Turbolenza in arrivo sulla "narrativa"
 

In numerose precedenti occasioni, noi di Recce’d abbiamo illustrato in questo Blog che cosa si intende quanto si parla di “narrativa” con riferimento ai mercati finanziari, spiegando anche quale ruolo gioca ed ha giocato questa “narrativa” dominante, in particolare nel corso del 2020 e nel 2021, modificando il modo di pensare e di valutare di una grande parte degli investitori.

Alla maggior parte degli investitori, è stato per molti mesi fatto credere nell’esistenza di qualche cosa che (come tutti oggi vedono) non esisteva e non esiste.

Proprio per questa ragione, è decisivo seguire giorno dopo giorno dopo giorno il modo nel quale la “narrativa” dominante si evolve: e ci sono periodi, come quello attuale, nei quali la la narrativa cambia con rapidità estrema.

Prendiamo la recente prima pagina del Wall Street Journal che vedete qui sotto.

Trovate, nello spazio ristretto della prima pagina, notizie che riguardano la grande volatilità delle Borse nel 2022, ed anche il forte rialzo dei tassi (costo per il Cliente) sui prestiti garantiti da immobili, o mutui, e infine trovate notizie sulla spesa dei consumatori americani, spesa che rimane elevata per beni voluttuari come viaggi e beni di lusso. Si legge “spending with a vengeance” che in italiano potremmo tradurre come “spendono per prendersi una rivincita” (implicito: sulle restrizioni derivate dalla pandemia).

Convivono, in questa prima pagina, temi legati al recente passato (la spesa senza freni dei consumatori) ed atteggiamenti che invece guardano al futuro (le oscillazioni delle Borse, in contrato con i rialzi quotidiani del 2021).

Un quadro decisamente diverso, rispetto a qualche mese fa: gli organi di stampa e le televisioni hanno per molto tempo promosso una narrativa dell’ottimismo, che spingeva il pubblico a pensare ad un futuro senza problemi.

Oggi, la comunicazione di massa di giornali e televisioni è costretta a rappresentare un futuro più complicato, e per un gran numero di ragioni, come leggete (in estrema sintesi) qui sotto.

Il quadro che ci viene presentato dai media, come vedete, non è più uniforme ed ottimistico: è più articolato e complesso rispetto a qualche mese fa.

Tra gli elementi problematici, ovvio che il rischio di un conflitto in Europa oggi occupa uno spazio rilevante nei pensieri degli investitori, ed occupa a buon diritto anche molto spazio sulle prime pagine dei quotidiani.

Come viene fatto osservare nell’immagine che segue, per il momento l’atteggiamento dei mercati finanziari è quello di non attribuire una probabilità elevata allo scoppio di una vera e propria guerra.

Vogliamo ripetere anche in questa occasione che a nostro giudizio la vicenda che riguarda l’Ucraina NON sarà una delle variabili decisive per determinare il rendimento ed il rischio degli asset finanziari nel 2022.

Nel contesto di questo Post, tuttavia, l’Ucraina è rilevante perché testimonia di un cambiamento di narrativa, dal generale ottimismo del 2021 al riconoscimento che in effetti qualche problema esiste.

Noi però, e lo ripetiamo, non siamo del parere che l’Ucraina sia uno dei fattori determinanti per la costruzione e la gestione del portafoglio di investimenti nel 2022.

Più importante dell’Ucraina, ad esempio, è senza dubbio il fattore inflazione.

Ma in una chiave diversa da quella che oggi domina la narrativa sui mercati finanziari: la chiave che noi riteniamo corretta, quando si analizzano le implicazioni dell’inflazione 2022, è quella evidenziata nell’immagine che segue.

Charlie Munger, da sempre partner di Warren Buffett in Berkshire Hataway, ci ricorda qui sopra che l’inflazione mette a rischio la pace sociale, prima ancora che la stabilità del sistema economico.

Una affermazione a nostro giudizio molto appropriata, che ne ricorda una seconda che noi avevamo evidenziato nel Blog già la settimana scorsa, e che riproponiamo qui sotto.

