La gestione del portafoglio titoli 2026 in quattro parole.
 

Nella mente dei numerosi investitori (Clienti e non Clienti di Recce’d) con i quali ogni giorno ci confrontiamo, l’elemento comune a tutti si chiama confusione. Per la maggioranza di loro, a confusione si aggiunge paura. Dalla paura spesso derivano l’affanno e le scelte sbagliate: quelle delle quali ci si è già pentiti solo a poche settimane di distanza.


Ovvio che anche noi, in Recce’d, soffriamo le attuali condizioni (caotiche) sui mercati finanziari: a differenza di molti, però, sia del tutto lucidi, e non facciamo scelte di portafoglio affrettate oppure alla cieca. Ragioniamo, ragioniamo sempre, anche di fronte alla follia.

E da questo, deriva una garanzia: la garanzia di successo, perché facendo le cose bene, con lucidità e metodo, con analisi e pazienza, sui mercati finanziari si vince sempre. E’ la sola ricetta vincente.

A proposito di mercati finanziari, ecco qui sotto una immagine che, meglio di ogni altra, fotografa il momento all’inizio di maggio 2026.

Ovviamente sia i social sia i media ieri ed oggi hanno dato grande risalto ai “nuovi record di Wall Street”: e lo hanno fatto perché questi “nuovi record” erano il solo ed unico scopo della manovra, effettuata dalle banche di investimento (che sono i grossisti di questo mercato), che ha riportato l’indice della Borsa a New York al di sopra dei livelli di febbraio, due mesi fa. Celebrazione, entusiasmo, euforia sui social, e sui siti Web, e tra i promotori finanziari in Italia.

Ma (fate bene attenzione) oggi siamo sopra ai livelli di febbraio soltanto del 3%: nulla. Zero. Una seduta di mercato. Anche solo mezza, come avete visto quaranta giorni fa.

Fate bene attenzione a questo. I dati qui sopra e tutti quelli simili vi raccontano di un RECUPERO dopo un ribasso e non di un AUMENTO di valore, che proprio non c’è stato. Non esiste, nella realtà.

Però a quelli che a voi devono (assolutamente) vendere qualcosa, tutto questo non importa: il loro obbiettivo, quello dei grandi titoli sui giornali, è stato raggiunto. Il resto, la realtà, non conta. La manipolazione è la sola cosa che conta, per loro.

Per noi invece conta la realtà: per tutti noi investitori, la realtà era, è e rimarrà la sola cosa che conta.

E’ la cosa che ci ha fatto vincere e ci farà vincere.

E quindi, in Recce’d, ci concentriamo sulle contraddizioni, che oggi sono estreme, che si potrebbero definire folli. E noi di Recce’d, questo è certo, non investiamo il denaro del Cliente in follie. mai e poi mai.

Moltissimi, come noi, hanno constatato questa follia, e c’è chi offre spiegazioni di varia natura. Ad esempio, qui sotto, Jim Bianco, autorevole analista.


Questa spiegazione, offerta qui sopra (“gli investitori credono che AI sia più importante della guerra e dell’inflazione”) è sicuramente “possibile”, ma per noi di Recce’d NON è “plausibile”. Noi non la vediamo in questo modo: per noi, AI c’entra nulla, zero.

E neppure una grande banca internazionale, come UBS, crede in una simile spiegazione dei fatti all’inizio del maggio 2026.

Pensate che neppure Goldman Sachs, la banca internazionale che più di ogni altra si distingue per l’attività di “pompaggio” dei mercati finanziari e di “gonfiaggio” della bolla finanziaria, riesce a credere in questa versione delle cose, quella dove tutto si spiega con AI. Esprime qualche (timidissima) perplessità.

Come Goldman Sachs, anche noi siamo certi che le cose sono andate un po’ oltre il lecito. Anzi, noi di Recce’d pensiamo che siano andate molto, troppo oltre il lecito, il giustificato, il ragionevole. E sui portafogli, modello noi operiamo di conseguenza, fin dalla prossima settimana.

Anche perché, proprio nelle ultime 72 ore, il lavoro di analisi sulle trimestrali di Apple, Amazon, Google, Facebook e Microsoft ci ha confermato tutto ciò che noi avevamo già osservato all’epoca delle precedenti trimestrali: questi grandissimi utili in realtà NON esistono, questi grandissimi nomi Tech si vendono le cose tra di loro (per alimentare una mania), e il risultato è una esplosione della “spesa per investimenti” di questi Big Tech. Che sono investimenti che, ad oggi, hanno rendimento zero (anzi, negativo, dato il costo del debito).

Recce’d ha già analizzato anche qui nel Blog questo aspetto della realtà attuale. Non lo faremo oggi, perché il nostro lettore ha bisogno di altro, oggi per gestire i suoi investimenti ed il suo risparmio

Oggi, a inizio maggio, il nostro lettore ha bisogno di analizzare i dati dell’immagine che segue, di spiegare poi a sé stesso che cosa sta capitando, e successivamente di leggere con noi un secondo articolo.

L’immagine che avete visto qui sopra, e che vi racconta una decisiva correlazione, è decisiva, e potrete comprenderla meglio collegandola alle altre tre immagini qui sotto.

Perché sta accadendo tutto questo caos inspiegabile. e tutto allo stesso momento? Come modificherà i rendimenti dei miei risparmi? In che modo li dovrò gestire da qui in avanti?

Il perché lo trovate spiegato nel modo più chiaro dall’articolo che segue, un articolo è apparso sul Financial Times: e non ieri o in settimana, bensì il 9 marzo. Quando un contributo di qualità, diventa ancora più utile se letto dopo due mesi.

L’articolo poterà la vostra attenzione su quattro concetti: quattro parole, che sono da sole capaci di spiegare a voi tutta la follia dei mercati finanziari degli ultimi 60 giorni.

Disconnect. Dispersion. Volatility. Fragmentation.

Ovvero: disconnessione, dispersione, volatilità e frammentazione. Tutto dei mercati finanziari nel 2026 può essere riassunto in queste quattro parole.

Ve lo avevamo già proposto in lettura qui nel Post, ma diventa ancora più utile leggerlo ora. Il petrolio resta a 100$ circa a distanza di due mesi, ma il rendimento dei Titoli di Stato è SALITO dal 4,13 del 6 marzo (citato nell’articolo) al 4,40% del 1 maggio 2026. Il che rinforza le tesi dell’articolo. Pensate un po’ che roba!

Dovete abituarvi, comprendere: dovete decidere in modo diverso, e fare scelte diverse. Vi serve, subito, un approccio diverso alla gestione del vostro portafogli titoli. Le fonti di rendimento sono già cambiate. Ed anche le fonti di rischio.

L'autore è il professore di pratica Rene M. Kern presso la Wharton School, capo consulente economico di Allianz e presidente di Gramercy Funds Management.

Un vento stagflazionistico più forte sta soffiando sull'economia globale, mentre i prezzi del petrolio superano i 100 dollari al barile.

Gli ultimi dati sull'occupazione negli Stati Uniti, pubblicati venerdì, hanno fornito prove – seppur contrastanti – di un indebolimento del mercato del lavoro, proprio mentre il conflitto con l'Iran alimenta le preoccupazioni per uno shock dei prezzi dovuto all'aumento dei prezzi dell'energia e all'interruzione delle catene di approvvigionamento.

L'economia statunitense ha perso 92.000 posti di lavoro a febbraio, con un tasso di disoccupazione salito al 4,4%. Questo dato segue un forte aumento registrato il mese precedente, che, come temevo, si è rivelato un'anomalia. Dopo un 2025 caratterizzato dal più debole incremento medio mensile dell'occupazione al di fuori di una recessione in oltre vent'anni, il panorama occupazionale rimane difficile.

Non si tratta solo del mercato del lavoro. Anche l'inflazione lanciava segnali di allarme prima dell'inizio degli attacchi israeliani contro l'Iran. I dati pubblicati in precedenza hanno mostrato che l'indice dei prezzi delle spese per consumi personali – la misura dell'inflazione preferita dalla Federal Reserve – è salito al 2,9% a dicembre, il livello più alto da marzo 2024. Nel frattempo, l'inflazione di base, un indicatore dei prezzi dei fattori produttivi, è aumentata al 3,6%, ben al di sopra delle previsioni degli analisti.

Ora molte economie si trovano ad affrontare la duplice pressione dell'impennata dei costi energetici e delle rinnovate interruzioni delle catene di approvvigionamento lungo le rotte marittime e aeree. Nonostante questa serie di rischi crescenti, molti segmenti di mercato hanno considerato la diffusione della guerra in Medio Oriente come una "ferita superficiale": un'interruzione temporanea e rapidamente reversibile per un'economia globale altrimenti resiliente. Dopotutto, questo era l'approccio redditizio per un 2025 caratterizzato da uno shock dopo l'altro.

Il rendimento dei titoli del Tesoro statunitensi a 10 anni si attestava venerdì al 4,13%, più o meno allo stesso livello di metà del mese scorso. Nel frattempo, era sceso a circa il 3,95%. A un osservatore superficiale, questo "andata e ritorno" suggerisce che l'influenza complessiva delle forze contrastanti su quello che è probabilmente il più importante indice finanziario mondiale sia sostanzialmente minima.

Tuttavia, questo approccio di compensazione ignora troppo facilmente la storia dei "punti di svolta", sottovalutando i crescenti rischi che richiedono l'attenzione dei responsabili politici e degli investitori a lungo termine. Nell'economia e nella finanza reali, i fattori negativi non si compensano, ma si accumulano.

È significativo che, mentre un terremoto geopolitico come la guerra con l'Iran avrebbe tradizionalmente innescato una fuga verso beni rifugio come il debito pubblico statunitense, i rendimenti siano aumentati a causa dei timori di inflazione.

L'entità dello shock che il mondo dovrà affrontare dipenderà dalla durata e dalla diffusione della guerra con l'Iran. Ulteriori interruzioni delle catene di approvvigionamento stimoleranno senza dubbio un ulteriore passaggio dall'efficienza "just-in-time" all'approccio "just-in-case", più costoso ma necessario, per la gestione delle scorte. Si tratta di un'evoluzione strutturale che incorpora costi più elevati nel sistema in un momento in cui l'accessibilità economica è già una questione economica, politica e sociale.

Anche le prospettive finanziarie sono difficili a causa di tre rischi distinti. Ciascuno di essi non sembra sufficientemente rilevante da causare un rischio sistemico. Insieme, tuttavia, possono formare una forza destabilizzante che si autoalimenta.

  1. Il primo riguarda il credito privato nelle economie avanzate. Ciò che è iniziato come una tensione idiosincratica in alcune aziende rischia di evolversi in un problema più ampio, poiché alcuni investitori si stanno ritirando da una classe di attivi che, secondo Marc Rowan di Apollo, sta affrontando una "selezione". Ci sono stati segnali da manuale di un settore sovraesposto: sottoscrizione inadeguata, valutazioni discutibili, strumenti di investimento inappropriati e frodi. È improbabile che l'ascesa di "veicoli di continuazione" discutibili – in cui gruppi di capitale privato trasferiscono attività tra fondi – possa ritardare l'inevitabile resa dei conti sulle valutazioni.

  2. Il secondo rischio riguarda la bolla speculativa che ha alimentato ingenti finanziamenti per lo sviluppo dell'intelligenza artificiale. La tecnologia rimane una forza trasformativa estremamente entusiasmante, con enormi promesse di produttività. Ma ci saranno pochi grandi vincitori e molti perdenti. E la decisione, ampiamente pubblicizzata, della società di pagamenti Block di tagliare il proprio personale del 40% ha ricordato che l'adozione dell'IA rischia di sconvolgere il mercato del lavoro.

  3. Un terzo rischio è che, con l'inflazione in aumento, la capacità del mercato obbligazionario globale di assorbire un'offerta record sarà probabilmente messa alla prova. Negli ultimi anni, tre delle sette economie del G7 – Francia, Giappone e Regno Unito – sono già state messe alla prova dai cosiddetti "vigilantes obbligazionari". Se non staranno attente, queste e molte aziende fortemente indebitate potrebbero trovarsi ad affrontare condizioni di finanziamento meno favorevoli.

L'economia globale non si trova ad affrontare solo un 2026 volatile. È sulla strada di un'ulteriore frammentazione e di una maggiore dispersione dei risultati per famiglie, settori e paesi.


Ma veniamo ora alla classica domanda di tutti i nostri interlocutori: che cosa facciamo adesso, con i nostri risparmi, in un contesto simile?

Utilizzeremo, per rispondervi, un secondo contributo esterno, analizzato, e selezionato per voi, e poi tradotto da Recce’d.

In poche righe, trovate sintetizzate le linee-guida per una efficiente e produttiva gestione del vostro risparmio in questa Nuova Era delle economie e dei mercati finanziari.

Linee-guida che ribaltano completamente quelle vecchie impostazioni che però ancora dominano nel Mondo delle Reti di promotori finanziari (da Mediolanum a Fineco, da Fideuram a Generali, e poi tutte le altre).

Noi di Recce’d adottammo queste linee guida di cui parla l’articolo già molti anni fa, quando avviammo la nostra esperienza con i portafogli modello.

Chi poi volesse conoscere le nostre mosse sui portafogli modello, in questo difficilissimo momento, non ha che da scriversi attraverso la pagina CONTATTI di questo sito. Vi aspettiamo.

Il paradosso del 2025

Il punto di partenza è una chiara contraddizione. L'anno appena trascorso è stato caratterizzato da una forte instabilità, eppure i risultati economici e di mercato sono stati solidi.

