Detox. Insostenibile: le crepe e i cedimenti delle fondazioni
 

Davvero voi, amici lettori, nella settimana appena conclusa avete perso il vostro tempo (sul giornale, sui social, sul Web) ad occuparvi di BCE? Di utili di Unicredit? Degli utili di Tesla? Dello spread tra Italia e Germania? Del risiko bancario in Italia? Delle tariffe contro la UE? Dell’accordo USA Giappone sui dazi? Dei record a Wall Street?

Quello, amici lettori, è soltanto trash.

Voi, amici lettori, lo sapete che nel wrestling fanno soltanto finta, non è vero?

Tutto quello, per noi investitori, vale quanto un reality spagnolo di serie B. Oppure una telenovela brasiliana. Oppure ancora un incontro di wresting.

Il wrestling non è uno sport: è una attività di tipo teatrale, appartiene al mondo dello spettacolo.

C’è chi lo ama, e c’è a chi non piace. Ognuno ha le sue preferenze. A noi, in Recce’d, il wrestling non piace: magari seguiamo il Tour de France.

Quando si parla di soldi e di risparmi, affidarsi al wrestling è una pessima idea.

Il nostro suggerimento agli investitori che si fanno distrarre dal wrestling è: riprendete i contatti con il Pianeta Terra, e rimettete i piedi sulla Terra.

Lasciate il wrestling agli adolescenti. Lasciate ai bambini di giocare con i videogiochi.

Occupatevi della realtà. Concentrate la vostra attenzione sulla realtà.

Quando, fin dal 2023, Recce’d annuncio attraverso il suo Blog al pubblico

  • la Nuova Era per i mercati finanziari; ed anche il

  • Cambio di Paradigma

noi abbiamo voluto anticipare a tutti gli investitori ciò che sta accadendo proprio in questa fase centrale del 2025.

Ovviamente, noi NON stiamo riferendoci ad “AI” e neppure a “DeFi” e neppure ad altri giocattoli per bambini che occupano decisamente troppo spazio sui media, sui social e nelle chat.

No, noi di Recce’d dal 2023 ad oggi abbiamo sempre fatto riferimento ad altre cose, non giocattoli per bambini ma cose concrete per gente adulta: per investitori consapevoli.

E per essere concreti elenchiamo alcuni fatti, alla data del 27 luglio:

  1. la guerra aperta tra Presidenza e Federal Reserve

  2. i dubbi sulla stabilità del sistema finanziario della maggiore economia del Mondo

  3. i fatti del Giappone (da noi analizzati già sette giorni fa)

  4. la nuova fase di FOMO + MEME in Borsa.

Mentre la Borsa (numero 4) è forse la crepa più evidente, più chiacchierata e più social, in un edificio ormai pericolante, le altre tre evidenze che indichiamo qui sopra hanno maggiore importanza per la gestione dei portafogli, per la strategia futura di investimento, e per la asset allocation.

Per questo, nel Post che state leggendo noi ci occupiamo dei primi tre temi indicati sopra, e le Borse (meno importanti, elemento decorativo, più “folcloristiche) le lasciamo per un Post che pubblicheremo tra qualche giorno.

Oggi, ritorneremo quindi sul Giappone, legandolo alla stabilità finanziaria degli Stati Uniti (ricordate gli strilli disperati di Elon Musk?), per arrivare infine a Powell, Trump e la riunione di martedì e mercoledì prossimi del Board della Federal Reserve.

La nuova Era è iniziata almeno da due anni, e il paradigma è totalmente cambiato.

E voi, avete già rivisto, modificato ed adattato la vostra strategia di gestione dei vostri risparmi? Avete cambiato strumenti finanziari? Avete cambiato consulente?

Avete già modificato i criteri su sui basate la vostra asset allocation?

Sapete quale gestione del portafoglio è ottimale, dopo il Cambio di Paradigma? Nella Nuova Era?

Oppure, siete tra i tanti che attendono che il tetto crolli, per assicurarsi contro le calamità?

Ripartiamo come detto dal tema del Post della settimana scorsa: un tema che condizionerà i mercati finanziari, e determinerà le scelte di tutti noi investitori, per molti anni. E non 2-3, piuttosto 10-15

Con la sua grande abilità di manipolatore, Trump nel corso dell’ultima settimana ha distratto l’attenzione di tutti i media del Mondo verso le tariffe: ed in modo particolare (guarda che combinazione!) proprio sulle tariffe contro il Giappone (guarda, che coincidenza!): Forse Trump legge il nostro Blog? Trump forse rincorre Recce’d, per tappare alla bell’e meglio le falle?

Detto tutto questo, l’accordo USA-Giappone sulle tariffe non modifica (per nulla) la situazione del Giappone. Situazione che, come abbiamo scritto sette giorni fa, rimane esplosiva.

Come si legge nell’immagine sotto.

Non è difficile comprendere la ragione per la quale un Governo dimissionario in Giappone ha accettato di assecondare l’esigenza di Trump di fare un accordo subito, anzi immediatamente, dopo il voto politico in Giappone.

Lo leggete nell’immagine sotto.

Nella settimana appena conclusa, però, abbiamo letto anche di una asta (una operazione di collocamento) di Titoli di Stato giapponesi che è andata malissimo (la richiesta è stata molto scarsa).

I mercati non ci pensano? Non prestano attenzione? Per fortuna noi e tutti quelli che hanno esperienza e competenza sufficienti sappiamo che questi temi di mercati sono ignorati per un certo periodo di tempo, e poi all’improvviso diventano la sola cosa che conta.

Chi, quale banca, quale istituzione ha subito le perdite che vedete rappresentate dal grafico qui sotto?

Ovvio che noi non ci stiamo riferendo al solo Giappone: noi vi stiamo informano di una crepa nell’edificio: dove l’edificio è il sistema finanziario internazionale.

Sistema del quale, come certamente ricordate, il Giappone è stato per decenni il maggiore fornitore di capitale.

Verso gli Stati Uniti, certo. Ma pure verso tutti gli altri Paesi, inclusa l’Italia.

Ora non lo è più.

Per ogni investitore, in questo luglio 2025, è necessario riscrivere le regole, ridisegnare la strategia, e modificare la asset allocation, proprio alla luce di quanto vi abbiamo dimostrato con le immagini precedenti ed il testo che le accompagnava.

Ed è cruciale, per ogni investitore che abbia a cuore i propri risparmi, comprendere bene, comprendere a fondo, i collegamenti internazionali: il problema, infatti, non riguarda unicamente il Giappone. nella serie Detox, che avevamo lanciato qui nel Bolo nel mese di marzo 2025, vi abbiamo già ampiamente documentato la portata internazionale di questo tema di investimento.

Come è scritto qui sopra nell’immagine, semplicemente il Giappone sta anticipando ciò che è in arrivo per tutti i Paesi cosiddetti Sviluppati: dagli USA alla Francia, dall’Italia al Regno Unito.

Paesi Sviluppati che oggi hanno modificato la loro natura: oggi li chiamano ancora Sviluppati, ma oggi hanno un indebitamento tipico del Paesi emergenti. Dal Venezuela al Myanmar, dalla Colombia al Congo.

E che per questo debbono essere trattati, da tutti noi investitori, come si tratto i Paesi Emergenti: i loro asset in portafoglio, oggi, devono essere trattati come si gestiscono gli investimenti in Thailandia, in Brasile, in Malesia, in Egitto, in Argentina, eccetera.

Ne abbiamo scritto (come detto sopra) fin dal mese di marzo in questa serie Detox: ma non siamo i soli. Ne hanno parlato, negli ultimi mesi, anche numerosi personaggi molto popolari sui social (uno fra tutti: il Genio, Elon Musk) ed anche personaggi di massima serietà, indiscussa competenza sui mercati finanziari, ed esperienza di gestione del portafoglio.

Noi oggi prendiamo ad esempio Ray Dalio, e vi suggeriamo di leggere con grande attenzione le sue dichiarazioni della settimana scorsa.

Il miliardario Ray Dalio, esperto di hedge fund, è noto per i suoi allarmanti avvertimenti sull'economia e sul debito pubblico, ma ha appena lanciato uno dei suoi più crudi avvertimenti finora, paragonando la crescente crisi del debito pubblico degli Stati Uniti a un imminente "attacco di cuore economico" e sollecitando i politici a rivedere la disciplina fiscale che ha caratterizzato il boom degli anni '90. L'allarme di Dalio, lanciato in una serie di post sui social media e interviste, tra cui quella con Diane Brady di Fortune, arriva mentre il debito pubblico si avvicina ai 37.000 miliardi di dollari e il deficit federale continua ad aumentare, alimentando le preoccupazioni bipartisan sulla salute finanziaria del Paese.

Dalio, fondatore del più grande hedge fund al mondo, Bridgewater Associates, ha descritto la spirale del deficit americano in termini drammatici e viscerali. "Stiamo spendendo il 40% in più di quanto incassiamo, e questo è un problema cronico", ha dichiarato in una recente apparizione su Fox Business. "Quello che stiamo vedendo sono i pagamenti per il servizio del debito... che si stanno esaurendo, quindi è come una placca nelle arterie che comprime il potere d'acquisto".

L'analogia sottolinea una triste realtà: i pagamenti per il servizio del debito sono aumentati vertiginosamente come quota della spesa pubblica, sottraendo sempre più fondi ad altre priorità. Dalio avverte che gli Stati Uniti sono vicini a un punto di svolta in cui dovranno emettere nuovo debito solo per pagare gli interessi sulle obbligazioni esistenti – un ciclo che, a suo dire, potrebbe innescare non solo uno shock finanziario, ma un collasso sistemico che ricorda un arresto cardiaco. Dobbiamo tornare indietro, sostiene, agli anni '90.

Un modello per la ripresa

Dalio sostiene che c'è ancora una via d'uscita, purché il Paese agisca con unità e determinazione. Indica gli anni '90 come modello di risoluzione bipartisan dei problemi, rigore fiscale e crescita economica equilibrata. "Se modifichiamo la spesa e il reddito (dichiarazioni fiscali) del 4% mentre l'economia è ancora in buone condizioni", ha scritto su Twitter, "il tasso di interesse scenderà di conseguenza e la situazione sarà molto migliore". Ha aggiunto che sappiamo che questo tipo di equilibrio può verificarsi perché è già successo in passato, dal 1991 al 1998, riferendosi a come sia i controlli sulla spesa che le misure fiscali mirate abbiano ripristinato l'equilibrio negli anni '90.

Dalo suggerisce che riducendo il deficit federale al 3% del PIL – livelli mantenuti l'ultima volta durante l'era Clinton – gli Stati Uniti potrebbero stabilizzare i mercati, contenere il pagamento degli interessi ed evitare una crisi. In un'apparizione alla CNBC all'inizio di luglio, Dalio ha stimato a oltre il 50% le probabilità che un "trauma" finanziario derivi da una gestione inadeguata del debito.

Avvertimenti passati

Questo non è il primo allarmante avvertimento di Dalio sullo stato dell'economia statunitense. Negli ultimi cinque anni, ha espresso preoccupazione per il debito creato per contrastare gli effetti finanziari della pandemia, sia l'inflazione che la stagflazione, e persino per l'imminente recessione. Sebbene non si sia verificata alcuna recessione dopo il crollo del 2020 dovuto al COVID, Dalio ha avvertito che l'aumento dei prezzi delle attività non stava creando vera ricchezza, poiché l'inflazione stava erodendo il potere d'acquisto.

Un tema ricorrente negli avvertimenti di Dalio è che la malattia potrebbe essere peggiore della cura, criticando i politici che probabilmente agirebbero solo quando l'inflazione sarebbe diventata critica e il valore del dollaro si sarebbe materialmente eroso. Dal 2024 ha espresso varianti delle sue critiche all'"infarto" e alla "placca".

Pur offrendo una ricetta chiara, Dalio esprime scetticismo sul fatto che le attuali dinamiche politiche consentiranno compromessi o le difficili scelte richieste. "Temo che probabilmente non effettueremo questi tagli necessari per ragioni politiche", ha scritto su Twitter, avvertendo che l'assolutismo a Washington potrebbe vanificare gli sforzi per mettere ordine nelle finanze del Paese.

Le conseguenze, sostiene Dalio, sarebbero gravi e di vasta portata: una spesa pubblica eccessiva e continua, un aumento degli oneri per il servizio del debito e una perdita di fiducia tra gli acquirenti di titoli del Tesoro statunitensi.

Questo scenario, afferma, potrebbe degenerare in quello che definisce un "grave problema di domanda e offerta", in cui il mercato si rifiuta di finanziare le abitudini di indebitamento degli Stati Uniti a tassi sostenibili, innescando una crisi finanziaria con onde d'urto globali.

Il crollo di aprile del mercato dei titoli del Tesoro decennali è stato un segnale di un simile rifiuto da parte degli investitori stranieri, che sembravano riluttanti a considerare i dazi pianificati dal presidente Donald Trump molto più aggressivi del previsto.

I ripetuti richiami di Dalio agli anni '90 sono più di una semplice nostalgia: sono un invito al pragmatismo bipartisan e al sacrificio condiviso. Avverte che non agire ora, con l'economia ancora in una posizione stabile, non farà che aumentare i costi (e le difficoltà) delle inevitabili riforme. Sebbene Dalio non abbia rilasciato dichiarazioni in merito, la situazione del debito è in realtà peggiorata nel corso del 2025, con una legge approvata dal Congresso che è destinata ad aumentare il debito per gli anni a venire. Il "One Big Beautiful Bill Act" di Trump aggiungerà 3,4 trilioni di dollari al deficit nel prossimo decennio, secondo il Congressional Budget Office.

L’investitore che oggi, nel luglio 2025, non fondasse le proprie scelte relative all’impiego del risparmio su queste considerazioni è uno sconsiderato, se non un pazzo. Le considerazioni che avete appena letto determineranno il futuro di ogni asset finanziario (sia rendimento sia rischio) per almeno un decennio, fino al 2035.

Non esiste via di fuga.

E non esiste scorciatoia per accorciare i tempi.

Per questa sola, ed unica, ragione, Trump è sempre più in ansia, alza ogni mattina i toni, ed è sempre più disperato.

La sola cosa che un investitore può (anzi, deve) fare è ridisegnare la propria strategia di investimento, rivedere la propria asset allocation, ed adattare la propria gestione del portafoglio a questi fatti che abbiamo appena descritto.

Per individuare, e poi cogliere, le opportunità, davvero enormi, che la attuale situazione offre a noi investitori. A quelli che sono lucidi, consapevoli, e competenti. Non cero a quelli che si fanno incantare dal wrestling e dai videogiochi.

Come si fa? nella serie Detox, abbiamo regalato ai nostri lettori una serie di indicazioni pratiche, nei mesi di marzo, aprile, maggio, giugno e luglio.

Oggi, 27 luglio, vi forniamo un suggerimento concreto: prestate grande attenzione alla riunione della Federal Reserve, il prossimo martedì e mercoledì.

Per i tassi ufficiali di interesse? No.