Dal punto di vista della narrativa dominante sui mercati finanziari, queste sono novità di grande significato, rispetto alla retorica dell’ottimismo senza condizioni e senza ostacoli del 2022.

Naturalmente, in aggiunta a quanto dicono Munger e Dalio, ci sono anche le implicazioni dell’inflazione per la “narrativa delle Banche Centrali”: su base quotidiana, da qualche settimana, ci siamo tutti abituati a leggere titoli e frasi come quella dell’immagine qui sotto (“la fine della liquidità abbondante”).

Noi ricordiamo alla perfezione che soltanto 12 mesi fa in molti opponevano alla nostra visione delle cose il seguente argomento: “la liquidità delle Banche Centrali resterà per sempre come è oggi: la fine dello easy money non arriverà mai”.

Pochissimi, oggi sono rimasti su quella posizione, mentre noi di Recce’d siamo oggi sulla medesima posizione di 12 mesi fa. E di 24 mesi fa.

E questo fatto, ne mondo degli investimento e della gestione del portafoglio, paga sempre e paga molto molto bene.

Per questa specifica ragione, con l’immagine che trovate qui sotto vi facciamo notare che oggi circolano titoli come “The Fed Is The Biggest Risk”, titoli che presentano argomenti che chi segue questo Blog ha letto fin dall’agosto 2020.

La gestione del portafoglio titoli ha successo unicamente se si è capaci di basarla su capacità come queste. Capacità documentate e documentabili.

Completiamo questo Post, dedicato ai rapidi cambiamenti nella narrativa dominante nel corso del 2022, precisando ai nostri lettori che a nostro giudizio nel 2022 l’Ucraina NON sarà il fattore decisivo, ma pure l’inflazione NON sarà il fattore determinante per il successo di una strategia di investimento, come invece vorrebbe la narrativa dominante.

Se volete investire con successo, con risultati positivi e senza assumere rischio in misura eccessiva, dovete sempre avere sotto controllo la narrativa dominante, e sapervi anche proteggere: dovete evitare di farvi prendere in braccio e portare a spasso.

Nel 2022, la narrativa dominante sta cambiando a velocità molto elevata, ed il cambiamento non è ancora completato.

Il cambiamento decisivo, che sarà poi il fattore dominante per le performances di portafoglio del 2022, è già visibile, ma NON viene evidenziato nella narrativa dominante (e non lo sarà, almeno fino a che sarà possibile tenerlo nascosto).

Lo trovate scritto ad esempio nell’immagine che abbiamo scelto per chiudere il Post. Siete in grado di inserirlo nel vostro scenario per il 2022? Siete in grado di utilizzarlo, per fare le scelte corrette nella gestione dei vostri investimenti? Lo sapete come cambieranno i mercati finanziari mano a mano che la narrativa dominante verrà rivista e modificata?

Noi siamo qui, disponibili per aiutarvi in questo delicatissimo passaggio, che è un vero e proprio capovolgimento di scenario.

Mercati oggiValter Buffo
Turbolenza in arrivo alla Federal Reserve
 

In attesa di vedere quello che succederà, oppure non succederà, in Ucraina, noi utilizziamo il nostro Post per ricordare ai nostri lettori che, a nostro giudizio, oggi NON è l’Ucraina la vicenda a cui guardare, per immaginare quali saranno i rendimenti degli asset finanziari nel 2022. Almeno se escludiamo lo scenario catastrofico di una nuova Guerra Mondiale.

Eccoci dunque ancora una volta a richiamare l’attenzione dei nostri lettori sulla realtà dei fatti: così come abbiamo fatto nel corso di tutto il 2021, a proposito dell’inflazione, ed anche durante tutto il 2020, a proposito della Federal Reserve.

La Federal Reserve è anche il tema di questo Post: nel quale vi anticipiamo che all’interno della Federal Reserve presto qualche cosa potrebbe cambiare. Qualche cosa di molto importante.

Nel corso del 2022, tutti vedremo cose che non abbiamo mai visto: il 2022 sarà un anno di riconciliazione tra mercati finanziari e realtà delle economie, come noi abbiamo scritto già mesi fa, e a causa di questo è facile immaginare che anche il mondo delle Istituzioni sarà investito da notevoli turbolenze.

