Documento riservato
 

La Banca Centrale USA, ovvero la Federal Reserve, di tanto in tanto riceve pareri da operatori di mercato, che fanno parte di un apposito Advisory Commiteee, un Comitato di Consulenza.

La settimana scorsa, uno dei partecipanti di questo Comitato, un gestore molto noto e di fama mondiale di nome William Ackman, ha fornito alla Federal Reserve un proprio parere scritto, che noi siamo in grado di mettervi a disposizione qui.

Il documento non contiene dal punto di vista di Recce’d elementi di particolare novità. Si tratta di dati e valutazioni che abbiamo già affrontato negli ultimi mesi, e che in una buona parte noi condividiamo.

Detto questo, noi vi suggeriamo di leggerlo con attenzione: contiene concetti e valutazioni molti diverse da quelle che vi vengono proposte, a tutto oggi, dal wealth manager, dal private banker, dal robo-advisor, dal promotore finanziario. Le conclusioni sono molto distanti da quelle a cui arrivano, a tutto oggi, UBS, Goldman Sachs, BNP Paribas e Morgan Stanley. Non troverete argomenti come questi leggendo Il Sole 24 Ore oppure il Corriere Economia.

Insomma, una ventata di aria fresca tra i vostri pensieri, ed insieme un valido supporto ad una analisi della situazione attuale che non sia del tutto schiacciata sulla “prevalente opinione della massa”.

Un esempio? Ackman mostra in una tabella i dati per l’inflazione USA che tutti voi conoscete: ma nella tabella vengono “riletti” in una chiave che sicuramente sarà utile anche a voi lettori, una chiave molto, molto distante da quella “ufficiale” che ancora oggi viene proposta dalla Federal Reserve e dalla BCE. Una chiave più vicina alla realtà,

In una seconda tabella, Ackman racconta poi delle precedenti fasi di “stretta monetaria”, e fornisce una comparazione tra i dati che potrebbe esservi utile, soprattutto anche in questo caso per rendervi conto di quale è la realtà delle cose oggi.

Infine Ackman sottolinea alcune delle più recenti prese di posizione, su questi temi della Banca di Inghilterra: le medesime cose che noi di Recce’d scrivevamo alcuni mesi fa, suscitando in alcuni scetticismo e perplessità, quasi come se noi di Recce’d si volesse sempre vedere le cose in chiave negativa, con uno spirito catastrofista.

Mentre al contrario, già alcuni mesi fa, Recce’d era semplicemente realista, e gli altri semplicemente dicevano cose sbagliate.

Proprio come fanno anche oggi.

Mercati oggiValter Buffo
Ancora su ottimisti e pessimisti
 

Già sei anni fa, in questo Blog, noi di Recce’d abbiamo scritto che la definizione di “ottimisti” e “pessimisti” nel mondo dell’investimento non ha senso.

Il mondo dell’investimento non consente di essere ottimisti o pessimisti: c’è solo chi vede le cose nel modo giusto, e chi invece vede le cose che non esistono. Fine di tutti i discorsi: la differenza poi si vede sempre nelle performances.

Nel mondo dell’investimento, non ci sono due investitori, non è vero che a seconda dei momenti un po’ hanno ragione questi ed un po’ quelli. E’ falso: hanno ragione sempre e solo quelli che vedono con un ceryo anticipo … come andrà poi a finire, ma nella realtà, non nei sogni ad occhi aperti.

Ottimisti e pessimisti non esistono: c’è solo chi vede la realtà e chi rincorre una fantasia.

Questo tema, oggi, nei mercati dell’ottobre 2021, è il tema centrale.

A questo tema, la scorsa settimana, noi abbiamo dedicato la nostra Sezione Analisi, nel quotidiano The Morning Bref che i nostri Clienti ricevono ogni mattina.

In particolare, abbiamo dedicato la Sezione Analisi ad una data specifica: il 23 marzo del 2020.

Nei mercati finanziari dell’ottobre 2021, noi siamo certi che proprio quella data ha una significativa importanza.

Il modo migliore, per analizzare e comprendere i mercati finanziari dell’ottobre 2021, è ricordare precisamente ciò che è successo in quella data, e come ragionava la mente di ognuno di noi, il 23 marzo del 2020.