Per l’inflazione? Neppure.

No: invece, fate molta attenzione alla questione politica: come cambiano le Istituzioni e i rapporti di forza tra le stesse

Noi, per limiti di spazio, non possiamo oggi addentrarci anche in questo argomento: ma sicuramente lo faremo, nelle prossime settimane. Oggi, invece, ci limitiamo ad un testo molto breve ma carico di significato: che vi sarà, a tutti voi lettori, utilissimo per leggere, interpretare e poi utilizzare i fatti ed i dati della prossima settimana.

Il testo si riferisce agli attacchi (ormai quotidiani) della Casa Bianca alla Federal Reserve, e l’autore spiega perché Powell farebbe meglio a dimettersi subito. Non è la nostra visione delle cose, ma merita attenzione.

Precisiamo, che il testo che leggerete è in realtà il contenuto di due Post successivi su questo argomento.

Nessun investitore oggi può ignorare questo scenario. nessun investitore può investire razionalmente se non valuta oggi le ricadute su tutti i mercati finanziari del Mondo di questa eventualità. Che pesa più delle tariffe, che pesa più degli utili di Tesla, Google e Nvidia, pesa più dello stesso IRAN, che pesa più del risiko bancario, sul rendimento futuro del vostro risparmio, e sui rischi che state correndo oggi (probabilmente senza rendervene conto).

Nessun investitore deve trascurare la riunione della Federal Reserve di martedì e mercoledì.

Stamattina, le critiche del governo statunitense sia al Presidente della Federal Reserve Powell che all'istituzione stessa si sono ampliate, includendo anche il "mission creep" (l'innalzamento della missione) e l'efficacia di altri funzionari.

Gli sviluppi degli ultimi giorni rafforzano la mia opinione:

Se l'obiettivo del Presidente Powell è salvaguardare l'autonomia operativa della Fed (che ritengo vitale), allora dovrebbe dimettersi.

Riconosco che questa non è l'opinione unanime, che lo spinge a rimanere in carica fino alla fine del suo mandato a maggio. Né si tratta di una soluzione ottimale, che è semplicemente irraggiungibile. Eppure, è meglio di quanto si stia verificando ora – crescenti e diffuse minacce all'indipendenza della Fed – e senza dubbio aumenterà se rimarrà in carica.

Per quanto riguarda la reazione del mercato, la maggior parte dei candidati più frequentemente citati per sostituire il Presidente Powell sarebbe in grado di placare eventuali tensioni di mercato.


Qualcuno mi ha chiesto di approfondire il mio post precedente, quindi lasciatemi iniziare con due ipotesi.

La prima, e ne sono fermamente convinto, è che l'indipendenza della banca centrale sia fondamentale per ottenere risultati economici migliori. È un principio fondamentale che guida il mio pensiero su questo tema.

La seconda, e probabilmente più una realtà che un'ipotesi (come è stato dimostrato ancora una volta in un briefing alla Casa Bianca), è che gli attacchi dell'Amministrazione al Presidente Powell probabilmente si intensificheranno nei giorni e nei mesi a venire. Inoltre, non lo prenderanno di mira solo personalmente, ma coinvolgeranno sempre più aspetti più ampi dell'istituzione stessa, come sta già accadendo.

Prese insieme, queste due ipotesi ci collocano saldamente nel regno delle "seconde alternative". La prima alternativa – che il Presidente Powell concluda il suo mandato senza che vi siano attacchi all'indipendenza e alla reputazione della Fed – è altamente improbabile, se non del tutto.

Se l'obiettivo principale è proteggere l'indipendenza della Fed – in cui credo profondamente – dobbiamo chiederci: quale percorso è più adatto a questo scopo?

Opzione uno: il Presidente Powell rimane in carica, ma la Fed diventa un'attrazione ancora maggiore per attacchi e indagini politiche, con particolare attenzione ai recenti errori politici e alle previsioni errate (tra cui quella di un'inflazione "transitoria"), al "mission creep", a una costosa ristrutturazione, alle accuse di insider trading, alle lacune nella supervisione di alcune banche con sede in California e altro ancora. Nel frattempo, si prevede che il suo mandato non verrà rinnovato a maggio e, ben prima di allora, mercati e decisori politici lo considereranno un'anatra zoppa con un potere di forward guidance limitato, in quanto verrà nominato un nuovo Presidente della Fed (probabilmente entro le prossime settimane).

Opzione due: il Presidente Powell si dimette volontariamente. Gli attacchi politici alla Fed probabilmente si attenueranno in modo significativo e un successore credibile verrà nominato da una rosa di candidati selezionati che include già candidati impegnati a preservare l'autonomia della Fed e, in alcuni casi, a rafforzarla per il futuro.

Ancora una volta, mi rendo conto che questa non è l'opinione unanime. La maggior parte preferisce ancora l'opzione "prima scelta", ovvero che il Presidente Powell rimanga in carica senza interferenze politiche. Ma temo che non sia più realizzabile. Se fosse fattibile, sarei pienamente d'accordo.

E un'ultima nota: chiunque succeda al Presidente Powell dovrà inevitabilmente portare avanti delle riforme all'interno della Fed. Per capire come potrebbero presentarsi alcune di queste riforme e perché siano importanti, vi rimando al recente rapporto del G30 .

Recce’d può fornire, al lettore che lo richiede, copia di questo rapporto del G30 citato.

Vi abbiamo regalato, attraverso questo nostri nuovo lavoro, un panorama completo del sistema finanziario internazionale: ovvero, le basi (concrete e solide) sulle quali fondare la vostra gestione del risparmio, la vostra attuale asset allocation, e la futura strategia di gestione.

Come detto, mancano le Borse: che più che mai, oggi, sono “smoke and mirrors”, ovvero specchietti per le allodole. Sono per il 95% “noise” (rumore e confusione) e per il 5% (forse) autentico valore per chi ci investe.

Ci ritorneremo presto.

Valter Buffo
Detox. L'anello debole e quota 150
 

Tutti oggi si chiedono se quello di domani sarà un evento epocale.

Sarà l’evento di una settimana?

L’evento dell’estate?

L’evento del 2025?

Avrà un impatto significativo sui mercati finanziari?

Vi diciamo immediatamente quale è il nostro modo di vedere le cose: le Elezioni di domenica 20 luglio in Giappone, in sè, non saranno l’evento dell’anno. Ma è tutto il Giappone, nel suo insieme, che sarà nel 2025 uno dei fattori decisivi.

Più importante di: 1. Trump e le tariffe 2. Trump e Powell 3. Trump e Epstein 4. Trump ed il Big, Beautiful Bill 5. la guerra in Ucraina 6. la guerra in IRAN … insomma più importante di tutto ciò di cui voi lettori leggete, sentite e parlate con gli amici (e con il “consulente pagato a retrocessioni sui prodotti finanziari”). Incluse le Borse, di tutto il Mondo.

Ed in aggiunta, vi diciamo che il tema di investimento “Giappone” è strettamente legato al tema “Detox”, al quale noi da marzo stiamo dedicando una serie di Post nel Blog.

Detox è il solo tema di investimento del 2025: definisce la asset allocation, determina la strategia di investimento, domina la gestione del portafoglio titoli. da Detox non si scappa: nessuno sfugge a Detox. Lo leggerete anche alla chiusura di questo Post.

Oggi dunque nel nuovo Post della serie Detox regaliamo a tutti i nostri lettori un flusso ordinato, selezionato, ed aggiornato di informazioni e dati, che consentono al nostro lettore di utilizzare nel modo migliore le informazioni che da domani 20 luglio arriveranno sui mercati finanziari dal Giappone.

Perché ovviamente, il Giappone è una delle grandi opportunità del 2025, per tutti gli investitori. per questo, oggi non è possibile fare la gestione del portafoglio, non è possibile decidere una asset allocation, non è possibile definire la strategia di gestione, senza avere prima ben compreso che cosa sta per succedere in Giappone.

Vediamo allora, in primo luogo, di offrire al lettore del nostro Blog un sintetico ma qualificato riassunto dello stato delle cose.

Riepilogo

  • L'esito delle elezioni potrebbe portare a maggiori stimoli fiscali e pressioni sul mercato obbligazionario

  • I rendimenti dei titoli di Stato giapponesi sono saliti alle stelle a causa delle preoccupazioni fiscali, in concomitanza con il calo del consenso di Ishiba

  • I partiti di opposizione chiedono tagli fiscali per alleviare il peso dell'inflazione

TOKYO, 15 luglio (Reuters) - Gli investitori in titoli di Stato giapponesi si stanno preparando a un potenziale cambio di potere nelle elezioni della Camera Alta di questo fine settimana, che potrebbe mettere a dura prova le già fragili finanze del Paese, con i rendimenti a lunga scadenza che salgono ai massimi storici con l'avvicinarsi del voto.

Il calo di popolarità del Primo Ministro Shigeru Ishiba suggerisce che anche il suo modesto obiettivo di mantenere la maggioranza sia irraggiungibile, con un nuovo sondaggio d'opinione dell'emittente nazionale NHK che ha assegnato al Partito Liberal Democratico al governo il punteggio più basso dal suo ritorno al potere nel 2012.

Una sconfitta nel voto di domenica potrebbe portare a qualsiasi cosa, da un cambiamento nella composizione della coalizione alle dimissioni di Ishiba, sebbene anche lo scenario meno destabilizzante possa comunque vedere un'influenza maggiore di posizioni politiche orientate agli stimoli.

Tutti e tre i principali partiti di opposizione propugnano una qualche forma di riduzione dell'imposta sui consumi, con il partito populista di destra Sanseito, in rapida ascesa, che propone l'eliminazione graduale dell'IVA. Nel frattempo, uno dei principali rivali di Ishiba per la leadership del LDP è il reflazionista Sanae Takaichi.

Il rendimento del JGB a 30 anni è balzato al record del 3,195% martedì, mentre il rendimento a 20 anni è salito al massimo da novembre 1999 al 2,65% e quello a 10 anni all'1,595%, il massimo da ottobre 2008.

"Mentre il rumore verso un'ulteriore spesa fiscale si fa più forte, abbiamo aumentato il nostro sottopeso sul Giappone nel suo complesso", ha dichiarato Ales Koutny, responsabile dei tassi internazionali di Vanguard.

"Il Giappone sta seguendo un percorso simile a quello intrapreso dal Regno Unito un paio di anni fa", ha affermato Koutny. "Se non ci saranno restrizioni fiscali, il mercato obbligazionario inizierà a esercitare pressione sull'economia".

Il debito pubblico giapponese è il più alto nei paesi sviluppati, pari a circa il 250% del PIL.

Le preoccupazioni per le promesse di generosità fiscale da parte dei partiti di opposizione hanno contribuito ad alimentare una svendita dei cosiddetti rendimenti dei JGB a lunghissimo termine a fine maggio, spingendo i rendimenti a 30 anni a picchi record del 3,185% e i rendimenti a 40 anni a un livello senza precedenti del 3,675%. Il titolo a 40 anni non era ancora stato scambiato alle 03:25 GMT di martedì.

Il Ministero delle Finanze è riuscito a riportare un po' di calma sul mercato con l'intenzione di ridurre l'emissione di obbligazioni a 20, 30 e 40 anni per affrontare lo squilibrio tra domanda e offerta per queste scadenze, dopo il forte calo registrato quest'anno dalla domanda tradizionale delle compagnie di assicurazione sulla vita.


Il Ministro delle Finanze Katsunobu Kato ha dichiarato martedì di monitorare attentamente la situazione del mercato e di continuare a lavorare su un'adeguata gestione del debito per preservare la fiducia degli investitori.

Nel frattempo, la reticenza della Banca del Giappone ad aumentare ulteriormente i tassi di interesse in un contesto economico globale incerto ha incoraggiato gli investitori a rimanere in disparte.

"Se un mercato così privo di domanda continua e gli investitori non prevedono aumenti dei tassi entro quest'anno fiscale, la volatilità dei titoli di Stato giapponesi aumenterà, soprattutto nel lungo termine", ha affermato Kentaro Hatono, gestore di fondi presso Asset Management One, che afferma di adottare un atteggiamento attendista a causa dei rischi di un irripidimento della curva dei rendimenti dopo l'esito delle elezioni.

Barclays calcola che l'aumento dei rendimenti a 30 anni attualmente incida su un taglio di circa tre punti percentuali dell'aliquota del 10% dell'imposta sui consumi in Giappone.

"Anche se i partiti al governo mantenessero la maggioranza alla Camera Alta, non sarebbero comunque in grado di approvare le leggi di bilancio, inclusa la prossima manovra integrativa, senza la cooperazione dei partiti di opposizione", hanno scritto gli analisti della banca con sede in Giappone in una nota di ricerca.

"In questo contesto, riteniamo che probabilmente si assisterà a una convergenza verso una proposta di bilancio espansiva".

I tagli all'imposta sui consumi stanno guadagnando consensi tra l'opinione pubblica: un recente sondaggio del quotidiano Asahi ha mostrato che il 68% degli elettori ritiene che un taglio dell'imposta sulle vendite sia il modo migliore per attutire il colpo dell'aumento del costo della vita.

Ishiba, un politico fiscalmente aggressivo, ha evitato questa opzione a favore di elargizioni in denaro.

Un risultato elettorale negativo per la coalizione di governo innescherà una svendita di titoli JGB a lunghissimo termine da parte dei cosiddetti investitori "real money", tra cui compagnie di assicurazione sulla vita e investitori istituzionali, prevede Toshinobu Chiba, gestore di fondi presso Simplex Asset Management.

"Se i partiti di opposizione vinceranno, il deficit pubblico subirà un'enorme espansione", ha affermato Chiba. "La curva dei rendimenti dei titoli JGB si irripidirà notevolmente."

Servizio di Kevin Buckland e Rocky Swift. Revisione di Shri Navaratnam e Lincoln Feast


Allo scopo di garantire ai nostri lettori una sintetica ma completa ricostruzione dello stato delle cose, in questo Post noi ci affidiamo ai dati che presentiamo nelle immagini che abbiamo selezionato per i lettori, ma pure ad un secondo articolo riassuntivo, questa volta di Wall Street Journal.

I crescenti timori che le imminenti elezioni parlamentari in Giappone possano mettere a dura prova la sua posizione fiscale hanno spinto i rendimenti dei titoli di Stato a lunga scadenza a un forte rialzo.

I mercati temono che le elezioni della Camera Alta del 20 luglio possano privare la coalizione di governo della sua maggioranza e stimolare un aumento della spesa pubblica, che potrebbe essere finanziato da una maggiore emissione obbligazionaria.

Il rendimento ventennale del debito pubblico giapponese è salito di 4,5 punti base al 2,650% martedì mattina, il livello più alto da novembre 1999, secondo il fornitore di dati Quick. Il rendimento a 30 anni è salito di 4,0 punti base, raggiungendo il massimo storico del 3,195%, mentre il rendimento a 10 anni è salito di 2,5 punti base, raggiungendo l'1,595%, il livello più alto dall'ottobre 2008.