Nel caso della Federal Reserve, probabilmente, si assisterà a qualche cosa che mai è stato visto in precedenza.

Come scrive qui sopra El Erian, i Verbali della Federal Reserve che sono stati pubblicati la settimana scorsa hanno confermato l’esistenza di una spaccatura profonda tra i membri del Consiglio: dice El Erian che al Presidente Jerome Powell ora tocca il difficile compito di riconciliare punti di vista molto distanti fra loro.

Le divergenze sono evidenti: tutti i recenti interventi del Governatore Bullard, ad esempio, hanno sottolineato i rischi di “perdita di credibilità” della Banca Centrale in seguito all’esplosione dell’inflazione: affermazione che mette in discussione la politica stessa adottata dalla Federal Reserve negli ultimi mesi.

Per noi investitori, il tema è di massima rilevanza, in ragione del fatto che una parte del mercato oggi crede ancora nell’esistenza di una Fed Put, di una “opzione di salvataggio” offerta dalla Federal Reserve in caso di ribassi profondi delle Borse. Come potete leggere qui sotto nell’immagine che segue, oggi in molti pensano che la Federal Reserve sia pronta ad intervenire, come fece in passato, in corrispondenza di un livello di 3700 punti dell’indice S&P 500.

Noi, da operatori di mercato, ci domandiamo che cosa succederebbe, tra gli investitori al dettaglio, se davvero lo S&P 500 scendesse a 3700 punti: il che significherebbe mandare in rosso tutti quelli che hanno investito in Borsa negli ultimi 18 mesi negli Stati Uniti.

(Per ciò che riguarda i nostri portafogli modello, per inciso, 3700 punti di S&P 500 sarebbero più che … sufficienti).

Ci sentiamo di suggerire, al lettore del Blog, di chiedersi se davvero oggi esiste ancora questa Fed Put.

Più in generale, noi suggeriamo al lettore di domandarsi, con grande urgenza, se la Federal Reserve, come la BCE, oggi ha davvero in mano le leve del controllo dei mercati finanziari. In fondo all’immagine che segue, ci si fa esattamente questa domanda.

Voi lettori, visto il comportamento delle Banche Centrali rispetto all’inflazione negli ultimi 12 mesi, e l’imbarazzante e palese impotenza manifestata negli ultimi mesi, che cosa ne pensate?

Ma lasciamo per il momento da parte i mercati, e occupiamoci nello specifico proprio della Federal Reserve.

Noi di Recce’d ci sentiamo di prendere, nuovamente, una posizione forte, questa volta a proposito di quello che succederà all’interno della stessa Federal Reserve: ci pare impossibile, oggi, escludere che l’attuale Chairman Powell venga messo sotto pressione nei prossimi mesi: non escludiamo neppure che venga sostituito, fatto che avrebbe pochi precedenti nella storia di questa Istituzione.

Le ragioni di questa nostra previsione sono due, e ben precise:

  1. la prima ragione è che l’Amministrazione Biden ha assoluto bisogno di incolpare qualcuno per il disastro dell’inflazione, e

  2. la seconda è che un volto nuovo potrebbe affrontare la difficilissima fase di guerra contro l’inflazione con maggiore credibilità. Come si potrebbe credere alle iniziative di chi sei mesi fa prevedeva ancora l’inflazione al 2% per l’anno in corso?

Potrebbero quindi cambiare le responsabilità, e persino le persone. Quanto invece alla politica della Federal Reserve noi da tempo riteniamo che lo spazio di manovra è ridotto a zero, tanto che è di poca utilità dilungarsi su quello che la Federal Reserve potrebbe fare oppure non fare. A questo proposito Recce’d ha un’opinione precisa, espressa nel modo più chiaro nel corso del 2020 e del 2021: e fino ad oggi, siamo noi ad avere anticipato nel modo più corretto e più preciso quello che poi è diventato visibile a tutti.

