere genuinamente in quel che dice e cerca di fare. Spero che questo mio giudizio si confermi fondato».

La posizione ultra-atlantista della Meloni è dovuta solo alla necessità di accreditarsi presso la comunità internazionale o è anche legata alla sua ricerca di una nuova strada in Europa, alternativa all’asse franco-tedesco?
«Penso che sia una posizione che il premier Meloni abbia per convinzione. Non credo che la viva come una via alternativa a quella di un’alleanza con Francia e Germania: non è necessario e sarebbe un grande errore. Il posto dell’Italia in Europa è li, a fianco di quei due, ma anche per incalzarli e far modificare all’una, all’altra o a entrambe determinate posizioni».


Però Berlino e Parigi spesso sembrano avere un atteggiamento ostile nei nostri confronti...
«Quando è toccato a me lavorare con loro, pur dalla posizione debolissima di Paese sull’orlo del default, siamo riusciti a rompere per una volta l’asse franco-tedesco, portando il presidente Hollande dalla nostra parte e inducendo la cancelliera Merkel ad ammettere che la BCE avrebbe potuto sostenere i titoli di Paesi soggetti ad attacchi speculativi. A proposito di trasformisti, in quel tempo Meloni (che di recente ha smesso), Salvini (che continua imperterrito ancor oggi, forse per sovrano disinteresse per la realtà), nonché Grillo e un’intera genìa di grillini mi additavano ai nostri concittadini come il “cameriere” della Merkel, ben assecondati dai giornali vicini a loro».

Recentemente ha fatto discutere una dichiarazione del ministro Valditara. Lei riterrebbe giusto aumentare gli stipendi dei prof che insegnano al Nord per tappare i buchi di organico, come suggerito dal ministro?
«Non sempre apprezzo le dichiarazioni, o i silenzi, del ministro Valditara. Su questo, non ha torto. Sul tema dei differenziali retributivi pesa da settant’anni l’infelice termine “gabbie salariali”. In realtà, la pretesa di disconoscere il diverso costo della vita nelle varie regioni ha l’effetto, non solo nella scuola ma in generale nell’economia e nella società, di ingabbiare il potenziale di occupazione e di crescita del Sud. Certo, si abbandonarono le gabbie salariali in nome dell’equità. Purtroppo, però, di un’equità falsa perché si esprime in termini puramente nominali, non reali».

Crede che il governo della Meloni rappresenti una svolta culturale per il Paese, o meglio la Nazione?
«Se posso concludere questa intervista con un’osservazione più generale, direi che l’attuale governo di destra ha un contributo importante da dare alla crescita culturale ed economica dell’Italia, così come in altri modi e pur con errori hanno fatto per decenni i governi di Centro-sinistra e di Centro-destra. Se non erode la propria credibilità in tesi bizzarre, come quella su Dante padre del pensiero di destra, questo governo potrebbe aiutare l’Italia a riconsiderare posizioni che fecero la loro irruzione nel 1968 e poi si rivelarono (accanto ad altre che hanno contribuito in modo positivo alla società italiana) nocive per l’effettivo sviluppo economico-sociale. Di solito, ciò è avvenuto perché si è data preminenza all’etica delle intenzioni rispetto all’etica della responsabilità, come avrebbe detto Max Weber. Politiche ispirate a valori elevati, ma disattente alla loro applicazione concreta e agli effetti indiretti sulle condizioni effettive di vita e di lavoro di quei soggetti deboli che si volevano tutelare, hanno spesso comportato che proprio tali soggetti hanno subito le conseguenze più negative».

L’opposizione non sarà felice di questa affermazione...
«L’Italia è entrata in una fase nuova, ricca di potenziale per il Paese. La Destra riassume sicurezza e un certo vigore intellettuale e la Sinistra si dota, con Elly Schlein, di una forte personalità ancorata ai principi, come è giusto, ma non ancora alla realtà, come è necessario. Secondo me, questa nuova fase potrebbe, e certo dovrebbe, vedere un grande confronto di idee, anche aspro, che porti entrambe le parti a depurare le proprie posizioni tradizionali da dogmi legati ad altre epoche storiche.
E a ricercare un minimo comune denominatore più pragmatico, che avvicini l’Italia a politiche più adatte ai giovani e alle generazioni future». 

Valter Buffo
Chi è “contrarian” adesso”?
 

La fretta e la concitazione che hanno dominato, sia sui mercati finanziari, sia nel mondo dei media, sia tra gli investitori, negli ultimi nove giorni, ha fatto crescere in grande misura la confusione tra gli investitori, già decisamente confusi dal fatto che si era passati nello spazio di soli 60 giorni dalla certezza del soft landing e della immacolata disinflazione ad un nuovo scenario, dai tratti poco chiari.

Poi, è arrivata SVB. Poi è arrivato Credit Suisse. Poi è arrivata First Republic.

Come dicevamo, tutti, ma proprio tutti tutti tutti (anche chi non ne ha capito nulla) si sono sentiti in dovere di dire, e scrivere, qualche cosa al proposito dei fallimenti delle banche.

