Pivot/Godot
 

Commentare di settimana in settimana gli alti e bassi degli indici è nella maggior parte dei casi tempo sprecato inutilmente.

Nel 2022, poi, commentare gli alti e bassi di Borsa di breve periodo è tempo sprecato nel 100% dei casi.

Se ci fermiamo, con questo Post, a commentare l’ultima settimana delle Borse, è unicamente per la ragione che dall’ultima settimana è possibile ricavare insegnamenti ed indicazioni di carattere generale.

Nell’ultima settimana, è tornato a circolare tra gli operatori il termine “pivot”: a questo scopo, le Reti di promotori finanziari e le banche globali di investimento hanno del tutto INVENTATO una previsione per il dato del 7 ottobre che avrebbe dovuto fare segnare un CALO degli occupati.

Per un sintetico commento prendiamo a prestito le parole di Mohamed El Erian che leggete sopra nell’immagine:

La visione di “picco” di tutto (picco del petrolio, picco dei tassi, picco del dollaro) è stata nuovamente messa in discussione dai mercati finanziari negli ultimi giorni.

La visione del “picco di tutto” aveva contribuito nei giorni a fare rinascere il sogno romantico dei mercati per il “pivot”.

Le parole di El Erian sono efficaci ed esaustive. Un investitore però deve domandarsi: perché questa storia del “pivot” ritorna regolarmente, anche se ogni volta poi viene (pesantemente) smentita?

Proviamo a ragionare di questo.

Nella seconda immagine qui sopra, è sempre El Erian che scrive, a proposito del “sogno romantico del pivot” che necessità di maggiore supporto fondamentale. Aggiungendo poi che:

Convincersi delle cose senza avere il supporto dei fondamentali non è un buon modo di investire.

Ecco quindi svelato, da El Erian, il mistero del “pivot”: che torna, e ritorna, e ritorna ancora, ad opera di soggetti (individui ed Istituzioni) che intenzionalmente lavorano per distrarre l’attenzione degli investitori dai dati fondamentali.

Questo è lo scopo del “pivot”: spingere gli investitori finali a spostarsi verso asset ed asset class che oggi NON hanno alcun supporto dai fondamentali.

Per ottenere questo risultato (almeno con una parte degli investitori) è necessario lavorare di fantasia, e nascondere la realtà.

Ecco spiegato perché “i mercato finanziari si muovono sulla base di narrative”, come dice proprio all’esordio l’interessante articolo che segue.

Articolo che ci serve per ricostruire la recente esperienza con il “pivot”, e che ci ha pure suggerito il titolo del Post: “Aspettando Godot”.

La lettura di questo articolo vi aiuta a realizzare quanto segue: la rappresentazione di un futuro in cui l’economia rallenta ma non troppo, mentre l’inflazione è un problema che si risolve da solo senza sforzo, è nulla di più di una favoletta da raccontare ai bambini, costruita ed utilizzata per “piazzare la merce” da parte delle Reti di vendita dei Fondi Comuni insieme con le banche globali di investimento.

Una favola: una cosa che NON esiste.



Financial markets trade on narratives. And for the past several weeks, the dominant story in both bond and equity markets has been that the Fed will pivot, and soon. Investors expect a rapidly weakening economy to force the US central bank to do an about-turn, and cut rates barely months after hikes finish.

This belief built up a head of steam across July, with many investors suggesting that the Fed could signal a shift at its Jackson Hole retreat in late August. Every weak housing data point fed into this narrative; every contraction in PMI was grist for this mill. A sharp pullback in commodities prices, a collapse in business and consumer confidence, a decline in market expectations for inflation over the next decade – all these pointed in that same direction.

And then there was history: the Fed did a volte-face in both of the last two hiking cycles. Hikes in the summer of 2007 gave way to cuts in 2008. And memorably, the Fed hiked in December 2018 only to change course by January 2019. Small wonder that markets have been waiting for the US central bank to signal a shift again.

Easier said than done. The data that matter most – inflation and wages – are still too strong for the US central bank to breathe easy. Way too strong. And the numbers are accelerating, even before July’s strong jobs report.

Consider the last inflation print. Core CPI (which excludes food and energy prices) over 6 months is running at an annualised pace of almost 7 per cent. But the 3-month rate is almost 8 per cent. And the 1-month number annualised is nearly 9 per cent. That means core CPI is speeding up, not slowing down, and is in a very different zip code than the Fed’s 2-per-cent target.

Even more important is the move in wages. For the past few months, it looked like wage growth was slowing down. Average hourly earnings, reported in the monthly jobs report, seemed to have settled into a 3.5- to 4-per-cent annual rate.

Then three things happened all at once.

  • First, the Atlanta Fed wage growth tracker showed that wages accelerated strongly in June (6.7 per cent annually):

  • Second, the average hourly earnings data were revised upwards. Lo and behold, wages are no longer slowing in that series.

  • But most significant was the latest release of the Employment Cost Index (ECI), the Fed’s preferred indicator. Private sector wages accelerated sharply to a 6.5-per-cent annualised pace in June.

The cherry on the cake, of course, was the unemployment rate reaching a post-Covid low last week. The US labour market is not just not slowing down. It is speeding up. It is true that labour markets are famously backward looking.