Per questo, noi oggi non aggiungeremo commenti. E’ superfluo anche sottolineare la centralità di questa vicenda per la gestione degli investimenti finanziari nel 2022. Pur precisando che, a nostro giudizio, NON è questo il fattore decisivo di successo nella gestione dei portafogli 2022, come spiegato in modo chiaro oggi in un altro Post.

In conclusione di questo nostro contributo in tema Federal Reserve, segnaliamo con l’immagine che segue che per il weekend 19-20 febbraio 2022 il ben noto sito finanziario Seeking Alpha ha proposto il tema seguente: “The Fed Is The Biggest Risk”.

Ricordate quello che noi di Recce’d abbiamo scritto a questo proposito, proprio in questo Blog ma non solo, nell’agosto 2020?

L’essenza, il valore, il nocciolo di una attività professionale di gestione del portafoglio titoli sta tutta qui: tutto il resto, è contorno, confezione, elemento di decorazione. Chiacchiere da bar.

Se non sai capire con un certo anticipo dove è diretta la realtà, come puoi renderti utile fornendo indicazioni e consigli sugli investimenti finanziari?

Chi non dispone di queste competenze e queste capacità, con senso di responsabilità dovrebbe farsi da parte.

Mercati oggiValter Buffo
Strategia di investimento: la fine della montagna incantata
 

La Federal Reserve alzerà i tassi durante il weekend in corso?

Confessiamo: ce ne importa pochissimo, dal punto di vista della professione che svolgiamo a favore del Cliente.

Perché QUALSIASI cosa faccia oggi la Fed, NON PUO’ modificare il rendimento atteso ed il rischio (downside) degli asset che abbiamo messo nei portafogli modello, e d anche gli asset che stiamo monitorando per inserirli coi prossimi ALERT.

Se qualche lettore ancora si chiede quali sono, al contrario, i fattori che nel 2022 e nel 2023 a nostro giudizio influenzeranno i rendimenti attesi ed i rischi di downside, noi oggi ci facciamo da parte e lo facciamo spiegare da chi ne parla e ne scrive meglio di noi. Leggete il brano dell’intervista che riproduciamo qui sotto. Dopo la lettura, vi sveleremo di chi si tratta.

Insomma, mentre le forze politiche parlano di legge proporzionale e nuovi assetti politici, rischiamo una nuova e inattesa crisi economica.
"Guardi, l’inflazione non è temporanea ma quasi strutturale. Per una combinazione straordinaria di fattori, a partire dal costo dell’energia, delle materie prime, delle terre rare, dei piani verdi. Abbiamo un inflazione al 5% ma i tassi d’interesse al -0,5, a differenza che negli anni ’80: allora, a parità di inflazione, i tassi erano all’8. Ora la Bce deve gestire questa asimmetria: potrà farlo interrompendo l’acquisto di titoli pubblici o alzando i tassi. Forse azionando entrambe le leve. Ma intanto lo spread, cioè la misura della capacità di pagare il debito, è a 150 ed è in crescita. Ecco perché, prima che a ciò che ci aspetta, si farebbe bene a pensare a quello che già accade".


Cosa sta accadendo?
"La fine della montagna incantata. Il Whatever it takes del 2015 è stata una giusta misura di pronto soccorso. Ma quella misura, che altro non è che la creazione di denaro senza limiti, prolungata all’infinito ha alterato la struttura della politica. Spostando l’asse del potere dai governi alla Bce, e da questa agli algoritmi. La pandemia ha fatto da booster rispetto a questi processi".


Eppure, fino a qualche mese fa, gli indici economici erano positivi.
"Ocse e Bankitalia hanno corretto il tasso di crescita. La ripresa è in calo, secondo l’ultimo dato di Confindustria. È evidente che il nostro rimbalzo è stato determinato soprattutto dalle agevolazioni nell’edilizia. Fatto sostanziale ma congiunturale".