I mercati hanno dovuto affrontare un flusso costante di sviluppi geopolitici e politici. Tensioni commerciali, discussioni sui dazi e alleanze mutevoli hanno dominato il dibattito globale. Allo stesso tempo, due pilastri che un tempo sostenevano il sistema economico globale hanno iniziato a indebolirsi: la globalizzazione e il quadro politico spesso definito Consenso di Washington.

Nonostante questo contesto turbolento, i risultati sono stati inaspettatamente resilienti. La crescita globale si è mantenuta solida intorno al 3,3%, gli Stati Uniti hanno continuato ad espandersi al 2,4% e i mercati emergenti hanno registrato una crescita di circa il 4,4%. Anche i mercati finanziari hanno offerto rendimenti elevati, con le azioni globali in rialzo di circa il 21%.

Due forze potenti hanno contribuito a spiegare questa resilienza. La prima è stata un'impennata degli investimenti legati all'intelligenza artificiale, con aziende e investitori che hanno accelerato la spesa in conto capitale per le tecnologie di IA. Il secondo fattore determinante è stata la capacità della Cina di riorientare i flussi commerciali, espandendo le esportazioni verso altri mercati anche a fronte di un calo delle spedizioni verso gli Stati Uniti.

Insieme, questi due fattori hanno contribuito a sostenere lo slancio economico nonostante la più ampia incertezza geopolitica e politica.

Entrando in una distribuzione multimodale

Guardando al 2026, il contesto delle previsioni è cambiato in modo significativo. L'economia globale non sembra più seguire un unico percorso dominante. Al contrario, diversi scenari plausibili coesistono simultaneamente.

Gli economisti descrivono questo tipo di scenario come una "distribuzione multimodale", in cui diversi scenari presentano probabilità significative, anziché un unico risultato centrale che domina le aspettative.

Lo scenario di base, che rappresenta la continuazione delle condizioni attuali, ha una probabilità di circa il 50%. Accanto ad esso si collocano due scenari estremi, ciascuno con una probabilità di circa il 25%.

Lo scenario positivo si concentra su un'adozione più rapida e diffusa dell'intelligenza artificiale, che potrebbe aumentare la produttività e consentire all'economia globale di gestire sfide come gli elevati livelli di debito, il protezionismo e la pressione sulle banche centrali.

Lo scenario negativo riflette il rischio di stagflazione, in cui la crescita economica rallenta mentre l'inflazione aumenta, creando un contesto difficile sia per i responsabili politici che per gli investitori.

Una distribuzione in cui il caso centrale ha solo metà della probabilità è insolita. Con entrambi gli esiti, positivo e negativo, che hanno un peso significativo, l'incertezza diventa più pronunciata e gli investitori devono essere preparati a una gamma più ampia di possibilità.

Volatilità, dispersione e frammentazione

Secondo El-Erian, questo contesto porta a tre caratteristiche distintive per i mercati nel periodo a venire: volatilità, dispersione e frammentazione.

È probabile che la volatilità rimanga elevata, poiché i mercati reagiscono a notizie frequenti e spesso improvvise relative a geopolitica, politica commerciale, sviluppi tecnologici e decisioni politiche interne. Questi bruschi movimenti di prezzo, guidati dalle notizie, possono facilmente spingere gli investitori verso decisioni reattive se i portafogli non sono adeguatamente strutturati.

La volatilità, a sua volta, contribuisce a una maggiore dispersione tra i mercati. Con la divergenza delle decisioni politiche, degli sviluppi geopolitici e delle condizioni economiche, è probabile che il divario tra vincitori e vinti tra paesi, settori e aziende si ampli. Quello che gli economisti spesso descrivono come un andamento a "K" potrebbe accentuarsi, con alcune parti dell'economia in accelerazione mentre altre restano indietro.

Allo stesso tempo, il sistema economico globale stesso si sta frammentando. Le relazioni commerciali si stanno ridefinendo, le catene di approvvigionamento si stanno spostando e le considerazioni geopolitiche influenzano sempre più i flussi di investimento.

Insieme, queste forze stanno rimodellando il panorama degli investimenti in modi che richiedono un approccio diverso alla costruzione del portafoglio.

Un cambiamento nelle fonti di rendimento

In un contesto frammentato e volatile, anche le fonti di rendimento degli investimenti si evolvono.

Negli ultimi anni, molti investitori hanno beneficiato di forti tendenze di lungo periodo, come la rapida ascesa dell'intelligenza artificiale e la trasformazione tecnologica. Queste tendenze a lungo termine hanno generato rendimenti significativi in ​​tutti i mercati.

Guardando al futuro, tuttavia, queste tendenze di lungo periodo potrebbero svolgere un ruolo meno dominante nel determinare i rendimenti. Al contrario, è probabile che altre due fonti di rendimento acquisiscano importanza.

  1. La prima deriva da opportunità strutturali, in cui gli investitori vengono remunerati per aver colmato lacune o inefficienze nei mercati. Il credito privato nei mercati emergenti illustra questa dinamica. Molte economie emergenti si trovano oggi nella stessa situazione in cui si trovavano i mercati avanzati più di un decennio fa, con aziende solide alla ricerca di finanziamenti mentre i finanziatori tradizionali si ritirano. Fornire capitale in queste situazioni può generare rendimenti interessanti, supportando al contempo lo sviluppo di ecosistemi di capitale locali.

  2. La seconda fonte deriva da investimenti opportunistici. I periodi di volatilità spesso creano distorsioni temporanee, in cui i prezzi degli asset si muovono Oltre i fondamentali. Gli investitori con liquidità e flessibilità possono intervenire e cogliere opportunità interessanti.

Di conseguenza, i portafogli potrebbero sempre più combinare opportunità strutturali con la flessibilità necessaria per cogliere investimenti opportunistici quando i mercati superano i livelli prefissati.

L'importanza dell'esecuzione

In un mondo in cui i risultati sono meno prevedibili, il successo degli investimenti dipende meno dalla capacità di prevedere il futuro con precisione e più dalla capacità di agire efficacemente in molteplici scenari.

El-Erian ha sottolineato tre caratteristiche che diventano essenziali in un contesto del genere.

  1. La resilienza garantisce che gli errori rimangano gestibili anziché catastrofici, consentendo ai portafogli di riprendersi da risultati inattesi.

  2. L'opzionalità richiede di mantenere flessibilità e una mentalità aperta, riconoscendo che l'economia globale si evolve in modi non sempre prevedibili.

  3. L'agilità consente agli investitori di agire rapidamente quando emergono opportunità, in particolare durante i periodi di turbolenza del mercato.

Altrettanto importante è la disciplina della pianificazione degli scenari. Gli investitori dovrebbero considerare in anticipo molteplici possibili risultati e determinare come i portafogli reagirebbero a ciascuno scenario prima che i mercati impongano decisioni sotto pressione.

In un contesto caratterizzato da volatilità e dispersione, la capacità di individuare le giuste opportunità dipende sempre più anche dalla selezione dei gestori. Con l'aumentare del divario tra vincitori e vinti nei diversi settori e mercati, la scelta di gestori con una solida esperienza, processi rigorosi e la capacità di muoversi in contesti complessi diventa un fattore chiave per il successo degli investimenti.


Orientarsi nel futuro

L'economia globale sta attraversando una complessa fase di transizione. Cambiamenti geopolitici, trasformazione tecnologica e priorità politiche in continua evoluzione stanno rimodellando il panorama degli investimenti.

Per gli investitori, la sfida non consiste semplicemente nel prevedere l'andamento dell'economia globale. Come osservato da El-Erian, è probabile che il mondo stia percorrendo un cammino accidentato verso un risultato che rimane incerto.

Prepararsi a questo percorso richiede portafogli costruiti con resilienza, flessibilità e agilità, supportati da un'esecuzione rigorosa e da un'attenta selezione dei gestori.

In un mondo caratterizzato da volatilità, dispersione e frammentazione, questi principi potrebbero rivelarsi essenziali per navigare nel mare dei mercati globali

Valter Buffo
Borse ed utili in un'epoca di stagflazione
 

Da mesi e mesi (dal 2023 se si vuole essere precisi) Recce’d vi ha suggerito di rivalutare tutto il vostro portafoglio di titoli, Fondi, polizze e GPM alla luce di un nuovo scenario, che si chiama stagflazione.

Pochi giorni fa, è stato il Ministro italiano del Tesoro a indicare questa prospettiva per l’economia italiana.

Per la verità, nello scenario di stagflazione si trovano e da tempo, tutte le cosiddette economie Sviluppate. E non potranno sfuggire.

In questo Post, a partendo proprio dallo scenario di stagflazione, rivalutiamo le nostre e le vostre posizioni in azioni. Sia nel caso voi siate LONG sia nel caso voi siate SHORT.

Lasciamo da parte tutto ciò che riguarda IRAN e petrolio: lo abbiamo già trattato, questo tema, in modo diffuso anche nel nostro Blog, e lo abbiamo anche archiviato ormai da due settimane. Abbiamo detto basta: il tema IRAN non incide oggi sulle nostre stime per i guadagni, le perdite potenziali, non incide sulla costruzione e sulla gestione del portafoglio modello di Recce’d..

Spostiamo quindi l’attenzione e focalizziamoci oggi sulle Borse.

Sui social e sui media ha fatto molto rumore il recupero successivo alle settimane di guerra alla Borsa di New York (seguita ovviamente dalle Borse europee). Lo vediamo nell’immagine sotto.

Social e media hanno sottolineato i “nuovi record”, come sempre. E come sempre, neppure una voce sui social e neppure una voce sui media si è alzata ad evidenziare al pubblico degli investitori che la dimensione del rialzo di questo indice è di un punto e mezzo percentuale, se guardiamo allo scorso febbraio. E di soli tre punti percentuali, se guardiamo a sei mesi fa (immagine sotto). Nulla.

L’indice in questione può, ed è frequente, muoversi del 3% in una sola seduta. Quindi, si sta parlando del nulla.

In parole povere: nessuno ha messo un solo dollaro in Borsa da sei mesi. Chi ha comperato nelle ultime settimane?

Solo i grossisti del mercato, solo le banche di investimento, che impiegano così le loro linee di credito (concesse dalle banche), allo scopo di alimentare la euforia, e la follia, per poi guadagnare una montagna di dollari con i collocamenti, ovvero gli IPO, di Space X, e di Open AI, e di Anthropic. Il gioco, da almeno sei mesi, è soltanto quello: non esiste altro.

Noi di Recce’d sentiamo il bisogno, la necessità di fondare le nostre attuali decisioni, e le decisioni future, su argomenti più solidi di questi, più convincenti, maggiormente legati alla realtà.

Se per sei mesi sono ci sono stati uguali flussi di acquisto e di vendita, come è documentato dal grafico qui sopra, c’è evidentemente una ragione forte. Forse più di una ragione.

L’attualità ci offre uno spunto di estremo interesse: è in corso proprio ora la stagione delle trimestrali e la settimana prossima tutti leggeremo le trimestrali di cinque delle grandi Megacap, ovvero dei cosiddetti Magnifici Sette (Microsoft, Google, Facebook, Amazon e Apple). Per conseguenza, in queste ore si parla e si discute moltissimo di utili (piuttosto che di IRAN) tra gli operatori di mercato. Ed ovviamente, le opinioni divergono.

Allo scopo di leggere con profitto i dati della settimana prossima, Recce’d regala oggi al lettore un lavoro di collezione di dati e poi di analisi su questo specifico argomento.

Il nostro primo passo, in questa rassegna, è informare i nostri lettori di ciò che vanno raccontando agli investitori le grande banche di investimento. Banche che, ve lo ricordiamo, sono i venditori delle azioni: i loro bilanci sono fatti vendendo le azioni al pubblico degli investitori. Non sono operatori o giudici imparziali: operano per una parte, ovvero per loro stessi, ed il loro scopo è aumentare i loro utili e non quelli di noi investitori.

Leggiamo insieme che cosa ha detto questa settimana JP Morgan.

Sebbene la fine del conflitto con l'Iran rimanga lontana, i mercati si sono aggrappati alle speranze di una soluzione all'orizzonte, il che ha portato l'indice S&P 500 a raggiungere nuovi massimi storici.

Nel tentativo di tenere il passo con la ripresa, JPMorgan ha rivisto al rialzo le sue previsioni per l'S&P 500 a 7.600 punti entro fine anno, con la possibilità di raggiungere quota 8.000, e ha anche alzato le stime sugli utili.

A supporto di ciò, vi sono le aspettative di una stagione di trimestrali "più favorevole" rispetto al trimestre precedente, come hanno spiegato gli strateghi guidati da Dubravko Lakos-Bujas ai clienti in una nota di martedì.

"A nostro avviso, la crescita degli utili prevista dal consensus ha ancora margini di miglioramento, dato che le recenti revisioni positive sono state in gran parte trainate da alcune società tecnologiche e dal settore energetico", hanno affermato.

Circa un mese fa, la banca aveva tagliato il suo target per l'S&P 500 da 7.500 a 7.200 punti, citando preoccupazioni geopolitiche. JPMorgan ha mantenuto invariate le stime sugli utili per azione, non avendo riscontrato alcun deterioramento dei fondamentali, ma il target più basso per l'S&P 500 ha comportato un multiplo forward di 22 volte, in calo rispetto alle 23 volte precedenti.

Ed è qui che le cose potrebbero migliorare ulteriormente.

"Qualora le tensioni geopolitiche dovessero risolversi rapidamente, ci aspetteremmo che il multiplo torni a 23 volte, il che implicherebbe un livello dell'S&P 500 intorno agli 8.000 punti", hanno affermato gli strateghi, definendo tale scenario "ottimistico".