In September 2008, around the financial crisis, the jobless rate was still 6.1 per cent. When it peaked at 9.9 per cent a year and a half later, the US was well on its way to recovery. Even so, Fed officials care deeply about wages. If high wage expectations get embedded in an economy, high inflation can remain ‘sticky’ for far longer. A 2-per-cent inflation target is hard to achieve if per-capita wages rise 6 per cent in 2023.

Central bankers don’t like admitting it, but a primary goal of rate hikes is to cause enough job losses to ensure that wage growth slows down. And if that isn’t happening despite several rate increases, it adds pressure on the central bank to raise rates further, and keep them high for longer. Admittedly, monetary policy does work with a long and variable lag.

That is why central bank decisions are usually based on forecasts; today’s data is not supposed to be the dominant driver of today’s policy. But these are not normal times. The inflation spike of the last 12-15 months has been massive, persistent, and made a mockery of forecasts. And one by one, central banks have had to adjust policy to incoming inflation data.

The Fed broke its own forward guidance and hiked 75bp in June because of a strong May CPI report. And the ECB followed in July, hiking 50bp despite promising 25bp. Strong jobs reports are usually greeted with enthusiasm in the Marriner S Eccles building. But the starting point on inflation, including core inflation, is simply too high. Markets have gotten ahead of themselves in expecting the Fed to start taking a more dovish approach.

As things currently stand, any Fed surprises over the next few months are more likely to be hawkish. Investors waiting for an imminent pivot will have to keep waiting.

Valter Buffo
Tonnara (parte 2)
 

Nel Post con il medesimo titolo che abbiamo pubblicato nel weekend 1 - 2 ottobre, si discuteva di pubblicità TV e sui media.

Recce’d ha messo in evidenza le tante pubblicità il cui messaggio principale è che investire sui mercati finanziari è facile, che “basta un attimo”, e che lo si può fare mentre si gioca con lo smartphone, proprio come per gli altri canali social (ad esempio Tik Tok, Instagram e Twitter)

Magari, mentre si guarda il “Grande Fratello VIP”, si può dare uno sguardo al prezzo del petrolio oppure del titolo Tesla.

Tanto, sale sempre tutto.

In quel nostro Post del weekend, si citava, come esempio di una certa “cultura dell’investimento”, Dave “The Trader” Portnoy, personaggio popolarissimo sui social e pure sui media tradizionali solo un anno fa, ed oggi messo del tutto da parte sia dai social sia dai media tradizionali, che nel 2022 non lo intervistano più. Chissà perché.

Noi allora, per bilanciare le cose, abbiamo trovato un video di Dave che ci è parso interessante, e ben costruito. E lo proponiamo ai lettori.

Vi sarà sufficiente fare click sull’immagine qui sotto, per vederlo.

Fate massima attenzione, in basso, allo scorrere delle date. Tutta la magia di questo video sta lì, nelle date.

E non dimenticate che, come spiega un famoso spot TV “per investire basta un attimo”.

Valter Buffo
Tonnara (parte 1)
 

Sicuramente, tutti i lettori ricordano.

Come è possibile dimenticare uno spot Tv così riuscito?

Il “social investing”: il richiamo qui è ai “social network”. Se è così divertente stare su Tik Tok, oppure su Instagram, se è così piacevole, se è così facile, perché non estendere la cosa anche agli investimenti?

Perché non impiegare il proprio denaro con i medesimi criteri con i quali stiamo sui social? Su Instagram? Su Tik Tok?

Come diceva una seconda immagine di quello spot TV: “azioni? crypto? da dove iniziare?”

Vedi un po’ tu.

Seguendo la medesima logica, ma con un atteggiamento più convenzionale, un secondo spot TV, martellante quanto il primo, ci riportava ad un ambiente molto caldo e confortevole, con al centro una preparazione flambé, che fa sempre chic: in questa immagine, c’è un tizio con i capelli bianchi (a sinistra nell’immagine) che sta per porgere al tizio più giovane (a destra nell’immagine) uno smartphone con un logo in bella vista, pronunciando la (famigerata) frase “Ci vuole un attimo”.

Molti altri spot, in questo periodo, suggeriscono all’investitore di operare in quel modo: “Basta un click”, “Ci vuole un attimo”, “Investi sui social network”, “Non stare a pensarci troppo”, ““E’ tutto molto semplice”.

E’ stata la grande illusione degli ultimi anni: i cui responsabili, ovviamente, non sono le Aziende a cui fanno riferimento le pubblicità che noi abbiamo preso a esempio fino a qui.

Non sono loro i responsabili: la responsabilità fa capo a chi si è arrogato (senza averlo) il potere di fare scelte non soltanto sbagliate ma pure abnormi, creando la situazione che ha consentito la diffusione di una mentalità come questa.

Di quale mentalità stiamo parlando qui?

Nella parte bassa dell’immagine qui sopra, potete leggere: “Il 77% di conti di investitori al dettaglio perdono denaro”. Quattro su cinque.

E allora, leggendo questo dato, si deve pensare che i responsabili della situazione che oggi dobbiamo tutti affrontare sono gli investitori medesimi. Sono loro, gli investitori finali, privati e gestori di Fondi insieme, che a tutti i costi VOGLIONO perdere il loro denaro.

Da qui, è immediato arrivare all’immagine della tonnara.

La pesca del tonno è una nobile arte praticata da secoli, secondo le modalità che vedete ben descritte nell’immagine che segue.

Si attirano i tonni in uno spazio ristretto e limitato dalle reti, che si chiama appunto tonnara.