Noi di Recce’d ne abbiamo scritto, ogni giorno, nel Bollettino quotidiano che è riservato ai Clienti che sottoscrivono la gestione dei nostri portafogli modello. Ma ne abbiamo scritto anche (e molto) qui sul sito, in forma pubblica. Offrendo indicazioni chiarie, giudizi senza paura di essere smentiti a distanza di 48 ore, e indicazioni pratiche (queste ultime in particolare attraverso la nuova pagina NEL MOTORE DELLA PERFORMANCE che abbiamo aggiunto il giorno 1 marzo).

Noi ne abbiamo scritto molto: e lo abbiamo fatto per una ragione ben precisa, ovvero che tutti gli investitori possono ricavare dagli ultimi nove giorni una serie di utilissime indicazioni pratiche.

Prima di ogni altra cosa, possono ricavare indicazioni pratiche su come investire il proprio risparmio. Più precisamente, su quali criteri utilizzare per scegliere un gestore che abbia poi la capacità di tradurre in pratica sia le vostre preferenze sia i vostri obbiettivi, su quale ruolo svolgono le cosiddette Autorità di Vigilanza (che anche questa volta però NON avevano vigilato) e sul ruolo delle Banche Centrali in questa Nuova Era (del tutto nuova) dei mercati finanziari.

Anche oggi, in Italia, sono moltissimi gli investitori che si lasciano ingannare dalla facciata (in senso letterale: dalla facciata del palazzo dove hanno sede gli uffici) e dalle apparenze (il torneo i golf, la carta patinata di documenti che vengono presentati come “ricerca”, il logo sulla carta intestata con quel nome roboante, la “rete internazionale di uffici” che poi al Cliente non serve a un bel nulla), e continuano a perdersi per strada ciò che a loro serve realmente, ovvero la competenza e la trasparenza.

Anni ed anni fa, noi in Recce’d scegliemmo la strada giusta: mettere del tutto da parte la facciata e concentrare ogni sforzo sulla qualità ed i contenuti del servizio. E’ stato un prezioso e pieno successo, sia per noi sia per i nostri Clienti.

In aggiunta a questo argomento (la necessità di una radicale revisione del proprio modo di operare sul proprio portafoglio e con i propri risparmi) noi di Recce’d abbiamo regalato anche precise indicazioni su come vanno utilizzate queste vicende nel 2023 per ottenere il massimo possibile dai propri investimenti.

E’ possibile, infatti, ottenere molto sfruttando il riordino che è iniziato.

Al tempo stesso, non si può discutere il fatto che il rischio sui mercati finanziari è decisamente aumentato. Non il rischio delle azioni, oppure delle obbligazioni, oppure delle valute, oppure delle materie prime. Quello che è aumentato è il rischio dell’intero portafoglio.

Spieghiamo con maggiore dettaglio: è ovvio che, a fronte di eventi che mettono in discussione (è evidente) il fondamento principale sul quale è fondato il moderno sistema dei pagamenti, tutti gli asset finanziari diventano più rischiosi, nel senso che immediatamente lo spazio di massimo ribasso (maximum drawdown) di tutte le azioni, di tutte le obbligazioni, e così via, aumenta e questo aumento va ad influenzare anche i vostri ragionamento con riferimento ai rischi che avete voglia di sopportare nel vostro portafoglio. Ma questo NON è sufficiente: non è tutto.

Nei vostri ragionamenti, nel vostro esame del portafoglio e delle prossime operazioni, adesso dovete considerare anche un altro tipo di rischio: eventi come questi cambiano le relazioni tradizionali tra gli asset finanziari. Non è questa la sede per entrare nel dettaglio (lo facciamo ogni mattina in The Morning Brief), e ci limitiamo qui a segnalarvi che ci sono una serie di domande che non potete trascurare, come ad esempio:

  • il fatto che ci sono stati altri salvataggi è positivo per le azioni, come è stato in passato?

  • i nuovi salvataggi faranno scendere oppure salire i tassi a lungo termine?

  • il futuro valore del dollaro USA, in particolare contro euro, sarà modificato dal cambiamento delle attese per i tassi (sia a breve, sia a lungo termine?) ed in quale direzione?

  • le materie prime reagiranno come hanno fatto in passato alla nuova iniezione di liquidità?

Niente è come prima (siamo in una Nuova Era, come vi è stato spiegato sia dai fatti di SVB sia dai fatti di Credit Suisse), e sarebbe utile che voi lettori vi rivolgeste immediatamente al vostro wealth manager, al private banker oppure al financial advisor per farvi spiegare

in che modo SVB e Credit Suisse hanno modificato le tradizionali relazioni tra azioni, obbligazioni ed altre asset class.

Veniamo adesso ai mercati, ed ai nostri portafogli modello.

Come dicevamo sopra, Recce’d negli ultimi 9 giorni non ha fatto mancare attenzione e presenza, e tutti ve ne siete resi conto. Abbiamo già scritto e detto tutto ciò che a noi sembrava rilevante.

Da ultimo, ieri 17 marzo abbiamo spedito ai nostri Clienti una nuova Lettera al Cliente, che (tra gli altri argomenti) affrontava anche il tema della gestione dei portafogli modello alla luce di queste vicende. In quella Lettera abbiamo illustrato al nostro Cliente le (fortissime) ragioni che ci portano a considerare il grafico che segue come il grafico che, da solo, sintetizza l’intera situazione ad oggi.