Hanno inoltre osservato che, mentre la de-escalation geopolitica ha contribuito a spingere l'S&P 500 ai massimi recenti, sta tornando anche l'interesse per i titoli legati all'intelligenza artificiale. L'attuale livello di interesse degli investitori per i titoli azionari legati all'IA è qualcosa che, secondo il team, non si vedeva dalla prima metà del 2025.

Gli strateghi hanno affermato che la correzione di circa il 10% dell'S&P 500 è stata un "evento di compensazione" per il recente breakout, con le aziende che hanno riacquistato le proprie azioni a prezzi più bassi, lasciando gli altri investitori a inseguire i guadagni mentre questi rientravano in massa.

Gli strateghi hanno indicato le notizie relative al modello Mythos di Anthropic, ancora non rilasciato, come un catalizzatore chiave, notando che il 66% delle aziende di IA dell'S&P 500 ha sovraperformato dal 7 aprile. Questo avviene in un contesto di prove di modelli e servizi di IA in rapido miglioramento, di un'accelerazione del ritmo di crescita annuale dei ricavi di Anthropic e di crescenti aspettative per l'imminente rilascio di OpenAI Spud, affermano.

"Anche il rischio di perdita di posti di lavoro indotta dall'IA in alcuni dei settori più sensibili (come l'ingegneria del software) è per ora scongiurato, dato che le assunzioni stanno riprendendo", hanno affermato gli strateghi.

Tuttavia, la strada verso l'alto potrebbe non essere priva di ostacoli per i titoli azionari. "Considerato il forte rialzo dai minimi recenti e un contesto geopolitico che, pur essendosi notevolmente attenuato, rimane instabile, esiste un rischio concreto che il mercato entri in una fase di consolidamento a breve termine prima di riprendere la sua traiettoria ascendente", hanno osservato gli strateghi.

La loro visione più ottimistica sui titoli azionari, dato il tempo necessario per una completa risoluzione della guerra con l'Iran e i prezzi del petrolio che si aggirano sui 90 dollari al barile, presuppone l'assenza di "nuove significative escalation".

Per quanto riguarda gli acquisti, gli strateghi puntano su un portafoglio diversificato di società di crescita di qualità, che, a loro avviso, rimarranno "ricche e affollate".

L'altra metà del portafoglio è costituita da investimenti in società a bassa volatilità, un'alternativa alle obbligazioni a lunga scadenza, dato che gli utili rappresentano una "copertura naturale contro un'inflazione persistente".

Come leggete qui sopra, solo un mese fa JP Morgan aveva indicato al pubblico degli investitori un target di fine anno a 7200 punti, rivedendo al ribasso il target precedente. Ora invece si corregge al rialzo, e risale a 7600 punti per lo S&P 500 di New York. Il che significa, come leggete, valutare le azioni 23 volte i loro utili di oggi.

In Recce’d, questo tipo di affermazioni da sempre suscita diffidenza (per la semplice ragione che da sempre segue, e non anticipa i movimenti dell’indice di Borsa), ed una sola domanda: dove saranno, questi qui, tra un mese?

In aggiunta, Recce’d giudica non soltanto elevato, ma pure privo di senso, valutare le azioni ben 23 volte gli utili correnti: vi ricordiamo che storicamente la valutazione delle azioni ha oscillato tra 14-16 volte gli utili, ed è scesa fino a 9 volte gli utili in fasi di difficoltà dell’economia. Il che significa sessanta per cento più in basso, ma soltanto nel caso nel quale gli utili attuali fossero mantenuti anche nel futuro. Anche in un contesto di stagflazione. Se no, sarebbe più del 60%.

Recce’d giudica le attuali valutazioni non soltanto un eccesso, una scommessa azzardata sul futuro che è priva di fondamento nella realtà, ma pure una forma di isteria collettiva.

Ciò che però a noi oggi interessa approfondire, di questo articolo, è la parte evidenziata sopra, dove vengono offerte le motivazioni di questa revisione al rialzo, e dove si parla dei settori di tecnologia ed energia. Sarebbero, dice JP Morgan, proprio questi due settori, e in particolare le loro prospettive di miglioramento degli utili, a giustificare non solo l’ottimismo ma pure la fissazione di obbiettivi più elevati per l’indice di Borsa. Ed a giustificare valutazioni di ben 23 volte gli utili.

Per i nostri lettori, sarà di grande interesse leggere, a proposito di questo specifico tema, ovvero le aspettative per gli utili, un lavoro di analisi (meno parziale e più fondato) condotto da un giornalista del Wall Street Journal la settimana scorsa. Recce’d lo ha individuato e tradotto per voi.

Sono passati circa sei mesi da quando l'entusiasmo per l'intelligenza artificiale ha spinto le valutazioni azionarie oltre i massimi del 2020, raggiungendo il livello più alto dal 2000, l'apice della bolla delle dot-com.

Da allora è successo qualcosa di strano: le valutazioni, misurate dal rapporto prezzo/utili (P/E), sono crollate, mentre le azioni hanno raggiunto un massimo storico questa settimana.

Non si tratta solo di un fenomeno insolito. È senza precedenti nei dati che risalgono al 1985. Le valutazioni non sono mai crollate così tanto in sei mesi senza che anche le azioni subissero un calo.


È utile comprendere i meccanismi di base del rapporto P/E. La versione più utile, il P/E prospettico, misura il prezzo delle azioni di un'azienda rispetto agli utili che gli analisti di Wall Street prevedono in media per l'azienda nel prossimo anno. Al suo picco di ottobre, il rapporto P/E dell'S&P 500 era superiore a 23.

Anche il motivo del recente calo delle valutazioni è insolito: la componente "E" del rapporto P/E, ovvero gli utili attesi delle aziende, è schizzata alle stelle. Poiché i prezzi delle azioni hanno registrato solo lievi aumenti (l'indice S&P 500 è salito del 3% rispetto al suo massimo di ottobre), il rapporto prezzo/utili (P/E) è diminuito, il che significa che le azioni sono meno costose rispetto ad allora. La ripresa ha riportato l'indice a 22 volte, dopo essere sceso sotto le 20 volte, sebbene entrambi i valori siano superiori alla media di lungo periodo di 16.

In passato, la norma era che quando le aspettative sugli utili aumentavano notevolmente, gli azionisti si entusiasmavano e le azioni salivano ancora di più, quindi il titolo veniva valutato a un prezzo più elevato.

I forti cali delle valutazioni erano una cattiva notizia: fino ad ora lo sono sempre stati perché, con il peggioramento delle aspettative sugli utili, i prezzi delle azioni crollavano ulteriormente, spesso a causa di una recessione.

Questa volta, ci sono due ragioni principali per cui le aspettative sugli utili sono aumentate vertiginosamente, ed entrambe sono probabilmente temporanee. Il primo fattore è che i prezzi dei microchip sono schizzati alle stelle a causa dell'enorme domanda di intelligenza artificiale. Il secondo è la guerra in Iran, che ha dato una spinta enorme alle compagnie energetiche.

La domanda per gli investitori è: i titoli che hanno beneficiato di questi aumenti una tantum offrono davvero un valore migliore ora?

La tesi rialzista per i titoli legati all'IA è che si stanno spostando da una fase speculativa verso una realtà in cui la tecnologia genera profitti reali.

Nei mesi precedenti allo scorso ottobre, i titoli legati all'IA, soprattutto quelli dei fornitori di data center, sono saliti alle stelle nella speranza di qualcosa di eccezionale, spingendo al rialzo le valutazioni mentre le previsioni sugli utili erano in ritardo.

Negli ultimi sei mesi, i prezzi delle azioni sono aumentati poco, mentre gli analisti hanno iniziato a prevedere profitti elevati. Questo ha riportato i loro rapporti prezzo/utili (P/E) da molto elevati a più ragionevoli. In quest'ottica, i titoli legati all'IA stanno dimostrando la loro capacità di crescere fino a giustificare le loro valutazioni.

Un modo correlato per misurare il P/E è quello di correggerlo in base alla velocità di crescita prevista degli utili di un'azienda. Applicando questo metodo agli otto titoli tecnologici e di intelligenza artificiale più importanti, si scopre che all'inizio della scorsa settimana il loro rapporto prezzo/utili (PEG) era più conveniente di quanto non lo fosse stato dal 2013, secondo Scott Chronert, responsabile della strategia azionaria statunitense di Citigroup.

Le ragioni per cui i titoli legati all'IA non sono ottimistiche sono che le aspettative di crescita sono ancora troppo elevate, le proiezioni sui data center sono ben al di sopra della realtà, le grandi aziende tecnologiche sono passate da un modello a basso fabbisogno di capitale a uno ad alto fabbisogno di capitale, e le previsioni di Wall Street sono comunque poco più che congetture. Oltre a ciò, è semplicemente strano che i rischi di una ripresa della guerra con l'Iran sembrino essere stati dimenticati dagli investitori azionari.

Esiste una via di mezzo, ben illustrata da Micron Technology, azienda produttrice di chip di memoria ad alta velocità necessari per l'intelligenza artificiale. Le vendite, in forte crescita, hanno superato di gran lunga le previsioni, consentendo all'azienda di aumentare prezzi e margini di profitto. A ottobre, la previsione media degli analisti era di utili pari a 19 dollari per azione nel 2027. Ora, la previsione è di 101 dollari per azione. Tuttavia, con il quintuplicarsi degli utili stimati per il 2027, il valore delle azioni è più che raddoppiato, con conseguente crollo del rapporto prezzo/utili (P/E).

Questa valutazione inferiore non significa che il titolo sia a buon mercato. Piuttosto, indica che gli altissimi profitti saranno probabilmente temporanei. Come sempre accade nel settore altamente ciclico dei chip di memoria, la capacità produttiva aumenterà e i prezzi scenderanno. Anche la domanda di data center dovrà prima o poi rallentare, una volta soddisfatte le esigenze.

Se la costruzione di data center continuerà per anni e gli investitori si dimostreranno disposti a finanziarla, sarà un'ottima notizia per Micron, Nvidia e gli altri fornitori degli strumenti moderni per la corsa all'oro dell'IA. Se le scoperte nel campo dell'IA riducono il fabbisogno di calcolo, o se la sua adozione delude le grandi aspettative degli investitori, è terribile. Una valutazione basata solo sui prossimi 12 mesi non ci dice se comprare o vendere, perché un rallentamento è probabile solo l'anno successivo, o anche più in là nel tempo.

Qualcosa di simile si applica al comportamento dei titoli petroliferi durante la guerra con l'Iran. L'impennata del prezzo del petrolio, dovuta prima all'Iran e poi agli Stati Uniti che hanno impedito le esportazioni di petrolio dal Golfo Persico, ha naturalmente portato a previsioni di utili più elevate per le grandi compagnie petrolifere. Si prevede che gli utili delle tre principali compagnie petrolifere nei prossimi 12 mesi saranno circa ma un terzo in più rispetto a fine febbraio.

Inizialmente, le azioni delle grandi compagnie petrolifere sono schizzate alle stelle, poiché la prospettiva di profitti derivanti dalla guerra aveva entusiasmato gli investitori. Ma anche se i prezzi delle azioni sono aumentati, le valutazioni sono leggermente diminuite e questo mese il cessate il fuoco ha riportato le azioni ai livelli iniziali, nonostante le previsioni di profitto siano ulteriormente aumentate. Il rapporto prezzo/utili (P/E) previsto per il settore è sceso da 23,8 volte gli utili prebellici a 15,6 volte.

Come per i produttori di chip, un aumento temporaneo degli utili è ben accetto dagli azionisti. Ma ciò che gli investitori desiderano veramente è una crescita degli utili ogni anno. I futures sul petrolio erano già pronti a un calo dei prezzi, che sono effettivamente scesi rapidamente venerdì in seguito alla notizia della riapertura dello Stretto di Hormuz, sebbene l'Iran abbia annunciato la sua chiusura anche sabato, mentre i mercati erano chiusi.

I prezzi attuali sia per le azioni del settore dell'intelligenza artificiale che per il petrolio si basano sulle migliori previsioni del mercato riguardo ai due temi del momento: la costruzione di data center e la guerra in Iran. Questo ha fatto apparire il mercato più conveniente di prima. Ma basterebbe poco – come ad esempio il crollo del boom dell'IA o un accordo di pace nel Golfo – perché l'attuale convenienza dei titoli appaia, a posteriori, eccessiva.

Ai nostri lettori noi offriamo queste letture in modo tale da metterli in condizione di valutare, con maggiore attenzione rispetto a quanto fatto nel passato (dato lo scenario di stagflazione) le loro attuali posizioni in azioni, che siano attraverso polizze, GPM, Fondi Comuni oppure direttamente in titoli. Recce’d suggerisce al lettore (dato lo scenario di stagflazione) di chiedere a sé stesso, su quali basi, su quali fondamenta poggiano oggi le proprie scelte di investimento. E chiedersi, anche, non solo come saranno rettificate le previsioni di JP Morgan (e di BNP Paribas, e di Goldman Sachs) nelle prossime settimane e mesi, ma pure come cambieranno gli stessi prezzi delle azioni quotate.

Proprio per questo, l’attenzione con cui vanno seguite le trimestrali in uscita è ancora più elevata, rispetto al passato. E proprio per questo Recce’d ogni mattina ne scrive al Cliente, aggiornando al tempo stesso le operazioni fatte e da fare sui nostri portafogli modello. Vi invitiamo a contattarci attraverso la pagina CONTATTI di questo sito, per approfondire e conoscere anche le nostre stesse opinioni.

Nel Post che state leggendo, infatti, presentiamo in modo ordinato e selezionato le opinioni degli altri.

