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COSA comprare? E' la domanda sbagliata. Chiedetevi DA CHI vi fate servire (parte 2)

Recce'd ha dedicato due giorni fa un Post, il primo di questa serie, alla radicale trasformazione del settore del risparmio, alla parallela crisi dell'industria dei Fondi Comuni, e quindi delle Reti che li piazzavano ai Clienti investitori, e alla contemporanea crisi delle strategie di investimento dei Fondi Comuni, ovvero della tradizionale asset allocation (media/varianza, diversificazione, eccetera).

Ci ha quindi sorpreso, in positivo, il fatto di trovare questa mattina, lunedì 18 luglio, in grande evidenza sul Financial Times, un articolo che tratta proprio di questi argomenti, dal quale riteniamo interessante riproporre qui due brevi estratti. Come già detto il motivo di interesse è che questi cambiamenti che investono l'industria trasformeranno, in modo radicale, il servizio che viene proposto a voi, Clienti investitori: la scelta di CHI vi offre il servizio diventa quindi, oggi, il fattore chiave per il successo dei vostri investimenti.

(...) active managers, those whose funds must try to beat the market rather than simply track the index, are facing something approaching a crisis. A majority fail to beat the index over any significant period, and most of those that do ultimately find their outperformance to be fleeting. New competitors are claiming any insight they actually possess can be replicated by a computer. Clients are shifting en masse to index-based funds — active funds have lost $213bn in assets in the year to the end of May, Morningstar says, while passive funds took in $240bn. Profit margins, traditionally among the best in the finance world, are under threat and it seems only a matter of time before there is pressure on managers’ pay. Sporadic lay-offs at some money managers this year may be a harbinger of more to come, say consultants, especially if a newfound willingness to discuss mergers triggers a wave of cost-cutting deals.

“This is as disruptive a time as I have seen in this industry. Every CEO has to take a step back. There are a lot more conversations out there about what could happen than has ever been the case. This is an industry that arguably has excess capacity, particularly when the performance of active management has been inconsistent.”

 

Lo S&P 500 a 2150: cosa ha da dire la "analisi del trend" oggi? Nulla.

Abbiamo già scritto, in molte occasioni, dei limiti oggettivi delle strategie di investimento basate sulle analisi del trend, che continuano a circolare perché è grande il desiderio di trovare il modo per "fare soldi in modo semplice". Quel modo non esiste, ovviamente: ma ce ne occupiamo proprio per il fatto che queste indicazioni ("compra sopra 11", "vendi se rompe 450") continuano a circolare, nonostante gli insuccessi.

Nella versione più semplice, e semplicistica, l'analisi del trend viene condotta tracciando righe sui grafici: non c'è metodo e non c'è disciplina, semplicemente si cambia la durata e la scala del grafico fino a che non si trova il modo di fare vedere ... quello che si aveva già in testa. E via di righe colorate, asterischi e puntini e frecce, che attirano l'occhio. E poi, il gran vantaggio: tutto sembra così semplice, così intuitivo: "se lo ha fatto già tre volte, lo rifarà una quarta". Ma quando mai? Ed infatti, si perdono soldi regolarmente se ci si affida a chi tira righe su un foglio.

Poi ci sono versioni molto più sofisticate, basate su modelli statistici di analisi delle serie storiche: quei modelli che sono stati applicati, a volte con grande successo dalle Società che sono definite CTA tra gli operatori. Le righe colorate sui grafici qui c'entrano nulla.

Anche qui c'è un limite però: come ogni regoletta, anche in questo caso "fatta la legge ... trovato l'inganno": i mercati come vedete ogni giorno diventano sempre più volatili e sempre più reattivi (diremo iper-reattivi) anche perché c'è la necessità di battere questi operatori, che operano con i loro modello matematici anche sui milli-secondi. 

Noi in Recce'd non crediamo a questo modo di trattare gli investimenti, non ci abbiamo investito né ci investiremo, e ai nostri lettori suggeriamo di non investirci e diffidare. E vi forniamo di tanto in tanto esempi concreti: osservate ad esempio il TOTALE SILENZIO, la manifesta incapacità di questi "maghi del trend", che tirano le righe colorate sui grafici, di fronte al recente record assoluto dello S&P 500 ma anche di fronte al 15.500 di minimo, recentemente toccato dal FTSE MIB di Milano. Tutti zitti e neppure uno che parla, allibiti di fronte a questi numeri ed alla loro incapacità di prevederli: non sanno che dire, non sanno che fare, e meno che mai sono in grado di aiutarvi.