Noi di Recce’d, sul piano operativo, riteniamo che proprio quella data è oggi il più utile punto di riferimento. Vi suggeriamo di ripensare attentamente a ciò che la vostra mente vi diceva in quella data, e di metterlo (fate bene attenzione) a confronto con ciò che la vostra mente vi diceva soltanto 60 giorni prima, il 23 gennaio 2020.

Ve lo ricordate?

Cosa diceva il promotore finanziario, il 23 gennaio 2020? Il private banker? Il wealth manager? Il robo advisor?

Che cosa dicevano Morgan Stanley e Goldman Sachs il 23 gennaio 2020?

Che cosa dicevano le Banche Centrali il 23 gennaio del 2020?

Che cosa diceva il Governo in Italia in Europa e nel Mondo il 23 gennaio 2020?

Che cosa diceva il Tg ed il quotidiano il 23 gennaio 2020?

Non ricordate? davvero? Non vi pare di ricordare che … vi spiegavano tutti che “le Borse salgono sempre”? Anche in quel 23 gennaio 2020? E di restare assolutamente, assolutamente, assolutamente tranquilli, e mai vendere nulla?

Se lo sforzo vi riesce, se riuscite a ricostruire, allora avrete subito una serie di indicazioni sulle scelte da fare oggi stesso.

Vi potrà essere utile rileggere, allo stesso tempo, quello che noi di Recce’d pubblicammo il 26 gennaio 2020. Attenzione alla data: era il 26 gennaio del 2020, il tema “pandemia” per la grandissima maggior parte dei private banker e delle banche globali di investimento e dei robot advisors e dei TG e delle Banche Centrali, semplicemente, NON esisteva.

E poi, vi invitiamo anche a leggere quello che noi scrivemmo, in pubblico, il 2 febbraio 2020, nel secondo Post di quella medesima serie, che poi arrivò ad un totale di 8 Post sul medesimo tema, che tutti potete recuperare proprio qui in questo Blog.

Vi auguriamo una utile ri-lettura: sono trascorsi soltanto 20 mesi. Vedrete, è un tempo che spenderete bene e nel vostro interesse.

E se vi fosse utile riparlarne, noi siamo ovviamente più che disponibili al confronto. Utilizzate la pagina “contatti”.

Mercati oggiValter Buffo
La politica è andata oltre ai limiti: rientrare nei limiti sarà doloroso
 

Recce’d ha portato all’attenzione dei propri lettori più volte, nel corso del 2021, il ruolo crescente della politica sull’equilibrio dei mercati finanziari.

Grazie alla pandemia, la politica si è allargata moltissimo. ha esteso il proprio ruolo, diventando una specie di garante, e non solo, anche di macchinista e guidatore, dell’intero sistema economico e finanziario.

Uno sviluppo delle cose che (e lo abbiamo già detto e poi scritto) a noi non piace ed anzi preoccupa: a noi mette paura il fatto che qualcuno, da una stanza in un palazzo, si arroghi il diritto di decidere per tutti, affermando di “saperne di più” in merito a cosa deve succedere nel sistema economico e sui mercati finanziari.

Noi sappiamo, e tutto voi lo sapete (c’è una storia ad insegnarlo) che nessuno ha quella capacità, e che quindi nessuno deve esercitare quel potere, sulla base della falsa affermazione che “lui ne sa di più, su come deve funzionare il mercato”.

Quel tipo di arroganza ha sempre creato enormi disastri.

In questa seconda parte del 2021, ci sono numerosi politici (i banchieri centrali fanno parte di quella categoria, sono uomini politici) che ci raccontano che “l’inflazione fa bene” quando tutti noi sappiamo, e ricordiamo, che l’inflazione fa malissimo, all’economia, alle imprese ed ai consumatori.

I richiami e gli allarmi che si sono letti in questa seconda metà del 2021 sono numerosi, e qualificati (immagine sotto). Noi di Recce’d ne scrivemmo già 14 mesi fa: oggi, ne scrivono tutti ed in tutte le sedi. El Erian qui sotto averte di “importanti ricadute socio-politiche ed istituzionali” dell’inflazione.

Dovreste rifletterci con grande attenzione, nell’interesse vostro e dei vostri investimenti.

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Con questo Post, noi tentiamo di allargare l’orizzonte, e guardare non soltanto all’inflazione bensì a tutte le ricadute della politica che Janet Yellen definì nel 2020: “Go Big”, ovvero della politica che punta tutto sulla dimensione abnorme degli interventi monetari e fiscali, così da creare uno shock all’economia.