Quando i tonni sono tutti all’interno, il pescatore aziona la fiocina e procede alla pesca del tonno.

In quante occasioni del passato, la massa degli investitori (grandi come piccoli, professionali come individuali) si è fatta catturare all’interno della tonnara?

Quanti sono gli investitori che già in passato si sono fatti infilzare dalle fiocine?

Tra i lettori che leggono questo Post, sappiamo che è elevato il numero di quelli che oggi si trovano all’interno della tonnara.

A questi lettori, che affannosamente ogni mattina si domandano “che cosa dobbiamo fare?”, noi di Recce’d oggi vogliamo parlare in modo franco, diretto ed esplicito.

Siamo tutti adulti, noi e voi: ed allora parliamoci da adulti. Tutti, noi e voi, abbiamo un’età tale, da ricordare i successi del cantante Bobby Solo.

Recce’d vuole parlare con chiarezza: se oggi vi trovate nella tonnara, non c’è più niente da fare.

Se state pensando a “come recuperare”, siete fuori strada. Se state chiedendovi “quanto tempo ci vorrà per recuperare”, siete sulla strada sbagliata. Se state domandando a voi stessi ed ai vostri amici in chat “quando arriva il rimbalzo” questo significa che ancora non avete capito la situazione.

Quello a cui stiamo assistendo non è “un periodo”. Non si tratta della solita “correzione” a cui segue un recupero.

State invece attraversando una fase di cambiamento epocale, un “regime shift”, un “paradigm shift”. Recce’d ne scriveva già nel Blog che state leggendo, mesi e mesi fa.

E quindi: per il passato, e per le perdite accumulate, non c’è più niente da fare: non perdete ulteriore tempo. Azzerate tutto, portate a casa le perdite, e ripartite.

Ma come ripartire?

Una possibilità è quella di ascoltare quello che dicono le Reti che vendono i Fondi Comuni e le polizze assicurative UCITS: a titolo di puro esempio, potreste dare credito a quello che viene detto nell’immagine che segue a proposito dei mercati finanziari.

Tanto, prima o poi, avranno ragione anche loro.

In alternativa, potreste decidere di abbandonare i mercati finanziari, ed investire in una “autentica sicurezza”, che è il mattone.

Mattone che negli ultimi tempi è … andato di moda, anche sui social, come diceva questo titolo che segue, datato 21 febbraio 2021. E da non dimenticare mai.

Oppure potreste seguire i suggerimenti del tizio che vedete qui sotto in fotografia.

No, non ci riferiamo al tizio a sinistra nella fotografia: ci riferiamo al tizio che sta sulla destra, quello di “le Borse non scendono mai” (“stocks only go up”). Ricordate? Un anno fa?

Come? Qualcuno non ricorda il mitico Dave “Day Trader” Portnoy?

Possibile.

Con una sola immagine, che segue, ve lo ricordiamo noi. Voi andatelo a cercare, sul Web: è davvero mitico, specie in queste settimane.

Ci sono ancora altre alternative che potreste prendere in considerazione: ad esempio, potreste seguire i suggerimenti dei quotidiani italiani (Corriere della Sera, La Repubblica, il Sole 24 Ore, La Stampa) che con regolarità pubblicano portafogli modello ed indicazioni operative per la gestione del portafoglio, come ad esempio con le immagini che seguono.

Nel caso nel quale, purtroppo, i vostri investimenti passati abbiano prodotto perdite così grandi, da impedirvi di proseguire nelle attività di “investimento social”, anche in quel caso non mancano le alternative per il vostro futuro

Ad esempio, ci sono grandi aziende che vi offrono concrete opportunità con campagne pubblicitarie dirette specificamente a chi ha perso il proprio denaro con “l’investimento social”.

Qualsiasi cosa decidiate di fare in futuro, noi di Recce’d ci sentiamo di indicarvi un obiettivo: come minimo, in futuro cercate di non fare ridere, perché i signori qui sotto hanno già riso a sufficienza.

Mercati oggiValter Buffo
Finanza trash
 

La situazione che tutti vedete oggi, sui mercati finanziari costringe tutti gli investitori, grandi e piccoli, nessuno escluso, a ridefinire le loro priorità.

Obbliga tutti gli investitori, privati e professionali, a ridefinire “che cosa è davvero importante”.

Dopo due anni passati fuori dalla realtà, dopo due anni di vacanza a Disneyland, ecco che tutti gli investitori, quelli investono in modo consapevole e tutti gli altri, quelli che neppure capiscono dove mettono i loro soldi, sono costretti a farsi delle domande.

Sono costretti a chiedersi se, per i rendimenti ed i rischi dei propri investimenti, sono davvero importanti tutti i temi che sono stati “alla moda” e che ogni mattina erano sulle prime pagine dei quotidiani.

Tutti sono davvero obbligati a domandarsi se, per la performance passata e soprattutto futura dei propri soldi, sono davvero importanti i temi di ogni giorno su CNBC.