COSA comperare? E' la domanda sbagliata. Chiedetevi DA CHI vi fate servire (parte 1).

Molti amici di Recce'd, molti dei nostri lettori che quotidianamente ci regalano un po' del loro tempo e della loro attenzione, sono tutt'ora Clienti di "qualche Grande Banca" ed hanno in portafoglio i Fondi Comuni di "qualche grande banca internazionale", sulla base della considerazione che "come può un piccolo operatore della consulenza saperne di più", rispetto a giganti del settore. Ecco allora che "penso che se prendo un Fondo Comune di Franklin Templeton posso stare tranquillo", oppure che "un Fondo Comune di Blackrock mi dà più sicurezza".

A questi amici, Recce'd da anni segnala che l'intero settore del risparmio, non solo in Italia ma in tutto il Mondo, sta attraversando una fase di rapidissima evoluzione: evoluzione che tocca, prima di tutto, i MODELLI DI SERVIZIO. In altre parole, non tanto i prodotti, i Fondi Comuni tradizionali, i cosiddetti attivi (su quello, ormai tutti sanno quello che c'è da sapere, ed in particolare hanno capito i meccanismi di vendita), bensì il servizio di consulenza ed assistenza che viene offerta al Cliente. Non aspettate che ve lo raccontino i nostri giornali, perché quelli lo faranno soltanto DOPO aver capito chi saranno i nuovi a comandare.

Il passaggio dal servizio di VENDITA a un servizio di assistenza nel merito, ovvero nei criteri di valutazione e nelle strategie di investimento, è una tendenza irreversibile e la conoscono tutti: quello che Recce'd vi aggiunge, è che questa stessa tendenza non sconvolgerà solo i modelli di servizio, ma sconvolgerà anche il panorama competitivo, ovvero gli stessi operatori, i "grandi nomi", le "grandi banche". Chi oggi è gigante, domani potrà essere un operatore marginale. E viceversa.

Molti tra i nostri lettori a questo punto penseranno che scriviamo perché "parte in causa": è semplice dimostrare il contrario, ed abbiamo raccolto migliaia di segnali, di dati concreti, di conferme oggettive. Alcuni di questi li trovate nel Blog. L'ultimo, il più recente ed il più attuale, sono i risultati di Blackrock di giovedì scorso.

Blackrock è la più grande Casa di Fondi del Pianeta, con 5 mila miliardi di raccolta. Eppure, pur avendo toccato con la raccolta nuovi massimi, la sensazione è che qualche cosa non va al meglio. Crescono le masse, e la Società non cresce. In questo Blog, noi vi avevamo già commentato lo scorso marzo, in merito ai loro tagli al personale. Oggi vi segnaliamo i risultati trimestrali per il secondo trimestre 2016.

Leggiamo alcuni dati e commenti: è interessante vedere associta la volatilità dei mercati e la redditività dei Fondi Comuni:

"Our clients are facing unprecedented challenges as they attempt to navigate the current investment environment," Chief Executive Officer Larry Fink said in the earnings release. "Political and macroeconomic uncertainty, historically low yields and elevated market volatility are leading clients to pause, as evidenced by more than $55 trillion in bank deposits in the U.S., China and Japan alone," 

Net income in the three months through June declined to $789 million, or $4.73 a share, from $819 million, or $4.84 a share, a year earlier, the New York-based company said Thursday in a statement.

Noi di Recce'd vi abbiamo segnalato, con forza e più volte, che il cambiamento è già partito, e che in parte viene spiegato proprio dalle "sfide" di cui parla qui sopra Larry Fink, ma non solo: ci sono anche altri aspetti, di cui Fink non parla ma che sono evidenti, come spiega il grafico qui in basso.