Shock che in effetti c’è stato, ma in una serie di direzioni che Yellen non aveva immaginato e che appena oggi sta cominciando a comprendere.

L’articolo che vi offriamo qui sotto in lettura mette insieme temi tra loro strettamente legati, il cui impatto combinato avrà sui vostri e nostri portafogli in titoli una ricaduta che molti investitori oggi neppure riescono ad immaginare. Lo si dice chiaramente anche in chiusura di questo articolo del Financial Times.

Con questo articolo, dunque, Recce’d vi invita a riflettere sulla combinazione dei seguenti eventi:

  1. l’inflazione

  2. i colli di bottiglia nel settore produttivo

  3. il rincaro del costo dell’energia

  4. le dinamiche nei Paesi in Via di Sviluppo

  5. ed anche per ultimo il calo della popolarità dei Governi in carica, che in Italia risulta a tutti evidente (meno che ai quotidiani) e che negli Stati Uniti è testimoniato dai sondaggi (immagine di chiusura di questo Post)

Quali rendimenti vi aspettate, nei prossimi mesi, dai vostri asset finanziari in questo scenario? E quale è, secondo voi, lo spazio di ribasso che dovete mettere in conto?

In questo tipo di calcoli, noi di Recce’d possiamo esservi molto utili, ed offrire (finalmente) una visione non convenzionale.



Around the globe, macroeconomic challenges are mounting, from higher inflation to multiplying shortages of goods and labour.

The impact on advanced economies and China has been much debated. There has been less attention though paid to the vulnerability of a significant group of developing countries. This goes well beyond the short term.

When combined with other forces in play, the most exposed developing countries risk being knocked off a secular global convergence process that many in development economics and finance have taken for granted for years. An increasing number of economists and policymakers are internalising the new reality of high and more persistent inflation, after too many months of dismissing the phenomenon as “transitory”.

We no longer live in a world where the main macroeconomic challenge is one of weak aggregate demand. Instead, insufficient supply is causing “everything shortages”. Together with both energy uncertainties and labour market frictions in matching workers to an ample demand for them, this is pushing up both cost and price inflation. It can no longer be assumed that technological innovation will continuously lower costs and increase supply responsiveness.

This is especially the case given current supply chain problems. The focus on what all this means for advanced economies and China is understandable. They account for much of the global economy’s growth engines and flows of capital, and they determine what is pursued seriously on the multilateral agenda. Yet the implications for commodity-importing developing countries in general, and the lower-income economies in particular, are much more consequential.

Combined with the broader impact of Covid-19, the current problems risk derailing the longer-term process in which more countries steadily climb the economic development ladder, pull citizens out poverty and establish financial and institutional resilience. As growth slows down in China and the US in the face of stagflationary winds blowing through the global economy, the challenges to these countries’ wellbeing and financial viability increase.

The pressures come as the classical growth model for them — that of export-led, labour-intensive manufacturing — has already lost potency. Being net food importers, many developing economies face higher import costs that also fuel food insecurity. Higher energy costs are threatening to lead to power outages that would cripple industrial production. Developing economies are also likely to be on the receiving end of disruptive financial market trends. In recent years, the prolonged pursuit of ultra-loose monetary policies in the US and Europe had “pushed” substantial capital to the developing world in search of higher returns. Should the US Federal Reserve continue to lag inflation realities and subsequently be forced into a sudden policy tightening, the greater the likelihood of large outflows and increased capital costs.

There is no silver bullet to ensure an immediate and substantial reduction in these risks. Instead, what is needed is a multi-measure approach. This should be centred on increasing the supply of Covid vaccines. As Gita Gopinath, the IMF Research Director said last week, 96 per cent of the population in low-income countries remains unvaccinated. Crippling debt-servicing problems should also be pre-empted through early, orderly restructurings that involve fair burden sharing among both public and private creditors.

In addition, the flow of concessional financing from multilateral sources needs to be increased. Such measures need to be combined with credible, homegrown efforts to re-energise domestic growth models in developing countries and increase internal financial resilience.