Nessuno poteva prevedere questo scenario?
"Guardi, i documenti che hanno chiuso il G7 di Cardiff e il G20 di Roma sono stati fatti in stato di assenza dalla realtà, da turisti della storia. Pensi che le conclusioni di Cardiff indicavano un quadro stabilizzato in Afghanistan... L’anno scorso che i prezzi sarebbero saliti, e i tassi pure, lo sapevano tutti. Purtroppo in questo clima è stata fatta in Italia una Finanziaria elettorale. In realtà è per sempre la fine delle manovre espansive".


L’arrivo degli oltre 200 miliardi del Pnrr potrebbe cambiare profondamente il quadro.
"Il Pnrr, oltre a essere esso stesso causa di inflazione, è molto complesso da realizzare. Ed è subordinato a importanti riforme ancora da fare: casa, pensioni, fisco, giustizia, concorrenza. Il tutto in un contesto politico complicato dalle elezioni locali, dai referendum, dalla prospettiva delle Politiche. E sotto il rigido controllo di un’Europa che, si avverte, sarà meno amichevole. Non è neppure detto che ci sarà un asse Draghi-Macron. Nel senso che non do per scontato che quest’ultimo vinca le elezioni in Francia. Il tempo ormai è ridotto, lo scenario molto critico. Ecco perché, al posto di Draghi avrei fatto a meno, a Natale, di lanciare il messaggio: tutto a posto, il grosso è stato fatto".


Vede uno strumento migliore, rispetto all’unità nazionale, per affrontare questo periodo?
"La formula dell’unità nazionale, usata in Senato per la fiducia, fa riferimento in modo non corretto a un precedente storico, quello del 1947, che in realtà fu cosa diversa: dopo la guerra quell’operazione fu fatta facendo uscire Togliatti, che ne fu ben felice, per incassare il piano Marshall. Oggi l’unità nazionale va verificata in concreto. Io non vedo grandi avanzamenti rispetto a un anno fa".

Chi parla, nell’intervista qui sopra (da La Repubblica del 7 febbraio 2022), è Giulio Tremonti, ex Ministro del Tesoro italiano, di recente chiamato in causa dai media anche come candidato Presidente della Repubblica.

I lettori che seguono con maggiore attenzione il nostro lavoro hanno sicuramente già colto la notevole vicinanza tra le posizioni espresse da Tremonti in questa recente intervista e le posizioni che Recce’d ha assunto (anche in pubblico nel Blog, ma allo stesso tempo nei portafogli dei Clienti) nel corso degli ultimi 18 mesi.

Per noi è motivo di orgoglio professionale, constatare che la nostra visione strategica è per molti aspetti vicina a quella che viene espressa da una figura di alto livello professionale, di ampie competenze e di alte relazioni.

Allo stesso tempo, è motivo di orgoglio anche maggiore avere operato in modo tale da tradurre il portafoglio modello per i nostri Clienti in modo tale da mettere i nostri Clienti nella migliore condizione per poter fare profitto su quella che Tremonti definisce “la fine della montagna incantata”.

Per noi, ma soprattutto per i nostri Clienti, da qui in avanti la strada è tutta in discesa.

Mercati oggiValter Buffo
Livelihoods: le nostre vite private e sociali
 

Tra gli investitori, italiani, europei ed ancora di più americani, c’è una grande maggioranza che si rifiuta di vedere la realtà per quella che è oggi.

Numerosi sono quelli che hanno notato la benzina, il cui prezzo è arrivato a 2 euro; in tanti hanno osservato che la bolletta per l’energia elettrica è raddoppiata; e molti hanno notato il rincaro dei prezzi al supermercato. Ma ancora non mettono insieme i tasselli: ancora non sono capaci di completare il puzzle.

Non sono capaci, oppure non vogliono farlo? C’è chi proprio rifiuta di svegliarsi. In particolare, la grande maggior parte degli investitori ancora oggi sogna ad occhi aperti: e sogna un mercato finanziario insensibile a ciò che accade nel mondo reale. Isolato e beato, grazie all’immenso potere ed alla infallibilità delle Banche Centrali.

Già oggi le cose non stanno più così, ed alcuni segnali sono forti ed evidenti. Un esempio? Il nostro Presidente del Consiglio, ed ex-Presidente della BCE Mario Draghi, nel corso della conferenza stampa di ieri, venerdì 11 febbraio 2022.

