3000? Ancora fake news!
 
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Non c’è media, dalle TV al Web ai quotidiani, che non abbia dato spazio questa settimana ai nuovi record di Wall Street. Pur giudicandolo, per le nostre performances ed i nostri portafogli, un evento di importanza pari a zero, siamo però costretti a produrre un commento.

In precedenti occasioni, abbiamo già scritto del ruolo dei media oggi all’interno dei meccanismi che determinano, nel breve termine, il comportamento dei mercati finanziari.

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Fare notizia è un imperativo, per i media di tutto il globo, e le cifre tonde degli indici di Borsa aiutano ad aumentare il numero dei click sui siti dei quotidiani, e colpiscono l’attenzione di chi sta facendo zapping tra i canali della TV.

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E lo hanno compreso bene i politici, a partire da Donald J. Trump, che tempesta i social media di messaggi sui rialzi di Borsa, e in particolare quando gli indici raggiungono i “numeri tondi”.

Per lui, è importante fare credere che il rialzo degli indici di Borsa è un segnale forte che “tutto va bene”, anzi che stiamo beneficiando della “greatest economy ever”.

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Il clamore mediatico poi è di aiuto alle banche globali di investimento che, in quanto grossisti, si augurano disperatamente che il superamento della “quota 3000” rimetta in moto i flussi di acquisto, flussi sui quali le banche di investimento accumulano commissioni.

Ovviamente, celebrano “quota 3000” anche le Società di Gestione dei Fondi Comuni, che a loro volta guadagnano più commissioni e soprattutto hanno un argomento, che oggi è anche l’unico, per spingere quei Fondi Comuni che a loro portano le commissioni più elevate.

Ed ecco spiegato perché anche un piccolissimo rialzo, come in effetti è stato nelle ultime settimane quello della Borsa di New York, viene celebrato ed amplificato dai media: le fake news, in Finanza come negli altri ambiti, fanno comodo a chi ne approfitta per aumentare i propri guadagni.

Per completare questo Post in modo più analitico, e quindi per parlare di cose che per noi investitori finali sono più serie e più rilevanti, Recce’d ha scelto di riprodurre, qui di seguito, un commento apparso proprio nelle ultime ore sul Financial Times. Vi offre una messa a punto che vi sarà utile per comprendere quello che vedrete nelle prossime settimane. Buona lettura.

US stocks have soared to records this year despite earnings remaining flat. This is just one paradox stalking markets that should unnerve equity investors. Stock indices reached milestones this week with the S&P 500 hitting the 3,000 mark and the Dow Jones Industrial Average breaching 27,000 points. The best June since 1955 capped a surging first half of the year that has returned 17 per cent to investors, its best showing since 1997. Yet the jubilation may soon fade.

The second-quarter earnings season begins next week but the outlook offers little to excite investors. Growth in earnings per share, one of the most widely watched gauges for the health of US stocks, risks slipping into negative territory. This would mark the second consecutive quarter of shrinking earnings for US stocks — the technical marker of an earnings recession, according to FactSet data. Poor earnings will squeeze profit margins, forcing investors to ask whether stocks have any more room to rise. Emily Roland, head of capital markets research for John Hancock Investment Management, anticipates a “war on margins” as companies report to investors this month. “A lot of sectors will be under margin pressure,” Ms Roland said. Fund managers would be wise to position portfolios for defence, she adds. “Boring is beautiful — it’s not a great time to make bold bets with this uncertain growth backdrop.” Dimming data from America’s manufacturing sector, the China-US trade conflict and a slowing in US gross domestic product are testing the nerves of equity investors. Andrew Sheets, a strategist at Morgan Stanley, has recommended clients cut the weighting of equities in their portfolios due to the dismal outlook for economic growth and earnings. “We think the market is too optimistic on 2019 earnings and is underestimating the pressure from inventories, labour costs and trade uncertainty,” Mr Sheets said. Tech companies are particularly vulnerable to the tightest employment market in half a century. Labour costs account for 16 per cent of annual revenue for tech companies, according to Morgan Stanley, the second-highest proportion across sectors after industrials. Even the rosy prospect of monetary easing has its limits.

The Federal Reserve is expected to trim interest rates in July, but that dovish tilt will be offset by the negative impact of weakening growth in the US and abroad, adds the bank. “We think a repeated lesson for stocks over the last 30 years has been that when easier policy collides with weaker growth, the latter usually matters more for returns,” Mr Sheets added. Herein lies another paradox: economic expansion is necessary to drive stocks higher, but too much frothiness among equities risks stifling the Fed’s appetite to lower interest rates. If the central bank were to even delay a rate cut, it would certainly trigger a pullback in US stocks given the overwhelming expectations for multiple cuts this year.