Gli operatori di mercato sembrano prepararsi a scenari elettorali che potrebbero avere un impatto significativo sul mercato dei titoli di Stato giapponesi, come i tagli alle imposte sui consumi, ha dichiarato Ataru Okumura, senior Japan Rates Strategist di SMBC Nikko Securities, in un commento.

"Non c'è dubbio che la politica fiscale del governo dopo le elezioni avrà un'influenza significativa sulla direzione futura [dei titoli di Stato giapponesi]", ha affermato Okumura.

In una campagna politica dominata dal malcontento economico, con le famiglie giapponesi schiacciate dall'inflazione e dagli scarsi aumenti salariali, i partiti di opposizione di ogni schieramento chiedono tagli all'imposta sui consumi, ha affermato Stefan Angrick, responsabile dell'economia del Giappone e dei mercati di frontiera di Moody's Analytics.

Il Primo Ministro Shigeru Ishiba ha definito i tagli alle imposte sui consumi insostenibili e ha promesso un sostegno finanziario limitato, ha scritto Angrick in un rapporto.

L'inflazione core al consumo in Giappone è aumentata a maggio. I prezzi del riso sono aumentati di oltre il 100% nonostante gli sforzi del governo per allentare la pressione. L'inflazione al consumo nell'area metropolitana di Tokyo, considerata un indicatore anticipatore delle tendenze nazionali, ha subito un calo a giugno, pur rimanendo saldamente al di sopra dell'obiettivo del 2% per l'inflazione giapponese fissato dalla Banca del Giappone.

I sondaggi dei media locali hanno segnalato una crescente probabilità che la coalizione al potere Partito Liberal Democratico-Komeito non riesca a ottenere la maggioranza, ha osservato Okumura di SMBC Nikko Securities.

"È probabile che il mercato inizi a posizionarsi per una sconfitta del partito al potere e le dimissioni del Primo Ministro come scenario principale", ha aggiunto Okumura.

Mentre i mercati scontano il rischio che la coalizione al potere perda la maggioranza e che Ishiba possa dimettersi, lo yen continua a sottoperformare.

Le dimissioni di Ishiba e la perdita del mandato della sua coalizione potrebbero iniettare ulteriore volatilità nei mercati JGB, non solo a causa delle aspettative di una politica fiscale più espansiva, ma anche della resistenza politica a un'ulteriore normalizzazione dei tassi di interesse da parte della Banca del Giappone, secondo alcuni osservatori di mercato.

A fronte di un'inflazione statica e di una volatilità estera, la banca centrale si trova già in una situazione difficile, in attesa dell'esito dei difficili negoziati commerciali tra Giappone e Stati Uniti per l'introduzione di tariffe doganali agevolate.

Ciò detto, i timori per il deterioramento fiscale potrebbero essere eccessivi.

Il ritorno dell'inflazione ha incrementato le entrate fiscali, riducendo drasticamente il deficit pubblico e riportando il rapporto debito/PIL del Giappone ai livelli pre-pandemici, secondo Angrick di Moody's Analytics.

"Nonostante tutte le preoccupazioni fiscali negli ambienti politici e mediatici di Tokyo, né la coalizione di governo né l'opposizione stanno davvero premendo l'acceleratore fiscale", ha affermato. "Nella migliore delle ipotesi, le loro proposte allentano leggermente il freno fiscale". Scrivete a Ronnie Harui all'indirizzo ronnie.harui@wsj.com


La lettura dei due resoconti che avete letto qui sopra, unita alla serie di dati che noi abbiamo selezionato e che leggete nelle immagini, rende superfluo precisare quanto sono grandi queste opportunità, e quali mosse di portafoglio occorre mettere in pratica per coglierle. Come noi, per i nostri Clienti, abbiamo fatto negli Anni 2020, 2021 e successivi. Anche adesso, nel luglio 2025.

Restiamo in ogni caso a vostra disposizione, se interessati a confrontarvi sul timing delle operazioni, e sugli strumenti da utilizzare, e sulle percentuali di portafoglio, e sugli intermediari più adatti per cogliere in pieno queste grandi opportunità, tanto grandi quanto sono grandi i movimenti sui mercati finanziari che avete visto nelle nostre immagini di oggi. E che si chiama Detox.

In chiusura del nostro Post, un terzo contributo esterno vi aiuterà a vedere ancora meglio in quale direzione è necessario oggi orientare la strategia di investimento.

Il succo della questione, sta scritto ancora più sotto, dopo che avrete letto l’articolo, nell’immagine che chiude il nostro Post di oggi.


I rendimenti del debito pubblico giapponese decennale hanno raggiunto il livello più alto dalla crisi finanziaria del 2008, poiché i mercati iniziano a scontare il rischio di promesse elettorali populiste e l'incertezza politica in vista delle elezioni. Il rendimento decennale, che si muove inversamente ai prezzi, è salito di 1,5 punti base martedì all'1,59%, poiché un numero crescente di sondaggi suggeriva che il partito Liberal Democratico al governo avrebbe subito pesanti perdite nelle elezioni parlamentari di domenica. "Il mercato ha svenduto in previsione della perdita della maggioranza alla Camera alta da parte del Partito Liberal Democratico", ha affermato Wei Li, responsabile degli investimenti multi-asset di BNP Paribas in Cina.

Gli operatori sono sempre più preoccupati che il voto di domenica possa costringere il Partito Liberal Democratico a fare concessioni ai partiti minori, la cui popolarità è stata costruita su promesse che metterebbero a dura prova le finanze di un paese con il più alto livello di indebitamento pubblico del mondo sviluppato. Il PLD, partito al governo per gran parte della storia del Giappone del dopoguerra, ha perso il controllo assoluto della Camera bassa a ottobre, costringendolo a una scomoda collaborazione con i partiti più piccoli. La perdita della maggioranza nella Camera alta potrebbe innescare una serie di possibili scenari, secondo gli analisti, tra cui una coalizione che affida l'influenza ai partiti populisti di minoranza, l'estromissione del Primo Ministro Shigeru Ishiba o elezioni generali anticipate che comportino un cambio completo di governo.

In vista delle elezioni di domenica, gli elettori hanno espresso insoddisfazione per l'aumento dell'inflazione, la bassa crescita salariale e le tasse elevate, scatenando un'ondata di sostegno per i partiti precedentemente marginali che hanno promesso maggiore spesa pubblica, elargizioni in denaro e tagli all'imposta sui consumi. Il PLD ha anche promesso elargizioni in denaro e misure per abbassare i prezzi dell'energia. Il costo medio stimato delle proposte di ciascun partito sarebbe di 5,3 trilioni di yen (36 miliardi di dollari) ponderato in base alla loro presenza e presunta influenza sulle commissioni di bilancio della Camera alta e bassa, secondo Koichi Sugisaki, stratega dei tassi di Morgan Stanley.

Le preoccupazioni per le elezioni di domenica si sommano a timori più profondi sulla stabilità del mercato del debito pubblico a più lunga scadenza del Giappone, hanno affermato gli analisti dei tassi. A maggio, i rendimenti a 30 anni sono balzati al rialzo dopo una serie di aste inaspettatamente deludenti di debito a 20, 30 e 40 anni. Le aste hanno evidenziato quello che molti strateghi ritengono essere uno squilibrio cronico tra domanda e offerta dopo che le compagnie di assicurazione sulla vita e le banche giapponesi hanno spostato le loro strategie verso il debito a breve termine.

Mentre il ministero delle finanze ha cercato di calmare i mercati riducendo l'emissione di debito a lunghissimo termine, la domanda è rimasta fiacca. Il rendimento a 30 anni è salito di 4 punti base martedì, raggiungendo un massimo storico del 3,205%. "Gli investitori rimangono molto preoccupati per i rischi per la disciplina fiscale giapponese in un contesto di domanda e offerta strutturalmente debole", ha affermato Sugisaki.

Mark Dowding, responsabile degli investimenti per il reddito fisso di RBC BlueBay Asset Management, ha affermato che la pendenza della curva dei rendimenti dei titoli di Stato giapponesi era "in gran parte" dovuta all'eccessiva vendita di debito a lunghissimo termine da parte del governo. "Emettere troppi titoli che il mercato non desidera è un errore politico", ha affermato.

Allo stesso tempo, gli analisti notano che la situazione fiscale del Giappone è migliorata con l'aumento delle entrate fiscali dovuto all'inflazione. "I parametri fiscali del Giappone sono nella migliore forma degli ultimi decenni", ha affermato Stefan Angrick, responsabile dell'economia giapponese di Moody's Analytics. L'ultimo sondaggio dell'emittente statale NHK mostra che il 24% sostiene il LDP e il 7,8% sostiene il principale partito di opposizione, il Partito Democratico Costituzionale del Giappone. Il resto è andato ai partiti di minoranza, incluso il 5,9% del partito apertamente xenofobo Sanseito, la cui campagna ha ampiamente alimentato l'elettorato tradizionale del blocco al potere.



Valter Buffo
Detox. In stile Wimbledon: la nostra risposta vincente
 

A Wimbledon, vince uno solo (o una sola, nel torneo femminile): il riferimento è al Torneo di tennis..

Nel mondo degli investimenti, vale la medesima regola: al primo turno, tutti sembrano potenziali vincitori. Ma il torneo è lungo, ed alla fine è uno solo a vincere. Il vincitore sarà quello che ha il migliore stile, i colpi migliori, il migliore allenamento, il migliore fisioterapista, e la migliore strategia di gioco.

Sono molti, gli elementi del successo, e il successo si costruisce con il lavoro, con l’allenamento e lo studio delle tattiche, giorno dopo giorno: improvvisare, andare per tentativi, cercare il colpo di fortuna, basarsi sulle intuizioni è la strada dei perdenti.

Nel torneo degli investimenti edizione 2025, siamo appena a metà percorso. I vincitori potenziali oggi sembrano essere molti.

Ma alla fine del torneo, sarà una sola la strategia vincente. Ed è proprio la nostra, la strategia di Recce’d, illustrata con dettaglio, e gratuitamente, anche qui nel Blog dallo scorso mese di marzo e per quattro mesi, settimana dopo settimana.

Prima regola della nostra strategia: inutile perdere il vostro e nostro tempo sulle tariffe: lo scriviamo da inizio 2025, anche qui nel Blog, e la strategia di investimento per i nostri portafogli non attribuisce al fattore “tariffe” alcun peso: tutte le nostre attuali scelte nei portafogli modello sono del tutto indipendenti dal tema “tariffe”.

Il perché lo abbiamo spiegato: anche qui nel Blog, in tutti i Post precedenti della nostra serie di successo che si chiama Detox.

Detox è il solo ed unico tema di investimento del 2025, e del 2026, e del 2027. Il resto, è confusione. la confusione non produce risultati: produce danni.

Le tariffe, come avete visto il 9 luglio, semplicemente non esistono. Gli annunci (come quello che è arrivato oggi, 12 luglio 2025, e che leggete sopra nella nostra immagine) sono una cosa, mentre le vere tariffe sono una cosa diversa, che al 12 luglio 2025 semplicemente non esiste. Sono chiacchiere da bar: armi di distrazione di massa.

Nonostante questa premessa (ovvero che le tariffe, sul piano della pratica, e della gestione del portafoglio titoli, contano nulla), noi di Recce’d per disciplina professionale scegliamo di riportare qui, per quei lettori che proprio non riescono a fare a meno di “tariffe” una efficace ricapitolazione dello stato delle cose ad oggi, con qualche spunto interessante che poi voi lettori potrete sviluppare con i vostri mezzi.

Tutto è iniziato con un doppio avvertimento a Giappone e Corea del Sud. Poi è arrivata una bordata contro le importazioni di rame e droga. Infine, un brutale rimprovero al Brasile. Molti altri partner commerciali degli Stati Uniti si trovano ad affrontare dazi punitivi con una nuova scadenza al 1° agosto.

Questa è stata la settimana in cui Donald Trump ha ripreso la sua guerra commerciale globale dopo una pausa di tre mesi sui dazi drastici annunciati il ​​"Giorno della Liberazione" all'inizio di aprile.

Il ritorno del sedicente "uomo dei dazi" arriva mentre i governi stranieri si trovano ad affrontare la prospettiva di raggiungere rapidamente un accordo commerciale con il volubile presidente degli Stati Uniti o di tornare ai dazi punitivi annunciati ad aprile, una volta scaduto il periodo di sospensione.

Questo segue settimane in cui il nazionalismo commerciale ed economico è stato sostituito in cima all'agenda di Trump dai tentativi di far approvare a forza la sua legge di punta su tasse e spesa, un Campidoglio diviso, e da una guerra in Medio Oriente che rischiava di trascinare gli Stati Uniti in un più ampio conflitto regionale.

"Si è trattato di un esercizio di severità proprio il giorno in cui si sta semplicemente prolungando la pausa", ha affermato Michael Smart, amministratore delegato di Rock Creek Global Advisors.

Rilanciando la sua guerra commerciale questa settimana, Trump ha annunciato un nuovo dazio del 50% sulle importazioni di rame e ha affermato di stare valutando l'ipotesi di colpire i prodotti farmaceutici con un'imposta del 200%.

Giovedì sera, ha pubblicato una lettera in cui minacciava il Canada – uno dei maggiori partner commerciali degli Stati Uniti – con dazi del 35%. In un'intervista rilasciata la stessa sera, ha avvisato i paesi dell'UE di aspettarsi un annuncio simile entro poche ore.

La raffica di lettere è iniziata lunedì, stabilendo nuovi dazi tra il 25 e il 40% per paesi come Giappone e Corea del Sud, pur concedendo al mondo un'ulteriore proroga di tre settimane per concludere accordi.

Inviate a poco più di 20 paesi – tra cui Sudafrica, Thailandia, Tunisia e Bangladesh – le lettere di Trump delineavano aliquote che corrispondevano o erano vicine ai dazi "reciproci" originali stabiliti ad aprile.

Il presidente ha affermato che i paesi che non riceveranno lettere dovranno pagare un'aliquota forfettaria più elevata, dal 10% al 15%.

Ma la politica del rischio calcolato delle minacciose notifiche e scadenze di Trump è stata indebolita dalla difficoltà di raggiungere accordi commerciali molto limitati.

Lungi dal garantire 90 accordi in 90 giorni, come promesso da Peter Navarro, uno dei principali consiglieri commerciali di Trump, gli Stati Uniti ne hanno già ottenuti tre, secondo i loro calcoli.

Tra questi, un accordo limitato con il Regno Unito che offre quote tariffarie ridotte da entrambe le parti, una delicata tregua commerciale con la Cina e l'annuncio di Trump di applicare dazi tra il 20% e il 40% sulle merci provenienti dal Vietnam, un importante esportatore degli Stati Uniti. Ha affermato che Hanoi avrebbe permesso agli Stati Uniti di vendere merci nel suo mercato senza dazi.

I colloqui con altri paesi, inclusi i principali partner commerciali e alleati degli Stati Uniti come Giappone, Corea del Sud, India e UE, non si sono conclusi prima della pausa di 90 giorni.