E chiudiamo il lavoro di oggi riportando le opinioni espresse la scorsa settimana dalla Banca Centrale di Inghilterra. Che certamente sono superiori alle opinioni di JP Morgan: superiori per qualità, superiori per l’assenza dei conflitti di interesse, ma superiori anche per … buon senso. L’articolo che segue le mette a confronto con le dichiarazioni di esponenti delle banche di investimento, che sono i grossisti del mercato delle azioni. A voi lettori di decidere a chi dare credito.

Secondo un'alta dirigente della Banca d'Inghilterra, i mercati azionari internazionali sono sopravvalutati e sono destinati a crollare.

Sarah Breeden, vice governatrice per la stabilità finanziaria della banca centrale britannica, ha dichiarato alla BBC in un'intervista pubblicata venerdì che i rischi macroeconomici non sono stati pienamente incorporati nei prezzi azionari.

"C'è molto rischio in circolazione, eppure i prezzi degli asset sono ai massimi storici", ha affermato. "Ci aspettiamo un aggiustamento a un certo punto".

È insolito che i funzionari della Banca d'Inghilterra siano così espliciti sulle aspettative per i mercati dei capitali.

"Ciò che mi tiene davvero sveglia la notte è la probabilità che una serie di rischi si concretizzino contemporaneamente: un grave shock macroeconomico, un calo della fiducia nel credito privato, un riadeguamento delle valutazioni dell'intelligenza artificiale e di altri asset rischiosi. Cosa succederà in questo contesto e saremo preparati?", ha dichiarato Breeden durante l'intervista.

I mercati azionari globali sono stati volatili da quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi congiunti contro l'Iran alla fine di febbraio, ma molti mercati sviluppati continuano a scambiare vicino ai massimi storici. Mercoledì, l'S&P 500 di New York e il Nasdaq Composite hanno chiuso a nuovi massimi storici, con le borse globali che si sono riprese dalle perdite causate dalla guerra in Iran.

Anche l'indice MSCI World ex-U.S., che misura le azioni a grande e media capitalizzazione quotate in oltre 20 mercati sviluppati, ha registrato guadagni dall'inizio della guerra ed è in rialzo di oltre il 5% da inizio anno.

Timori di una crisi del credito privato

Nell'intervista di venerdì, Breeden ha anche evidenziato i problemi del credito privato, dove il crescente numero di insolvenze ha suscitato critiche e preoccupazione tra gli osservatori del mercato.

"Il credito privato è passato da zero a duemila e mezzo miliardi di dollari negli ultimi 15-20 anni. Non è mai stato messo alla prova su questa scala, con il grado di complessità e le interconnessioni che ha con il resto del sistema finanziario", ha affermato Breeden.

"È una crisi del credito privato, piuttosto che una crisi del credito causata dal settore bancario, a preoccuparci".

La guerra con l'Iran ha generato incertezza sui mercati globali negli ultimi due mesi, ma molti operatori di mercato rimangono ottimisti sull'andamento dei mercati azionari, nonostante le valutazioni record.

Nella sua ultima lettera mensile ai clienti, Mark Haefele, responsabile degli investimenti presso UBS Global Wealth Management, ha affermato che l'aumento dei costi energetici rappresenta un rischio, ma ha espresso un parere positivo sui mercati azionari globali.

"In assenza di uno shock prolungato, riteniamo che il contesto economico e degli utili aziendali rimanga solido, a sostegno dei titoli azionari", ha affermato. Gli investitori non vogliono essere sottopesati sui titoli azionari prima della pubblicazione degli utili delle megacap, afferma Max Kettner di HSBC.

Iain Barnes, responsabile degli investimenti di Netwealth, ha dichiarato venerdì a CNBC che i commenti di Breeden riflettevano un'ampia gamma di rischi evidenti. "Gli operatori di mercato sono ben consapevoli delle potenziali fonti di instabilità, ma attribuiscono maggiore importanza ai fondamentali attuali, come la crescita degli utili e i margini di profitto, piuttosto che speculare su un'imprevedibile direzione politica", ha affermato.

"La Banca centrale deve valutare i fattori che influenzano l'inflazione e la crescita, quindi chiedersi se una correzione del mercato avrebbe un impatto su questi aspetti è una domanda legittima" Barnes ha tuttavia osservato che prevedere con precisione tali eventi è difficile.

«Persino il grande Alan Greenspan aveva messo in guardia contro l'"esuberanza irrazionale" e i rischi di valutazione più di tre anni prima dello scoppio della bolla del Nasdaq nel 2000», ha affermato, riferendosi al celebre economista ed ex presidente della Federal Reserve.

Nigel Green, CEO di deVere Group, ha dichiarato che, sebbene Breeden avesse ragione nell'affermare che le valutazioni sono elevate e che gli investitori non devono essere compiacenti, la conclusione che i mercati siano destinati a un crollo generalizzato «non coglie il punto centrale, ovvero che l'intelligenza artificiale e la tecnologia stanno cambiando il quadro di valutazione in tempo reale».

«Non abbiamo mai avuto prima d'ora un'intelligenza artificiale di questa portata», ha affermato in una nota dopo la messa in onda dell'intervista di Breeden. «Non esiste un parametro storico preciso per stabilire quanto i mercati dovrebbero pagare per le aziende che guidano un ciclo di produttività, infrastrutture e utili senza precedenti».

Altri, tra cui il CEO di Goldman Sachs David Solomon e lo stesso Trump, si sono detti sorpresi della resilienza del mercato durante la guerra con l'Iran.

Paul Surguy, responsabile della gestione e delle proposte di investimento presso Kingswood Group, ha affermato che i prossimi mesi vedranno inevitabilmente significative oscillazioni al rialzo e al ribasso.

"Questo sarà principalmente determinato dai cambiamenti nella retorica relativa al Medio Oriente. È anche vero che ci sono state preoccupazioni riguardo al credito privato e alle valutazioni dei titoli azionari nel settore dell'IA", ha affermato.

"Sebbene alcuni possano tracciare parallelismi tra la speculazione sull'IA e la bolla tecnologica della fine degli anni '90, i nomi più noti come Nvidia rimangono tutti altamente redditizi e in grado di generare flussi di cassa consistenti", ha aggiunto Surguy. "Vale anche la pena notare che, più in generale, gli utili rimangono positivi." "Una prospettiva positiva che sosterrà i mercati azionari."

Valter Buffo
Come preparare il portafoglio titoli agli shock in arrivo
 

L’IRAN è una quisquiglia: lo abbiamo scritto un mese e mezzo fa, e poi ripetuto (documentando la cosa) in molteplici occasioni. La più recente, una settimana fa qui nel nostro Blog.

La vicenda oggi si è trasformata in un ridicolo stallo, colorato poi da cose buffe come lo scambio di tweet e meme e filmatini ridanciani via social tra Amministrazione USA e Governo iraniano. Secondo noi in Recce’d, c’è proprio poco da ridere. Secondo noi, si tratta di una cinica e tetra pratica di propaganda, esibita sopra la testa di donne e uomini che hanno perso la vita oppure che la mettono a rischio, con danni oggi non calcolabili all’economia mondiale. All’economia di tutti noi.

Uno spettacolo amaro e tragico, ma pure grottesco, al quale noi siamo costretti ad assistere ogni giorno.

Dall’inizio di marzo 2026, l’indicazione pratica per i risparmiatori che Recce’d ha ripetutamente espresso è: guardate da un’altra parte, concentrate la vostra attenzione e la vostra energia su altri fattori, ed in particolare su quei fattori che determineranno a fine 2026 chi ha vinto e chi ha perso.

Non chi ha vinto o perso in IRAN (lì nessuno vincerà e tutti perderanno) bensì chi ha vinto e chi ha perso nella gestione del risparmio.

Una seconda indicazione ripetuta più e più volte da noi di Recce’d è la seguente: allargate ed allungate il vostro sguardo. Questo è il momento, più di ogni altro, di allungare l’orizzonte a cui fate riferimento con le vostre decisioni di investimento, e di includere nelle vostre valutazioni degli asset finanziari anche elementi e fattori che, d’abitudine, vengono trascurati dagli investitori.

Recce’d con questo Post vuole aiutarvi, e quindi vi spiegheremo proprio come fare questo esercizio di valutazione. Ovvero come valutare gli asset che già avete (e che forse dovete liquidare subito) e come valutare gli asset finanziari che oggi NON avete (e che probabilmente dovete includere tra i vostri investimenti quanto prima).

Procediamo da una ricapitolazione dei fatti che vi aiuterà a rimettere un po’ di ordine.


Come preparare l'economia globale al futuro

16 aprile 2026

Mohamed A. El-Erian

La reazione negativa contro la globalizzazione, il lento declino del Washington Consensus e la rapida ascesa dell'intelligenza artificiale stanno alimentando una volatilità che, se non controllata, porterà a una crescita inferiore, a un'inflazione più elevata e a una maggiore disuguaglianza. Per indirizzare l'economia verso una strada migliore è necessario, prima di tutto, abbandonare la nostra fiducia in idee obsolete.


NEW YORK – Una realtà scomoda sta diventando sempre più difficile da ignorare. L'economia globale sta attraversando un periodo di "shock più frequenti e violenti", come afferma il premio Nobel Michael Spence. Invece di affrontare interruzioni isolate e temporanee, ci troviamo di fronte a un cambiamento strutturale verso una volatilità destabilizzante, una frammentazione sempre più profonda e una maggiore dispersione dei risultati per paesi, aziende e famiglie. Il vecchio mondo non esiste più e praticamente tutti rischiano di perdere terreno nel nuovo. La domanda è: in che misura e cosa fare al riguardo?

La guerra con l'Iran, che si è estesa a tutto il Medio Oriente, esemplifica questa nuova realtà. Sebbene i danni a livello locale, regionale e globale siano andati di male in peggio, l'introduzione di un meccanismo di interruzione duraturo si è rivelata difficile. Di conseguenza, i danni economici si stanno evolvendo e aggravando, con i primi effetti sui prezzi dell'energia e sui tassi di interesse che alimentano un'inflazione più ampia e aumentano il rischio di una crescita inferiore e di instabilità finanziaria.

Questo fenomeno non è nuovo. Anche per la guerra in Ucraina si è rivelato difficile trovare un punto di svolta, e abbiamo assistito a dinamiche analoghe in ambiti economici e finanziari più ristretti, dall'utilizzo di dazi e sanzioni sugli investimenti come arma alla frammentazione delle catene di approvvigionamento. È facile considerare ciascuno di questi fenomeni come un evento a sé stante, e molti politici e investitori lo stanno facendo. Si tratta di un errore.

Piuttosto che eventi isolati, l'attuale instabilità è la prevedibile conseguenza della perdita di tre narrazioni un tempo dominanti, senza che ne siano emerse altre unificanti a sostituirle.

  • La prima è la globalizzazione. Sono finiti i tempi in cui una sempre maggiore integrazione economica era vista come una forza stabilizzatrice. La promessa che l'interdipendenza avrebbe ridotto il rischio di conflitti è stata rimpiazzata dall'utilizzo del commercio e della finanza come arma e dallo sfruttamento dei punti strategici. Poiché il mondo non è riuscito ad affrontare tempestivamente gli effetti negativi della globalizzazione sulla distribuzione delle risorse, la triade essenziale di standard globali rispettati, istituzioni multilaterali efficaci e stato di diritto si sta ora smantellando a favore dell'unilateralismo, della frammentazione e dell'impunità.

  • Il secondo pilastro narrativo è il Washington Consensus. La convinzione che liberalizzazione, deregolamentazione, responsabilità fiscale e indipendenza delle banche centrali siano la chiave della prosperità a livello nazionale sta lentamente scomparendo negli ultimi anni. Ironicamente, gli Stati Uniti hanno aperto la strada al ribaltamento di questo approccio a livello nazionale, nonostante lo abbiano promosso per trent'anni nel resto del mondo.

  • Poi c'è l'intelligenza artificiale (IA), pronta a cambiare i presupposti che da tempo sono alla base dei modelli di business e dei mercati del lavoro. Sebbene l'IA abbia un immenso potenziale trasformativo come tecnologia di uso generale, soprattutto per la produttività, sono urgentemente necessari nuovi modelli per guidarne l'adozione. Altrimenti, le trasformazioni rischiano di superare la capacità di adattamento delle società.

La perdita di questi tre punti di riferimento ha dato origine a una cultura di sfiducia, mentalità a somma zero e decisioni miopi, che distruggono il vecchio senza offrire sostituti pronti. Mentre il sospetto prende il posto del coinvolgimento, la ricerca di una costosa autosufficienza sostituisce la sicurezza collettiva e un coordinamento duraturo diventa impossibile. L'orchestra globale suona con spartiti diversi, senza direttore d'orchestra in vista. Il risultato è tanto dirompente quanto cacofonico.

La frammentazione disordinata porterà a una crescita inferiore, a un'inflazione più elevata e a una maggiore disuguaglianza.

Ma non tutto è perduto: la traiettoria di questo nuovo mondo può ancora essere modificata in una direzione più positiva.

Una direzione positiva, se avremo il coraggio e la saggezza di abbandonare mentalità obsolete e costruire un nuovo consenso in cinque punti.

  • Innanzitutto, è tempo di superare la dicotomia "globalizzazione contro protezionismo". I governi dovrebbero invece considerare quella che l'ex Primo Ministro britannico Gordon Brown definisce "globalizzazione gestita in chiave leggera": un approccio pragmatico all'approvvigionamento locale e alla riduzione del rischio che garantisca la sicurezza delle catene di approvvigionamento e dei punti strategici, senza sfociare in guerre commerciali controproducenti e altre politiche protezionistiche.