Visto che i dettagli tutti li avete già letto, e visto che di commenti ne avete già letti anche troppi, noi abbiamo scelto di aiutarvi portando questo discorso ad un livello più alto.

Ovvero, il livello della Politica, quella con la “p” maiuscola.

E come lo facciamo?

Nei giorni scorsi, i due più influenti quotidiani al Mondo, che sono il New York Times ed il Wall Street Journal, hanno dedicato a questa vicenda un articolo firmato dallo Editorial Borad che è il Comitato Editoriale. Questa firma significa che l’articolo riassume la linea ufficiale del quotidiano.

Ora noi li abbiamo prima letti ed analizzati, e poi abbiamo deciso di riproporli nel nostro Blog.

Vi facciamo osservare, prima di iniziare la lettura, che i due quotidiano hanno orientamenti politici opposti fra loro.

Eppure, su questa specifica vicenda, come leggerete i due quotidiani sono nella sostanza sulla medesima linea. Il salvataggio NON è una buona notizia. Per nessuno.

La lettura dei due articoli, che noi nel Post vi proponiamo già tradotti, intende aiutare i lettori a comprendere che il problema, adesso, è un problema politico. Non è corretto parlare di “fallimenti bancari”, bensì occorre occuparsi del “fallimento di una politica”.

Ci risiamo. Il governo federale sta salvando il settore bancario e il popolo americano, che ha assistito a questo spettacolo fin troppo spesso, ha tutto il diritto di essere furioso.

L'obiettivo giusto per questa rabbia, tuttavia, non è il salvataggio in sé, ma la sua necessità.

La decisione del governo di garantire l'intero ammontare dei depositi assicurati e non assicurati della Silicon Valley Bank e della Signature Bank di New York è la migliore scelta disponibile per preservare la salute dell'economia in generale. Anche un nuovo programma della Federal Reserve che offra prestiti agevolati alle banche è una buona idea, date le circostanze. La promessa del Presidente Biden di lunedì, secondo cui "faremo tutto il necessario", era necessaria.

Ma l'intervento ad ampio raggio è necessario solo perché le banche chiuse di recente - le seconde e le quarte più grandi banche fallite nella storia americana - non erano eccezioni a un modello di probità generale. Proprio come prima della crisi finanziaria del 2008, le banche sono riuscite ancora una volta ad accumulare miliardi di profitti facendo scommesse rischiose, per poi correre a chiedere l'aiuto del governo quando quelle scommesse hanno iniziato ad inasprirsi. Alla fine del 2022, l'industria bancaria statunitense era seduta su un totale di circa 620 miliardi di dollari di perdite non realizzate, come risultato di investimenti compromessi dall'aumento dei tassi di interesse.

L'ultima volta che l'opinione pubblica americana ha ingoiato l'amara pillola del salvataggio delle banche, i politici hanno promesso di regolamentare il settore in modo più rigoroso per porre fine al lungo ciclo di profitti privatizzati e perdite assorbite dal pubblico.

Questi cambiamenti, comprese le misure di salvaguardia imposte dalla legge Dodd-Frank del 2010, sono stati in gran parte positivi. In media, tra il 1980 e il 1994 è fallita una banca americana ogni tre giorni. Il ritmo dei fallimenti ha raggiunto livelli simili nel periodo immediatamente successivo alla crisi finanziaria del 2008, ma da allora i fallimenti sono stati molto meno frequenti. I fallimenti degli ultimi giorni hanno posto fine al secondo periodo più lungo senza fallimenti bancari dai tempi della Grande Depressione.

Eppure i dettagli dell'ascesa e della caduta della Silicon Valley Bank sono tristemente noti. La banca ha corso grandi rischi per crescere rapidamente raccogliendo e investendo denaro da un'ampia gamma di start-up tecnologiche; i suoi azionisti hanno esultato e i suoi revisori e le autorità di regolamentazione non hanno fatto nulla per interferire. Anzi, le autorità di regolamentazione hanno trattato la strategia principale della Silicon Valley Bank, che consisteva nell'investire in titoli di Stato, come sostanzialmente priva di rischi, non vedendo i pericoli posti da un rapido aumento dei tassi di interesse. Le autorità di regolamentazione avrebbero dovuto anche limitare il pericoloso affidamento della banca su grandi depositi non assicurati.

I responsabili politici - del Congresso, del Dipartimento del Tesoro e della Federal Reserve - hanno il dovere di spiegare all'opinione pubblica americana come è stato possibile che le cose siano andate così fuori controllo. Le banche sono diverse dalla maggior parte delle aziende del settore privato. Sono isolate dalla disciplina di mercato da varie forme di protezione federale perché, come le aziende elettriche che tengono accesa la luce, forniscono un servizio pubblico essenziale per un'economia moderna. Le autorità di regolamentazione hanno la responsabilità di garantire che le banche non abusino di questi privilegi.

Nel caso della Silicon Valley Bank, le autorità di regolamentazione non hanno svolto questo compito. Il ruolo della Federal Reserve come agenzia leader nella risposta a questa crisi ha oscurato i suoi fallimenti come agenzia responsabile della supervisione della banca in primo luogo. "Avrebbero dovuto fermarli mesi fa", ha dichiarato Anat Admati, professore di finanza alla Stanford University. "È questo il mio problema con la Fed: Se fossero onesti, ammetterebbero i propri errori".