Wendy Cutler, ex negoziatrice commerciale statunitense e ora vicepresidente dell'Asia Society Policy Institute, ha dichiarato: "Le lettere tariffarie sembrano indicare la frustrazione del presidente per la mancanza di progressi nei negoziati commerciali, unita al desiderio di accendere un fuoco tra i nostri partner per offrire di più".

Un funzionario statunitense ha affermato che Trump ha cambiato idea e ora deciderà un'aliquota tariffaria e un termine che definirà "un accordo".

"Sta definendo queste lettere come: 'possiamo semplicemente stabilire gli accordi commerciali qui. Non abbiamo bisogno di negoziare'", ha affermato il funzionario. "O otteniamo un accordo e lo negoziamo, o lo stabilisco io".

Un'eccezione è stata la lettera al Brasile, che Trump ha minacciato di colpire con dazi del 50%, accusandolo di attentare alla libertà di parola in quella che sembrava una critica al trattamento riservato all'ex presidente Jair Bolsonaro.

Il real brasiliano è sceso del 2,3% rispetto al dollaro e il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha minacciato di reagire con dazi a sua volta.

A differenza di aprile, quando i dazi di Trump hanno causato una svendita globale dei mercati azionari, Wall Street ha ignorato le nuove minacce tariffarie, poiché gli investitori hanno scommesso che il presidente avrebbe nuovamente rinunciato ad applicare i suoi doveri più punitivi.

"Sembra che stiamo oscillando tra escalation e de-escalation", ha affermato Myron Brilliant, consulente senior del DGA-Albright Stonebridge Group. "Credo che la strategia dello shock e del terrore sia meno efficace ora e ciò che tutti dovremmo desiderare è una maggiore prevedibilità attraverso accordi che spostino la situazione e ci lascino l'incertezza alle spalle".

Tuttavia, un ex funzionario statunitense ha ipotizzato che la combinazione di gravi minacce e la concessione di più tempo ai paesi da parte di Trump fosse un tentativo deliberato di evitare le turbolenze del mercato, tra cui una forte svendita di titoli del Tesoro statunitensi, innescate ad aprile.

"Trump deve fare due cose qui: deve implementare i dazi, ma deve farlo in un modo che non inneschi l'inflazione, non inneschi una recessione e non inneschi una svendita a Wall Street", ha detto l'ex funzionario. "Quindi lo sta facendo un po' alla volta".

Altri hanno avvertito che il presidente stava diventando impaziente e non avrebbe prorogato la scadenza per la seconda volta.

Qualsiasi alleato che si aspettasse una seconda proroga "commetterebbe un grosso errore", ha detto Wilbur Ross, che è stato Segretario al Commercio di Trump durante la prima amministrazione. "Penso che abbia chiarito abbastanza chiaramente che non vuole che la situazione si protragga ancora a lungo".

Tutte parole, solo chiacchiere: è solo bla-bla-bla, ad oggi 12 luglio 2025.

Pe noi investitori, c’è un solo spunto interessante, sul piano operativo che può diventare utile ed aiutarci a guadagnare di più: si tratta di cercare, e possibilmente trovare, le forti ragioni, le improrogabili necessità, la grandi pressioni, che impongono a Trump di insistere con forza sul tema tariffe (nelle sue dichiarazioni) ed allo stesso tempo lo obbligano, quando arriva quella scadenza che lui stesso aveva annunciato, a fare non un passo indietro ma una capriola e una giravolta a 180 gradi.

Cosa che ha fatto anche questa settimana, e precisamente lo scorso 9 luglio 2025.

Che cosa agita Donald J. Trump? Che cosa lo opprime? Di che cosa ha paura? Anzi, terrore?

Con l’IRAN se la è cavata con un bombardamento notturno: per quale ragione non agisce allo stesso modo anche con le tariffe? Perché scappa e si nasconde sempre dietro a “ne riparliamo tra un mese”? E per quale ragione lui, Trump, ha così tanto bisogno di queste tariffe?

Per quale ragione lui, Trump, in questo ambito non agisce come Superman, e sembra invece Forrest Gump?

Trump ha forse impostato le sue tattiche sul fattore “confusione”? Trump vuole la confusione?

Ci sono commentatori autorevoli che la pensano proprio in questo modo: che si tratta di una “densa cortina fumogena”.

E se fosse, che cosa deve nascondere la cortina di fumo?

Ci sono molte ragioni per sentirsi confusi dall'attuale politica americana. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a lanciare minacce tariffarie "definitive", per poi fare marcia indietro.

La Casa Bianca vuole creare posti di lavoro nell'industria, ma sta smantellando l'Inflation Reduction Act che stava proprio facendo questo, soprattutto negli stati repubblicani. Scott Bessent, Segretario al Tesoro, vuole il dominio del dollaro, ma ha presieduto una caduta del 10% del suo valore. E così via.

Tuttavia, se volete sentirvi ancora più perplessi, guardate i mercati. Questo mese il mercato degli swap a un anno sta scontando modesti tagli dei tassi da parte della Federal Reserve, che normalmente implicano una crescita e un'inflazione inferiori.

Tuttavia, i prezzi delle azioni suggeriscono un miglioramento dell'economia: i mercati azionari americani sono a massimi storici e gli analisti di Wall Street prevedono continui guadagni in un contesto di solide previsioni sugli utili. Inoltre, i cosiddetti titoli ciclici (che beneficiano della crescita) stanno sovraperformando significativamente quelli difensivi, osserva Torsten Sløk, capo economista di Apollo, il gruppo di capitali privati.

"Questo non è coerente", aggiunge Sløk. "O il mercato obbligazionario ha torto, e i tassi devono salire a causa dell'accelerazione della crescita. Oppure, i mercati azionari hanno torto, e le azioni devono scendere perché la crescita sta rallentando". Ahi!

Perché? Ci sono almeno tre possibili spiegazioni. Una potrebbe essere un "doppio Taco trade" (mi riferisco all'idea del mio collega Robert Armstrong secondo cui "Trump si tira sempre indietro"). Più specificamente, i prezzi delle azioni potrebbero scontare l'ipotesi che le minacce tariffarie saranno annacquate, e i mercati obbligazionari potrebbero scontare la convinzione che Trump non metterà effettivamente in atto misure di espansione del debito e non spingerà gli investitori a disdegnare i titoli del Tesoro.

Non è una follia. Trump ha ripetutamente rinnegato i dazi quest'anno, insieme alle minacce di licenziare Jay Powell dalla carica di presidente della Federal Reserve, e una cosiddetta clausola della Sezione 899 che avrebbe potuto indurre gli investitori non americani a fuggire dai titoli del Tesoro è stata recentemente rimossa dal "grande, bellissimo disegno di legge" di Trump, convertito in legge la scorsa settimana. Da qui l'etichetta di Taco.

Ma c'è una spiegazione alternativa che potrebbe essere definita l'idea del "doppio genio": gli investitori credono che Trump realizzerà effettivamente i suoi piani, ma saranno così brillanti da generare una crescita maggiore, prezzi più bassi e un calo del debito, tutto in una volta.

Più specificamente, personaggi come Kevin Hassett, consigliere economico di Trump, insistono sul fatto che il BBB Act darà una spinta alla crescita, mentre l'inflazione verrà ridotta grazie alla deregolamentazione e ai prezzi dell'energia più bassi. E quando l'agenzia di rating Moody's ha tagliato il rating del credito degli Stati Uniti a causa del suo debito di 37.000 miliardi di dollari (e in aumento), Bessent ha liquidato la cosa come un "indicatore ritardato", sostenendo che le entrate aumenteranno grazie ai dazi e alla crescita.

Nel frattempo, sta adottando misure per facilitare le aste di titoli del Tesoro da 9.000 miliardi di dollari previste nei prossimi 12 mesi, come riforme per incoraggiare le banche ad acquistare più obbligazioni e ponderare l'emissione verso titoli a breve termine, non a lungo termine. (Il che è ironico, visto che il team di Bessent ha criticato aspramente la sua predecessora Janet Yellen per aver fatto proprio questo.)

E alcuni investitori accettano questa versione dei fatti, o almeno così sembra. Non c'è da stupirsi: la stima in tempo reale del PIL attuale della Fed di Atlanta è del 2,6%, e ci sono poche prove che i dazi abbiano causato significativi aumenti dei prezzi, per ora. E mentre istituzioni come la Banca Mondiale hanno tagliato le loro previsioni di crescita globale a causa dei dazi, il gruppo Oxford Economics – per citare un'entità del settore privato – ritiene che le "nuove aliquote tariffarie... e l'imposta del 50% sul rame" di questa settimana creino "solo un modesto rischio al ribasso".

In effetti, ritiene che queste misure aggiungeranno "solo" 0,08 punti percentuali all'inflazione core il prossimo anno e ridurranno il PIL reale di un misero 0,1%, e quest'ultimo sarà compensato dalla spinta fiscale del BBB. Pertanto, mentre "il mix di accordi commerciali e minacce di dazi spingerà l'aliquota tariffaria effettiva degli Stati Uniti a quasi il 20% il 1° agosto", ciò è "inferiore alla nostra soglia di recessione". Da qui la calma del mercato.

Tuttavia, un altro modo, più cinico, per spiegare la disgiunzione è che è semplicemente impossibile fare previsioni credibili – o coerenti – ora a causa della mancanza di precedenti storici recenti per Trump e di perniciosi effetti di ritardo temporale. Un problema è che le aziende statunitensi hanno accumulato enormi scorte per eludere i dazi. Un altro è che le aziende stanno "riorganizzando" le catene di approvvigionamento legate alla Cina, come afferma un rapporto McKinsey – e mentre questo è facile in alcuni settori (come le magliette), è difficile in altri (come i computer portatili e i fuochi d'artificio).

Analogamente, sebbene la Federal Reserve di Dallas abbia appena avvertito che le restrizioni all'immigrazione potrebbero ridurre la crescita di 0,75-1 punti percentuali quest'anno, i tempi non sono chiari. Lo stesso vale per l'impatto dei tagli alla spesa proposti da Trump (che colpiranno principalmente dopo le prossime elezioni di medio termine del 2026), e per il fatto che le sue inversioni politiche spingano le aziende a rinviare gli investimenti o semplicemente ad adattarsi a questa incertezza (come alla fine hanno fatto durante la pandemia).

Forse emergerà maggiore chiarezza quando le aziende americane pubblicheranno i risultati finanziari la prossima settimana. O forse i mercati obbligazionari o azionari si adegueranno. Fino ad allora, tuttavia, simboleggiano la confusione.

Pensateci la prossima volta che esaminerete il vostro portafoglio.


Altro bla-bla-bla. che quello descritto da questo articolo. Ma, in questo secondo caso, la conclusione di questo articolo che avete appena letto vi è molto, molto, ma davvero molto utile.

Seguite questo consiglio che vi è stato dato: e fatelo oggi, adesso. Noi per i Clienti di Recce’d lo faremo lunedì mattina, e tutti i giorni della prossima settimana, nel nostro quotidiano The Morning Brief.

Torniamo però al nostro Post di oggi. Recce’d, come sempre, fornisce anche oggi ai propri lettori supporti concreti e utilizzabili nella gestione del proprio risparmio e del proprio portafoglio titoli.

In questo Post, leggerete quale è la nostra risposta: la risposta di Recce’d alla strategia della confusione”: ovvero come si guadagna, e come si evita di perdere, se al vertice delle catene di comando politiche ci sono personaggi che puntano tutto sul confondere le idee a voi. Proprio a voi, che state leggendo questo Post.

A questo scopo, adesso ritorniamo indietro di 8 giorni, e rileggiamo immediatamente la parte finale del Post che precede questo. Dove dicevamo ciò che segue.


Vi regaliamo un spunto iniziale, e peraltro non nuovo (ne abbiamo scritto, più di una volta, proprio in Detox qui nel Blog): Rampini ci informa con il suo articolo che

… la forza dell’economia americana, soprattutto se misurata nei tempi lunghi, non è legata in modo diretto al colore politico dell’esecutivo, alle scelte della Casa Bianca. Questa rimane un’economia di mercato, dove le scelte compiute dal sistema delle imprese contano più della politica economica governativa .

  1. Ora, chiedete a voi stessi: dato ciò che scrive Rampini, per quale ragione il governo degli Stati Uniti ogni anno aggiunge alla domanda di famiglie ed imprese per beni e servizi un 7% del PIL? ovvero domanda artificiale, supportata solo dal nuovo debito?

  2. Fatevi anche questa domanda: la disoccupazione negli Stati Uniti oggi è ai minimi storici; la crescita del PIL è stimata tra il 2% ed il 3%; e quindi: quale è la ragione per la quale risulta indispensabile uno stimolo continuo dall’esterno, in una misura abnorme quanto il 7% del PIL? pensate all’economia della vostra famiglia, oppure della vostra Azienda: che cosa vi porterebbe ad aumentare il debito del 7% anno, dopo anno, dopo anno?

  3. Collegate a questo un’altra domanda: per quale ragione, visto ciò che dice Rampini, il Presidente degli Stati Uniti insulta ogni giorno l’uomo che sta a capo di una Istituzione in teoria indipendente (dal Governo) come la Banca Centrale? Cosa spiega la disperazione di Trump, che esige tassi ufficiali più basso? Quale è, in realtà, l’emergenza?

  4. Chiedetevi poi: dato ciò che scrive Rampini, per quale ragione il debito dello Stato americano oggi sta al medesimo livello della Seconda Guerra Mondiale? Che tipo di emergenza ci ha portati a questo putno?

  5. Chiedetevi anche: dato ciò che scrive Rampini, per quale ragione neppure il Presidente Trump, quello che ha i bombardieri B-2 e che telefona ai Presidenti, riesce a tagliare il deficit (facendo così impazzire l’ex-amico Musk)?

  6. Chiedetevi ancora: per quale ragione oggi, 5 luglio 2025, Elon Musk riceve ancora sussidi dallo Stato (soldi delle tasse pagate dai cittadini americani) quanto nessun altro uomo sulla Terra, al solo scopo di mantenere in attività la sua azienda di auto elettriche altrimenti fallita da tempo?

Ci sono tensioni, profonde, e molto violente, che voi non conoscete e che vi vengono nascoste. Recce’d le conosce direttamente.

Ci sono, queste forti tensioni, ed ogni giorno si vedono in modo più chiaro e netto.

Per questo, Trump ne “spara” una nuova ogni mattina. Lui brancola e sbanda. E con lui, brancolano come gattini ciechi anche i vostri Fondi Comuni, le vostre polizze, le vostre GPM … e persino il vostro BTp, l’oro, il vostro Bund, il petrolio.

Grazie a queste sei domande che avete appena letto, ed alle risposte che voi vi darete, troverete tutto ciò che vi serve ad investire bene il vostro risparmio, a fare guadagni ragionevoli, ma sostanziosi, con i vostri investimento, ed a proteggere anche il vostro capitale dalla “strategia della confusione”.