  • In secondo luogo, la crescita sostenibile e inclusiva deve tornare in cima alle agende nazionali. Questo non significa inondare l'economia di denaro pubblico con ulteriori stimoli fiscali e monetari, né sottrarre crescita ad altre economie o al futuro. Significa piuttosto concentrarsi sull'aumento della produttività, sul miglioramento delle infrastrutture e sulle transizioni strutturali nel settore energetico e non solo.

  • In terzo luogo, le famiglie più vulnerabili hanno bisogno di sostegno. Allo stato attuale, le reti di sicurezza sociale di troppi paesi risultano inefficaci o, inavvertitamente, spingono i gruppi vulnerabili a diventare dipendenti dallo Stato, minando così la loro partecipazione al mercato del lavoro, anziché fornire le protezioni e le opportunità necessarie a garantire sicurezza e autonomia.

  • In quarto luogo, la traiettoria dell'IA non può essere lasciata alla mano invisibile del mercato. Le politiche che regolano questa innovazione trasformativa devono favorire il potenziamento del lavoro anziché la sua sostituzione (l'aumento delle competenze anziché l'automazione). Ciò significa utilizzare i sistemi fiscali per adeguare gli incentivi e perseguire investimenti a breve termine in settori sociali come la sanità e l'istruzione, dove l'IA può colmare le lacune nell'erogazione dei servizi. Significa anche fornire alle aziende una guida che incoraggi la ristrutturazione e la reinvenzione a favore dell'occupazione e della produttività, e non solo risparmi immediati attraverso la sostituzione del lavoro. Significa inoltre riorganizzare le partnership pubblico-private per garantire che la forza lavoro rimanga agile e adeguatamente qualificata, e offrire supporto alla transizione per le fasce più vulnerabili della popolazione.

  • Infine, per salvaguardare le istituzioni internazionali, è necessario riformarle. Le Nazioni Unite, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale continuano a essere vincolati da strutture e sistemi di governance obsoleti. Senza un sistema multilaterale più rappresentativo e reattivo, scenari un tempo impensabili diventeranno sempre più probabili, mettendo a repentaglio il nostro benessere futuro.

I problemi che affrontiamo oggi non si risolveranno da soli. Senza una visione chiara e uno sforzo congiunto, la nostra resilienza umana, finanziaria e istituzionale continuerà a erodersi, rendendoci sempre più vulnerabili a shock frequenti e violenti. Dobbiamo smettere di rimpiangere il mondo di ieri e adattarci al mondo di oggi, creando le basi e lo slancio necessari per prosperare nel mondo di domani.


Recce’d vi ha proposto di leggere questo intelligente e concreto esame della situazione allo scopo di fare con voi lettori e per voi lettori il punto della situazione: come avete letto, l’IRAN è semplicemente un episodio, un cosiddetto side-show, mentre ciò a cui tutti dobbiamo guardare oggi è un cambiamento di epoca, ovvero una Nuova Era.

Recce’d è in piena sintonia con questa affermazione: anche se noi di Recce’d NON siamo d’accordo con le ricette che vengono proposte qui sopra per superare le difficoltà del momento.

Del testo che avete appena letto, noi giudichiamo importantissimi tre concetti:

  • ci attendono crescita economica modesta ed inflazione elevata

  • il Washington Consensus non esiste più (e c’è nulla al suo posto)

  • va abbandonata una mentalità obsoleta.

Precisiamo subito che, a differenza di quanto viene fatto nell’articolo, qui noi non ci addentreremo nel “che cosa si dovrebbe fare per evitare il peggio”, lasciandolo a politologi, sociologhi, politici e commentatori vari.

Il solo tema che ci appassiona e ci riguarda è invece “data questa situazione, e partendo dal punto in cui ci troviamo, che cosa facciamo oggi e che cosa faremo domani per i nostri portafogli titoli”.

E’ importante fare chiarezza, capire bene dove ci si trova: ma poi è ancora più importante decidere bene sui propri risparmi, proteggerli e farli guadagnare (il giusto).

Non siamo in condizione di sintetizzare in un solo Post tutte le cose che ci sono da fare oggi: ma numerose di queste le abbiamo già anticipate al lettore, con i Post precedenti del 2026 e del 2025. In questo senso, lo scenario che noi abbiamo indicato ai lettori più di un anno fa come il solo scenario plausibile oggi viene assunto come realistica eventualità anche dal Governo italiano (nelle due immagini qui sotto). E presto, anche da tanti altri Governi. E su questo tema, l’intera vicenda IRAN non ha alcun peso.


Il tema non è semplice, non è di facile comprensione, non si risolve con una battuta oppure con un tweet.

Eppure ognuno di noi investitori, in questo momento, ha affidato i propri risparmi a strumenti i cui risultati (ed i cui rischi) dipendono esattamente da questa complessità.

Molti spot radiofonici e TV (come quello che noi citiamo alla pagina MERCATYI del sito) ingannano gli investitori, prospettando una realtà “semplice” che però purtroppo non esiste. Questi spot vendono semplicità e felicità, ma per avere successo con gli investimenti è necessario rifiutare le semplificazioni e le illusioni, e arrivare invece alla consapevolezza di ciò che si sta facendo con i propri soldi, facendosi evidentemente aiutare da soggetti che ne abbiamo la competenza.

Soggetti che, questo è certo, hanno competenze diverse dal venditore di Fondi e polizze, dal financial advisor, dal promotore finanziario, dal private banker, dal wealth manager. A voi, i venditori proprio non servono.

Recce’d, che a differenza dei venditori appena citati non vuole vendervi nessun prodotto, ma unicamente competenza professionale, sceglie oggi di portare al lettore un aiuto concreto, fornito appunto da una persona competente. In questo caso, un Premio Nobel per l’economia, l’amico Michael Spence, del quale vi sarà utile leggere il contributo che segue.

Non troverete, nell’articolo che segue, indicazioni operative per i vostri investimenti del tipo “vendi i dollaro, compra l’oro, alleggerisci le Borse). Perché oggi proprio non è questa, la questione da affrontare.

La questione oggi invece è questa: il Washington Consensus citato più sopra non c’è più, e quindi chi investe il proprio denaro fidandosi di quel tipo di promesse può essere certo di perdere il proprio denaro.

Per questa ragione, come abbiamo già scritto poco sopra, Recce’d vi suggerisce di ampliare i vostri orizzonti (sia quello temporale, sia l’orizzonte dei fattori che incidono sulle vostre scelte di investimento). Con questo articolo che chiude il Post, Recce’d vi aiuta a comprendere che gli episodi che occupano le prime pagine (come è stato per l’Ucraina, e come è oggi per lo IRAN) sono in realtà soltanto sfoghi, soltanto manifestazioni esteriori di dinamiche che viaggiano al di sotto della superficie, al di sotto delle prime pagine di GR e TG.

Le dinamiche a cui facciamo riferimento, che trovate citate in questo articolo, sono quelle che poi decideranno

  • se sui vostri investimenti in materie prime a fine 2026 registrerete un utile oppure una perdita

  • se i vostri investimenti in Titoli di Stato nel 2026 vi faranno perdere o guadagnare soldi

  • se le vostre posizioni azionarie sono destinate a reggere l’urto dei nuovi shocks che stanno per arrivare, oppure se rischiate di vederle perdere improvvisamente di valore

  • se nella vostra allocazione del risparmio le vostre scelte in materie di valuta sono sufficienti a proteggere il vostro risparmio dai nuovi shocks.

Il panorama descritto qui ci lascia, tutti noi investitori, con una sola certezza: altri, più grandi shocks, dovranno essere affrontati a breve, sicuramente già nel 2026. Questo è lo stato delle cose oggi: lo dobbiamo accettare, comprendere e dobbiamo anche guadagnarci (oppure, quanto meno, non perdere tutto).

L'effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio mondiale e un quarto dei fertilizzanti, ha messo in luce una ben nota vulnerabilità della nostra complessa economia globale interconnessa: un singolo punto di cedimento può causare interruzioni enormi e costose.

Eppure, tali punti di cedimento si stanno moltiplicando da decenni.

Il commercio globale attraversa numerosi altri passaggi critici, che potrebbero a loro volta trasformarsi in colli di bottiglia in grado di causare interruzioni. Lo Stretto di Malacca, tra la Malesia e l'isola indonesiana di Sumatra – una delle sole due rotte marittime che collegano l'Oceano Indiano al Pacifico – è oggetto di grande attenzione nelle simulazioni di guerra. Quando il Canale di Suez fu bloccato per sei giorni dalla gigantesca nave portacontainer Ever Given nel 2021, l'interruzione si ripercuoté sulle catene di approvvigionamento per mesi. Il Canale di Panama presenta rischi simili.

Un'eccessiva concentrazione del mercato genera vulnerabilità analoghe. Il predominio di pochi produttori giapponesi di microcontrollori e sensori di flusso d'aria per motori – componenti piccoli ma essenziali nell'industria automobilistica – ha fatto sì che, quando il devastante terremoto e lo tsunami hanno colpito il Giappone nel 2011, l'industria automobilistica globale si contraesse drasticamente.

Tali vulnerabilità sono in qualche modo più facili da affrontare rispetto a quelle legate a fattori geografici, come lo Stretto di Hormuz. Dal 2011, le case automobilistiche hanno diversificato i propri fornitori, accumulato scorte di sicurezza e creato sistemi di dati su larga scala che migliorano la trasparenza nelle complesse catene di approvvigionamento, facilitando l'individuazione di rischi occulti derivanti da un'unica fonte.

Tuttavia, la diversificazione comporta dei compromessi, come probabilmente scoprirà il settore dei semiconduttori avanzati. Un'unica azienda olandese, ASML, produce tutte le apparecchiature per la litografia a ultravioletti estremi necessarie per realizzare i semiconduttori più avanzati, e solo due aziende, la taiwanese TSMC e la sudcoreana Samsung, hanno le capacità per produrre semiconduttori a 2 nanometri.

Date le evidenti vulnerabilità che ciò crea, i governi stanno ora promuovendo la diversificazione. Gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno introdotto incentivi per TSMC e Samsung al fine di diversificare geograficamente la loro produzione, e il governo statunitense sta sostenendo lo sviluppo delle capacità di Intel nel settore dei semiconduttori avanzati. Nel frattempo, la Cina sta investendo massicciamente per ridurre la sua dipendenza da fonti esterne nella progettazione e produzione di semiconduttori.

Ma se da un lato questo approccio potrebbe aumentare la resilienza, dall'altro il settore non può permettersi una minore efficienza. I semiconduttori più avanzati sono cruciali non solo per l'addestramento di modelli di IA generativa, ma anche per lo sviluppo di applicazioni di IA fisica (come la robotica e i veicoli autonomi), che richiedono bassa latenza, elevata efficienza termica, basso consumo energetico e lunga durata della batteria. Non è chiaro se le catene di approvvigionamento diversificate attualmente in fase di sviluppo saranno in grado di tenere il passo con la domanda.

Le terre rare rappresentano un'altra notevole vulnerabilità nelle catene di approvvigionamento tecnologiche. Una vasta gamma di prodotti critici e strategici – tra cui veicoli elettrici, elettronica di consumo, tecnologie mediche e tecnologie militari avanzate – dipendono da questi ingredienti essenziali, eppure la Cina da sola controlla circa il 60% dell'estrazione globale di terre rare e oltre il 90% della lavorazione.

Anche il settore finanziario presenta punti critici. Il sistema di messaggistica interbancaria SWIFT, controllato dagli Stati Uniti per le transazioni transfrontaliere, ne è un esempio lampante.

A livello economico, un'eccessiva dipendenza da un'unica fonte per qualsiasi cosa – dall'energia alla domanda – può generare un punto critico, come ha imparato l'Europa dopo l'invasione su vasta scala dell'Ucraina da parte della Russia nel 2022.

Ciò è vero non solo per il rischio di un incidente o di uno shock, ma anche perché un'eccessiva dipendenza facilita l'estorsione o altre forme di pressione, come dimostrano i controlli cinesi sulle esportazioni di terre rare, l'applicazione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti tramite SWIFT e l'uso di dazi da parte del presidente statunitense Donald Trump.

La proliferazione di punti di guasto è legata alla struttura e agli incentivi dell'economia globale. In una rete altamente decentralizzata e competitiva, gli investitori sono più motivati ​​a ottimizzare l'efficienza (i cui benefici sono appropriabili, ovvero vanno in gran parte a vantaggio dell'investitore) che la resilienza (i cui benefici sono distribuiti sull'intera rete). Quando ci sono molti investitori, nessuno ha un incentivo a internalizzare i costi necessari per bilanciare efficienza e resilienza.

Le reti con una maggiore concentrazione di proprietà hanno maggiori probabilità di ottimizzare la resilienza. Tre aziende (Alcatel Submarine Networks, SubCom e NEC) forniscono e gestiscono l'87% della vasta rete globale di cavi sottomarini in fibra ottica, che trasportano oltre il 95% del traffico dati internazionale, inclusi i dati di rete pagamenti e altre transazioni finanziarie. Questi "architetti" hanno un forte incentivo a integrare la resilienza nel sistema, ad esempio aumentando il numero di cavi, distribuendo i punti di approdo, garantendo un'ampia dispersione, implementando progetti ad anello, utilizzando protocolli internet per il reindirizzamento automatico del traffico in caso di interruzioni e includendo capacità di riserva. Dopotutto, la resilienza fa parte del pacchetto che stanno vendendo.

Lo stesso vale per il settore automobilistico, dove grandi attori come Toyota controllano una fetta sufficientemente ampia della catena di approvvigionamento da trarre vantaggio dall'ottimizzazione sia dei costi che della resilienza.