Anche il Congresso ha le sue responsabilità. Nel 2018, un disegno di legge bipartisan ha indebolito la supervisione normativa dei prestatori di medie dimensioni come la Silicon Valley Bank, invertendo parti chiave della legge Dodd-Frank. La nuova legge ha aumentato la soglia per la categoria più severa di controllo normativo a 250 miliardi di dollari da 50 miliardi. Greg Becker, amministratore delegato della Silicon Valley Bank, nel 2015 ha testimoniato davanti al Congresso che il suo istituto, come altri delle sue dimensioni, "non presenta rischi sistemici". Anche i funzionari della Signature Bank hanno esercitato pressioni e beneficiato delle modifiche del 2018.

Il Congresso dovrebbe ora correggere il suo errore ripristinando la soglia di 50 miliardi di dollari.

I politici devono anche riconoscere i limiti della supervisione governativa come sostituto della disciplina di mercato. Le banche dovrebbero essere obbligate a raccogliere più denaro dagli azionisti, che hanno un forte incentivo a tenere d'occhio il modo in cui il denaro viene utilizzato, dato che possono perderlo tutto. Il denaro raccolto dagli azionisti si chiama capitale, e le banche ne hanno molto meno rispetto ad altri tipi di società. Possono prendere in prestito la maggior parte del denaro che utilizzano da prestatori e depositanti. Se, ad esempio, le banche fossero obbligate a raccogliere il 20% dei fondi dagli azionisti, si tratterebbe comunque di una percentuale molto inferiore alla norma per altri tipi di aziende, ma sufficiente a coprire le perdite della Silicon Valley Bank e a salvare la banca.

Il Congresso dovrebbe anche richiedere la restituzione dei compensi dei dirigenti e dei dividendi delle banche fallite. Se in futuro i banchieri dovessero essere obbligati a restituire parte di ciò che hanno guadagnato grazie alle loro decisioni sbagliate, ciò potrebbe avere un effetto di ammonimento.

Il governo non vuole descrivere le sue azioni come un salvataggio perché agli elettori non piacciono i salvataggi. I clienti della Silicon Valley Bank, in particolare, sono stati fortemente contrari a essere descritti come i beneficiari di un salvataggio, perché è una cosa imbarazzante; è in contrasto con la mitologia della Silicon Valley come una frontiera da strapazzo dove le persone costruiscono il futuro senza l'aiuto o la supervisione del governo.

Ma il successo dell'industria finanziaria e della Silicon Valley è sempre dipeso dagli aiuti del governo e da una regolamentazione prudente. Questo salvataggio è necessario perché il governo non ha prestato sufficiente attenzione. I politici dovrebbero essere onesti su questi errori e chiarire le misure che adotteranno per evitare che si ripetano.

I quotidiani, ed in particolare i quotidiani in Italia, da sempre e per sempre accolgono i soldi pubblici con grande entusiasmo, e si atteggiano come “i tifosi delle Banche Centrali”. Ci raccontano che “le Banche Centrali hanno salvato il Mondo”: anche se poi a tutti noi la realtà racconta una storia ben diversa.

L’articolo del New York Times, come avete letto, offre ai lettori una visione diversa. Ci racconta una realtà diversa. L’articolo NON esulta per i salvataggi bancari, come ci si poteva aspettare.

Non solo: se leggete attentamente, l’articolo NON dice quello che, in particolare in Italia, i politici ed i quotidiano sempre vi raccontano: ovvero che

è stato fatto per il benessere di tutti e non c’era alternativa.

A differenza del 2008, nessuno più pensa che “le Banche Centrali hanno salvato il Mondo”.

Questa settimana, in Twit-Twoo, Recce’d aveva preso una posizione chiara e forte (come facciamo sempre), ovvero:

adesso, anche basta!

Abbiamo ritrovato un simile modo di vedere le cose anche nell’articolo del Wall Street Journal che abbiamo poi tradotto per voi e che leggete di seguito.

Più in basso, poi, Recce’d vi propone di vedere con attenzione un contenuto video.

Il Tesoro e la Federal Reserve sono intervenuti nella tarda serata di domenica per contenere i danni finanziari causati dalla chiusura di venerdì della Silicon Valley Bank, garantendo anche i depositi non assicurati e offrendo prestiti ad altre banche affinché non debbano subire perdite sulle loro attività a reddito fisso.

Si tratta di un salvataggio de facto del sistema bancario, anche se i regolatori e i funzionari di Biden ci hanno detto che l'economia va benissimo e che non c'è nulla di cui preoccuparsi. La sgradevole verità - che Washington non ammetterà mai - è che il fallimento della SVB è il conto da pagare per anni di errori monetari e normativi.

***

Nel fine settimana Wall Street e la Silicon Valley erano in pieno panico e chiedevano l'intervento del Tesoro e della Fed per salvare la situazione. È interessante vedere chi è in grado di mantenere il sangue freddo in una crisi, e non sono stati il miliardario gestore di fondi speculativi Bill Ackman o l'investitore di venture David Sacks, entrambi frenetici seminatori di panico.