  1. le dichiarazioni dei banchieri centrali

  2. le previsioni di Goldman Sachs e JP Morgan

  3. le stime di consenso dell’inflazione

  4. le stime dell’inflazione delle Banche Centrali

  5. le stime di consenso per gli utili

  6. le stime di consenso per il PIL

  7. le opinioni di strategisti come Marko Kolanovic (immagine sopra)

  8. il QE delle Banche Centrali

  9. i tassi di interesse ufficiali a zero

  10. Tesla e le auto elettriche

  11. Peloton e le bici elettriche

  12. Palantir e il “big data” e Peter Thiel

  13. TINA

  14. FOMO

  15. la media mobile a 200 giorni

  16. le percentuali di Fibonacci

  17. il Fondo ARK

  18. i titoli Big Tech del Nasdaq

  19. i dati sui flussi di acquisto dei Fondi Comuni

  20. i dati sui flussi dei buybacks delle Società quotate in Borsa

  21. i dati sul ribilanciamento di fine mese dei Fondi CTA

  22. i dati sulle posizioni dei piccoli investitori sulle opzioni call e put, il Gamma ed il Delta

  23. il petrolio a 200$

  24. la Borsa che “nel lungo periodo sale sempre”

  25. il “buy-the-dip”

  26. il Bitcoin

  27. i certificati indicizzati agli indici di Borsa

  28. le polizze UCITS indicizzate alle Borse

  29. le azioni “meme”

  30. … e l’elenco ovviamente potrebbe continuare

Purtroppo, oggi a tutti gli investitori tocca di domandarsi:

“e se tutti questi temi, che dominavano ogni giorno in TV e sui quotidiani, fossero poi soltanto un mucchio di spazzatura mista a cretinate (come qualcuno sosteneva anche due anni fa)?”.

Il paragone che risulta più azzeccato, alla luce dei fatti, è quello della Tv spazzatura: oggi un investitore deve rendersi conto che a fianco della Tv spazzatura (trash) esiste anche la Finanza spazzatura (trash).

Noi di Recce’d, mentre i quotidiani, CNBC e i siti Web del trading-on-line vi instupidivano con quello che è elencato poi sopra, noi invece vi abbiamo regolarmente informato ed aggiornato a proposito di ALTRE cose, di cose molto diverse.

Ad esempio, noi regolarmente vi abbiamo scritto di fare attenzione alla Taylor Rule, proponendovi anche l’immagine qui sotto dello scorso mese di marzo.

Allora, nel mese di marzo, la Taylor Rule ci diceva che il costo del denaro negli Stati Uniti avrebbe dovuto essere del 12%. Allora, stava allo 0,50%.

Dopo tutto, non era poi così difficile, immaginare ciò che sarebbe successo in seguito.

Non pare anche a voi?

Non sono molti, ad averci dato ascolto nel periodo dell’euforia e dell’isteria (e lo abbiamo capito, fino alla parte finale del 2021, seguendo i prezzi dei mercati finanziari).

Ovviamente, oggi però sulla prima pagina di CNBC ci mettono (sono costretti a metterci) proprio John Taylor. Lo vedete sotto, nell’immagine.

Ma chi avrebbe mai potuto immaginare, una cosa simile?

Mettere John Taylor in prima pagina su CNBC, invece di metterci qualcuno che “pompa” le Borse?

E, per di più, ascoltare John Taylor, adesso, con due anni di ritardo, quando (purtroppo) è del tutto inutile?

Sui media, oggi, c’è stato un drammatico e improvviso ribaltamento di temi dominanti: ma nessuno può essere sorpreso. Siamo passati dal boom economico al 2007 in nove mesi.

Ma nessuno di noi, e nessuno di voi, può dirsi sorpreso: si tratta di cose già viste, che sono già successe, come testimoniato dall’articolo che chiude questo Post. Recce’d ve lo aveva anticipato, questo scenario che oggi tutti vedete, già nel 2020.

In questo momento, per gli investitori che invece avevano dato ascolto, e credito, alla Finanza spazzatura, c’è davvero poco che si può fare: soltanto subire.

E girare pagina, e cambiare per il futuro: le perdite passate vanno messe a bilancio, e dimenticate.

Per il futuro, è necessario cambiare tutto: strategie di investimento, interlocutori, strumenti.

By

Chris Anstey

29 settembre 2022 16:37 CEST

Former Treasury Secretary Lawrence Summers likened the array of risks confronting the global economy to the pre-crisis summer of 2007, with the UK’s current troubles just one example of potential breakdowns.

“We’re living through a period of elevated risk,” Summers told Bloomberg Television’s “Wall Street Week” with David Westin. “In the same way that people became anxious in August of 2007, I think this is a moment when there should be increased anxiety.”

The summer of 2007 saw the first signs of strains over a collapsing US housing market, eventually morphing the following year into the worst financial crisis since the Great Depression.

Besides the UK, “I don’t think there’s any sign that I see -- yet -- of other markets being disorderly,” said Summers, a Havard University professor and paid contributor to Bloomberg Television. “But we know that when you have extreme volatility, that’s when these situations are more likely to arise.”

Among the dynamics behind the current fragility are substantial leverage, uncertainty about the economic policy outlook, unease about high rates of underlying inflation, volatility in commodities and geopolitical tensions tied to Russia’s Ukraine invasion and to China, Summers said.

Japan’s Investments

One particular area to monitor is the strains inherent in Japan’s policies right now, the former Treasury chief said.

On the one hand, Japan has been withdrawing liquidity from its markets, through its purchases of yen last week in an effort to support the exchange rate. But on the other hand, it’s injecting liquidity through the Bank of Japan’s continuing monetary easing. It’s an “extraordinary thing” Summers said.

“It will be interesting to see how that plays out,” Summers said. Japanese investors have “vast holdings” of fixed-income securities around the world, and that will be something to keep an eye on, he said.