Draghi ci dice in modo chiaro quale è oggi la realtà. Ed elenca tre sfide: come vedete, in soli sei mesi la situazione si è ribaltata.

E tuttavia, in questa delicata fase di transizione, questi segnali sono volutamente ignorati, da chi a tutti i costi vuole continuare sognare ed a festeggiare.

In questo Post, noi vogliamo suggerire al lettore di ragionare sul fatto che la transizione in corso, quella che ci porterà tutti fuori dal sogno e che determinerà la inevitabile riconciliazione tra i prezzi sui mercati finanziari e la realtà, avrà un impatto sia ampio sia profondo sulla nostra vita privata, sulla vita sociale, e persino sulla vita politica.

C’è persino chi, alzando la propria voce autorevole, è arrivato a segnalare il rischio di una guerra civile negli Stati Uniti, come si vede qui sotto nell’immagine.

Noi in Recce’d non giudichiamo probabile uno scenario così tanto negativo: lo giudichiamo improbabile, ma riconosciamo che oggi, nel febbraio 2022, nessuno potrebbe affermare che è impossibile.

Pur non essendo questo il nostro scenario di riferimento, ci pare tuttavia importante segnalare al lettore, che è anche un investitore, che i rischi per il nostro portafogli in titoli oggi non sono tanto quelli dei rialzi dei tassi, bensì quelli di un rapido, e profondo, stravolgimento delle nostre consuetudini nella vita reale, che sarebbe causato da un generalizzato cambiamento di riferimenti e punti fermi.

Un crollo delle certezze, che andrebbe a modificare le nostre vite e la società intorno a noi, e non soltanto i prezzi sui mercati finanziari. Come dice, in conclusione, questo ottimo articolo del Financial Times che vi proponiamo in lettura più in basso.

Ricordandovi prima, perché anche questo aspetto è un qualcosa che la maggioranza si rifiuta di vedere, che tutti noi siamo cavie di un esperimento, il più grande esperimento di politica monetaria di ogni tempo.

Un esperimento che non può garantire risultati certi. Un esperimento che condizionerà la nostra vita e quella delle generazione successiva. Il più grande di ogni tempo.

Anche guardando al vostro portafoglio in titoli ed anche valutando le vostre performances (passate e future) vi è necessario tenere conto del fatto che siamo nel bel mezzo di questo esperimento enorme, come viene fatto notare anche dall’immagine qui sotto.

Vi lasciamo quindi alla lettura dell’articolo che abbiamo selezionato per voi oggi.



The writer is president of Queens’ College, Cambridge, and an adviser to Allianz and Gramercy

In the past two weeks, a much brighter light has been shone on how and why the world’s most influential central banks are scrambling to regain control of the inflation narrative and contain further damage to their policy credibility.

The key message coming out of recent meetings of central bank policymakers is that inflation is higher and more persistent than expected — and the risks to their projections are tilted to an ever greater rate of price rises. It is a major shift for the US Federal Reserve and the European Central Bank which, unlike the Bank of England, maintained a call that inflation was “transitory” for far too long. Some market commentators have characterised this as a “hawkish pivot”. If it is a pivot, it is partial at best, still too slow and risks an over-compensation later this year. Currently, the two banks’ extremely accommodating policies are inconsistent with both their change in language on inflation and developments on the ground.

Rather than facilitate a smooth transition for monetary policy and the economy, this continued go-slow approach will force both to tighten more this year than they would have had to otherwise. This will amplify worries about how the global economy and markets will cope with rising borrowing costs and prices. Already concerns about inflationary expectations becoming more embedded are building. There is a risk that price and wage setting shifts from seeking to compensate for the impact of past cost increases to also starting to include an element for future anticipated inflation. These considerations led the Bank of England to raise interest rates by 25 basis points, the first time it has opted for back-to-back increases since 2004. The fact that four of the five members of the Bank’s policymaking committee preferred an immediate 50 basis points rise suggests that a third consecutive increase at the next meeting is almost a done deal.