The prospect of falling rates has become a crutch for US stocks. Lower rates will reduce already inexpensive borrowing costs for companies, allowing them to continue to binge on cheap debt to fuel growth. One way companies are spending this money is on their own shares. While growth in capital expenditure has come off the lofty highs reached last year, when the lower corporate tax rate encouraged companies to spend, share buybacks have blossomed. US companies spent $206bn on share repurchases in the first quarter, broadly in line with the $805bn spent in the whole of 2018, a record year. Credit Suisse analysts expect share buybacks to add a full 2 per cent to the earnings-per-share total for the S&P 500 in the second quarter, which may be just enough to nudge it into positive growth territory and stave off an earnings recession. “That’s the impact of stock buybacks,” said Patrick Palfrey, senior equities strategist for the bank. “The trend remains anaemic regarding earnings but we don’t see an earnings recession.”

Cosa è il QE? Ce lo facciamo spiegare da Donald J. Trump
 
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Dopo sei mesi in cui sui mercati si è parlato soltanto di Banche Centrali, l’argomento è venuto (giustamente) un po’ a noia.

Ma ci pare utile, per i nostri lettori, offrire ancora qualche spunto critico, per aiutarli a riflettere sull’efficacia di queste (annunciate, e fino ad oggi NON realizzate) iniziative di politica monetaria.

Prendiamo in esame, oggi, il QE, uno strumento che era appena stato messo in soffitta soltanto pochi mesi fa, in nome di una “normalizzazione” che evidentemente non è possibile realizzare, ed è stato richiamato in causa con affanno ed imbarazzo, con moltissime dichiarazioni ufficiali in questo primo semestre 2019.

Ci aiuta a misurare l’efficacia di questa politica la tabella in alto, ed il commento che la accompagna.

Ma se davvero volete comprendere cosa sia il QE, allora vi sarà utile leggere i tweet che trovate sotto nell’immagine, facendo moltissima attenzione alle date.

Ecco, in una sintesi estrema, che cosa è il QE: è uno strumento che aiuta chi sta al Governo (a prendere altro tempo senza risolvere nulla) e che quindi viene invece attaccato quando non si è al Governo.

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Perché quelli ridono sempre? Ve lo spieghiamo
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La settimana scorsa, avevamo annunciato una serie di Post dedicati alle opportunità di fare performance da qui a fine 2019.

Dopo una lunga riflessione, in Recce’d si è deciso di rinviare questo appuntamento coi lettori.

La situazione, infatti, è troppo chiara e troppo definita nei suoi contorni fondamentali. Noi di Recce’d ne abbiamo detto e scritto più volte. Ora non c’è che da aspettare che la frutta matura si stacchi dai rami.

E’ il momento dell’azione (sui portafogli) e non delle parole. E noi agiremo, sui portafogli modello, fin dalla settimana prossima.

I nostri commenti all’attualità, li trovate ogni giorno sulla pagina Mercati del sito, e poi in SoldiOnline.it. Ai Clienti, sono dedicate una serie di pubblicazioni, tra le quali il quotidiano The Morning Brief.

Per questo weekend del 6-7 luglio, all’attualità dedicheremo una singola considerazione, che riguarda l’immagine che apre il Post.

Forse, alcuni tra i nostri lettori si sono chiesti perché ridono sempre.

Perché i giornalisti in video, su canali specializzata in Finanza come ad esempio CNBC che vedete nell’immagine di apertura, sorridono sempre quando raccontano al pubblico che cosa succede? Sarà forse a causa dei ripetuti record della Borsa di New York, come si vede appunto nella nostra immagine?

Ma quelli ridono sempre! Anche senza i record! Ridono soprattutto se la Federal Reserve fa la sua svolta ad U e ritorna accomodante, ridono se Draghi annuncia il ritorno del QE, ridono se Lagarde passa dal FMI alla BCE. E con loro, ridono gli intervistati, i cosiddetti analisti delle banche globali di investimento. E persino in Italia, i nostri promotori finanziari, anche loro sempre con larghi e rassicuranti sorrisi.

Tutti questi signori ridono, e ridono per una ragione semplicissima.

La ragione è la seguente: se quello che avete visto tra ottobre e dicembre non fosse stato fermato, se i mercati avesse continuato a scendere, la gran parte di questi signori si sarebbe trovata in forte difficoltà.

Tutto il loro Mondo poggia su una premessa: che i mercati finanziari continueranno a salire, e per sempre. neppure loro saprebbero spiegare il perché: perché mai i mercati finanziari dovrebbero sempre e solo salire? Eppure, le cose stanno proprio così: tutta un’industria è stata costruita su questa premessa, una premessa che ha nulla a che vedere con la realtà, un’intera industria costruita su una favola.

Se quel movimento, chiamiamola correzione, chiamiamola ribasso, delle periodo ottobre-dicembre non fosse stato fermato dalla “generosità” della Federal Reserve, della BCE e della Banca del Giappone, i signori che vedete nell’immagine sopra, ed anche gli ospiti delle banche di investimento, e gli stessi promotori finanziari in Italia sarebbero finiti nei guai, e molto di loro sarebbero proprio finiti … a casa.

Questo è esattamente ciò che vedrete, e vedremo, in occasione della prossima crisi finanziaria sui mercati: uno sconvolgimento radicale che colpirà proprio l’industria del risparmio e della Finanza, spiegata dal fatto che la maggior parte di quelle strutture e di quegli uomini oggi sta lì soltanto per un motivo, che è “prolungare e sostenere la bolla”.