Advanced economies should note that troubles in the developing world will also affect them. The more that developing countries risk being knocked off the convergence process, the greater the likelihood of surges in migration, global financial instability and geopolitical threats. There are also implications for investors. Succeeding in emerging-market investing is becoming less about riding the global liquidity wave using passive products. Instead, investors increasingly have to go back to detailed credit analyses, smart structuring, proper pricing of liquidity — and, for some, an understanding of debt-rescheduling risk. The more they delay in making this fundamental transition, the more likely they will be shocked into portfolio adjustments that fuel contagion across markets. This would also complicate an already challenged outlook for global prosperity and social wellbeing.

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Mercati oggiValter Buffo
E' la crisi di fiducia (parte 2)
 

Ne abbiamo scritto proprio nel momento di picco: era la fine di febbraio 2020, e Recce’d anche nel Blog (ma soprattutto nelle pubblicazioni dedicate ai Clienti) scriveva della crisi di fiducia.

Come tutti voi sapete (non ci dilungheremo) tutto ciò che vedete oggi sui mercati finanziari è fondato sul fatto che una miriade di piccoli investitori (i cosiddetti retail investors) si sono fatti convincere del fatto che “la Federal Reserve e la BCE vi coprono le spalle”

Vi coprono le spalle che cosa significa, tradotto in pratica? Che i prezzi non hanno più un senso. Che i prezzi degli asset finanziari (azioni, obbligazioni e tutto il resto, petrolio incluso) possono soltanto salire, perché in ogni caso le Banche Centrali interverranno a stoppare qualsiasi fase di discesa.

Nessuna banca globale di investimento, e tantomeno nessun organismo “di informazione” (come Tv e quotidiani) ricorda alla massa dei retail investors che la situazione era esattamente la medesima già nel febbraio 2020.

Tutto, la memoria ed il senso, è infatti stato sepolto sotto una montagna di interventi, di politica monetaria e di politica fiscale, che si sono tradotti in un enorme ed abnorme creazione di denaro, messo nelle tasche soprattutto delle banche ma pure dei cittadini con gli assegni di sostegno finanziati con il debito dello Stato.

Risulta ovvio che tutto questo è basato sulla fiducia: è necessario che l’orda dei retail investors rimanga sempre convinta che questa massiccia creazione di denaro ha soltanto conseguenze positive e nessuna conseguenza negativa.

E meno che mai, che abbia come conseguenza inevitabile l’inflazione: inflazione che oggi le Banche Centrali negano anche se c’è, e tutti la abbiamo sotto i nostri occhi ogni giorno.

Ma le Banche Centrali disperate e senza armi da utilizzare (le hanno già utilizzate tutte, ed oltre) sono costrette a continuare a ripetere il medesimo ritornello (“l’inflazione è transitoria”) anche di fronte all’evidenza che l’inflazione non è affatto transitoria.

Apriamo una parentesi: proprio ieri, venerdì 22 ottobre 2020, il capo della Federal Reserve, Jay Powell, ha modificato, in parte, il proprio linguaggio. Lui stesso sei mesi fa garantiva una inflazione al 2% per fine 2021, mentre ieri ha detto che l’inflazione “resterà elevata fino a metà 2022”. Ovviamente, così facendo ha appena dimostrato di non capirne granché, persino meno di Recce’d, e quindi le sue “previsioni” potrebbero essere semplicemente sbagliate, tanto quanto quelle di sei mesi fa.

Perché poi l’inflazione dovrebbe scendere dopo la metà del 2022, Powell non lo spiega, e noi davvero non riusciamo a comprenderlo.

Con la forza ed il potere del denaro, fino ad oggi la Fed ha mantenuto i rendimenti delle obbligazioni di tre punti percentuali inferiori all’inflazione (ed anche di più): potrebbe continuare in questo modo per sempre?

Noi possiamo garantirvi che non sarà per sempre, ed al contrario che la fine di questa fase è vicina.

E questo, prima di tutto per l’effetto della politica: e ne scriviamo sempre oggi, in un altro Post.
In questo post, invece, l’argomento centrale è la fiducia. e commentiamo un fatto di questa ultima settimana.

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Il fatto di cui scriviamo è documentato dall’immagine qui sopra, e nel dettaglio dalla tabella qui sotto: sono le operazioni in titoli fatte da Jay Powell nel 2020, in piena pandemia, e proprio in parallelo con gli interventi della Federal Reserve che lui guida a sostegno dei mercati finanziari

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Sempre durante l’ultima settimana, la stessa Federal Reserve è corsa ai ripari: ed ha annunciato una modifica al proprio regolamento, che vieta ai componenti del Consiglio Direttivo di effettuare operazioni in titoli “in fasi di elevato stress sui mercati finanziari”.