As for the UK, “we’re in very complex and uncharted territory,” Summers said. While the Bank of England’s intervention in the gilt market stabilized things for a time, that may not prove lasting, he said, noting that the BOE’S plan is for operations to continue until Oct. 14.

No Vacations

The key problem is that markets don’t believe UK macroeconomic policy is sustainable, he said.

“It’s not going to stay stable forever on the basis of two weeks buying -- and it’s probably not even going to stay stable for two weeks, unless there is a sense that this is a bridge to the fundamentals being fixed,” Summers said of UK markets. “And that’s not what we are seeing from the indications we’re getting this morning.”

Prime Minister Liz Truss on Thursday ruled out a U-turn on the biggest set of tax cuts since 1972, saying “this is the right plan.”

Summers, who served at the Treasury during the Clinton administration and was director of the White House National Economic Council under President Barack Obama, said that given the current risks, “this is certainly not a time when very many firefighters should be taking vacations.”

“When a country as major as Britain is going through something like this, that is something that can have consequences that go beyond,” Summers noted. 

He likened financial troubles to tremors before an earthquake. While sometimes the tremors pass, that’s not always the case -- as was true in 2007, he said.

Mercati oggiValter Buffo
Un altro "complotto degli stupidi"?
 

Dell’argomento ENRON, noi di Recce’d scrivemmo in tempi non sospetti: nessuno quindi ci potrà accusare di avere “rubato un’idea”. L’idea, se c’è un’idea, è tutta nostra, poi altri la hanno ripresa, ma in tempi successivi.

L’idea, se c’è davvero un’idea, è quella di richiamare in causa la vicenda ENRON.

Sottolineiamo ulteriormente i tempi: noi scrivemmo, anche in pubblico, anche nel Blog, a proposito di ENRON quando?

Era il 21 gennaio del 2021. Non del 2022: del 2021, non è un typo.

Gennaio 2021 coincide con il top dell’euforia: banche Centrali, banche globali di investimento, Reti di promotori e wealth manager e family bankers, e persino i poveri robo-advisors, tutti celebravano la grandezza delle Banche Centrali, il boom economico, e i record, su record, su record di Wall Street.

Il 31 gennaio del 2021, invece, noi di Recce’d ci eravamo occupati nel Blog di ENRON.

[per inciso: immaginate quante utili e proficue operazioni sui portafogli si sarebbero potute fare, in quel giorno, il 31 gennaio 2021: ma voi NON le avete fatte, purtroppo … ]

Ieri 30 settembre, il tema è ritornato in prima pagina, su un sito del gruppo Wall Street Journal.

Ed ecco perché ne scriviamo nuovamente.

Che cosa significa ENRON? Perché è utile oggi dedicare del tempo, ad ENRON?

Le ragioni sono innumerevoli, e noi qui non abbiamo tempo, spazio, né voglia di elencarle. Con poco sforzo, ve le troverete da soli.

Vi diamo solo un suggerimento, per la vostra ricerca: c’è un evento, della settimana appena conclusa, che ha alcuni tratti in comune.

Un evento che ha suscitato una enorme attenzione tra gli investitori, ed una notevole reazione dei mercati finanziari.

Allo scopo di risparmiare tempo ed energia, e non ripetere cose che noi avevamo già scritto il 31 gennaio del 2021, oggi vi offriamo in lettura un articolo della rivista Forbes su questo argomento, pubblicato nell’ottobre del 2021.

L’articolo di Forbes offre una splendida ricostruzione dei fatti, che mette in evidenza il tema del “complotto degli stupidi”: in molte occasioni, i danno più grandi sono fatti da chi non capisce ciò che sta facendo.

Notate con attenzione il ruolo giocato dalla stampa, dai media, e soprattutto dagli analisti delle banche di investimento.

Certo: bisogna ammettere che sul piano della gestione di portafoglio, per voi sarebbe stato più utile leggerlo nell’ottobre del 2021. ma in quel mese di ottobre, la grande parte degli investitori stava sul Web a leggere del petrolio a 200$, di Tesla, del Bitcoin e dei Fondi ARK. Ed ovviamente dei record, su record, su record di Wall Street.

Solo i “contrarian” si occupavano di ENRON, a quei tempi.

Il 5 maggio 1998, sei studenti della Cornell University pubblicarono in rete un documento di 23 pagine: il progetto finale per il corso di analisi finanziaria del professor Charles Lee. Il compito era di applicare ciò che avevano imparato in tre mesi di lezioni ai rendiconti finanziari di una società. I sei avevano scelto la Enron, una compagnia energetica texana che in due anni era passata dal 94esimo al 27esimo posto nella classifica delle più grandi aziende statunitensi e da tre dominava la classifica di Fortune delle imprese più innovative d’America. Il suo fatturato cresceva di decine di punti percentuali all’anno. Era, come ha scritto il Wall Street Journal, “la beniamina di Wall Street”.

Eppure ai sei studenti, come ha raccontato uno di loro al New Yorker, “sorsero molte domande”. Il gruppo scoprì che la Enron aveva adottato una strategia molto più rischiosa rispetto alle sue concorrenti e sospettava che la compagnia “stesse manipolando i guadagni”. Concluse che il prezzo delle sue azioni – 48 dollari – era eccessivo. La raccomandazione era di vendere.