La Federal Deposit Insurance Corp. ha chiuso la SVB e la soluzione più pulita sarebbe quella di trovare un acquirente privato per la banca. Questa è stata la prima soluzione nella maggior parte dei panici finanziari precedenti, e la FDIC ha organizzato un'asta che si è conclusa domenica pomeriggio.

Ma Rohit Chopra, l'accolito di Elizabeth Warren nel consiglio di amministrazione della FDIC, è ostile alle fusioni bancarie per motivi ideologici, e le condizioni di acquisto potrebbero essere troppo onerose per alcuni potenziali acquirenti. Le banche più grandi sono ora le più sicure e i depositi si stanno riversando su di esse. J.P. Morgan può parcheggiare il denaro presso la Federal Reserve e guadagnare interessi sulle sue riserve. Perché farsi carico di un nuovo grattacapo politico?

I dirigenti della SVB hanno commesso degli errori, che pagheranno, ma sono stati incoraggiati dal denaro facile e da una regolamentazione sbagliata. Mentre la Fed inondava il mondo di liquidità in dollari, il denaro affluiva alle startup di rischio che costituivano la base di clienti della SVB. I depositi della banca si sono impennati, ben al di là di quanto potesse prestare con sicurezza.

In un mondo di tassi d'interesse prossimi allo zero, SVB ha investito il denaro in attività a reddito fisso di lunga durata alla ricerca di un rendimento più elevato. Dopo la crisi del 2008, le autorità di regolamentazione avevano considerato questi titoli del Tesoro e i titoli garantiti da ipoteca quasi privi di rischio ai fini della misurazione del capitale bancario. Se i regolatori dicono che sono privi di rischio, le banche e i depositanti possono essere meno prudenti.

Ma questi titoli sono diminuiti di valore quando la Fed ha aumentato rapidamente i tassi d'interesse per frenare l'inflazione che aveva contribuito a provocare. SVB avrebbe avuto enormi perdite di capitale se fosse stata costretta a liquidare tali attività prima della scadenza. È esattamente quello che è successo quando i clienti della SVB hanno ritirato i loro depositi. La Fed di San Francisco regolamenta la SVB e in qualche modo non ha notato questa crescente vulnerabilità. La Fed e il Tesoro cercheranno di incolpare i banchieri, ma la colpa è altrettanto, se non di più, loro. L'idea di elevare la presidente della Fed di San Francisco Mary Daly al Consiglio dei Governatori sembra assurda dopo la SVB.

Tanto più che il rischio di duration delle banche potrebbe non essere limitato alla SVB, come dimostra il crollo dei titoli delle banche regionali della scorsa settimana. La FDIC ha creato un ente per proteggere i depositanti assicurati di SVB fino al limite legale di 250.000 dollari. Ma qualcosa come l'85-90% dei depositi della SVB non sono assicurati. La preoccupazione è che i depositanti delle altre banche fuggano.

Per questo si invoca l'intervento federale. Il Segretario del Tesoro Janet Yellen ha dichiarato domenica che non ci sarà alcun "salvataggio" per la SVB, ma si tratta di un'operazione semantica. I federali hanno dichiarato che garantiranno anche i depositi non assicurati della SVB e della Signature Bank di New York. In genere, in caso di fallimento di una banca, i depositanti avrebbero riavuto i loro soldi con uno scarto del 15%-20%. Questo sarebbe senza dubbio un problema per molti clienti, ma il limite di 250.000 dollari era noto.

Il prossimo passo sarà una garanzia universale sui depositi non assicurati? Si tratterebbe di una resa politica monumentale, ammettendo in sostanza che l'apparato normativo istituito nel 2010 dalla Dodd-Frank ha fallito. Forse siamo gli unici al mondo a preoccuparci ancora del "rischio morale". Ma una garanzia a livello nazionale per i depositi non assicurati, anche se per un periodo limitato, significa che questa diventerà la politica di default ogni volta che ci sarà un panico finanziario.

C'è anche una questione di legalità di tale garanzia. La FDIC ha creato un programma di "garanzia dei conti di transazione" durante il panico del 2008, ma il Congresso lo ha esplicitamente lasciato scadere nella Dodd-Frank. Il Congresso ha fissato il limite di 250.000 dollari per proteggere gli americani medi, non gli investitori della Silicon Valley.

La FDIC potrebbe aver fatto ricorso alla sua "eccezione di rischio sistemico" per SVB e Signature, ma è una forzatura considerando le loro dimensioni. La dichiarazione congiunta dei regolatori ha dichiarato di aver ricevuto il voto richiesto dei due terzi dei consigli di amministrazione della FDIC e della Fed, e ci piacerebbe vedere il lavoro legale creativo dell'Office of Legal Counsel del Dipartimento di Giustizia.

La Fed si sta comportando come dovrebbe, in quanto fornitrice di liquidità a tutti gli operatori. Ma si sta spingendo oltre, offrendo prestiti a un anno alle banche a fronte di garanzie collaterali di Treasury e altri asset a reddito fisso. La Fed valuterà queste attività alla pari, il che significa che le banche non dovranno vendere le loro attività in perdita. La Fed sta essenzialmente garantendo gli asset bancari che stanno subendo perdite perché le banche hanno assunto rischi di durata incoraggiati dalle politiche della Fed. Anche questo è un salvataggio.