Come tutti voi vedete subito, una misura estremamente blanda.

Resta tuttavia molto significativo il segnale; che molti commentatori hanno interpretato come un attacco diretto al Capo della Banca Centrale (lo leggete anche nell’immagine sotto).

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Noi vi segnaliamo questa notizia come un fatto che testimonia una insofferenza crescente almeno di una parte del pubblico verso i banchieri centrali: osannati in modo unanime fino a pochi mesi fa, e definiti i Salvatori del Mondo, ora debbono difendersi anche sul piano personale (cosa molto rara), e fare i conti con pressioni crescenti della politica, sia per gli effetti materiali, e molto diffusi, dell’inflazione, sia per il tema, sempre più forte in ambito politico, della crescente diseguaglianza.

Torniamo quindi al tema della fiducia. la bolla di tutto si regge solo fino al giorno in cui la massa dei retail è convinta di avere “la Banca Centrale alle proprie spalle”

Una crisi di fiducia nella Banca Centrale lascerebbe i mercati finanziari di questo 2021 letteralmente alla deriva, senza ancoraggio e senza direzione.

Recce’d con questo Post vi suggerisce di approfondire l’argomento: non soltanto con riferimento al trading di Jay Powell e degli altri membri del Board Fed, ma pure con riferimento alle dimissioni del capo della Bundesbank la settimana scorsa, e anche alla notizia che leggete nell’immagine qui sotto.

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Mercati oggiValter Buffo
Quando la stagflazione arriva: persino sui quotidiani italiani
 

La quotidiana e massiccia campagna sui media, finalizzata a spingere il pubblico dei piccoli e medi risparmiatori verso l’azionario, illudendoli che l’azionario “non può mai scendere”, nel 2021 si è affiancata ad una campagna di stampa di nove mesi il cui scopo era convincere il pubblico che “l’inflazione è transitoria”.

Recce’d aveva scritto, già nove mesi fa, ai propri Clienti: questa è una grandissima balla.

Chi se ne rende conto solo oggi, come il capo di Morgan Stanley (immagine qui sotto) fa in effetti un po’ ridere, come è scritto nell’immagine. Fa ridere che adesso sia questo “il consenso”.

Quale sarà il “consenso” tra tre mesi? E sei mesi?

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Ovviamente non fa ridere soltanto Gorman e la sua Morgan Stanley: in generale, fa ridere tutti gli operatori ed i commentatori, la rapidità con la quale si è passati dalla previsione del 2% a fine 2021 alla previsione del 5% a metà 2022, sposata alla fine persino da Powell venerdì 22 ottobre 2020. Lo leggete qui sotto nell’immagine.

Una risata che va a indebolire la credibilità dell’intero sistema imperniato sulle Banche Centrali, come abbiamo scritto oggi in un altro Post.

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Con questo Post, noi vogliamo segnalarvi che mentre noi ne avevamo scritto nel mese di agosto del 2020, il quotidiano La Repubblica è stato costretto a scrivere di stagflazione proprio la scorsa settimana.

Il fatto è da registrare, per la ragione che molte volte abbiamo scritto: la stampa in Italia si è assunta il ruolo di “propagatore di ottimismo” e ha rinunciato ad ogni tentativo di analisi critica, specialmente nei settori dell’economia e degli investimenti. Tutti i TG e tutti i quotidiani sentono di dovere dire al pubblico che “tutto va bene” fino ad un attimo prima del crollo, fino a quando non si trovano costretti a dire che “tutto va male”.

Ecco perché ci ha colpito leggere di stagflazione sulla Repubblica, dopo mesi e mesi e mesi passati a scrivere di “inflazione transitoria”. Noi lo consideriamo un segnale.

Oggi vi riproponiamo in lettura questo intero articolo, e ci permettiamo di suggerirvi di metterlo al confronto con altri Post, dedicati da noi di Recce’d al tema della stagflazione nel 2020 e nel 2021.

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Nelle ultime settimane economisti e analisti mondiali sono tornati a parlare di "stagflazione", un termine ibrido, poco conosciuto all'uomo della strada, che sta a segnalare una fase dell'economia in cui convivono stagnazione e crescita dei prezzi con alti livelli di disoccupazione. Fu utilizzato per la prima volta nel 1965 dal politico inglese Iain Macleod per descrivere quello che egli pensava essere "il peggio delle due parole, non solo l'inflazione da una parte e la stagnazione dall'altra ma una combinazione delle due".