Noi adesso, in pieno stile Wimbledon, vi facciamo vedere quale è la nostra risposta vincente, a tutte e sei le domande.

Una volta che vi abbiamo regalato questo colpo vincente, voi lettori, poi, dovrete lavorare, capire meglio, approfondire le risposte ad ogni singola domanda del nostro elenco.

Se non fate questo, oggi nel luglio 2025 non siete in grado di gestire il vostro risparmio. Non è certamente in grado di gestire il vostro risparmio il vostro “consulente pagato con le retrocessioni sui Fondi Comuni, le GPM e le polizze”. Perché lui, certamente, continua a mettervi ancora altra “confusione” nella testa, parlandovi giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, delle “tariffe”. Lui legge e ripete: legge da Goldman sachs, e ripete la medesima storiella, adattandola un po’ alCliente ed alle sue simpatie. Purtroppo, è così che oggi funziona la macchina, per la massa degli investitori, e non solo in Italia.

Per tutti loro, si avvicina il momento della sconfitta. una pesante sconfitta a Wimbledon, in mondo-visione.

Ma veniamo alla risposta vincente di Recce’d, quella che assegna il match, risposta con la quale chiudiamo questo Post.

Nel Post, la nostra sarà una risposta sintetica: vi forniremo dati ed elementi di giudizio. Il resto, lo farete voi. la risposta ad ognuna delle sei domande, ve la darete da soli. Informatevi e cercate buone informazioni: ma soprattutto, non fatevi fregare, e ragionate con una mente libera e fresca, senza farvi ingabbiare dai soliti schemi di tutte le Reti di vendita.

Seguite il nostro ragionamento per immagini.

PRIMO SET A WIMBLEDON: siete informati del recente andamento del debito pubblico americano? Negli ultimi mesi (quelli con le “tariffe” in vigore) come si è comportato il debito? E dopo che il Congresso ha innalzato il “tetto” de debito, che cosa è cambiato? Quali numeri?

SECONDO SET A WIMBLEDON: allargando lo sguardo, chiedetevi a quanto ammonta oggi il debito degli Stati Uniti, e chiedetevi anche per quale ragione fino ad oggi i mercati finanziari sono rimasti concentrati sul tema “tariffe” e fanno finta (fanno soltanto finta: occhio) di ignorare il grafico qui sotto (atteggiamento che Elon Musk ad esempio non condivide, come tutti voi avete letto nel post di otto giorni fa in questo Blog)

.

TERZO SET A WIMBLEDON: avete fatto una vostra valutazione del “Big, Beautiful Bill” appena approvato dal Congresso amricano? Vi ha aiutati il vostro “consulente pagato a retrocessioni sui Fondi Comuni, le GPM e le polizze”? Non ve ne ha neppure parlato, vero? Lui, queste cose non le capisce proprio. Lui, con voi, parla sempre “delle tariffe”.

QUARTO SET A WIMBLEDON: voi siete informati in merito alla quantità di interessi che lo Stato americano paga ai propri creditori in questo preciso momento? Voi pensate che questo dato, quello che leggete qui sotto nel grafico, sia più o meno importate delle “tariffe”? E voi lo sapete perché leggete delle tariffe, sulla prima pagina del vostro quotidiano, ma non leggete nulla su questo grafico? Lo avete capito, il perché?

TIE-BREAK DEL QUARTO SET A WIMBLEDON: secondo il vostro giudizio, Trump ha intenzione di occuparsi di questi dati? Trump vorrebbe cambiare questa situazione? Modificarla? Prendere il comando? Magari mandare i bombardieri B-2? La risposta è positiva: lui sì, lo vorrebbe. ma non ha la capacità, non ha il potere, e non ha i mezzi.

Di fronte a questo grafico, l’uomo “più potente del Mondo” è impotente.

QUINTO SET DI WIMBLEDON: ora che grazie al lavoro che noi vi abbiamo appena regalato avete le idee molto più chiare ed una visione molto più realistica sullo stato delle cose, vi suggeriamo di rileggerei le nostre sei domande che trovate poco più in alto. Potete finalmente trovare le risposte che a voi servono assolutamente, e subito. Vi può essere anche di grande aiuto leggere con attenzione i dati nel grafico che vedete qui sotto.

MATCH-BALL A WIMBLEDON: il colpo che chiude il match, il colpo del vincitore, lo vedete qui sotto nell’immagine che segue.

Per la strategia di gestione, per la asset allocation, e per la gestione del vostro risparmio, oggi 13 luglio 2025 tutto può essere condensato in questa sola immagine.

In questa sola immagine, trovate tutto ciò che a voi serve per rispondere alle nostre sei domande più in alto.

GAME SET AND MATCH A WIMBLEDON.

Valter Buffo
Detox. Elon Musk legge Recce'd e fa pubblicità a Detox
 

Che effetto avrà sui mercati l’approvazione della Legge Finanziaria USA da parte del Parlamento il 3 luglio 2025?

Si tratta per noi investitori di un fatto positivo oppure negativo?

  • Per le azioni?

  • Per i titoli di Stato?

  • Per le valute?

  • Per oro e petrolio?

E quali effetti ci saranno, dopo il 9 luglio prossimo?

Che cosa deciderà, Trump, tra 4 giorni?

Per rispondere, per decidere, per gestire, per investire, per guadagnare, tutti noi investitori dobbiamo chiederci che impatto avranno, questi due eventi, sull’economia (degli Stati Uniti, e poi globale).

Per per fare stime (sui dati dell’economia (utili delle aziende, crescita del PIL, importazioni ed esportazioni, inflazione, deficit dello Stato eccetera), e quindi sul futuro rendimento degli asset finanziari oggi nel portafoglio titoli un rendimento che, ricordatelo, potrà essere positivo oppure negativo) a tutti noi investitori occorrono una serie di strumenti, molto ben definiti, e precisamente:

  1. dati selezionati

  2. metodo ed esperienza nell’analisi

  3. metodi aggiornati di valutazione,

  4. metodi di stima efficienti per fare scelte che non si riducano a lanciare in aria una moneta.

Insomma: la gestione del proprio risparmio non è materia da chiacchiere alla buona, al bar con amici e colleghi oppure sui social ed in chat.

Alcuni, di questi elementi che sono sempre necessari, ed oggi indispensabili, li potete trovare qui nel Blog di Recce’d, e poi alle pagine del sito come

  • MERCATI,

  • TWIT-TWOO,

  • SCELTE DI PORTAFOGLIO.

Altri, e più importanti, strumenti vi sono messi a disposizione quotidianamente attraverso i canali di comunicazione tra Recce’d ed i Clienti. Ogni giorno.

Ed è operando in questo modo, che Recce’d mette a disposizione i portafogli modello che, applicando questi strumenti alle scelte di asset allocation, alle strategie di investimento ed alla gestione dei portafogli modello, garantiscono ai nostri Clienti un sostanziale vantaggio, sui mercati e rispetto ad ogni altro concorrente, sia grande sia piccolo.

Mettiamoci dunque subito al lavoro per voi, in questo nuovo Post della serie Detox.


Delle tariffe, tutto ciò che c’è da dire viene detto bene nel grafico qui sopra.

Fate voi stessi, i semplici conteggi che sono necessari: voi lo sapete bene, vero, a quanto ammonta in un anno il deficit, ovvero il fabbisogno di finanziamento dello Stato americano?

Fate due conti mentre fate colazione: un aumento di incassi da tariffe di 200 milioni (grafico) in che misura incide sul deficit? Sempre ammettendo, ovviamente, che le modifiche non abbiano alcun effetto sulle scelte di acquisto dei consumatori, sulla disponibilità dei prodotti oggetto di tariffe, e sull’inflazione, che riduce il potere di acquisto della moneta..

E in merito al Big, Beautiful Bill? Noi di Recce’d da marzo ne abbiamo scritto con dati ed analisi di elevata qualità, nella serie di Post qui nel Blog che si chiama Detox.

E poi, proprio adesso, ad inizio luglio, si è svegliato persino Elon Musk: lui, il Genio, adesso, a inizio luglio, ha finalmente realizzato. Distratto? Lento? Ottuso? Gli conveniva fare così?Non si può dire con certezza.

Quello che sappiamo (noi ed Elon) è che il B.B.B. è “utterly insane”. Totalmente folle.

E sappiamo anche che Elon Musk legge Recce’d ed ha seguito la nostra serie di Post che si chiama Detox.

E figuriamoci se la stampa in Italia si perde l’occasione di metterci due belle foto. Approfondimenti? Così e così, un po’ … scandalistici, raramente aiutano i risparmiatori a fare scelte critiche.

Come in un bel romanzo thriller non mancano risvolti drammatici, urla e minacce, deportazioni, e speriamo non omicidi.

Nel corso degli anni, ci fu chi ci accusò di “una eccessiva acrimonia” quando Recce’d scriveva che Elon Musk è l’essere umano che più di ogni altro si è fatto ricco grazie ai sussidi. Si è messo in tasca i soldi delle tasse, per farla semplice.

Tre giorni fa, lo ha scritto, pensate un po’, Donald J. Trump. Il Presidente.

Qui in Recce’d, ci siamo fatti una bella (e meritata) risata pensando alla nostra “eccessiva acrimonia”.

Sempre il Presidente degli Stati Uniti si è appena domandato, in pubblico: “ma chi la vuole davvero, l’auto elettrica?”.

Rispondete voi, amici lettori: chi è, che ha assoluta necessità dell’auto elettrica, oggi, nel Mondo?

Possibile che fosse davvero tutto, tutto, tutto marketing delle Aziende produttrici?

E poi, c’è anche una seconda domanda.

Voi amici lettori, siete così tanto assuefatti e manipolati dall’alleanza (che non è santa) tra la stampa, i media in generale, e l’industria del risparmio (Fondi Comuni, polizze, GPM e promotori finanziari) che avete ormai rinunciato persino a farvi due domande semplici, banali, elementari come queste.

Che senso ha, mettere un tetto al debito dello Stato, se poi viene sempre superato, per decisione dei medesimi politici che prima avevano fissato il tetto?

Si chiama, molto semplicemente, deriva. Porta al fallimento le Aziende. Porta al fallimento le famiglie. E, secondo voi lettori, invece con gli Stati no? Non va così? Non funziona così? E per quale ragione?

Oppure, questo che sta cantando in questi giorni è il “canarino nella miniera”?

In Recce’d abbiamo riso molto, nelle ultime settimane: e non unicamente a causa (come abbiamo spiegato sopra) di Elon Musk, il Vampiro dei Sussidi.

No, c’è anche molto altro, che a noi fa ridere.

Leggete qui sotto: nell’immagine vi spiegano quale è la parte “ironica” del furioso litigio tra Elon Musk ed il Presidente degli Stati Uniti.

Molto chiaro, no? La politica dell’attuale Presidente degli Stati Uniti contraddice sè stessa. Trump agisce in modo tale, da rendere più difficile il raggiungimento dei suoi stessi obbiettivi. Viene spiegato molto bene qui sopra.

Sotto invece, grazie alle tre immagini che <Recce’d ha selezionato, potete leggere le dichiarazioni (comprensibilmente imbarazzate) del Ministro del Tesoro Bessent.

Il quale Bessent dice che:

  • questa è una Legge che favorisce il lavoratori

  • questa Legge “aumenta le entrate in misura maggiore dell’aumento delle uscite”

  • con questa Legge “abbiamo iniziato ad occuparci del problema del debito”

Tre menzogne: ma tutti sappiamo che in particolari situazioni di crisi un Ministro ha come dovere di ufficio di … non dire la verità.

Ovvio che gli scommettitori hanno iniziato anche a quotare un “partito di Elon Musk”: è stato lui stesso, il Genio, a parlarne, via social.

E questa, come sarebbe, come notizia per noi investitori? Buona notizia? Cattiva notizia? Il partito DOGE? Guidato da un personaggio che alla guida di DOGE ha ottenuto nulla e si sorprende del Big, Beautiful Bill solo alla fine di giugno 2025?

Come già scritto più in alto, a noi di Recce’d, per ciò che riguarda la gestione dei portafogli modello, interessa nulla, ma proprio zero, di litigi, insulti, crisi di nervi, e di nuovi partiti, razzi per Marte, auto che volano, e altre fantasia. Noi non stiamo dalla parte di questo oppure di quello: noi stiamo unicamente dalla parte dei rendimenti dei nostri Clienti, e dei portafogli modello di Recce’d.

Non siamo ottimisti e neppure pessimisti … in Recce’d siamo “risultatisti”. le simpatie personali, facendo questo mestiere, restano fuori dalla porta, e tre passi distante.

Il nostro scopo è quello di tenere ben salda la barra del timone, a favore dei nostri Clienti, ottenendo risultati consistenti e gestendo attivamente i tanti rischi.

Quale è il modo migliore di farlo?

E’ uno ed uno solo: comprendere al meglio, e nei dettagli, che cosa sta accadendo nella realtà. perché è sempre la realtà, a guidare i mercati finanziari. Non accade mai l’opposto.

Ed allora, per dare almeno uno sguardo sintetico alla realtà, noi per questo Post abbiamo scelto un articolo di Rampini: il medesimo Rampini del precedente Post della serie Detox (che trovate proprio qui sotto, alla fine di questo Post).

L’articolo di Rampini (di oggi come quello esaminato una settimana fa) ci è utile per ritornare al tema della “narrazione imposta”, quella “storia” spesso distante dalla realtà che tutti noi siamo costretti a subire attraverso social e media, e che ha come scopo quello di migliorare i risultati delle Aziende dell’industria el risparmio, ovvero dell’industria del private banking, dei financial advisor, dei wealth managers, dei Fondi Comuni, delle polizze, delle GPM.

Leggiamo insieme dunque un articolo pubblicato poche ore fa dal Corriere della Sera.

E la nave va. Sfidando previsioni, pronostici, aspettative e timori, l’economia americana procede a una velocità di crociera rispettabile. Addirittura accelera, almeno per quanto riguarda la creazione di nuovi posti di lavoro. Nel mese di giugno l’occupazione netta aggiuntiva è stata di 147.000 nuove assunzioni. Il dato ha superato di molto le previsioni degli economisti. Ha segnato perfino un’accelerazione rispetto al mese precedente (+139.000 a maggio). Il tasso di disoccupazione è sceso, al 4,1%, cioè un livello che si avvicina ai minimi storici.

La sorpresa molto positiva dell’occupazione avviene su uno sfondo che aveva alimentato pessimismo. Ricordo alcune delle ragioni. La politica dei dazi rimane soggetta a grande incertezza, visto che le trattative con alcuni dei principali partner commerciali degli Stati Uniti (Unione europea, Giappone) non hanno raggiunto un esito, mentre con la Cina c’è solo una tregua temporanea. Intanto sono già in vigore dei dazi medi del 10% erga omnes, con punte molto superiori in alcuni settori come automobili e acciaio. Una maggioranza degli economisti prevede che questo debba creare forti tensioni inflazionistiche, delle quali finora non v’è traccia.