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Forse nessuno lesse il lavoro dei ragazzi della Cornell, forse nessuno gli diede credito. Il titolo continuò a salire per altri due anni, fino a superare i 90 dollari, e all’inizio del 2001 la Enron era la settima azienda degli Stati Uniti. Solo tra la primavera e l’estate seguenti il resto del mondo si rese conto di una delle più grandi truffe nella storia di Wall Street. Una saga di avidità, crimine e presunzione che si concluse, il 2 dicembre 2001, con una bancarotta tra le più grandi della storia. Uno scandalo che portò a decine di condanne, lasciò senza lavoro 20mila persone e mandò in fumo miliardi di dollari di fondi pensione.

The smartest guys in the room

La storia della Enron era cominciata 16 anni prima a Houston, con la fusione tra la Houston Natural Gas e la InterNorth, due compagnie energetiche di medie dimensioni. Il fondatore, Kenneth Lay, era il figlio di un pastore battista del Missouri. Durante gli anni di Reagan era diventato un profeta della deregolamentazione del mercato energetico e uno degli industriali con più influenza su Washington. Aveva rapporti con politici democratici e repubblicani ed era, soprattutto, amico intimo della famiglia Bush. Nel 1992 fu a capo del comitato per la rielezione alla presidenza di George H. W. Bush. E quando il figlio George W., che chiamava Lay “Kenny boy”, corse per la Casa Bianca nel 2000, la Enron fu tra i suoi principali finanziatori e gli mise a disposizione un jet aziendale.

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Nel 1990 Lay scelse come braccio destro Jeff Skilling, un consulente della McKinsey con cui aveva lavorato tre anni prima. Skilling trasformò la Enron: da una compagnia energetica tradizionale a una sorta di Borsa del gas naturale, che trattava l’energia come uno strumento finanziario da scambiare, al pari di azioni e obbligazioni.

Il libro The Smartest Guys in the Room: The Amazing Rise and Scandalous Fall of Enron (“I tipi più furbi nella stanza: la straordinaria ascesa e la scandalosa caduta della Enron”), dei giornalisti Bethany McLean e Peter Elkind, descrive Skilling come un manager con una concezione darwiniana del mondo. Una visione che si concretizzò nel Performance review committee (Prc): un processo in cui ogni dipendente veniva valutato dai colleghi con un punteggio da 1 a 5. Il 10% di impiegati che otteneva i giudizi peggiori veniva licenziato.

I beniamini di Wall Street

Negli anni ’90 la Enron si allargò in breve dal gas naturale a settori come l’elettricità, l’acqua, addirittura la banda larga e la carta. I suoi progetti di espansione internazionale – dalle concessioni idriche in Inghilterra e Argentina alla costruzione di centrali in India e in Brasile – contribuirono a far crescere il fatturato a un tasso medio del 65% annuo tra il 1996 e il 2000. Tra il 1999 e il 2000, in particolare, le entrate passarono da 40 a 101 miliardi di dollari. Fino a poche settimane prima della bancarotta, la Enron si dichiarava convinta di potere raddoppiare quella cifra per il 2001: con un fatturato di circa 200 miliardi, sarebbe stata la seconda azienda d’America, dopo Walmart.

Il titolo seguiva lo stesso andamento a Wall Street. Il valore delle azioni aumentò in modo quasi ininterrotto tra la seconda metà degli anni ’90 e l’inizio del XX secolo. Perfino nel 2000, l’anno dello scoppio della bolla delle dot com, il titolo salì dell’87%, contro il -10% della media dell’indice Standard & Poor’s 500.

Un castello di carte

Eppure già nel 1999, ha scritto la giornalista Mimi Swartz sul Texas Monthly, a Houston cominciò a circolare una voce: la Enron non era che “un castello di carte”. Quella frase “si sentiva ai distributori d’acqua delle banche del centro, o alle cene con ospiti che lavoravano per la concorrenza. In genere, chi pronunciava quelle parole scuoteva la testa con l’aria di chi ne sa, ma è abituato a essere ignorato”.

Quel castello di carte, come hanno rivelato indagini, libri e documentari sul caso, si fondava su alcuni stratagemmi. Uno si chiamava mark-to-market ed era un sistema di contabilità adottato, in genere, dalle società di trading finanziario. In breve, prevede che, quando un contratto viene sottoscritto, i ricavi attesi vengano subito messi a bilancio. “In pratica, i dirigenti dicevano: ‘Tra dieci anni venderemo l’energia di questo impianto per X dollari al chilowatt’. E non c’era nessun modo di dimostrare che sarebbe stato davvero così”, ha sintetizzato l’ex dirigente della Enron Mike Muckleroy nel documentario candidato all’Oscar Enron – L’economia della truffa.

La Enron investì, per esempio, in una centrale da miliardi di dollari in India e registrò le entrate che pensava di realizzare negli anni successivi. Soldi che, in realtà, non arrivarono mai: gli smartest guys in the room non avevano calcolato che gli indiani non potevano permettersi di comprare quella energia. Nel complesso, l’investimento fece perdere alla Enron circa 900 milioni di dollari.

Un altro stratagemma – il più complicato – era l’uso delle special-purpose entity (s.p.e.), o società di progetto. Il giornalista e sociologo Malcolm Gladwell lo ha spiegato così sul New Yorker: “La vostra azienda non se la passa bene. Se chiedete a una banca un prestito da 100 milioni di dollari, quella banca vi imporrà un tasso di interesse altissimo, o non ve lo concederà affatto. Avete però in mano alcune concessioni petrolifere che, nei prossimi cinque anni, frutteranno quasi di sicuro 100 milioni di dollari. Allora le cedete a una s.p.e. che avete costituito con investitori esterni. La banca presta quindi i 100 milioni alla s.p.e., che li gira a voi”.