Non producono valore aggiunto per i Clienti: ed è per questo che, tra di loro, molti finiranno a casa. Per questa ragione a voi raccontano che “una crisi finanziaria non ci sarà mai più”. Vi pare possibile?

Avete capito, adesso, perché loro ridono, amici lettori? Ridono di voi.

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H20 e l'Italia: beccati con il sorcio in bocca?
 

Ritorniamo anche questa settimana sulla crisi che ha colpito tutto il settore dei Fondi Comuni di Investimento, ed in modo particolare i Fondi Comuni di GAM, di Woodford e di H2O.

L’articolo del Sole 24 Ore che riportiamo qui sotto elenca alcuni tra i maggiori operatori italiani del settore del risparmio.

Non siamo noi a fare i nomi: lo fa il Sole 24 Ore. E ce ne sarebbero anche altri.

Ora: parliamo di Istituzioni molto grandi, e carissime per i loro Clienti in termini di commissioni.

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In queste Istituzioni, pagatissimi Uffici marketing preparano presentazioni che esaltano gli strumenti di Selezione dei Fondi Comuni globali (addirittura!!!).

Per non parlare poi degli Uffici Risk Management.

Domanda di Recce’d: ci faranno mai sapere che cosa non funziona, in tutti questi uffici.

Il medesimo brano del Sole 24 Ore ci suscita poi una seconda domanda.

Il brano si chiude con un accenno ad una “strategia global macro che lascia molta discrezionalità al gestore”.

Proviamo a riassumere:

  1. per il Cliente investitore, l’espressione “global macro” significa meno di nulla

  2. il gestore non segue regole, fa un po’ come vuole

  3. il Cliente non sa chi è il gestore, non lo conosce

  4. non solo: il Cliente non sa cosa fa il Gestore

Insomma: se stiamo alle parole del Sole 24 Ore, il Cliente è (purtroppo per lui) un “babbeo” che vede la quota del Fondo Comune di Investimento andare su e giù, e non ha la minima possibilità di capire il perché.

Proprio un bell’affare!

Siete davvero convinti, cari amici lettori, che la scelta fatta dagli intermediari italia, scelta caduta proprio su Fondi Comuni come questi, sia stata dettata dall’interesse vostro, quello dei Clienti Finali?

H2O e i Quant: il perché di una moda
 
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Visto il notevole riscontro ai tre Post che Recce’d ha pubblicato sette giorni fa, a proposito della crisi che ha colpito Fondi Comuni dai nomi altisonanti e molto conosciuti come GAM, Woodford e H2O, abbiamo deciso di proseguire questa settimana con una serie di sei nuovi Post.

L’interesse è generale: va al di là dei tre nomi citati sopra, e tocca direttamente gli interessi di tutti gli investitori che investono in Fondi di Fondi, GPM in Fondi, oppure direttamente in Fondi Comuni di Investimento a loro suggeriti dalla Rete di promotori finanziari.

Legato a filo doppio al tema della crisi dei Fondi Comuni c’è pure il tema della diffusione dei Quant nel mondo dei Fondi Comuni. E da qui ripartiremo in questo Post.

Abbiamo già scritto che negli ultimi anni, con chiara intenzione di marketing, l’industria dei Fondi Comuni di Investimento e la associata Rete che vende ai Clienti i Fondi Comuni hanno, insieme, spinto molto sul tema Quant.

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La grande maggior parte dei soggetti che si sono impegnati a spingere i “prodotti Quant” conoscono poco o nulla la Finanza Quantitativa. Non ha senso pensare che queste persone abbiamo approfondito, nei dettagli, le teorie e gli strumenti di applicazione della Finanza Quant: non ha senso, quindi pensare che la scelta a monte sia stata fatta avendo in mente gli interessi dei Clienti finali.

Va spiegato, allora, il perché di questa moda. E noi ci facciamo aiutare da una rivista autorevole, di settore, molto conosciuta nell’ambiente internazionale degli operatori finanziari, sia sulla sell-side sia soprattutto sulla buy-side, ovvero il lato del mercato finanziario dove stanno i gestori di portafoglio. Si tratta di Institutional Investor.

La prima immagine in alto ci aiuta e risolve subito il mistero. Il più grande gestore del Pianeta, Blackrock, preoccupato dal deflusso dei Clienti che escono dai loro Fondi come da tutti i Fondi Comuni, ha reagito tentando di rilanciarsi proprio con l’etichetta Quant. Nella seconda immagine, sempre da Institutional Investor, vengono forniti alcuni dettagli sulle scelte di Blackrock, che ha puntato sui modelli “a fattori” di cui oggi abbiamo scritto in un altro Post.

Ecco quindi, in estrema sintesi, spiegata la moda dei Quant: i Clienti se ne vanno, i Fondi Comuni si riducono, gli ETF crescono, ed il Marketing ha trovato un nuovo “tema di vendita”, ed una nuova “etichetta” da mettere sopra la “merce”. Molto semplice: lo dice anche in modo esplicito l’ultima frase che leggete nell’immagine qui sotto, sempre da Institutional Investor.

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