Come vedete, il Wall Street Journal non contesta l’intervento effettuato a poche ore di distanza dal fallimento della Banca SVB, ma arriva a scrivere che si tratta

del prezzo da pagare per anni di errori monetari e normativi.

Noi tutti, investitori e cittadini, dobbiamo realizzare, nel minore tempo possibile, non solo il fallimento di quindi anni di una politica economica dissennata, e dannosa (come è dimostrato dalle crisi ricorrenti, e sempre più frequenti). Oggi, noi dobbiamo avere ben chiaro nella mente che la Federal Reserve e la BCE hanno perso ogni supporto, sono isolate.

Questo porterà non solo a cambiamenti nel modo di condurre la politica monetaria, ma pure a cambiamenti nello stesso modo di funzionare di queste Istituzioni.

Anche per questo, è più che lecito utilizzare la definizione di Nuova Era.

Questi cambiamenti, che abbiamo appena indicato, non sono più evitabili: le cose sono andate troppo oltre, il picco è stato la reazione alla pandemia, e quella specie di slogan

“liberi tutti, si può fare tutto e non ci sono freni”

che poi si è rivoltato contro chi lo aveva utilizzato e (purtroppo) anche contro gli interessi di noi cittadini ed investitori finali.

Lo stato delle cose è questo, ed è evidente sia al New York Times, sia al Wall Street Journal. Ci auguriamo che oggi risulti evidente anche a quei lettori che ci seguono con maggiore attenzione.

Una ulteriore testimonianza, di una situazione che risulta a dire poco imbarazzate, e di tensione che sfiora il conflitto aperto, ci arriva direttamente dal Ministro USA del Tesoro, ed ex capo della Federal Reserve, Janet Yellen.

L’intervento del Ministro del Tesoro USA al Congresso di giovedì 16 marzo lo si può rivedere e riascoltare nel video che vi mettiamo a disposizione qui vicino.

Dura più di due ore. Noi lo abbiamo ascoltato per intero. E noi suggeriamo a chi investe sui mercati finanziari di ascoltare questo intervento per intero.

Ma se siete pigri, oppure di fretta, oppure infastiditi dalla lingua inglese, allora il nostro suggerimento è: iniziate da quando il timer segna 1 ora 30 minuti e 15 secondi, e ascoltate almeno per tre minuti.

In questi tre minuti, le domande a Yellen arrivano dal Senatore Lankford dello Stato di Oklahoma.

Non limitatevi ad ascoltare: approfittatene e guardate con la massima attenzione anche l’espressione del viso di chi parla, guardate gli occhi: le espressioni facciali, e più in generale quello che ormai tutti chiamano “body language”, a volte come tutti sappiamo esprimono più di ciò che viene spiegato con le parole.

Osservate con grande attenzione: vi saranno chiari in soli tre minuti

  • il grado di competenza delle persone

  • il grado di conoscenza della materia in questione; la misura nella quale si domina la materia, la sensazione di avere (oppure NON avere) tutto sotto controllo

  • il grado di apprensione sull’esito della vicenda della quale si parla

Ne potete ricavare utili, e partiche, informazioni, su come va gestito il portafoglio titoli nel 2023, e poi nel 2024, e poi nel 2025.

Noi, di Recce’d, il nostro l’abbiamo fatto. Ora, sta a voi di decidere liberamente, del destino dei vostri risparmi. A che cosa date importanza? Al grattacielo, alla carta intestata ed al logo colorato, all’invito alla mostra d’arte?

E allora … buona fortuna.

Valter Buffo
Che cosa ci aspetta al di là della Silicon Valley?
 

Non troverete, in questo Post, quello che vi aspettate.

Non troverete, in questo Post una dettagliata analisi di ciò che è successo alla Silicon Valley Bank. Del perché è successo. Non troverete succosi retroscena. Non troverete una previsione di quante altre banche verranno coinvolte. Non troverete una previsione delle future ricadute per il mercato di Borsa, oppure per le obbligazioni, oppure delle valute, oppure delle materie prime.

Se cercate questo tipo di informazioni, vi invitiamo a leggere il Sole 24 Ore, Milano Finanza, la Repubblica, Il Corriere della Sera.

In quelle sedi, potete leggere tutti i “coccodrilli” che volete: nel gergo del giornalismo, il “coccodrillo” è l’articolo che piange la scomparsa di un personaggio pubblico, del quale peraltro il decesso era stato da mesi anticipato.

Ma se cercate questo tipo di informazioni, voi come investitori siete già in grave ritardo.

Per la gestione dei propri investimenti, e del proprio portafoglio titoli, cose come queste vanno anticipate, almeno di sei mesi; ed è per questo che, nella parte finale del 2022, anche qui nel nostro Blog noi scrivemmo di “tre grandi rischi 2023”. Ed uno era esattamente questo.

Proprio per questa ragione, oggi, i portafogli di Recce’d sono (e da mesi) strutturati in un certo modo: con una data composizione di asset finanziari, con una certa distribuzione tra le macro-classi di asset, e con una certa distribuzione tra posizioni LONG e posizioni SHORT.