Insomma il peggio del peggio. La stagnazione si è poi effettivamente manifestata nel corso degli anni '70 in seguito alle crisi petrolifere (qualcuno si ricorderà l'embargo Opec del 1973) che portarono le economie dei paesi più avanzati a una forte contrazione dell'attività e a una crescita a due cifre dei prezzi. Una specie di incubo del passato (in alcune città italiane si ricordano le domeniche di austerity in cui era vietato usare l'auto) e forse è anche per questo motivo che la parola "stagflazione" risulta molto ricercata su Google in questi giorni, almeno in Germania e nel Regno Unito. Perché in effetti la stagflazione può avere conseguenze indesiderate su diversi fronti.

Innanzitutto per la gente comune: il rallentamento dell'economia significa meno lavoro mentre un aumento dei prezzi erode il potere d'acquisto delle famiglie costrette a pagare di più per bollette, rifornimenti di carburante e cibo lasciando meno spazio agli altri consumi. Un po' come sta succedendo in questo autunno, con le strozzature dal lato dell'offerta del post pandemia che stanno mandando alle stelle i prezzi del gas e del petrolio. L'economista Kenneth Rogoff ha addirittura fatto un paragone politico con gli anni '70: "Un buon presidente democratico succede a un repubblicano impresentabile (allora la staffetta fu Nixon-Carter) ma presto si ritrova indebolito da una disfatta militare (Vietnam-Afghanistan), intanto si scatenano una crisi energetica e un'inflazione rampante. Ora c'è anche il Covid", ha detto in un'intervista ad Affari&Finanza.

Il primo economista a evocare lo spettro della stagflazione è stato a fine aprile scorso Nouriel Roubini della New York University, cioè colui che si è fatto conoscere al mondo per aver previsto con una certa precisione la grande recessione del 2008-2009. Il suo partner italiano Brunello Rosa, ceo della Rosa&Roubini Associates, spiega così a Repubblica i pericoli di stagflazione nel breve periodo.

Nel breve periodo un aumento dei prezzi accompagnato da una stagnazione dell'attività produttiva si potrebbe manifestare nel seguente modo. Dal punto di vista dei prezzi si assiste ad un rincaro dei prezzi energetici (con un'enfasi sul gas), agli effetti base ancora esistenti visto il crollo dell'inflazione nel 2020 (con i prezzi del petrolio che andarono in negativo nell'aprile 2020), la ripresa dell'attività produttiva in settori specifici (esempio car rentals, hospitality, turismo), strozzature negli approvvigionamenti anche di beni di prima necessità. Dal punto di vista della crescita, l'attività produttiva potrebbe risentire delle suddette strozzature nelle forniture, di nuove chiusure e restrizioni dovute alle varie varianti del Covid, ai primi restringimenti di politica fiscale e monetaria". 

In realtà non tutti gli economisti sono concordi sul fatto che il pericolo stagflazione sia vicino e soprattutto in molti indicano una tempistica diversa tra Stati Uniti ed Europa. Andrea Delitala, responsabile advisory di Pictet, definisce l'attuale situazione in questo modo:

La combinazione tra mancanza di crescita e inflazione per essere temibile deve essere mantenuta nel tempo e oggi non ci sono queste caratteristiche. L'inflazione in particolare è un rischio più americano che europeo, basti pensare che la Bce non è mai riuscita a recuperare il livello del 2%. In Europa si sta soffrendo l'effetto perverso dei prezzi dell'energia, ma c'è anche crescita. In Usa il rischio inflazione è un po' più elevato perché la domanda supera la capacità produttiva ma quando si scorporano dai dati gli effetti Covid e del mercato delle auto usate - perché mezzo punto è dovuto ai colli di bottiglia sulla catena dell'offerta - emerge un'inflazione non strutturale, che non esplode, di natura temporanea, che può rientrare anche tra un anno".