Lo stesso Fink conosce questo problema, e la sua Società lo affronta in modo energico:

As has been the case in past quarters, BlackRock’s fast-growing exchange-traded funds drew the largest investments, taking in $15 billion for the quarter. E.T.F.s track a wide variety of stock and bond indexes. In the last quarter, so-called minimum volatility equity funds that follow a basket of low risk, steadier stocks were popular with investors seeking safe returns. At $1.1 trillion, the company’s iShares E.T.F. brand represents nearly a quarter of BlackRock’s total asset pile and continues to grow at a more rapid clip than its actively managed bond and equity divisions.

Volete capire perché, nonostante questo successo con gli ETF, e 5.000 miliardi di dollari di raccolta, la Società fatica? Vi invitiamo ad ascoltare l'intervista a questo indirizzo, che spiega molto chiaramente il punto. Il problema, per Blackrock ma poi per tutta l'industria, può essere sintetizzato con la frase:

"la forza vendita, ovvero la Rete di vendita, nel comparto degli ETF non può garantire nulla, in termini di raccolta" .

E questa sì, è una autentica rivoluzione, che sta già arrivando a toccare anche voi, amici lettori.

 

 

Questa, o è una grande trovata, oppure è una grande ...

Se voi ci capite qualche cosa, aiutateci: noi leggendo queste dichiarazioni di ieri, 14 luglio 2016, a proposito dell'attività di Cassa depositi e Presititi, ci abbiamo capito poco:

Claudio Costamagna, presidente, e Fabio Gallia, amministratore delegato, hanno raccontato un anno di attività (insediati il 13 luglio 2015) e i progetti da «istituto nazionale di promozione». «Lavoriamo su operazioni di mercato, dove il mercato non arriva — ha detto Gallia —. Cerchiamo ritorni positivi senza alterare il profilo di rischio. Abbiamo detto vari no». E sulle banche: «Il nostro intervento è attraverso Atlante. Abbiamo il 12%. Continueremo così. Non possiamo e non vogliamo diventare una banca. C’è il rischio degli aiuti di Stato e delle “manette” di Basilea 3». «Mps non ci interessa — ha precisato Costamagna — . Se prendessimo una partecipazione significativa in una banca diventeremmo un gruppo bancario. Siamo disponibili ad aumentare l’investimento in Atlante». Atlante 2, il fondo per i crediti deteriorati, nascerebbe con questi presupposti. Sotto Atlante 1.

Dunque: 

  1. ·         non ci è chiaro che cosa sia un "istituto nazionale di promozione": non è una banca (questo è stato detto a chiare lettere dagli stessi Vertici aziendali) e quindi opera al di fuori del sistema di controlli che è attivo per le banche (e anche questo è stato rivendicato in modo esplicito)
  2. ·         ma noi non sappiamo cosa sia, un "istituto nazionale di promozione"
  3. ·         ne esistono forse in altri Paesi? a noi, non risultano
  4. ·         in base a quali regole opera? chi definisce gli obbiettivi aziendali? ed i metodi di operatività? e poi se non è una banca, CHI LO CONTROLLA? quale Autorità esterna mette regole e limiti? Forse è il Codice Civile? no, neppure quello perché la Società è pubblica. Il diritto pubblico? Per una realtà con questo profilo, che opera "nel mercato"?

Queste sono già una serie di ragioni per essere perplessi, e forse anche preoccupati. Ma continuiamo, perché c'è dell'altro, e di peggio:

Stesso ragionamento sull’Ilva, partita che finirà entro l’anno. «Abbiamo chiuso il primo tempo, ci sono ancora i supplementari e i calci di rigore — ha detto Gallia —. Ci siamo fatti due domande: se si può salvare e se è utile al Paese. La risposta è sì. Siamo la seconda manifattura d’Europa, il pericolo di non avere una dorsale siderurgica è reale. Stiamo comprando l’acciaio al minimo storico, interveniamo nell’Ilva perché pensiamo si possano fare soldi. Erdemir non è esclusa e anzi, possiamo attrarre altri soci».

Notate la frase "se è utile al Paese": ma a nome di chi si sta parlando qui? Chi avrebbe investito i Vertici aziendali di istanze politiche e generali? I correntisti delle Poste, di cui i Vertici sono gestori degli attivi, sono forse motivati da questa generale "utilità del Paese"? E chi lo dice?