All’epoca, queste operazioni non dovevano essere registrate in bilancio. “Una società può così raccogliere capitale senza indebitarsi. E poiché la banca è quasi certa che le concessioni genereranno i soldi per ripagare il debito, è disposta a concedere un tasso di interesse basso”.

La Enron adottò il sistema delle s.p.e., che era legale e molto diffuso. Ma introdusse un paio di varianti: trasferiva a queste società asset molto meno affidabili delle concessioni petrolifere e, soprattutto, non coinvolgeva investitori esterni. Le s.p.e., al contrario, erano guidate da dirigenti della stessa compagnia. “La Enron non vendeva parti dell’azienda a entità esterne, ma a se stessa”, ha scritto Gladwell. “Una strategia che non era solo discutibile dal punto di vista legale, ma anche straordinariamente rischiosa”.

“Brucia, piccola, brucia!”

La contabilità creativa, però, non sempre bastava a raggiungere obiettivi trimestrali che il dipartimento di Giustizia americano ha definito “irrealistici e irraggiungibili, in linea con le aspettative degli analisti e non con risultati reali o ragionevoli”. Fissati, cioè, per rafforzare l’immagine di una compagnia in piena espansione. L’ex dipendente Max Ebert ha ricordato in Enron – L’economia della truffa: “Sembrava sempre che raggiungere gli obiettivi fosse impossibile. Eppure, come per miracolo, ci riuscivamo sempre. Se domandavamo come fosse possibile, il nostro capo rispondeva sempre con una sola parola: ‘California’”.

Alla fine degli anni ’90, la Enron era entrata nel mercato elettrico della California, liberalizzato nel 1996 su pressione delle compagnie energetiche. Tra il 2000 e il 2001, lo stato fu colpito da decine di blackout non giustificati dallo stato della rete. Registrazioni emerse dopo la bancarotta rivelarono che la Enron aveva fatto pressione sugli addetti di varie centrali per inventare attività di manutenzione e causare interruzioni del servizio. La chiusura degli impianti creava così carenze artificiali, che facevano salire il prezzo dell’energia. In una conversazione registrata durante un incendio che causò un blackout, emersa durante le inchieste, un trader diceva: “Brucia, piccola, brucia! È bellissimo”. Un altro si augurava “un bel terremoto” che facesse “galleggiare la California sul Pacifico”.

La crisi energetica ebbe come effetto collaterale anche la distruzione della carriera politica del governatore della California, Gray Davis. Nel 2001, Davis era considerato uno dei favoriti per la nomination democratica alle presidenziali del 2004, in cui avrebbe sfidato proprio l’amico di Ken Lay, George W. Bush. Nel 2003, invece, i californiani votarono per rimuoverlo dal suo incarico. Per sostituirlo scelsero un repubblicano: la Enron aveva contribuito all’elezione di Arnold Schwarzenegger.

“Grazie molte, s*****o”

Nel luglio del 2000, ha scritto Gladwell sul New Yorker, un giornalista della redazione di Dallas del Wall Street Journal, Jonathan Weil, ricevette una dritta da una fonte del mondo delle banche d’investimento: “Dai un’occhiata ai conti della Enron”. Weil lo fece e concluse che, se si eliminavano dai conti della Enron le entrate non ancora realizzate, ma già a bilancio grazie al sistema mark-to-market, la compagnia stava perdendo soldi.

L’articolo di Weil non ebbe conseguenze immediate, ma finì sotto gli occhi di James Chanos, un investitore specializzato in vendita allo scoperto, cioè in scommesse sul crollo di titoli. Chanos cominciò a vendere allo scoperto azioni della Enron e, qualche mese più tardi, suggerì alla giornalista di Fortune Bethany McLean di studiare i bilanci della società. Nel marzo 2001 McLean, in un articolo intitolato Il prezzo delle azioni della Enron è troppo alto?, paragonava la Enron a “una scatola nera”, in cui era impossibile ricostruire i flussi di denaro.

L’articolo di Fortune ebbe maggiore risonanza di quello del Wall Street Journal. Pochi giorni dopo fu richiamato, durante un’audioconferenza, da un analista che rinfacciò a Skilling di guidare “l’unica istituzione finanziaria che non pubblica un bilancio o un resoconto dei profitti”. Skilling, replicò: “Grazie molte, apprezziamo la domanda… stronzo”.

La fine

Se la Enron aveva impiegato 16 anni per diventare una delle più grandi aziende al mondo, le bastarono pochi mesi per dissolversi. Le voci sulla sua contabilità si intensificarono, il titolo iniziò a scendere in primavera e continuò per tutta l’estate. Non smise nemmeno quando, il 14 agosto, Jeff Skilling si dimise all’improvviso. Il 9 settembre 2001, il New York Times parafrasava Shakespeare e titolava C’è del marcio nello stato della Enron, mentre a ottobre il Wall Street Journal pubblicava altri articoli sugli affari più opachi della società. La Securities and exchange commission – equivalente della Consob italiana – avviò un’indagine. Negli stessi giorni, la società di revisione di bilancio ingaggiata dalla Enron, Arthur Andersen, tritava una tonnellata di documenti.