Dunque la caratteristica fondamentale per poter parlare di stagflazione è la non temporaneità, cosa che oggi, almeno in Europa, non sembra verificarsi. Lo spiega bene Lorenzo Codogno, fondatore e capo economista a Londra di Lc Macro advisor:

Secondo me è sbagliato parlare di stagflazione.Per stagflazione si intende un periodo prolungato di inflazione elevata e di crescita bassa. In effetti ora stiamo sperimentando un periodo transitorio di alta inflazione ma anche un periodo, probabilmente altrettanto transitorio, di crescita economica elevata. La fiammata dell'inflazione è prevalentemente dovuta allo squilibrio tra domanda e offerta in un periodo in cui le riaperture hanno scaricato un eccesso di domanda su una struttura produttiva che inevitabilmente fronteggia alcuni scompensi per rimettersi pienamente a regime. Anche se alcuni rialzi dei prezzi saranno di natura più permanente, bisognerà distinguere tra inflazione e un aggiustamento one-off nel livello dei prezzi in alcuni settori. Soltanto se i recenti rialzi genereranno una spirale prezzi e salari, questo metterà in moto l'inflazione".

Quindi, per considerarsi in stagflazione bisogna prima capire se le fiammate inflattive che stiamo vedendo in queste settimane non siano più da considerarsi temporanee ma strutturali. E quali sono i segnali da tenere d'occhio a questo riguardo?

Secondo la visione di Rosa "l'effetto stagflattivo di medio periodo è più insidioso e potrebbe derivare, dal lato dei prezzi, dalla de-globalizzazione, dalla balcanizzazione delle catene del valore e delle forniture globali, da una meno iniqua distribuzione primaria del reddito tra lavoro e capitale, per esempio con un aumento dei salari minimi, e dai processi di transizione ecologica e tecnologica, che potrebbero essere inflattivi, dalla monetizzazione del debito".

Il campanello d'allarme più temuto è quello dei salari, se la crescita dei prezzi si trasferisce a quel livello allora il fenomeno diventa serio. "Fino al 3,5% di inflazione il trasferimento sui salari potrebbe non verificarsi. Tuttavia poiché al momento c'è tanta offerta di lavoro ma poche competenze, le persone non sanno fare i lavori nuovi, questo può portare ad aumento salari. Il secondo stadio, infatti, quello più pericoloso, è quando l'inflazione si propaga, a quel punto non potrà più considerarsi temporanea e le banche centrali dovranno decidere cosa fare", è l'analisi di Delitala.

Un pericolo, quello dell'aumento dei salari, che Codogno ritiene comunque difficile da realizzarsi. "Ci sarà un periodo prolungato di crescita più sostenuta grazie ai grandi programmi d'investimento introdotti da più paesi. Ma questo fenomeno di stimolo alla domanda è anch'esso transitorio, a meno che non riesca a mettere in moto effetti permanenti anche sul lato dell'offerta. Ciò avverrà solo se gli investimenti saranno in grado di aumentare lo stock di capitale produttivo e se le riforme strutturali saranno in grado di aumentare la crescita potenziale".

Se entreremo in una fase di stagflazione o meno alla fine dovranno stabilirlo le banche centrali che dovranno anche decidere cosa fare, come agire. "Le banche centrali si trovano ad affrontare un dilemma tra incrementare la politica espansiva per evitare la stagnazione e inasprire la politica monetaria per frenare la crescita dell'inflazione", conclude Rosa.  

In effetti le mosse della Fed nei prossimi mesi saranno delicatissime, anche perché si rischia l'autogol. Delitala la vede così: "Le politiche monetarie devono essere dosate bene, perché per rintuzzare un'inflazione da offerta si rischia di ammazzare la ripresa in corso. La nostra previsione è che la Fed rimarrà più paziente che in passato, come lo è stata finora, in attesa di vedere un recupero più evidente sul mercato del lavoro. L'ideale è avere un po' di inflazione con i tassi di interesse nominali che non schizzano e quelli reali che rimangono bassi, con l'obbiettivo di un recupero occupazionale. Nell'ultima riunione del 22 settembre, tuttavia, la Fed è sembrata un po' più severa ed ha annunciato la fine del QE (quantitative easing) entro giugno. Per i tassi sui Fed funds, sarà determinante ciò che accadrà nei prossimi 12-18 mesi; con inflazione solo su food e consumi non alzeranno, con aumento dei salari forse sì. Di certo ciò che si è visto sinora nel 2021 con una combinazione di crescita con poca inflazione è storia, ora lo scenario è meno promettente

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Mercati oggiValter Buffo