Per internet, è stato il governo degli Stati Uniti ad agire come architetto principale, garantendo, ad esempio, che i protocolli integrati reindirizzassero automaticamente il traffico in caso di interruzioni. Di fatto, le grandi economie nazionali sono attori importanti perché, in una certa misura, internalizzano e aggregano i benefici della resilienza tra una serie di piccoli attori del settore privato.

Quando i mercati non offrono sufficiente resilienza, i paesi diventano attori importanti nel fornirla. A tal fine, hanno a disposizione diverse opzioni. Possono procedere in autonomia, ad esempio riportando in patria la produzione di beni critici come i semiconduttori. Possono intensificare la cooperazione internazionale, ad esempio formando una coalizione per massimizzare l'approvvigionamento alternativo di terre rare. Oppure possono perseguire una combinazione di entrambe le strategie. Una regola empirica approssimativa potrebbe essere che la cooperazione è meno costosa del ritorno in patria, più efficace in linea di principio e, in certi casi, essenziale, ma molto più difficile da realizzare.

Qualunque approccio scelgano i Paesi, eliminare o mitigare i punti critici sarà costoso. Ma, in un'epoca di crescente frammentazione e deterioramento della cooperazione, è un costo che dovranno sostenere.

Michael Spence, premio Nobel per l'economia, è professore emerito di economia ed ex preside della Graduate School of Business presso l'Università di Stanford. È Senior Fellow presso la Hoover Institution, Senior Advisor di General Atlantic e

Valter Buffo
Lo sversamento delle ultime 24 ore
 

Scriviamo questo Post il pomeriggio del sabato 18 aprile 2026: siamo coscienti che la materia di cui scriviamo potrebbe essere stravolta e rivoltata del tutto già domattina, domenica 19.

Nonostante questo noi di Recce’d giudichiamo utile pubblicare questo Post: utile per i nostri lettori e per i loro investimenti.

Ne scriviamo oggi proprio perché, nella gestione del portafoglio titoli (che è il mestiere di Recce’d) ciò che rileva, quello che conta, quello che determina il risultato dei portafogli titoli, non è e non sarà la “nuova notizia” di domattina. No, quella “nuova notizia” che verrà strillata dai TG e discassa nei talk show e sui social conta NULLA. E potrebbe essere una notizia falsa.

Noi avvisiamo il nostro lettore che si deve essere attenti e prudenti, nella gestione del portafoglio, oggi più che mai: perché oggi tutti noi siamo dentro un episodio di “Oggi le comiche”.

Un episodio che un po’ fa ridere, come leggerete, ma che purtroppo è anche tragico. E per questo, vi chiediamo attenzione.

Ciò che davvero conta oggi, per i risultati dei vostri investimenti, è il METODO: e noi qui vi documentiamo il METODO; ovvero in che modo voi lettori venite trattati, manipolati e distorti. In che modo si vuole portarvi a spasso per i campi, ora di qua ora di là come si fa con il gregge di pecore. Con i social e i media a fare da cani da gregge.

E allora Recce’d vi dice (anzi, vie esorta, vi spinge, quasi vi prega) di smettete di farvi prendere in giro: reagite, non accettatelo, reagite e rifiutatevi, proteggete il vostro denaro, che con fatica avete risparmiato e gestito negli anni.

Vi documentiamo subito, rivedendo i fatti delle ultime 24 ore, quali fatti motivano la nostra esortazione a reagire subito, con urgenza.

Ritorniamo indietro di 24 ore, al pomeriggio del venerdì 17 aprile, e precisamente ad ad un’ora e 15 minuti dalla apertura di Wall Street (l’orario era stato concordato, così come il testo che leggete nell’immagine sotto): accade che il Governo dello IRAN pubblica questo Post. L’orario che leggete nell’immagine era stato posto come condizione per il proseguimento delle trattative proprio dalla Amministrazione Trump, ed il solo scopo era quello di manipolare le menti della massa degli investitori, come vedremo più sotto.


Come uno studente del College, come un teenager, il Presidente americano Donald J. Trump immediatamente dopo si lascia trascinare e posta una serie (una ventina) di tweet sul proprio canale social che si chiama Truth Social.

I più significativi, di questa ventina di tweet, li abbiamo selezionati per voi e li mostriamo qui sotto.

Così, li potete leggere nella versione originale, completa di tutte le lettere maiuscole.


Anche a chi (come noi di Recce’d) non è un professionista della politica né un esperto di geopolitica, il tono di questa improvviso sversamento di tweet sembrava eccessivo, grossolano, forse persino l’opera di un soggetto alterato: tutti siamo abituati alla mancanza di misura e di metodo di Trump (lui se ne vanta, ma a noi non sembra una cosa di cui vantarsi). ma questo era certamente un eccesso anche per Trump.

Veniva annunciato un accordo, nei dettagli: ma questo accordo nessuno lo aveva ancora siglato.

Ed in effetti, questo era uno sversamento di falsità e di baggianate.

I mercati finanziari, però, da tempo non ragionano più, almeno nel brevissimo: riconcorrono, semplicemente, “quello che succede nella prossima mezz’ora”.

Ed ecco nell’immagine qui sotto la reazione delle Borse.

Euforia immediata in Borsa, dunque. Anche se osservatori più esperti, più competenti e più attenti facevano proprio in quelle ore osservare che petrolio e rendimenti obbligazionari NON si erano mossi nella medesima direzione delle Borse. Anche Recce’d in quelle ore del pomeriggio di ieri lo aveva messo in evidenza: alla pagina TWIT - TWOO del sito.

Leggete sotto nell’immagine.

Per i social e per i media di tutto il mondo, con lo sversamento di tweet di Trump è subito festa: ecco una nuova sfilza di (false) notizie da sbattere in prima pagina, una serie di foto e persino figurine a colori da pubblicare.

La festa, però, dura solo pochissimi minuti. Dopo poco tempo, iniziano ad arrivare le smentite. Un vero e proprio fiume di smentite ufficiali: quello che ha scritto Donald J. Trump nei suoi tweet si rivela essere una serie di invenzioni, una sequela di menzogne, una montagna di balle.

Leggete qui sotto.


L’ultima immagine qui sopra mette (utilmente) in evidenza gli orari di tutti questi messaggi: Trump scrive i suoi tweet giusto prima della apertura di Wall Street, poi invece le smentite arrivano alla chiusura della seduta. Si tratta di dati importanti, sui quali vi chiamiamo a riflettere attentamente.

Perché noi, come voi, proprio tutti voi che state leggendo, in questo modo veniamo e venite bellamente presi per il naso (… per non usare un’espressione più forte). E la cosa, certamente, si ripeterà.

Ed è proprio questo, il tema trattato dal nostro Post di oggi. Vogliamo esortare ii nostri lettori a non farsi prendere in giro, ad evitare di “farsela contare”, a rifiutarsi di essere portati a spasso come un gregge di pecore e pecoroni.

Proseguiamo adesso nel racconto delle ultime 24 ore. Dopo le smentite che avete letto qui sopra, seguono i fatti, come leggete qui sotto nelle immagini.

Conclusione: era tutta una farsa, una presa in giro: siete, e siamo, tutti su “Oggi le comiche”.

Tra le cose comiche di queste 24 ore, spicca ovviamente il ruolo dei social. I social utilizzati al posto della tradizionale diplomazia internazionale. Utilizzati per distorcere, sia chiaro.

Noi di Recce’d che cosa ne pensiamo, dell’utilizzo di questo canale per la comunicazione durante una guerra? Che si è raggiunto un punto molto basso del vivere civile. La civilizzazione fa anche passi indietro, e non solo in avanti.

Un esempio concreto per i nostri lettori.

Fatevi tutti una domanda a proposito degli attacchi via social al Papa di Roma: anche in altri momento della Storia il papa si è ritrovato a fronteggiare attacchi e conflitti, ma perché in questo caso si è scelto di non mandare direttamente un diplomatico in Vaticano a recapitare un messaggio?

Perché l’effetto che viene cercato NON è diretto verso il Papa oppure il Vaticano. L’effetto cercato è quello sulla massa, ovvero sul gregge di pecore social.

E poi diciamolo apertamente, ci sono comiche e comiche. Quelle di Donald J. Trump proprio non ci fanno ridere. Stanlio ed Ollio, con i quali abbiamo aperto il nostro Post di oggi, erano comici di ben altra categoria!.

C’è però chi riesce a farci sorridere, raccontando in forma ironica i fatti delle ultime 24 ore.

Ad esempio, nell’immagine che vedete qui sotto c’è scritto:

… è il 31 dicembre 2040, ed il Nasdaq è in rialzo da 5385 giorni consecutivi, sulla base degli annunci che l’accordo di pace con l’IRAN sta per arrivare da un minuto all’altro …

… un barile di petrolio adesso costa 1000 miliardi di dollari americani …

… e Trump è ancora Presidente …

… e lo stretto di Hormutz adesso si chiama Stretto di Trump …

Ora torniamo seri: il nostro lavoro di oggi è finalizzato a spiegare le ragioni della nostra esortazione ai nostri lettori: reagite, non accettate il ruolo che vi è stato assegnato, che è il ruolo del gregge di pecore. Reagite, rivedete i vostri portafogli di investimenti, modificate le vostre posizioni, invece di farvi portare a spasso come un gregge.

In chiusura di questo Post, dopo avere parlato di barzellette, di clown e di comiche, ritorniamo però ad aiutare (come facciamo ogni volta) il nostro lettore a capire: a meglio comprendere la realtà.

Lo facciamo con il contributo che segue, che abbiamo scelto e tradotto perché è necessario (dopo avere scartato tutte le baggianate che avete letto qui sopra) disporre di informazioni sane e precise, allo scopo di comprendere la realtà, e dopo decidere sui propri investimenti e sul proprio portafoglio in titoli.

RIYAD, Arabia Saudita – L'interruzione dei collegamenti marittimi dal Golfo Persico sta infliggendo danni crescenti agli alleati arabi degli Stati Uniti, all'Iran e all'economia mondiale. La domanda è: chi ne soffrirà di più e chi cederà per primo?

Fino a quando Washington non ha imposto il blocco navale dei porti iraniani il 13 aprile, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha rappresentato una carta vincente per il regime iraniano. Teheran ha tratto profitto dalle proprie esportazioni di petrolio durante i 40 giorni di conflitto, privando al contempo gli Stati del Golfo di entrate vitali e attuando un sistema per riscuotere ingenti pedaggi dalle poche navi di passaggio.

Ora, mentre Stati Uniti e Iran mantengono un fragile cessate il fuoco e negoziano un accordo molto più ampio sulla complessa questione nucleare che ha scatenato la guerra, il tempo non gioca più necessariamente a favore dell'Iran.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha concesso un po' di respiro ai negoziati e ha provocato un forte calo dei prezzi del petrolio dichiarando venerdì che lo stretto sarà "completamente aperto" per tutta la durata del cessate il fuoco, attualmente in scadenza martedì.

La navigazione, tuttavia, sarà consentita solo lungo una rotta designata dall'esercito iraniano che attraversa un'area di ispezione nelle acque territoriali iraniane: una soluzione ben lontana dalla completa apertura del canale e che non implica necessariamente che Teheran rinunci al diritto di riscuotere i pedaggi di transito.

Nel frattempo, il blocco statunitense dei porti iraniani "rimarrà in vigore a tutti gli effetti" fino al raggiungimento di un accordo globale con Teheran, ha dichiarato il presidente Trump su Truth Social poco dopo.

L'economia iraniana, già in pessime condizioni prima dell'attacco statunitense e israeliano del 28 febbraio, ha subito gravi danni a causa dei bombardamenti e sta iniziando a risentire del blocco americano, con il calo delle entrate petrolifere e delle importazioni essenziali.

Un uomo cammina davanti ai negozi chiusi del Gran Bazar di Teheran. Il Gran Bazar di Teheran era tranquillo il mese scorso, poiché lo Stretto di Hormuz è rimasto chiuso nonostante le minacce degli Stati Uniti. Atta Kenare/AFP/Getty Images

"Sembra che gli Stati Uniti vogliano far assaggiare al regime iraniano la sua stessa medicina", ha affermato l'analista politico saudita Salman al-Ansari. "Il blocco priva gli iraniani dell'unica carta che hanno – lo Stretto di Hormuz – costringendoli a sedersi al tavolo delle trattative per discussioni positive e costruttive sulla rinuncia alle loro ambizioni nucleari".

I negoziatori iraniani e statunitensi potrebbero incontrarsi di nuovo nei prossimi giorni e Trump ha affermato che le due parti sono vicine a un accordo in base al quale Washington metterà in sicurezza le scorte di uranio altamente arricchito dell'Iran, sepolte sottoterra dopo i bombardamenti statunitensi della scorsa estate.

Teheran non ha ancora contestato il blocco americano, ma ciò non significa che non lo farà nei prossimi giorni, soprattutto se i negoziati si bloccheranno e il cessate il fuoco scadrà senza progressi diplomatici significativi. Un ritorno alle ostilità è qualcosa che gli stati del Golfo, come l'Arabia Saudita, non desiderano assolutamente. Gli attacchi di precisione condotti da missili e droni iraniani, soprattutto negli ultimi giorni di guerra, hanno inflitto gravi danni alle loro infrastrutture energetiche, come raffinerie e impianti petrolchimici, esaurendo al contempo le riserve di intercettori della difesa aerea. La loro preferenza è quella di mantenere la pressione economica sull'Iran, ma con le armi silenziose.