Quando anche l’ipotesi di un salvataggio tramite la vendita in saldo a un’altra compagnia energetica sfumò, alla fine di novembre, le agenzie di rating ridussero la valutazione del titolo della Enron a ‘spazzatura’: le azioni valevano ormai pochi centesimi. Il 1 dicembre, il consiglio di amministrazione della Enron votò all’unanimità per dichiarare bancarotta. I dipendenti furono informati la mattina del 3 dicembre. Ebbero 30 minuti per lasciare la sede.

I processi

Nel gennaio 2002 i giornali americani diedero la notizia che prima del collasso, mentre cercavano di rassicurare dipendenti e mercati, i dirigenti della Enron avevano venduto azioni per circa un miliardo di dollari. Il deputato Byron Dorgan, membro della commissione d’inchiesta del Congresso, disse: “Sul Titanic il capitano è almeno andato a fondo con la nave. Nel caso della Enron, il capitano prima ha dato un bonus a se stesso e ad alcuni amici, poi è salito con loro sulle scialuppe di salvataggio e ha gridato a tutti gli altri: ‘Non preoccupatevi, andrà tutto bene’”.

Dopo cinque anni di processi, in cui furono emesse condanne per decine di persone, Kenneth Lay fu riconosciuto colpevole di sei capi d’imputazione e rischiava fino a 45 anni di carcere, ma morì d’infarto prima di conoscere la pena. Jeff Skilling fu condannato a 24 anni e 4 mesi, ridotti nel 2013. È uscito di prigione nel febbraio 2019 e, secondo la Reuters, in estate ha lanciato una nuova società di investimenti nel settore dell’energia.

La Enron trascinò a fondo anche la Arthur Andersen ed è ritenuta responsabile, in modo indiretto, di altri fallimenti, come quelli dei supermercati Kmart.

L’eredità

Un anno dopo il crollo della Enron, il premio Nobel per l’economia Paul Krugman disse che in futuro “non le stragi dell’11 settembre, ma lo scandalo Enron” sarebbe stato visto come “la grande svolta nella storia degli Stati Uniti”. Nel 2002, in effetti, il Congresso americano approvò una legge che imponeva una maggiore trasparenza sulle scritture contabili. Oggi si può dire che quella norma non è bastata.

Nel 2001 la Enron aveva asset per 65 miliardi di dollari e la sua bancarotta fu la più grande della storia americana. In seguito, ben sei aziende l’hanno superata. Dopo il crac da quasi 700 miliardi di dollari della Lehman Brothers, Sam Buell, professore di legge dell’università di Duke che aveva rappresentato l’accusa nel caso Enron, disse che “gli imbrogli erano dello stesso genere. Sembra che nessuno abbia imparato la lezione”.

Il fenomeno, d’altra parte, non è solo americano. Wirecard, una società tedesca di pagamenti elettronici che è stata dichiarata insolvente nel settembre 2020, si è meritata il soprannome di “Enron tedesca” per le sue irregolarità contabili. Jim Chanos, l’investitore che aveva scommesso sul crac della Enron, ha incassato 100 milioni di dollari dalla vendita allo scoperto delle azioni della Wirecard.

“Il complotto degli stupidi”

Il giornalista del New York Times Kurt Eichenwald, nel libro Conspiracy of Fools (“Il complotto degli stupidi”), ha presentato la vicenda sotto una luce diversa. Secondo Eichenwald, ad affondare la Enron non fu la disonestà, ma l’incompetenza. Nemmeno i dirigenti della società, a suo giudizio, erano in grado di padroneggiare un meccanismo complesso come quello che avevano messo in piedi. Se il sistema è durato così a lungo, è stato soprattutto perché nessuno, o quasi, aveva provato a studiare davvero i bilanci.

Non lo fecero i giornalisti, che crearono il mito degli smartest guys in the room e, in caso di dubbi, accettavano alla cieca le spiegazioni di Lay e Skilling. Non lo fecero i contabili e gli avvocati pagati dalla Enron, che temevano di perdere un cliente da un milione di dollari a settimana. E non lo fecero le banche, che facevano affari con la società e dichiararono poi di non sapere nulla delle sue manipolazioni.

I pochi che provarono a sollevare dubbi non furono ascoltati. John Olson, un analista della Merrill Lynch, espresse perplessità sull’operato della Enron già negli anni ’90. La Enron, per ammissione del suo chief financial officer, escluse allora la banca da un affare, per “comunicare in modo forte che cosa pensasse l’azienda”. Poco dopo, Olson rimase senza lavoro.

All’inizio del 2001 un dipendente della Enron, dopo avere studiato per un anno i bilanci, prospettò al tesoriere dell’azienda uno scenario molto vicino a quello che si sarebbe realizzato pochi mesi più tardi. Il tesoriere gli promise di approfondire la questione, poi partì per le vacanze e non aprì mai più il rapporto. L’ultima possibilità di salvare la Enron, secondo Eichenwald, “morì quel giorno. Con il doppio dei crimini e la metà dell’incompetenza, la compagnia sarebbe sopravvissuta”.

Come ha sostenuto Gladwell, del resto, se sei universitari riuscirono a trovare il marcio nei conti della Enron già nel 1998, lo stesso avrebbero potuto fare investitori e analisti. “Tutto era in piena vista”, ha detto il loro professore alla Cornell, Charles Lee. “Per chi aveva i giusti strumenti e le giuste motivazioni, non c’era alcun mistero”.

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