Per questa ragione, sul sito di Recce’d i commenti al caso della Banca della Silicon Valley saranno limitati alla pagina TWIT TWOO (dove ne avevamo già scritto giovedì scorso), alla pagina MERCATI ed alla pagina NEL MOTORE DELLA PERFORMANCE.

Perché da approfondire, qui non c’è più nulla, adesso. Perché da capire, non c’è altro: di quello che era necessario capire, noi scrivemmo già mesi fa. Perché da analizzare, c’era parecchio, ma lo si doveva fare ancora nel 2022.

Oggi, i fatti parlano e questo è sufficiente: per chi come noi gestisce i portafogli modello. Portafogli che, per quello che ci riguarda, almeno in questo momento sono posizionati in modo ideale.

Noi attraverso i nostri Post guardiamo sempre AVANTI: e scriviamo questi Post per aiutare chi ci legge a guardare insieme a noi AVANTI. Molto più in là della Silicon Valley.

Oltre la Silicon Valley.

Guardare avanti che cosa significa? Vediamolo nel concreto.

Per voi investitori significa piantarla lì. Smettere subito (finalmente) di andare dietro alle parole del financial advisor, del wealth manager, del private banker. E sarebbe anche ora!

Lui, il vostro promotore finanziario che a voi vende i Fondi Comuni e le polizze, vi aveva convinti trenta giorni fa dell’esistenza di una cosa che NON esiste, ovvero il “soft landing”. Una cosa inventata, per fare comperare a voi Fondi Obbligazionari e Fondi Azionari e polizze UCITS. Una invenzione commerciale, come “i prodotti che fanno ricrescere i capelli”.

Lui, il vostro financial advisor, il wealth manager, il private banker, vi aveva sicuramente spiegato che cose come quella che oggi leggete sul vostro quotidiano, la vicenda della Silicon Valley Bank, non possono più succedere, mai più. E i rialzi dei tassi? I rialzi dei tassi NON cambiano nulla, per NESSUNO: va tutto avanti come prima.

Questo sono baggianate, ovviamente. Sciocchezze. E voi investitori dovete smetterla: dovete farla finita di perdere il vostro tempo ad ascoltare persone che parlano di cose che non conoscono, di numeri che non conoscono, di cose che non capiscono, che non hanno mai capito in tutta la loro vita.

E’ proprio arrivata l’ora, che qualche cosa cambi, nel vostro modo di occuparvi dei vostri soldi. Non potete continuare a fare i bambini, non potete continuare a giocare con i vostri risparmi. Vi piace ascoltare le favolette? Allora rinunciate ad investire: lasciate proprio perdere del tutto. Se non intendete lasciare perdere, allora per voi è il momento di diventare grandi.

Perché quel momento è proprio adesso?

Perché proprio in questo momento, mentre voi leggete questo Post, avete davanti agli occhi rischi di una dimensione che neppure riuscite ad immaginare, ed anche opportunità di guadagno come mai ne avete viste.

Il passaggio ad una Nuova Era è sempre un grande terremoto, ma pure una grandissima opportunità.

In questo post, Recce’d ne scrisse già alla fine del 2022, anticipando a tutti i lettori come sarebbe stato, poi, il 2023: oggi noi NON ci ripeteremo.

Allo scopo di aiutare i ritardatari, però, vogliamo comunque suggerire qualche cosa di utile e di molto pratico: la lettura di un articolo che abbiamo tradotto per voi.

Abbiamo evidenziato, come sempre facciamo, passaggi e termini sui quali il nostro lettore è chiamato ad approfondire, e con urgenza data la situazione.

Ci limitiamo soltanto ad una veloce premessa: El Erian scrisse questo articolo mercoledì scorso. In quel momento, ovviamente, c’erano già molti segnali che ad un occhio attento come il suo non potevano sfuggire.

Ma sicuramente neppure un uomo di quella levatura poteva immaginare la situazione che è esplosa tra giovedì e venerdì.

E quindi (fate bene attenzione a questo fatto, nel vostro interesse) l’articolo NON parla di fallimenti bancari: l’articolo si limita ad evidenziare le (potenziali) negative conseguenze di una Banca Centrale che ha perso la rotta ed ha perso la credibilità.

L’articolo dice che, a causa di questa perdita di credibilità, aumentano i rischi di un “incidente di mercato”.

Fatti come quelli della Silicon Valley Bank (associati all’immagine di Yellen che avete visto più in alto, e che risale al 2017) aumentano la perdita di credibilità, aumentano i rischi di mercato, rendono ancora più evidente il fatto che oggi la Banca Centrale è il nostro peggiore nemico, come scrivemmo anche in questo Blog nel mese di agosto 2020.

Se avete compreso questo, allora i fatti di giovedì 9 e venerdì 10 marzo 2023 per voi non sono un problema. Per i Clienti di Recce’d, non sono un problema.

E per il benessere dei cittadini, e dei mercati finanziari (fate bene attenzione anche a questo) non sono un problema: tutto il contrario, ci avvicinano alla soluzione dei problemi che oggi tutti portiamo sulle spalle.