Su altri fronti: il giro di vite contro l’immigrazione clandestina viene considerato solitamente come un freno alla crescita economica perché in alcuni settori crea penurie di manodopera. Gli indici di produzione manifatturiera risultano in ribasso secondo alcune indagini.

Poi c’è l’incertezza legata alla manovra di bilancio, che deve ancora ottenere l’approvazione finale del Congresso. Un’altra incertezza è quella creata dai continui attacchi di Trump contro il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, da lui criticato per la riluttanza a tagliare i tassi d’interesse. Perfino l’intelligenza artificiale di recente aveva creato aspettative negative, dopo l’annuncio di licenziamenti da parte di Microsoft legati all’applicazione di nuove tecnologie sostitutive della forza lavoro umana.

Insomma i venti contrari non mancano, eppure il dato sull’occupazione rivela un vigore notevole. Non sarebbe la prima volta che la resilienza dell’economia americana smentisce le profezie di sventura.

Senza esagerare la portata del dato sull’occupazione, un insegnamento che se ne può estrarre è questo: la forza dell’economia americana, soprattutto se misurata nei tempi lunghi, non è legata in modo diretto al colore politico dell’esecutivo, alle scelte della Casa Bianca. Questa rimane un’economia di mercato, dove le scelte compiute dal sistema delle imprese contano più della politica economica governativa . Se si osserva la performance dell’economia Usa dall’inizio di questo millennio, e la sua capacità di surclassare nettamente l’Unione europea (o di vanificare le previsioni sul sorpasso della Cina), bisogna ammettere che la traiettoria stellare degli Stati Uniti ha attraversato alternanze politiche estreme: da Bush a Obama a Trump a Biden a Trump.

C’è evidentemente qualcosa che prescinde dalla politica, che riguarda i fondamentali, la salute sistemica. Questa constatazione viene di solito ignorata dagli stessi elettori americani, che tendono a premiare o punire chi sta governando, attribuendogli il merito o la colpa per la situazione economica. Proprio oggi un sondaggio pubblicato sul Wall Street Journal indica che per una maggioranza di elettori lo stato dell’economia è ormai legato alle azioni dell’Amministrazione Trump, non più al lascito dell’Amministrazione Biden.

Se siete interessati a questo tema, ed alle (inevitabili) ricadute dello stato dell’economia degli Stati Uniti sui vostro BTp, sulle vostre GPM, sui vostri Fondi Comuni, sulle vostre polizze, e sulle vostre future pensioni, allora vi sarà utilissimo mettere a confronto queste parole di Rampini, ed il lavoro di Recce’d nella serie Detox di post per il Blog.

L’articolo Rampini lo ha scritto dopo avere letto, giovedì 3 luglio 2025, i più recenti.

Vi regaliamo un spunto iniziale, e peraltro non nuovo (ne abbiamo scritto, più di una volta, proprio in Detox qui nel Blog): Rampini ci informa con il suo articolo che

… la forza dell’economia americana, soprattutto se misurata nei tempi lunghi, non è legata in modo diretto al colore politico dell’esecutivo, alle scelte della Casa Bianca. Questa rimane un’economia di mercato, dove le scelte compiute dal sistema delle imprese contano più della politica economica governativa .

  1. Ora, chiedete a voi stessi: dato ciò che scrive Rampini, per quale ragione il governo degli Stati Uniti ogni anno aggiunge alla domanda di famiglie ed imprese per beni e servizi un 7% del PIL? ovvero domanda artificiale, supportata solo dal nuovo debito?

  2. Fatevi anche questa domanda: la disoccupazione negli Stati Uniti oggi è ai minimi storici; la crescita del PIL è stimata tra il 2% ed il 3%; e quindi: quale è la ragione per la quale risulta indispensabile uno stimolo continuo dall’esterno, in una misura abnorme quanto il 7% del PIL? pensate all’economia della vostra famiglia, oppure della vostra Azienda: che cosa vi porterebbe ad aumentare il debito del 7% anno, dopo anno, dopo anno?

  3. Collegate a questo un’altra domanda: per quale ragione, visto ciò che dice Rampini, il Presidente degli Stati Uniti insulta ogni giorno l’uomo che sta a capo di una Istituzione in teoria indipendente (dal Governo) come la Banca Centrale? Cosa spiega la disperazione di Trump, che esige tassi ufficiali più basso? Quale è, in realtà, l’emergenza?

  4. Chiedetevi poi: dato ciò che scrive Rampini, per quale ragione il debito dello Stato americano oggi sta al medesimo livello della Seconda Guerra Mondiale? Che tipo di emergenza ci ha portati a questo putno?

  5. Chiedetevi anche: dato ciò che scrive Rampini, per quale ragione neppure il Presidente Trump, quello che ha i bombardieri B-2 e che telefona ai Presidenti, riesce a tagliare il deficit (facendo così impazzire l’ex-amico Musk)?

  6. Chiedetevi ancora: per quale ragione oggi, 5 luglio 2025, Elon Musk riceve ancora sussidi dallo Stato (soldi delle tasse pagate dai cittadini americani) quanto nessun altro uomo sulla Terra, al solo scopo di mantenere in attività la sua azienda di auto elettriche altrimenti fallita da tempo?

Ci sono tensioni, profonde, e molto violente, che voi non conoscete e che vi vengono nascoste. Recce’d le conosce direttamente.

Non ve ne scriverà certo Rampini, oppure il Corriere della Sera. Ne scrivono, non così di frequente, Il Financial Times ed il Wall Street Journal. La stampa in Italia non riprende queste fonti (se non per farne articoli “di colore”, con belle foto: forse perché i giornalisti giudicano la cosa “troppo complicata”).

Ovviamente i social non ne scrivono: per i social … è davvero troppo complicata, “non ci sta in tre righe”.

E infine chiedete a voi stessi: non sarà che mi stanno fregando i soldi? Oggi, proprio oggi?

I soldi sono vostri, non fateveli portare via.

Valter Buffo
Detox. Ogni cosa si risolve nel secondo semestre 2025
 

Il fatto che leggete sopra nell’immagine risale a ieri, 27 giugno 2025.

Per noi investitori, significa qualche cosa? E’ un segnale da interpretare e poi utilizzare? Comperare? Vendere? Oppure stare fermi? Modificare il portafoglio? Modificare tutta la strategia?

In questo Post della serie Detox, noi di Recce’d vi produrremo dati, documenti ed analisi che dimostrano:

  1. che il ritorno della Borsa di wall Street ai livelli di otto mesi fa (elezione di Donald Trump) è insignificante per la asset allocation, per la strategia di investimento, per le future operazioni e la gestione complessiva di portafogli; proprio come lo era ai tempi dell’Elezione di Trump (6 novembre del 2024) quando l’indice della Borsa americana stava al medesimo livello di oggi.

  2. che si tratta di un piccolissimo movimento, amplificato dai media (dai quotidiano al TG) e dai social allo scopo di … resuscitare l’interesse per la Borsa, di fatto spento del tutto da inizio 2025

    (come vi dice in modo chiaro proprio il grafico qui sopra, se guardate bene: questo, domandatevi, è un asset il cui valore aumenta, oppure siamo arrivati ora alla “velocità di stallo”? la nostra risposta alla fine di questo Post)

  3. il baccano mediatico intorno al nuovo record è un modo (non il solo utilizzato in queste settimane) per distrarre la massa dal fatto che, sul fronte Detox, non è stato raggiunto alcun risultato: al contrario, è stata fatta una decisa marcia indietro; in Europa, come negli Stati Uniti, i politici sorridono soltanto quando possono spendere di più facendo nuovo debito (e portando noi tutti verso una crisi del debito.

Per iniziare la nostra analisi, che ci porterà a raggiungere questi tre obbiettivi, ora vi forniamo un approfondimento su di un tema che durante l’ultima settimana voi non avete approfondito, e forse neppure visto.

Con un lavoro metodico, sistematico, e quotidiano, noi di Recce’d garantiamo al nostro cliente (oltre a risultati sempre superiori a quelli dell’industria del risparmio) anche una consapevolezza che viene dalla selezione e dalla prioritizzazione delle notizie, e poi dall’analisi dei dati selezionati, e poi dalle valutazioni con tecniche cutting-edge.

Per questo, noi di Recce’d sappiamo cose che voi lettori neppure avete visto. Facciamo subito, qui sotto, un esempio concreto, significativo, di una cosa che conta più del record dello S&P 500 (anche se voi siete investiti unicamente in BTp).

Gli investitori stanno abbandonando i fondi obbligazionari statunitensi a lungo termine al ritmo più rapido dal culmine della pandemia di Covid-19 di cinque anni fa, poiché il crescente debito americano offusca l'attrattiva di uno dei mercati più importanti al mondo. I deflussi netti dai fondi obbligazionari statunitensi a lunga scadenza, che comprendono titoli di Stato e obbligazioni societarie, hanno raggiunto finora quasi 11 miliardi di dollari nel secondo trimestre, secondo i calcoli del Financial Times basati sui dati EPFR. L'esodo del secondo trimestre è destinato a essere il più pesante dalla grave turbolenza del mercato all'inizio del 2020 e segna un netto cambiamento rispetto alla media degli afflussi dei 12 trimestri precedenti, pari a circa 20 miliardi di dollari.

I rimborsi dai fondi obbligazionari a lungo termine, ampiamente utilizzati dagli investitori istituzionali, giungono in un momento di crescente nervosismo per l'andamento fiscale degli Stati Uniti. I flussi di fondi catturano solo una parte del vasto mercato obbligazionario statunitense, ma forniscono un indicatore del sentiment degli investitori.

"È il sintomo di un problema molto più grande. C'è molta preoccupazione, sia a livello nazionale che tra la comunità degli investitori esteri, riguardo al possesso della parte lunga della curva dei titoli del Tesoro", ha affermato Bill Campbell della società di investimento obbligazionaria DoubleLine, riferendosi ai flussi di fondi.

Gli analisti indipendenti prevedono che la "grande e splendida" proposta di legge fiscale del presidente Donald Trump, chiamata da lui “Big, Beautiful Bill”, attualmente al vaglio del Congresso, aggiungerà migliaia di miliardi di dollari al debito statunitense nel prossimo decennio, costringendo il Dipartimento del Tesoro a vendere un'enorme quantità di obbligazioni. La Casa Bianca ha replicato che i dazi e una crescita più elevata ridurrebbero il debito.

Allo stesso tempo, gli operatori di mercato si stanno preparando al fatto che i dazi imposti dall'amministrazione sui principali partner commerciali alimenteranno un'inflazione più elevata, una delle maggiori piaghe per gli investitori obbligazionari. Lotfi Karoui, responsabile della strategia creditizia di Goldman Sachs, ha affermato che il deflusso "riflette le preoccupazioni sulle prospettive a lungo termine per la sostenibilità fiscale". "È un contesto volatile, con un'inflazione ancora al di sopra del target e un'offerta governativa a perdita d'occhio", ha aggiunto Robert Tipp, responsabile delle obbligazioni globali di PGIM, gestore patrimoniale, riferendosi all'obiettivo di inflazione del 2% fissato dalla Federal Reserve. "Questo sta generando un certo nervosismo nei confronti della parte lunga della curva dei rendimenti e un malessere generale".

Le obbligazioni a più lunga scadenza sono particolarmente sensibili all'inflazione, poiché una maggiore crescita dei prezzi erode il valore degli interessi fissi corrisposti su lunghi periodi di tempo. Il nervosismo si è riflesso anche sull'andamento dei prezzi del debito statunitense a lungo termine, che è sceso di circa l'1% in questo trimestre, recuperando perdite più consistenti dopo che gli annunci tariffari di Trump ad aprile hanno spaventato i mercati, secondo un ampio indice Bloomberg. Al contrario, il denaro ha continuato ad affluire nei fondi che detengono obbligazioni statunitensi in scadenza nel prossimo futuro, con oltre 39 miliardi di dollari investiti in strategie a breve termine in questo trimestre, come mostrano i dati dell'EPFR. Questi fondi stanno offrendo rendimenti interessanti poiché la Fed ha mantenuto i tassi a breve termine a livelli elevati quest'anno.

Andrzej Skiba, responsabile del reddito fisso statunitense di BlueBay presso RBC Global Asset Management, ha aggiunto che gli investitori potrebbero optare per una diversificazione più internazionale dei propri investimenti obbligazionari a questo punto, ma "non crediamo che sia la fine del mercato dei Treasury e del ruolo dei Treasury come investimento core nei portafogli obbligazionari globali".

Ha tuttavia affermato che gli operatori di mercato potrebbero iniziare a richiedere "maggiori compensi per investire più a lungo termine" quando si tratta di acquistare nuovi titoli del Tesoro. "Anche se non vediamo arrivare un terremoto, potremmo assistere a delle scosse".


Tutto questo, non lo leggete sul vostro quotidiano, non lo trovate sui social, e non se ne parla e scrive al bar con gli amici (loro, gli amici, sono sempre fortissimi su Tesla e Nvidia, come se fossimo ancora nel 2023: poveri loro!).

Quello che si legge sui quotidiani è di fatto solo Trump. C’è chi dice che ha ragione, c’è chi dice che ha torto. Trump è abilissimo, nel distogliere l’attenzione dei media dalle sue evidenti sconfitte (dalle tariffe alla Legge di Bilancio al DOGE alla guerra tra Russia ed Ucraina) e i media ovviamente ci cascano senza ragionare (per sopravvivere, i media sono forzati a “cercare di ottenere il numero massimo di click”, a qualsiasi costo).

Per la massa degli investitori, questa “arma distrazione di massa” è il peggiore nemico, da combattere ogni giorno. Un nemico che porta perdite.

Ne abbiamo scritto, e in numerose occasioni. Sia qui, nel Blog di Recce’d, sia alla pagina TWIT - TWOO: anche molto di recente e prendo come spunto proprio l’attacco all’IRAN da parte di Israele prima e degli Stati Uniti poi.

I particolare alla pagina TWIT - TWOO potete leggere i commenti di Recce’d ai “suggerimenti” per la gestione del risparmio arrivati dalla stampa italiana. Vi sarà utilissimo, comprendere come funzionano i meccanismi dei media, sia a proposito dei contenuti della comunicazione sia a proposito delle forme di pubblicità occulta che vengono messe in pratica cogliendo occasioni di questo tipo.

Proprio eventi come l’IRAN, quelli “da prima pagina e da otto colonne”, rendono per voi lettori più evidente il meccanismo della propaganda che viene messa in pratica da social e media. Ed è per questa ragione che oggi vi porteremo ancora un esempio concreto e recentissimo (25 giugno 2025).

 

Il Corriere della Sera (il quotidiano più diffuso in Italia) ha scelto di dare spazio pochi giorni fa alla “visione Trumpiana del Mondo”, attraverso un articolo di Federico Rampini. L’articolo ha suscitato il nostro interesse perché è focalizzato sull’andamento dell’economia americana con vari accenni ai mercati finanziari.