Andiamo ancora avanti:

Cassa ha chiuso il 2015 con una perdita di gruppo di 859 milioni (effetto Eni), ma con un utile di Cdp spa di 893 milioni: «Ciò che conta», per Costamagna. È in calo del 59% dal 2014, ma è ritenuto un buon risultato vista la congiuntura di tassi bassi e incognita petrolio. «Nonostante lo scenario difficile, da un punto di vista economico e patrimoniale siamo sopra gli obiettivi del piano industriale — ha detto Gallia —. Prevediamo di chiudere il 2016 con un utile maggiore. Abbiamo un rapporto fra costi e ricavi (cost-income ratio) inferiore al 10%. E i ricavi sono ricorrenti: da quando siamo entrati non abbiamo venduto un solo titolo di Stato». Per il 2016 sono previsti impieghi per 17 miliardi, di cui 11 gia erogati. Il trasferimento in corso del 35% di Poste è parte del rafforzamento patrimoniale, con dividendi attesi «per 200 milioni dal 2017», ha detto Gallia che ha annunciato sul polo export: «Il 30 settembre Simest sarà conferita a Sace, parte lo sportello unico per le imprese».

Ci capite qualche cosa? Piano industriale? Utili per conto di chi? Ricavi fatti da chi, come, dove? E poi: anche l'erogazione di 17 miliardi di impieghi? Come fa una banca? Ed il "trasferimento" di Poste? Ma che cosa è, questo gran pasticcio di cose, e che mestiere fanno questi signori? A chi rispondono?

Proviamo a parlare in modo più semplice e concreto: in pratica, ci viene raccontata una storia di conglomerato industriale a controllo pubblico (una volta si sarebbe detto: una holding), che risponde solo al Governo, che agisce sulla base di logiche che vengono decise dalla parte politica dominante. Una storia che l'Italia ha già conosciuto: si chiamava IRI, e tutti in Italia sanno come è andata a finire, ovvero con uno spreco sconfinato di denaro pubblico ed una serie di fallimenti industriali.

La sola (e grave) differenza che questa operazione viene finanziata non con fondi raccolti dallo Stato, come fu per l'IRI, bensì dirottando fondi di privati risparmiatori, correntisti delle Poste, che di questo complicato "piano industriale di promozione per salvare l'Italia" non sanno un bel nulla.

L'atteggiamento dei Vertici aziendali a noi pare quello solito, che abbiamo già visto altre volte, ad esempio durante ricordate le "privatizzazioni" di fine anni Novanta, quelle fatte a prezzi di saldo per arricchire le banche americane che fecero da intermediarie. A noi sembra che l'atteggiamento sia "facciamo in fretta, più operazioni possibile, prima che capiscano, due o tre operazioni ben fatte e ci mettiamo a posto. Poi chi si è visto si è visto".

 

La morte del buongusto (ma stava male già da molto da tempo ...)

Leggiamo oggi sui quotidiani:

Il gruppo Bper, Banca popolare Emilia Romagna, guidato da Alessandro Vandelli, ha ceduto un portafoglio di crediti in sofferenza a due distinti investitori specializzati del settore, Algebris Npl fund e Cerberus European Investments. Il portafoglio di sofferenze ceduto è costituito da circa 15.000 posizioni per un valore lordo di libro complessivo («Gross Book Value») pari a circa € 450 milioni di euro. Nell’operazione, il gruppo Bper è stato assistito da Oliver Wyman in qualità di arranger, dal team Credit Solutions Group di Banca IMI per la strutturazione finanziaria e dallo studio Orrick, Herrington & Sutcliffe per gli aspetti legali.

Domanda: Algebris è il fondo di quel Davide Serra che viene intervistato dai giornali e va a fare ospitate nei talk show, da Bruno Vespa in giù, in materia di sofferenze bancarie. Quando Vespa fa una domanda, e Serra risponde, la risposta di Serra è quella di un opinionista (tipo alla Domenica Sportiva) oppure quella di una parte in causa, che con le sue risposte vuole influenzare l'andamento dei prezzi degli assets che proprio in quel momento sta trattando per acquistare da BPER e (immaginiamo) altre banche?

L'arranger e la banca IMI e lo studio legale, tutti riuniti, che ne pensano?

Ci facciamo proprio sempre riconoscere, in tutte le occasioni, noi Italians. Furbetti, sempre furbetti come diceva quel tale nel 2007.