A un certo punto, tuttavia, con l'intensificarsi della crisi economica iraniana, Teheran si troverà di fronte a una scelta cruciale: acconsentire alla riapertura dello Stretto di Hormuz, perdendo così il suo potere negoziale e l'ambizione di riscuotere i pedaggi, oppure sfidare il blocco statunitense, rischiando un ritorno a una guerra su vasta scala.

Un uomo con una tunica e un turbante neri usa un telefono vicino alle macerie di edifici distrutti.

Teheran dovrà decidere se può permettersi di rischiare un ritorno a una guerra su vasta scala. Majid Saeedi/Getty Images

Una guerra regionale riaccesa dall'Iran isolerebbe ulteriormente Teheran dal resto del mondo, poiché le economie europee e asiatiche sarebbero ulteriormente messe a dura prova dall'interruzione di questa vitale via navigabile.

"L'idea che un Paese possa controllare lo Stretto di Hormuz è anatema per ogni nazione al mondo", ha affermato Abdel Aziz Aluwaisheg, vicesegretario generale per gli affari politici e negoziali del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che raggruppa le sei monarchie del Golfo. L'ultima volta che ciò è accaduto risale al XVI secolo, quando il Portogallo impose un controllo ferreo sui commerci tra l'Europa e l'India, portando infine alla creazione di una coalizione internazionale che liberò la via navigabile, ha aggiunto.

"Gli iraniani dicono: se non possiamo esportare petrolio, non può farlo nessuno. Noi diciamo che lo Stretto deve essere aperto a tutti, come stabilisce il diritto del mare. Chi ne trae vantaggio, ne trarrà vantaggio anche tutti gli altri", ha concluso Aluwaisheg.

Il dolore derivante dall'interruzione del traffico nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transitava circa il 20% del petrolio mondiale e il 25% del gas naturale liquefatto, non è distribuito equamente tra gli Stati del Golfo. Tutti ne soffrono, ma a ritmi molto diversi.

Le due maggiori economie del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, sono in grado di esportare circa due terzi del petrolio e del gas naturale liquefatto prebellici. Il volume viene trasportato attraverso oleodotti che aggirano lo Stretto di Hormuz e raggiungono rispettivamente i porti di Yanbu sul Mar Rosso e di Fujairah sul Golfo dell'Oman.

L'aumento globale dei prezzi del petrolio consente all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti di compensare i minori volumi con maggiori entrate. Mentre le esportazioni di prodotti petrolchimici e fertilizzanti non sono facilmente reindirizzabili, l'Arabia Saudita beneficia anche del fatto di essere diventata la principale via logistica per rifornire i più piccoli stati del Golfo: Qatar, Kuwait e Bahrein.

Questi tre stati, al contrario, non hanno vie alternative per esportare il loro petrolio o gas naturale e, di conseguenza, rischiano un crollo delle entrate.

«Se di vincitori si può parlare, i sauditi sono stati quelli che hanno tratto maggior vantaggio economico da questa situazione. Molti Stati del Golfo dipendono ora dall'Arabia Saudita per il trasporto di merci attraverso i loro confini», ha affermato Dania Thafer, direttrice del think tank Gulf International Forum, con sede in Qatar. «Qatar e Kuwait sono bloccati nello Stretto di Hormuz. In un certo senso, la chiusura dello stretto è più pericolosa per loro dei missili iraniani che vi transitano».

Tuttavia, a differenza dell'Iran, Qatar e Kuwait dispongono di fondi sovrani pari a diversi anni del loro PIL e possono permettersi di superare la crisi semplicemente indebitandosi con le proprie riserve.

Se necessario, tutte le monarchie del Golfo potrebbero mantenere la chiusura dello Stretto di Hormuz per molti mesi, limitando l'influenza dell'Iran, ha dichiarato l'economista saudita Fawaz al-Fawaz, presidente della società di consulenza Jood di Riyadh. «Purtroppo le nostre economie hanno molte risorse in eccesso», ha affermato. «Si possono tagliare molte spese».

Tali calcoli, ovviamente, si basano sul presupposto che l'Iran non tenterà di aumentare la propria influenza interrompendo le rotte di esportazione alternative dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Un modo per farlo sarebbe quello di riprendere gli attacchi con droni e missili contro Fujairah, Yanbu, i giacimenti petroliferi e gli oleodotti che conducono a questi terminali: una strategia che Teheran ha già messo in atto, seppur con scarso successo, durante i 40 giorni di guerra aperta.

Un altro modo sarebbe quello di far riprendere agli attacchi delle milizie Houthi, sostenute dall'Iran, contro le navi nello Stretto di Bab el-Mandeb, che collega l'Oceano Indiano al Mar Rosso.

Sebbene l'Iran lanci regolarmente minacce riguardo a Bab el-Mandeb, funzionari e diplomatici della regione affermano che gli Houthi, almeno finora, non sembrano intenzionati a entrare in guerra ed esporsi a ritorsioni statunitensi e forse anche saudite. Tuttavia, la situazione potrebbe cambiare.

"L'idea che gli Emirati Arabi Uniti o l'Arabia Saudita abbiano una maggiore tolleranza al dolore rispetto all'Iran sembra vera solo perché, al momento, non sono direttamente colpiti da ulteriori attacchi alle infrastrutture critiche", ha affermato Esfandyar Batmanghelidj, amministratore delegato del think tank Bourse & Bazaar.

"L'Iran parte dal presupposto che, su un orizzonte temporale sufficientemente lungo, sarà ancora in grado di sopportare un dolore maggiore rispetto ai suoi vicini regionali e agli Stati Uniti. Non vedo come, dopo otto anni di sanzioni di massima pressione, qualsiasi azione degli Stati Uniti, in termini di ulteriore pressione economica nelle prossime settimane, possa cambiare significativamente i calcoli".

Le prossime settimane ci diranno se le supposizioni di Teheran sono corrette.

"Il conflitto non riguarda più quale delle due parti riesce a colpire più obiettivi fissi", ha affermato Norman Roule, che ha ricoperto il ruolo di principale funzionario della comunità di intelligence statunitense per le questioni relative all'Iran dal 2008 al 2017. "Ora si tratta di una competizione per chi riesce a mantenere in funzione il sistema commerciale della regione e chi riesce a destabilizzarlo".

Valter Buffo
In caso di emergenza rompere il vetro
 


Qui sopra, in apertura di Post, due immagini di un anno fa. Attenti, lettori: sono del maggio 2025, anche se sembra oggi.

Perché le due immagini qui sopra sono attuali?

Perché quella situazione ha alcune somiglianza con quella di oggi. Come leggete, anche un anno fa le prime pagine dei quotidiani erano piene di “annunci di tregua”. A cui poi, come tutti sapete è seguito … assolutamente NULLA di NULLA. Quella “guerra” resta al punto di prima, i risultati ottenuti sono pari a ZERO.

Recce’d oggi vi spiega le ragioni per le quali la situazione di oggi, in realtà, è completamente diversa da quella dei mesi di aprile e maggio 2025, dopo il famigerato Liberation Day di Trump.

Il Liberation Day, tutto lo sconquasso creato allora, e tutto intero il tema delle tariffe ha cambiato NULLA nella realtà. Zero effetti tangibili.

Trump vorrebbe con le sole parole moltiplicare i pesci ed i pani. Ma non è in grado di farlo.

Lui, Trump, è convinto di essere il più furbo al Mondo, ed è convinto che se riesce continuamente a spostare l’attenzione su nuovi drammi e nuove tragedie, o nuove clownerie (che coinvolgono anche il Papa cristiano e Gesù Cristo, per fare il massimo clamore) riesce anche a sfuggire al confronto coi fatti, e non lo “beccheranno” mai.

Noi, di Recce’d, vi diciamo oggi che Trump si illude. La sua questa fuga continua dalla realtà non può proseguire a lungo, e comunque finirà già nel 2026.

E vi spieghiamo il perché, anticipandovi come andrà a finire questa storia.

Sta scritto qui sotto, un po’ più in basso in chiusura del Post, il finale di questa brutta storia: non c’è sul Sole 24 Ore, non c’è sul Corriere della Sera, non c’è da Vespa su RAI 1, non c'è su Rete 4 nei talk show, non la trovate sui social ma c’è qui, proprio qui da Recce’d.

Pensateci: a che cosa serve l’estintore che viene imposto per i serbatoi di carburante domestici?

Pensateci: a che cosa serve il manicotto dell’acqua che vedete dietro al vetro nello stabile dove avete il vostro ufficio?

Pensateci: perché il Governo italiano ha imposto alle Aziende una polizza che copre dai rischi catastrofali?

Risposta: le cose che hanno valore vanno protette quando si presenta l’eventualità di eventi non frequenti ma molto dannosi.

Tra gli investitori, c’è chi crede che “la tregua” imposta da Trump all’attacco militare verso lo IRAN abbia ridotto i rischi.

Invece è tutto l’opposto. Ha aumentato i rischi, per noi investitori.

Quali rischi ha aumentato? Ha aumentato i rischi di un immediata e violenta reazione dei mercati finanziari.

Perché la guerra scatenata contro lo IRAN è servita proprio a questo, a prevenire un improvviso collasso: ha distratto l’attenzione del pubblico, della massa, della massa degli investitori, perché ha introdotto nuovi elementi nelle valutazioni di breve termine (il prezzo del petrolio, in questo caso).

Ma ora, l’attenzione ritorna a focalizzarsi sui soliti, vecchi problemi, mai risolti, che anche durante la guerra hanno continuato a crescere.

Prendiamo ad esempio un elemento concreto e di grande attualità. La stagione delle trimestrali, che è in corso, viene dipinta dall’esercito dei venditori come “un altro successo dell’economia americana” (sull’economia europea c’è meno euforia): ma loro sono venditori, e fanno il mestiere di vendere.

Noi, che non siamo venditori ma investitori, noi dobbiamo prestare meno attenzione agli slogan di vendita e più attenzione alla realtà: a quello che ci dicono i fatti.

Ogni volta che voi leggete che Goldman Sachs oppure Bank of America hanno “battuto le attese” con il loro risultato trimestrale, voi non fermatevi al titolo del giornale oppure del social: voi invece fate l’analisi dei dati.

Non sarà difficile, anche con un’analisi rapida ma precisa, individuare subito che cosa viene nascosto da quei risultati ottenuti con un’abile manipolazione dei bilanci. Più in generale, ed in estrema sintesi, non è difficile comprendere che la stessa esistenza di quegli utili verrebbe messa in discussione, una volta che lo Stato degli Stati Uniti rinunciasse a fare nuovo debito nella misura del 7% del PIL ogni anno.

Sarebbe sufficiente il taglio di quel deficit, di quella spesa in eccesso, per azzerare tutti gli utili. Ridurli a zero: il deficit è il 7% del PIL, gli utili sono il 9% del PIL. E sono tutti pagati con la spesa in deficit strutturale dello Stato. Gli utili sono pagati dai risparmiatori a cui vengono venduti i Titoli di Stato.

Noi faremo proprio la settimana prossima questo lavoro di approfondimento sulle trimestrali, per tutti i Clienti di Recce’d, lavoro che poi troverà spazio ogni mattina nel nostro The Morning Brief.

Nel Post di oggi però noi non approfondiremo il tema delle trimestrali: orienteremo invece il nostro studio ai temi legati alla asset allocation: indicando al lettore una componente essenziale di ogni asset allocation nel mese di aprile 2026, una componente che allo stato attuale manca nella maggior parte dei portafogli titoli.

Partiamo ricordando al lettore i principi basilari della gestione del risparmio.

Una buona gestione di portafogli genera risultati e protegge il patrimonio: gli obbiettivi sono sempre due, e non uno solo. Nei mercati post-COVID, profondamente manipolati, e quindi fragili, e quindi pericolosi, un buon gestore privilegia l’obbiettivo della protezione dei portafogli e sacrifica la ricorsa dei rendimenti di breve periodo: ed è questo che noi di Recce’d abbiamo fatto e facciamo. La pazienza è il principio ispiratore che ci farà vincere.

In aggiunta, una buona gestione non prende in esame soltanto una singola posizione: una buona gestione valuta sempre il portafoglio nel suo insieme.

Oggi 17 aprile 2026 l’attenzione dei social e dei media si concentra sul recupero degli indici di Borsa, ritornati ai livelli di fine febbraio, prima della guerra. Non si trova invece neppure una riga sui Titoli di Stato.

Noi di Recce’d da molti mesi vi scriviamo che nel contesto attuale i Titoli di Stato sono ciò che conta di più. Per questo oggi nei due grafici che seguono noi vi aggiorniamo sui rendimenti dei Titoli di Stato americani e tedeschi. Ricordandovi che per comprendere ciò che sta accadendo ai vostri risparmi dovete unire, in un quadro coerente, i dati dei due grafici, gli indici di Borsa, il petrolio, il cambio del dollaro USA, ed i prezzo dell’oro. Quanto meno: poi ci sarebbe anche dell’altro.

Come i lettori ormai sanno, Recce’d (a differenza delle banche internazionali di investimento, e dei promotori finanziari delle Reti di vendita come Allianz, BNP Paribas, Generali, Mediolanum, Fineco e tutte le altre) non ci esercitiamo nelle “previsioni per fine anno”, che sono le sciocchezze del marketing per promuovere la vendita dei Fondi Comuni, delle GPM e delle polizze assicurative. Noi di Recce’d invece sappiamo che una buona gestione del risparmio gestisce … quello che c’è, ciò che accade nella realtà.

Nel caso specifico del 2026, però, ci sentiamo di fare una previsione: una sola previsione, che però è molto importante per motivare tutto ciò che segue in questo Post. l previsione di Recce’d è la seguente: l’attacco di Israele ed USA allo IRAN non sarà lo shock più grande del 2026, per tutti noi investitori. Anzi, lo IRAN è solo un piccolo shock. Altri, ben più grandi shock, saremo chiamati a gestire nel 2026.