What I view as desirable and timely policy moves by the Bank of England stand in stark contrast to ECB and Fed inaction — a disparity that increases the BoE’s policy challenges. With its policy meeting last month, the Fed should at a minimum have signalled more seriousness in tackling inflation by immediately stopping its large-scale asset purchases.

Even before Friday’s blowout December jobs report, failure to do so had contributed to a remarkable shift in market expectations that centre on five hikes for this year alone, with one prominent bank (Bank of America) forecasting seven. This, in my view, would constitute an excessive tightening of monetary policy given that the Fed is also expected to reduce its bloated balance sheet. For its part, the ECB should have provided stronger guidance on interest rate rises this year at its policy meeting last week. The markets are already pricing in such increases. The ECB also reiterated its adherence to a “step-by-step” approach to raising rates only after stopping net bond purchases, a move that further reduces its degrees of freedom. All this increases the possibility of a second central bank policy mistake in as many years.

The more the Fed in particular delays, the greater the risk of a summer bunching of monetary policy tightening that unduly suffocates the much needed strong, inclusive and sustainable economic recovery. An even bigger risk is that such policy tightening would come after inflationary expectations have been de-anchored, resulting in a twin blow — higher prices and lower income. That hits particularly hard the most vulnerable segments of the population. The damage would be amplified if pronounced market volatility spills back into the broader economy. The consequences of these policy mistakes extend well beyond Europe and the US. They are particularly threatening to developing countries lacking policy flexibility and financial resilience. It took way too long for the Fed and ECB to correct their misreading of price increases. The additional difficulties this poses are now being compounded by unnecessary delays in altering what remains an inexplicably uber stimulative monetary policy stance.

Rather than ensure a soft landing for the economy, the world’s two major central banks are likely to be forced into excessive “catch-up” policy tightenings. Stubbornly slow and partial now, the policy pivot that is sure to occur in the next few months risks considerable damage to livelihoods.

Mercati oggiValter Buffo
Il petrolio? Noi abbiamo le idee molto chiare
 

Negli ultimi due mesi, è stato davvero difficile capirci qualche cosa: siamo partiti, un anno fa, con il petrolio in rialzo per effetto del boom economico ed il boom dei consumi di carburante, e siamo arrivati, dopo 12 mesi, ad una situazione nella quale i problemi si sono del tutto spostati dal lato della produzione e dell’offerta, come diceva ieri il Wall Street Journal.

Il dubbio sorge spontaneo: quanto sono affidabili queste analisi? Quanto dobbiamo crederci?

In che misura vengono influenzate da spinte improprie, come quelle di chi vuole “creare interesse” sul tema petrolio?

Diciamo con chiarezza che Recce’d una risposta da offrire non ce l’ha. Eppure, noi per conto dei Clienti gestiamo anche posizioni sul petrolio. In che modo, e sulla base di quali valutazioni?

La risposta non è difficile: in Recce’d, ovviamente, seguiamo da vicino i dati per il settore, selezionando i dati di maggiore affidabilità e significato, e mettendo da parte quelli che sono, evidentemente, manipolati. Un esempio ve lo offriamo qui sopra.

A questa analisi del mercato del petrolio, noi associamo anche la nostra esperienza e conoscenza dei mercati finanziari. Che è particolarmente utile in anni come il 2021 ed il 2022.

Un esempio concreto ve lo offriamo attraverso l’immagine qui sotto: che vi aiuta a ricordare il 2008, ovvero ad andare indietro di 13 anni.

13 anni fa, nel 2008, un portafoglio ipotetico composto per metà di petrolio (LONG) e per metà di azioni delle banche (SHORT) fece segnare un rialzo del 150% tra gennaio e luglio, ma chiuse l’anno (quel 2008) sotto zero, ovvero con un valore negativo rispetto al valore di partenza.

Si tratta di dati di fatto: si ricorda qui una esperienza utile, che ci arriva dal recente passato ma che ci aiuta anche a decidere oggi che cosa fare nel futuro, ed in modo particolare delle nostre posizioni di portafoglio sul petrolio e sulle materie prime in generale.

Mercati oggiValter Buffo