Rampini non è un giornalista economico: lo definiscono “giornalista di costume”, piuttosto. Tantomeno è un uomo di mercati, e non ha esperienza di mercati finanziari. Ed ancora meno è un economista.

Visti questi dati di fatto, non stupisce che l’articolo in questione (per esigenze di spazio, certo: ma non solo per quella ragione) risulti sbrigativo, a volte grossolano, in qualche caso rozzo.

Dirà il lettore di Recce’d: ma allora … perché farlo leggere a noi?

Semplice: per illustrare alcuni dei meccanismi dei media: per mostrare, nel concreto e con la necessaria tempestività, in quale modo i media sembrano “raccontare semplicemente la realtà” mentre invece raccontano una storia, una narrazione, spesso lontana dalla realtà.

Questo è un fatto, con centinaia e centinaia di esempi nel passato anche recente, di un atteggiamento dei media porta danni e problemi che da sempre alla massa degli investitori (non solo in Italia). Un fatto da cui un investitore consapevole deve proteggersi.

Lo scopo? Portare il lettore dentro una narrativa che, a un lettore superficiale (come un po’ tutti siamo, se non lo facciamo per professione) può sembrare coerente, ma che in realtà è rozza e superficiale.

Non accade soltanto quando si tratta di Borse e mercati finanziari: sicuramente i nostri lettori ricordano la lunga serie di articoli dedicati e commenti che ci forniscono nuove sicurezze, poi smentite a distanza di poco tempo. Ecco alcuni esempi:

  • bere molta acqua fa bene; no, bere troppa acqua fa male

  • bere il caffé fa male; no, bere il caffé fa bene

  • lo zucchero negli alimenti fa male; no, lo zucchero è indispensabile;

  • prendere il sole fa male; no, prendere il sole fa bene

  • il robo-taxi è dietro l’angolo; ah no, il robo taxi forse solo tra dieci anni

  • la Russia crollerà in tre mesi; beh no il rublo è la valuta più forte del 2025

Chiacchiere. Chiacchiere da bar. Da social. Da talk show in TV delle ore pomeridiane. Valgono tanto quanto le risse tra tifosi in TV, quelli che sanno tutto di Roma, Lazio, Milan, Inter, Juventus e le altre.

Esaminiamo insieme, proprio per questa ragione l’articolo apparso sul Corriere della Sera il 25 giugno 2025: vi aiuterà, questa lettura, a capire meglio ed a difendere in futuro il vostro risparmio.

Premettiamo che, come scrive Rampini, anche noi giudichiamo utile per il nostro lettore conoscere il punto di vista di chi sostiene Trump (ovvero chi sostiene la politica delle le tariffe, e la legge anti-immigrazione, come fa qui Rampini). Per i nostri lettori, in particolare, questa è utile per fare confronti tra posizioni diverse. Ma questo specifico articolo soprattutto vi è utile per capire come funzionano i meccanismi dei media, utile per cogliere le distorsioni che i media ci propongono.

L’inflazione Usa resta sotto controllo, di poco superiore al 2%, nonostante che molti dazi siano in vigore da tempo.  Le Borse sono vicine ai massimi storici. Come si concilia tutto questo con gli scenari negativi che la maggioranza degli economisti avevano previsto? 

Può darsi, naturalmente, che sia solo una questione di tempo e le previsioni nefaste finiranno per avverarsi. Può darsi che il semplice fatto di avere riportato i dazi medi fra il 10% e il 15% (benché molto più alti del livello di partenza) abbia scongiurato gli esiti più temuti. Una narrazione alternativa ci viene proposta dal mondo MAGA («Make America Great Again»), secondo cui saremmo di fronte all’ennesimo errore di una comunità di esperti per lo più influenzati dal vecchio dogmatismo liberista. Ogni tanto è utile ascoltare questa versione. Dopotutto, il capo dei MAGA sta alla Casa Bianca e prende decisioni di qualche rilievo per il mondo intero. Lo si può detestare e condannare con tutte le forze, ma lui rimane lì, per adesso. Capire ciò che pensa il suo mondo serve anche per tentare di fare previsioni, per quanto sia diventato uno sport estremo. In ogni caso vi suggerisco la lettura di un economista che ho già segnalato altre volte, perché è una delle voci più autorevoli e accreditate nell’universo MAGA, e al tempo stesso gode di una certa rispettabilità anche nell’accademia tradizionale: Oren Cass. La sua analisi odierna parte da tre dati che elenco qui sotto, e ne trae alcune conseguenze. Buona lettura.


  • «I prezzi delle auto giapponesi esportate negli USA calano del 20% per effetto dei dazi di Trump. Toyota e altre aziende sembrano assorbire i costi, secondo i dati di maggio».

  • «La popolazione illegale è in calo da gennaio. Il numero di immigrati illegali potrebbe essere diminuito di un milione».

  • «I fondi d’investimento del private equity hanno avuto performance inferiori rispetto alle azioni USA nel breve e lungo termine. L’indice di private equity di State Street è stato superato dall’indice azionario S&P 500 negli ultimi 3 mesi e negli ultimi 1, 3, 5 e 10 anni».


Commento di Oren Cass: 

«Cosa hanno in comune questi sviluppi nei campi della globalizzazione, dell’immigrazione e della finanziarizzazione? Indicano il collasso tridimensionale della narrazione su cui abbiamo costruito la nostra economia nell’ultima generazione.

Il motivo per cui parlo così tanto di questi tre temi è che rappresentano tre facce della stessa medaglia. In ciascun caso, l’élite americana ha preteso, ovviamente a proprio vantaggio, la rimozione di vincoli tradizionalmente imposti al capitalismo per il bene della collettività. In ciascun caso, ha costruito una giustificazione palesemente assurda per sostenere che quella scelta fosse nel migliore interesse di tutti, imponendo la propria posizione e screditando chiunque osasse dissentire. Volevano investire nei mercati esteri, dove il lavoro era più facilmente sfruttabile e il capitale più generosamente sovvenzionato. Questo "libero" commercio avrebbe portato benefici ai lavoratori americani, che avrebbero in qualche modo ottenuto posti migliori. Volevano far entrare manodopera a basso costo nel mercato interno per occupare lavori con salari e condizioni che gli americani non avrebbero accettato. Questa “umana” politica migratoria avrebbe dovuto aiutare i lavoratori americani a passare a impieghi migliori. Volevano scaricare il rischio di scambiarsi pacchetti di asset tra loro, incassando commissioni senza produrre nulla di valore. Questo capitalismo “efficiente” avrebbe creato nuove, fantastiche opportunità di lavoro per tutti.

Quando il conto è arrivato, sotto forma di calo degli investimenti e della produttività, stagnazione salariale, aumento delle disuguaglianze e degrado sociale, la nuova linea è diventata che non si poteva fare nulla. Interferire con il libero commercio? Impensabile. Difendere il confine? Impossibile. Regolare i mercati finanziari? Da sempliciotti.

Ma oggi vediamo che una strada diversa è sempre stata disponibile. È in vigore un dazio globale del 10% e dazi fino al 50% sulla Cina. L’umore dei consumatori migliora e l’inflazione cala. La Borsa sale e il dollaro scende. Come mostra il caso del Giappone, prezzi più alti non si trasferiscono necessariamente ai consumatori.

Con un’applicazione più rigida delle leggi migratorie, gli Stati Uniti hanno smesso di rilasciare migranti illegali all’interno del Paese: "Il mese scorso gli agenti di frontiera non hanno ammesso nemmeno un migrante illegale negli Stati Uniti — contro i 62.000 del periodo Biden". Forse il cambiamento climatico non era davvero la causa della crisi al confine? Come suggerisce l’analisi sulla popolazione immigrata, un milione di persone presenti illegalmente potrebbe già aver lasciato il Paese.

Il settore finanziario, poi, si sta ridicolizzando da solo. Il mio esempio preferito recente è un articolo del Wall Street Journal che racconta come gli hedge fund abbiano sbagliato clamorosamente il timing del mercato ad aprile, mentre i piccoli risparmiatori compravano ai minimi. Come ha scritto Morningstar il mese scorso, "gli investitori comuni continuano a far sembrare stupidi i professionisti di Wall Street con questa semplice mossa". E come mostra l’indice State Street, un semplice fondo indicizzato su S&P 500 ha reso più dei fondi di private equity su ogni orizzonte temporale.

Naturalmente, i dazi non sono privi di costi — alcuni dei quali è giusto aspettarsi che si riflettano sui prezzi. Il controllo delle frontiere sarà sempre una sfida, e un’applicazione rigorosa all’interno del Paese comporterà un certo grado di sofferenza. Scommetterei persino che prima o poi gli hedge fund riusciranno a fare un buon anno. Ma perfino i governatori della Federal Reserve stanno cominciando a rivedere le proprie convinzioni.

Per quanto incerto sia il mondo, una cosa è sicura. Nessuno pagherà per aver sbagliato tutto. Quale economista ha mai pagato un prezzo per aver sbagliato completamente le scelte macroeconomiche fondamentali degli ultimi 30 anni? Quanti hanno ammesso di aver fatto un errore?».

Ora noi di Recce’d spiegheremo, con una serie di punti, perché questa lettura, oggi, nella situazione attuale, è utile ad ogni investitore. Ci concentriamo sul modo in cui l’articolo è stato costruito: vi mostreremo in che modo si costruisce una narrativa, che alla massa degli investitori potrebbe sembrare lineare e coerente, e che invece si fonda sul manipolare il lettore

  • partiamo subito con il riconoscere che è vero che le Borse sono ai massimi; lo avete visto grazie a due immagini qui sopra; è meno vero, però, che l’inflazione è bassa come dice Rampini; l’inflazione PCE di ieri venerdì 27 giugno è uscita al 2,3%, ma quella nella versione “core” rimane anche oggi vicina al 3%, e il petrolio sta a 65$, e devono ancora arrivare le tariffe e deve ancora arrivare l’effetto del dollaro debole; insomma, qui Rampini risulta un po’ grossolano

  • per noi gestori e per tutti gli investitori, questi due fatti che Rampini mette in evidenza dicono poco o nulla: per noi, tutto sta nel leggere questi dati, e poi analizzarli (insieme a molti altri, ovviamente) per arrivare alla decisione finale: è il momento di comperare, vendere o restare fermi? per dire le cose nel modo più diretto: i due dati citati da Rampini ci stanno dicendo che “tutto va bene”, come vorrebbe Trump, il suo esercito MAGA e come lascia intendere Rampini stesso? No. Non è così che stanno le cose. E qui inizia l’analisi

  • Rampini dice che “una strada alternativa è sempre stata disponibile”, e nel suo articolo la identifica con le tariffe sui commerci e le leggi contro l’immigrazione: questa sua affermazione si basa, forse, sulla Borsa di oggi e sull’inflazione di oggi? Sono trascorsi meno di 90 giorni, dal Liberation Day: a voi lettori, questo di Rampini sembra un atteggiamento corretto e prudente, oppure spregiudicato e di parte?

  • Rampini sottolinea le previsione sbagliate, ed aggiunge anche che “il settore finanziario si sta ridicolizzando da solo”: in Recce’d invece noi pensiamo che il gesto ridicolo (utilizziamo intenzionalmente il medesimo vocabolo usato da Rampini) sia quello di chi annuncia il 2 aprile un forte rialzo delle tariffe soltanto per ritirare le medesime tariffe a distanza di soli sette giorni, ovvero il 9 aprile; tutto intero il recupero della Borsa si fonda sul fatto che Trump ha deciso … che Trump ha sbagliato; e a voi lettori, chi risulta ridicolo, in questo caso? Valutate il fatto che nei giorni intorno al 2 aprile Trump dichiarava (a proposito dei cali di Borsa) di non degnare la Borsa neppure di uno sguardo; e dopo sette giorni, ha poi piegato il ginocchio, come dicono gli americani

  • a questo va aggiunto, poi, che Rampini finge di dimenticare che quelle “previsioni sbagliate” sicuramente non avevano come data di scadenza il 27 giugno 2025

  • va aggiunto anche che Rampini afferma che “L’umore dei consumatori migliora e l’inflazione cala. La Borsa sale e il dollaro scende”: Rampini qui ci dice quindi che il dollaro USA in calo è un segnale di successo, per Trump e la sua politica? E poi dice che la fiducia dei consumatori aumenta, ciò che vuol dire che esce poco dalla sua abitazione di New York, ed anche che non ha letto il dato che voi leggete sotto nell’immagine

  • Aggiungete ancora a tutto questo una serie di omissioni (che svelano le vere intenzioni di Rampini): Rampini dimentica di prendere in esame i temi quali il debito, il “Big, Beautiful Bill”, la debolezza del dollaro USA, il rischio tassi di cui abbiamo scritto in apertura di Post e il rischio recessione. Non c’è nulla di questo, in Rampini: forse, l’esperienza e la competenza del giornalista lo portano a concludere che questi elementi hanno poca rilevanza.

    ma se poi … l’investitore che legge Rampini gli crede?

    Ad esempio Rampini questo non lo ha visto

Ad esempio Rampini questo non lo ha citato

Ad esempio Rampini questo non lo ha considerato

Ad esempio Rampini questo al lettore del Corriere della Sera non lo dice

Ad esempio Rampini non fornisce al lettore questa informazione


  • Ma non basta. Ora vi segnaliamo un dettaglio. Rampini scrive:

Per quanto incerto sia il mondo, una cosa è sicura. Nessuno pagherà per aver sbagliato tutto. Quale economista ha mai pagato un prezzo per aver sbagliato completamente le scelte macroeconomiche fondamentali degli ultimi 30 anni? Quanti hanno ammesso di aver fatto un errore?». 

Se gli economisti hanno sbagliato, oppure se non hanno sbagliato, tutti lo vedremo proprio nel secondo semestre 2025. Anche i bambini della scuola dell’obbligo sanno che è inopportuno, perché prematuro, tirare drastiche conclusioni a distanza di poche settimane. Ed è vero che gli economisti fanno gli errori, come mette in evidenza Rampini, ma ci pare giusto ricordare che molti giornalisti della sua categoria hanno sbagliato sempre tutto, eppure continuano a scrivere sui quotidiani nazionali (dove forti interessi esterni condizionano le scelte della Direzione a proposito di chi viene pubblicato e chi no).

  • C’è poi un secondo dettaglio: per quale ragione, a vostro giudizio, in questo articolo Rampini utilizza nei confronti dei Fondi Hedge toni derisori? Che cosa e chi conosce Rampini, dei Fondi Hedge? Di come funzionano? Di quali obbiettivi perseguono? Oppure sono argomenti da bar, come tra Juventus ed Inter e Milan?

  • Ed infine, fate bene attenzione ad una terzo dettaglio: vi sarà sufficiente Wikipedia per chiarire che il citato Cass non solo non è un economista, ma non lo è mai stato. Cass è un uomo che ha lavorato solo in istituzioni di partito, e quindi di parte. E’ un uomo di partito. Sulla “rispettabilità accademica” di cui scrive qui Rampini, noi che abbiamo quotidianamente contatti con ambienti accademici in ogni parte del Mondo non troviamo alcun riscontro. Come economista, nessuno lo conosce in accademia.