Questo articolo, quindi, è la dimostrazione concreta che è sempre utile mantenersi in contatto (come noi facciamo ogni giorno) con persone capaci di anticipare la sostanza di quello che poi tutti leggono sui quotidiani.

Oggi, è decisivo che noi e voi, insieme, guardiamo OLTRE la Silicon Valley Bank

Non dovrebbe essere così e non è necessario che lo sia. Eppure, ancora una volta, le dichiarazioni del presidente della Federal Reserve Jerome Powell hanno alimentato una notevole volatilità sui mercati che potrebbe mettere a rischio il benessere economico e la stabilità finanziaria. Si tratta di un fenomeno che non solo evidenzia i ripetuti slittamenti delle politiche, ma anche la mancanza di importanti basi strutturali e strategiche della Fed.

Diverse volte negli ultimi anni, i commenti alla conferenza stampa che tradizionalmente segue la conclusione delle riunioni di due giorni del FOMC hanno causato una volatilità significativamente maggiore rispetto alla precedente pubblicazione della decisione politica della banca centrale e alle osservazioni scritte di Powell. Martedì, la volatilità iniziale del mercato causata dalla pubblicazione della dichiarazione di apertura di Powell prima dell'inizio della sua testimonianza semestrale al Congresso è stata notevolmente amplificata dalle sue successive risposte alle domande dei senatori.

Le reazioni del mercato hanno incluso un'impennata dei rendimenti nella parte anteriore del mercato obbligazionario, con il tasso a due anni che ha superato il 5% per la prima volta dal 2007, un crollo generalizzato delle azioni, con l'indice S&P 500 che ha perso l'1,5%, e un'intensificazione dell'inversione della curva dei rendimenti 2s-10s, il cui spread ha superato i meno 100 punti base.

Tutti e tre i fenomeni sono stati associati a un significativo ripensamento delle aspettative della Fed in occasione della riunione di fine mese. Invece di prevedere un aumento di 25 punti base, come precedentemente segnalato dalla Fed, i mercati hanno spostato le probabilità a favore di 50 punti, che invertirebbero lo spostamento verso il basso dei rialzi che la banca centrale aveva prematuramente effettuato solo un mese fa.

C'è qualcosa che non quadra in tutto questo. L'obiettivo della maggiore trasparenza adottata dalla Fed negli ultimi due decenni è quello di consentire aggiustamenti economici e finanziari graduali ai regimi politici. In effetti, questa è l'essenza stessa della forward policy guidance. Non si tratta di minare la credibilità della banca centrale più potente del mondo.

Tre fattori contribuiscono a spiegare questa spiacevole situazione.

In primo luogo, come ho spiegato nel mio precedente articolo in cui sostenevo che la Fed non avrebbe dovuto passare da 50 a 25 punti base il 1° febbraio (come poi ha fatto), la banca centrale sembra non avere una valutazione completa dei rischi politici nell'attuale economia interna e globale, intrinsecamente fluida.

In secondo luogo, l'assenza di un ancoraggio strategico a medio termine significa che la Fed è diventata eccessivamente dipendente dai dati, con conseguenti overshoots.

In terzo luogo, il "nuovo quadro monetario" dell'agosto 2020 è più appropriato per il mondo precedente al 2020 e non per quello di oggi e di domani, ossia è stato progettato per il precedente paradigma di domanda aggregata insufficiente e non per la realtà di un'offerta aggregata insufficiente.

La cosa peggiore da fare per i politici è liquidare la volatilità del mercato di martedì come un rumore. C'è qualcosa di più sinistro in gioco. Più si verifica questa volatilità indebita, maggiore è il rischio di incidenti economici e di mercato, ovvero di una recessione causata da quelli che sono ormai tre errori di politica della Fed negli ultimi due anni e che mettono a dura prova l'ordinato funzionamento dei mercati finanziari.

Considerate il dilemma che la Fed si trova ora ad affrontare: o convalidare la mossa del mercato e, nel frattempo, negare in modo imbarazzante la forward policy guidance fornita appena un mese fa; oppure mantenere quella guidance e rimanere ancora più indietro nella lotta all'inflazione.

Entrambe le cose comportano un ulteriore rischio di reputazione. Insieme alle numerose ripetizioni di volatilità indebita, chiedono anche che la Fed e i leader politici dedichino più tempo a tre soluzioni strutturali per la Fed che includono, come sostenuto il mese scorso, "il rafforzamento della responsabilità della Fed e l'obbligo di aggiornare il suo quadro di riferimento per le politiche, nonché di seguire l'esempio della Banca d'Inghilterra nell'inserire strutturalmente opinioni esterne nel suo processo di formulazione delle politiche".

L'alternativa di continuare così aumenta le sfide per un'economia globale che deve affrontare un'importante transizione ecologica, il cambiamento della globalizzazione e delle catene di approvvigionamento, le incertezze geopolitiche e l'aggravarsi delle disuguaglianze di reddito, ricchezza e opportunità.


Mohamed A. El-Erian è un editorialista di Bloomberg Opinion. Ex amministratore delegato di Pimco, è presidente del Queens' College di Cambridge, consigliere economico capo di Allianz SE e presidente di Gramercy Fund Management. È autore di "The Only Game in Town".

Valter Buffo