Vi sembrano trascurabili imprecisioni, quelle che Recce’d ha documentato qui? Errori da attribuire alla fretta? Alle necessità di sintesi?

Possibile, ma non è il modo nel quale Recce’d vede le cose.

Noi abbiamo una lunga esperienza di comunicazioni relative ai mercati finanziari, e per questo a noi pare evidente che la manipolazione della massa degli investitori attraverso i social ed i media oggi è a livelli elevati, e mai visti prima. Costruire narrative, che appaiono credibili ad una lettura frettolosa, ma che nulla hanno a che vedere con la realtà: costruite per spingere gli investitori, sempre e comunque, verso certi investimenti e certi tipi di portafogli.

L’investitore che non è consapevole di questi meccanismi, l’investitore che si lascia trascinare da narrazioni incomplete e grossolane, farà sicuramente una serie di sbagli nell’impiego del suo risparmio. E questo è un problema concreto.

Gli investitori consapevoli sono quelli che riconoscono narrative come queste, e se ne sanno difendere. Ed anzi ricavarne opportunità di guadagno. Ciò che noi in Recce’d facciamo ogni mattina per i nostri Clienti attraverso The Morning Brief. Dove spieghiamo come si usa, un fatto come quello dell’immagine che segue, per fare performance e risultati.

Con questa lunga digressione, ci auguriamo di avervi regalato un contributo pratico ed utile, anche questo caso.

Ora però lasciamo da parte le manipolazioni della realtà, e ritorniamo proprio alla realtà, alla qualità, ed all’analisi: l’analisi fatta con metodo, disciplina, rigore. Evitando sia l’ottimismo a buon mercato sia il pessimismo a poco prezzo. E senza fare mai il tifo per nessuno e nessuna parte e nessuna cosa, che non sia l’interesse del nostro Cliente le la performance (risk weighted) dei portafogli modello di Recce’d

Ritorniamo a parlare coi lettori, in modo serio e professionale, di mercati finanziari, ed in particolare dell’estate che ci attende e del secondo semestre del 2025, con il contributo che abbiamo scelto e tradotto per voi, che anticipa all’investitore le incognite dei mesi estivi del 2025. Anche in questo articolo, trovate informazioni che certamente sono sfuggite a voi, ai social, al quotidiano che leggete la mattina, al GR, al TG.

I mesi estivi sono un periodo per prendersi una pausa, crogiolarsi al sole con amici e familiari, e i mercati finanziari impazziscono per un motivo o per l'altro. Con l'avvicinarsi della stagione nell'emisfero settentrionale e l'avvio del consueto processo di diradamento e oscillazione dei mercati, c'è il rischio che nei prossimi mesi si verifichi una qualche esplosione.

Un amuse bouche in tal senso è arrivato la scorsa settimana con alcuni movimenti peculiari dello yen giapponese. In generale, lo yen è una delle valute, insieme al dollaro e al franco svizzero, che si comporta piuttosto bene in periodi di stress. Non è un vero e proprio rifugio, ma la tradizione popolare sui mercati vuole che durante periodi turbolenti o di paura, gli investitori giapponesi riportino a casa i loro fondi parcheggiati in attività all'estero, trascinando con sé lo yen.

Se questi flussi di rimpatrio avvengano davvero su larga scala è oggetto di dibattito. Probabilmente no. Ma la memoria muscolare dei mercati è una forza potente, quindi quando accadono cose negative, di qualsiasi tipo ma in particolare in ambito geopolitico, lo yen sale. Non è stato così con il recente intensificarsi della violenza tra Iran e Israele, con il coinvolgimento anche degli Stati Uniti. Invece di salire, lo yen si è indebolito. Non in modo drammatico, ma il dollaro è salito a un massimo di 148 yen all'inizio di questa settimana, segnando il punto più debole dello yen in un mese. Un minimo di un mese per lo yen potrebbe non sembrare un grosso problema, e per la maggior parte delle persone non lo è stato.

Il problema qui sorge perché scommettere su un dollaro più debole e uno yen più forte è estremamente popolare tra gli hedge fund e altri investitori speculativi. Quando quella scommessa ha iniziato a sgretolarsi, abbiamo assistito a quella che Dominic Bunning, analista di Nomura, descrive come una "sgradevole stretta". Ha rischiato di cedere dopo aver raccomandato ai clienti di acquistare la valuta giapponese – un momento mai piacevole per un venditore di idee in una banca d'investimento. Fondamentalmente, l'episodio suggerisce che le scommesse contro il dollaro si stanno un po' affollando, e non serve una buona memoria per ricordare quanto le scommesse affollate possano deteriorarsi rapidamente. Proprio l'estate scorsa, lo yen è schizzato in rialzo e, allo stesso tempo, i titoli tecnologici statunitensi sono crollati, quando due posizioni altamente correlate e molto popolari presso importanti hedge fund hanno incontrato un muro e hanno rapidamente invertito la rotta. I mercati sono diventati così caotici (o almeno così mi è stato detto – ho avuto il buon senso di rimanere su un lettino in Turchia per tutto questo tempo) che a un certo punto i mercati del debito hanno scontato un taglio di emergenza dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve statunitense. Un taglio di emergenza non è mai avvenuto, ovviamente.

Ma i mercati sono particolarmente inclini a superare le aspettative quando la stagione estiva allontana le persone dalle loro scrivanie e iniziano ad aprirsi vuoti dove normalmente si troverebbero i prezzi di mercato stabili. Vale quindi la pena tenere d'occhio le aree di consenso diffuso nei mercati finanziari, nel caso in cui subiscano simili sbalzi estivi.

Lo yen è una di queste aree. Se gli Stati Uniti non saranno disposti o non saranno in grado di tagliare i tassi di interesse, sia a causa di un'inflazione statica, sia perché l'economia sta performando meglio del previsto nei primi mesi dell'anno, l'ascesa dello yen auspicata dagli hedge fund potrebbe non concretizzarsi.

Sia le banche d'investimento che le banche centrali stanno diventando meno pessimiste sulle prospettive future degli Stati Uniti e questo rappresenta un rischio al rialzo da prendere seriamente in considerazione. Chris Scicluna, analista di Daiwa Capital Markets, ritiene che un continuo e ordinato declino del dollaro sia ancora l'esito più probabile, e che un ridimensionamento estivo del suo tasso di cambio con lo yen rimanga improbabile, sebbene questa previsione possa essere, come ha osservato, le sue "ultime parole famose". Gli shock sono, per definizione, impossibili da prevedere. Ma Scicluna osserva saggiamente che un punto migliore da tenere d'occhio potrebbero essere altre sacche di mercato che hanno avuto un andamento positivo finora quest'anno e che potrebbero stare sfidando la sorte e diventare un po' sovraffollate. Alcune valute europee, ad esempio, come il franco svizzero e la corona svedese, hanno avuto un andamento spettacolare.

Le azioni europee hanno messo a segno un'ascesa impressionante e insolita. Persino chi, come me, crede in una rotazione a lungo termine dagli Stati Uniti all'Europa, può ammettere che un rialzo del 18% delle azioni tedesche solo quest'anno è forse un po' eccessivo. Nel frattempo, le azioni statunitensi arrancano nella scia dell'Europa. Se il presidente Donald Trump continua a tirarsi indietro di fronte a difficili decisioni economiche, forse possono recuperare terreno e il dollaro può prendersi una pausa. Il sentiment qui è forse eccessivamente cupo. Le mini-inversioni estive tendono a svanire velocemente come un'abbronzatura, ma ci si può scottare nel processo. Un po' di cautela estiva può fare molto.

L’estate come avete appena letto è una stagione durante la quale il gestore di portafoglio aumenta, invece di ridurre, la propria attenzione vero il risparmio e gli investimenti: è una stagione durante la quale, da sempre, si verificano eventi inattesi e sorprese, non tutte positive.

L’estate 2025, molto più di altre estati, presenta elementi di fragilità: sia nell’economia, sia nella geopolitica. La realtà non è certo quella raccontata da Rampini, e la pace (sia delle tariffe, sia delle guerre) non arriva “quando lo dice Trump”, ma arriva solo … quando arriva davvero.

Per questa ragione, noi abbiamo scelto e tradotto per i lettori un altro articolo, con il quale chiudiamo questo Post.

L’articolo che segue rimette le cose al loro posto: vi darà modo di mettere insieme le considerazioni che avete appena letto qui sopra con quelle che in apertura del nostro Post riguardavano i Titoli di Stato. L’autore è Stephen Roach, e ve lo abbiamo già presentato. Un uomo che ha sia esperienza dei mercati finanziari, sia cognizione dei fatti che stanno accadendo in questa fine di semestre 2025: può aiutarvi in modo concreto a interpretare la realtà dell’estate 2025 e quindi a fare le scelte giuste, per ciò che riguarda l’impiego dei vostri risparmi.

24 giugno 2025 Stephen S. Roach

Il doppio shock dell'attacco israelo-statunitense all'Iran e della guerra dei dazi di Donald Trump si verificano mentre la crescita del PIL globale continua a rallentare drasticamente. Dato che non ci vuole molto per far precipitare un'economia prossima alla "velocità di stallo" in una vera e propria recessione, queste crisi e i loro effetti combinati stanno preparando il terreno per una recessione globale.

Un primo shock è stato già abbastanza grave. I dazi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ovunque si stabilizzino, implicano rischi al ribasso per la crescita globale. Ma il potenziale per un secondo shock – una guerra tra Israele e Iran che ha ora intrappolato gli Stati Uniti – aggrava i problemi per un'economia mondiale sempre più vulnerabile.

Ciò si accorda con la mia teoria del rischio ciclico: non ci vuole molto per far precipitare un'economia prossima alla "velocità di stallo" in una vera e propria recessione. Questa semplice regola ha funzionato straordinariamente bene nel prevedere le recessioni globali negli ultimi 45 anni.

A differenza di una recessione in una singola economia, che generalmente riflette una contrazione della produzione reale, una recessione a livello globale comporta in genere una contrazione di circa la metà delle economie mondiali, mentre la restante parte continua a espandersi. Di conseguenza, una recessione globale è solitamente associata a un rallentamento della crescita del PIL globale, attestandosi su un intervallo ancora positivo del 2-2,5% – un calo di 0,8-1,3 punti percentuali rispetto al trend del 3,3% registrato dopo il 1980. Le eccezioni si sono verificate nel 2009 e nel 2020, quando rispettivamente la crisi finanziaria globale e la pandemia hanno causato contrazioni nette della produzione globale.

La velocità di stallo è la chiave per la valutazione del rischio ciclico. Può essere considerata una zona di vulnerabilità, misurata da significative deviazioni al ribasso rispetto alla crescita tendenziale. Guardando indietro agli ultimi 45 anni, collocherei la velocità di stallo dell'economia globale nell'intervallo del 2,5-3%: quando ci si trova in questa zona, il mondo non ha la resilienza necessaria per resistere a uno shock. Questo è ciò che è accaduto in ciascuna delle ultime quattro recessioni globali.

Torniamo a oggi. Secondo l'ultimo World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, si prevede che la crescita del PIL globale rallenterà al 2,8% nel 2025, proprio al centro della zona di stallo. Mentre le recenti recessioni globali sono state il risultato di singoli shock, oggi l'economia mondiale potrebbe essere colpita da due: una guerra tariffaria e una guerra cinetica in Medio Oriente. La possibilità di una doppia combinazione di shock non fa che aumentare le probabilità di una recessione globale; negli ambienti dei pronostici, è la cosa più vicina a una prova schiacciante che si possa immaginare.

Come sempre, il diavolo si nasconde nei dettagli: in questo caso, negli effetti specifici di trasmissione dei due shock alla crescita globale. La guerra commerciale, ormai, è una vecchia notizia.

La mia ipotesi è che il pacchetto tariffario di Trump che emergerà dalle controversie legali in corso includerà qualcosa di simile a un dazio globale del 10%, un'aliquota tariffaria considerevolmente più elevata per la Cina e dazi specifici per prodotto più elevati, volti a proteggere le industrie americane tradizionali, come quella dei veicoli a motore e dei componenti, dell'acciaio e dell'alluminio.

Il dazio globale del 10% rappresenta un aumento di circa cinque volte rispetto all'aliquota tariffaria effettiva media dell'1,9% registrata nei 30 anni precedenti il ​​"Giorno della Liberazione" di Trump all'inizio di aprile: uno shock sotto ogni punto di vista. Ciò crea rischi al ribasso per l'economia cinese, ancora dipendente dalle esportazioni, e una forte incertezza per l'economia statunitense, portando quasi certamente a una contrazione della spesa in conto capitale e delle assunzioni, entrambe dipendenti dalle solide aspettative future delle imprese. Con le economie statunitense e cinese che insieme rappresentano poco più del 40% della crescita cumulativa del PIL globale dal 2010, non si dovrebbe sottovalutare il potenziale danno di una guerra tariffaria all'economia mondiale.

Per quanto riguarda il Medio Oriente, l'impatto macroeconomico delle guerre viene solitamente misurato attraverso i prezzi del petrolio. Dopo l'attacco israeliano contro l'Iran il 13 giugno, i prezzi del petrolio sono inizialmente saliti alle stelle, partendo dai minimi degli ultimi tre anni e rimanendo ben al di sotto delle medie post-2022. Poi, subito dopo l'annuncio del cessate il fuoco da parte di Trump del 23 giugno, i prezzi del petrolio hanno ripercorso gran parte della corsa legata alla guerra. Se le ostilità dovessero continuare – sempre una possibilità in Medio Oriente – ci sarebbero significativi rischi al rialzo per i prezzi dell'energia e di altre materie prime, poiché i mercati inizieranno a preoccuparsi delle opzioni di ritorsione dell'Iran, che potrebbero includere l'interruzione della produzione e della distribuzione del petrolio, nonché delle rotte di navigazione. Nel complesso, il bombardamento statunitense degli impianti di arricchimento nucleare iraniani il 21 giugno ha iniettato un nuovo elemento di incertezza in un mondo già ipervolatile.

È decisamente troppo presto per prevedere come l'ingresso degli Stati Uniti nella guerra di Israele contro l'Iran influenzerà i prezzi globali dell'energia. Ma in un certo senso, la situazione ricorda l'invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nell'agosto del 1990, che portò al raddoppio dei prezzi del petrolio nel giro di tre mesi. È significativo che l'economia mondiale stesse già rallentando verso una velocità di stallo del 2,5% nel 1991, e lo shock energetico legato alla guerra portò a una lieve recessione globale nel 1992-93.

La chiave per le prospettive a breve termine non sono i dazi statunitensi o la guerra in Iran, ma la loro interazione geopolitica. Questi shock hanno il potenziale di alimentarsi a vicenda, minacciando un'economia mondiale vulnerabile e già a rischio di stallo.

Le previsioni cicliche non sono mai una certezza. Ma il doppio shock di quest'anno rende una recessione globale sempre più probabile.

Valter Buffo