Ed ecco perché è importante, ed anzi decisivo per i vostri risultati, predisporre un dispositivo di emergenza. Noi di Recce’d siamo gli installatori qualificati e patentati anche per quel tipo di dispositivi.

Ma prima di ogni altra cosa, è necessario fare il punto: ora che Trump è stato costretto a fermarsi (senza avere raggiunto alcun obbiettivo), ed ora che per conseguenza si è calmato il baccano infernale dei social, delle TV, dei GR, dei TG, dei talk show, e dei quotidiani, ora per ogni investitore è necessario fare la conta dei danni, ed è necessario distinguere tra danni transitori e danni permanetni. Dopo avere fatto la conta, poi diventa necessario decidere qualcosa.

Proprio perché tutti sappiamo che sono in arrivo altre, più grandi, emergenze.

Aiutiamo quindi ora ogni nostro lettore a fare la conta dei danni e lo facciamo riproponendo in lettura un articolo molto equilibrato e centrato pubblicato in settimana dal Corriere della Sera, articolo che potete leggere qui di seguito.

L’articolo vi spiegherà le ragioni per le quali è appropriato parlare di un “rischio mai visto”. Ed è indispensabile, sul proprio portafoglio titoli, fare quelle mosse che sono le più produttive quando si presenta un “rischio mai visto prima”.

Noi, ovviamente, le abbiamo già messe in pratica per i nostri Clienti.


Le due «mine vaganti» e un rischio mai visto prima: perché ora Fmi e Banca Mondiale temono una tempesta perfetta (e devastante) sull’economia

di Mario Platero

Agli incontri dell'Fmi/Banca Mondiale la «mina vagante» non sarà la guerra, ma i due nuovi fattori di rischio: il modello rivoluzionario Mythos Claude di Anthropic per l'Ai e una possibile crisi di liquidità dal settore credito privato


NEW YORK — La liturgia degli incontri di primavera del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale è sempre la stessa: i ciliegi in fiore a Washington, l’arrivo oggi lunedì 13 aprile dei delegati di 191 Paesi per fare il punto semestrale sull’economia mondiale, un calendario prefissato: domani 14 aprile il World Economic Outlook, il documento previsionale dell’Fmi (si attende crescita mondiale in ritirata), il 16 aprile gli incontri dei ministri del Tesoro e dei banchieri centrali del G7 e poi del G20, il 17 il Comitato Monetario e il 18 quello per lo Sviluppo della Banca Mondiale, poi tutti a casa.



Le tematiche

Ma se la liturgia non cambia, le tematiche parallele allo sviluppo economico, i fattori «esterni» che possono impattare la crescita non sono mai stati più numerosi, complicati, nuovi e densi di incertezza: la guerra, il rimbalzo dei prezzi del petrolio e dell’inflazione, la preoccupazione per il tasso di occupazione aleggiano ma, paradossalmente, sono nulla rispetto alle due vere mine vaganti che segneranno questi incontri di Primavera del 2026 e che destano terrore nello sguardo di funzionari del Fondo, di politici, ministri e soprattutto dei banchieri, che seguono ai margini e che più di ogni altro potrebbero dover sopportare le conseguenze delle nuove sfide: 

1) possibili distorsioni dei sistemi finanziari per applicazioni nefaste dell’intelligenza artificiale;

2) il rischio di un contagio del settore del credito privato che potrebbe trascinare con sé, in caso di crollo, il comparto Private Equity che già in alcuni comparti scricchiola per conto suo.

E stiamo parlando di importi che, negli scenari peggiori, potrebbero far guai davvero seri.


La guerra in Iran

Insomma il pericolo di una tempesta perfetta non viene oggi dalla guerra contro l’Iran, ma proprio dalla combinazione ancora sconosciuta di queste due variabili. 

Ma cominciamo dalla guerra, da quel fattore dalla combustione improvvisa e imprevedibile che, dopo un momento di speranza durante il fine settimana, riposto nei negoziati tra Iran e Stati Uniti, ci ha fatti ripiombare, con il fallimento del dialogo, in quella dinamica aumenti prezzi del petrolio-inflazione che conosciamo fin troppo bene. 

La Casa Bianca ha già discusso con il Tesoro misure possibili se la guerra dovesse prolungarsi per oltre tre mesi e se il blocco completo dello stretto di Hormuz, che sarà imposto da oggi dagli Stati Uniti, dovesse avere conseguenze peggiori di quelle attese sul prezzo del petrolio e su quello del carburante ai distributori. 

Gli aumenti ci sono già, il greggio ha di nuovo superato quota 100 dollari al barile, nel fine settimana, con balzi del 7-8% a seconda del tipo di petrolio e prezzi che si aggirano questa mattina, mentre scriviamo, tra i 102 e i 107 dollari al barile. Ma fino a dove potranno arrivare?



I mercati

Qui entriamo di nuovo in territorio di incertezza, c’è il precedente di quota 120 per il Brent greggio durante i momenti più tesi della guerra, ma ci sono nuovi livelli stimati che potrebbero portare i prezzi anche a quota 150 se la chiusura totale dello stretto di Hormuz, annunciata da Donald Trump dovesse prolungarsi troppo a lungo. 

La preoccupazione infatti non sta nel livello dei prezzi che, come abbiamo visto, hanno dimostrato di essere molto elastici, ma nella durata di questa crisi con le sue conseguenze sul tasso di inflazione (già misurato intorno a quota 3,3% per il mese di marzo su base annuale in America, con un aumento dello 0,9%) e sui tassi di interesse già in tensione

Per quanto la guerra preoccupi, le dinamiche sono conosciute e gli strumenti per combattere l’inflazione sono noti, un aumento dei tassi, già in parte scontato dai mercati, avrà però effetti restrittivi sulla crescita: da qui una riduzione generalizzata attesa per domani dei tassi di crescita globali. 

Si ritiene anche che l’impatto negativo ci sarà più su Europa e Asia che sugli Usa e si dovranno studiare misure coordinate di intervento a seconda degli scenari. Quadro preoccupante dunque, ma non imprevedibile o ingestibile, visto che ci siamo già passati un mezzo varie volte negli ultimi decenni. 


Il primo fattore di pericolo: il modello di Anthropic Claude Mythos

Gli aspetti peggiori sul fronte incertezza derivano invece dai due fattori nuovi e in questo momento sia sconosciuti che incontrollabili. 

Il primo: l’impatto IA del nuovo modello di Anthropic Claude Mythos. Sappiamo che il modello è stato rilasciato in forma per ora ristretta a una quarantina di grandi aziende americane per aiutarle a giocare d’anticipo su certe vulnerabilità dei loro sistemi di software che potrebbero essere facilmente identificati da Claude Mythos e da hacker nel caso avessero accesso alla tecnologia. Ma la questione più specifica per gli incontri riguarda l’identificazione da parte di Mythos di vulnerabilità nei sistemi finanziari, in quelli per i pagamenti e per i trasferimenti causando possibili truffe colossali e imprevedibili. Il peggiore? Una paralisi dei sistemi finanziari. 

Di questo il segretario al Tesoro Scott Bessent e il presidente della Fed Jerome Powell hanno parlato nei giorni scori coi banchieri americani, convocati d’urgenza a Washington. 

Ma ora si tratterà di estendere il dialogo all’intero sistema finanziario internazionale. 
Per ora Claude Mythos è stato rilasciato solo ad alcune banche americane per aiutarle a identificare le vulnerabilità e giocare d’anticipo.
E le banche europee? E quelle asiatiche? Il rischio di un contagio in questo caso è collettivo. Impossibile isolarlo.

A Washington, nei prossimi giorni, in parallelo agli incontri programmati, si dovrà dunque impostare un comitato d’azione internazionale per condividere rischi, preoccupazioni e vulnerabilità prima che Mythos possa cadere in mano a hacker o criminali. Questa è la sfida più nuova che dominerà gli incontri di primavera. 


Il secondo fattore di pericolo: gli scricchiolii del settore del credito privato

L’altra è meno nuova, ma non più conosciuta: qual è il grado di vulnerabilità del settore credito privato? Quale sarà il suo impatto sulle aziende in primis e sulle economie subito dopo se dovesse registrarsi una improvvisa crisi di liquidità? 

Di certo sappiamo che grandi banche commerciali come JP Morgan hanno già ripulito il loro portafoglio da molti crediti più rischiosi, remunerati da alti tassi di interesse, ma si è trattato di un semplice trasferimento del problema su altri attori che potrebbero avere una propensione al rischio direttamente proporzionale alla loro possibile fragilità di fondo.


L’intelligenza artificiale

Il settore, come sappiamo, lavora moltissimo con i private equity che in molti casi si trovano già in difficoltà a liquidare certe posizioni di portafoglio in scadenza per via dell’incertezza economica determinata dalla guerra, ma anche dal possibile impatto su settori che vanno da quello software fino al manifatturiero di nuovo dell’intelligenza artificiale.


Le autorità per ora hanno minimizzato. Ma minimizzare, calmare, tranquillizzare è il loro dovere. Lo avevano fatto anche nei giorni subito prima della crisi del 2007/2009, accesa dalla crisi del mercato subprime. 

Speriamo che non ce la stiano contando come allora e che, soprattutto, approfittino di questi incontri plenari per confrontarsi, organizzare di nuovo interventi coordinati ed essere pronti a giocare d’anticipo se un crisi dovesse aprirsi anche su quel fronte. Anche perché come sappiamo combattere contemporaneamente e impreparati su più fronti non è mai né facile né gradevole.

Dice bene, benissimo Mario Platero sul Corriere della Serra: scrive “speriamo che non ce la stiano contando come allora”.

Noi di Recce’d aggiungiamo una domanda al lettore: caro amico lettore, tu che cosa intendi fare? Vuoi stare lì, beato, ed attendere quel giorno in cui, sul tuo quotidiano, ci sarà scritto se “ce la stavano di nuovo contando”, oppure vuoi fare oggi qualche cosa di decisivo per affrontare con serenità gli shock che comunque arriveranno?

L’ottimo quadro che ha ricostruito qui sopra Mario Platero sul Corriere merita di essere espanso ed approfondito, cosa che noi facciamo con un secondo contributo, che leggete di seguito, e che richiama la vostra attenzione, e quella di tutti sulle prossime due settimane, ed anche sulla nostra Europa.


A meno di due settimane dalla prossima riunione della Banca Centrale Europea, i membri del comitato sembrano indecisi sul futuro dei tassi d'interesse.

Secondo i dati LSEG, i mercati finanziari prevedono attualmente un mantenimento dei tassi nella riunione del 29-30 aprile, seguito da un aumento a giugno. La maggior parte degli operatori si aspetta che il tasso d'interesse di riferimento della BCE raggiunga almeno il 2,5% entro la fine dell'anno, con un aumento di 50 punti base o più rispetto ai livelli attuali.

Intervenendo alla CNBC mercoledì, in occasione della riunione primaverile del FMI a Washington, Joachim Nagel, presidente della Bundesbank tedesca, ha affermato che la volatilità dei prezzi del petrolio ha portato la BCE "tra il nostro scenario di base e il nostro scenario avverso".

"L'intera situazione è molto opaca, molto nebulosa, e tra due settimane dovremo decidere cosa succederà", ha dichiarato, aggiungendo che "i dati arrivano quotidianamente sotto forma di notizie".

Le questioni relative alla riapertura dello Stretto di Hormuz sono al centro dell'incertezza, ha osservato Nagel, definendo questa via navigabile cruciale "il tallone d'Achille del sistema economico mondiale".

"Se l'incertezza dovesse aumentare, ciò influenzerà anche la decisione che dovremo prendere quando ci riuniremo tra due settimane", ha affermato. "Un approccio basato su incontri successivi è la strada giusta da seguire, ed è così che abbiamo sempre fatto in passato. In questo momento così complesso, diventa ancora più importante".

Nagel ha lasciato intendere che i responsabili delle politiche monetarie stanno ancora valutando l'andamento dei tassi di interesse.

"È fondamentale attendere di avere a disposizione tutte le informazioni necessarie il giorno in cui dovremo prendere la decisione", ha concluso. "Pertanto, questo approccio basato su incontri periodici è il modo migliore per attuare la politica monetaria."

Nagel ha affermato che l'inflazione dovrebbe mantenersi intorno all'obiettivo del 2% fissato dalla banca centrale, ma ha avvertito che la persistente incertezza potrebbe costringere la BCE a una reazione qualora i prezzi aumentassero più del previsto.

"Dobbiamo mantenere aperte tutte le opzioni, come stiamo facendo ora: la politica monetaria non dovrebbe escludere nulla", ha dichiarato, ribadendo l'importanza dello Stretto di Hormuz come punto chiave per il processo decisionale.

"Dobbiamo rimanere vigili... In termini di politica monetaria, dobbiamo ancora valutare cosa accadrà nelle prossime due settimane. In due settimane potrebbero emergere molti nuovi sviluppi, quindi sono molto cauto nel fornire indicazioni precise sui prossimi passi da intraprendere sul fronte della politica monetaria."

Una "torta a strati" di shock

Martins Kazaks, banchiere centrale lettone e membro del Consiglio direttivo della BCE, ha dichiarato alla CNBC che i responsabili delle politiche monetarie stanno adottando un approccio riunione per riunione. Alla domanda se aprile sarebbe troppo presto per aumentare i tassi, ha risposto: "Vedremo".

"Cosa osserviamo, ad esempio, in termini di intensità del riprezzamento? Come si ripercuote su altri settori dell'economia?", ha affermato, sottolineando che l'inflazione di base non è aumentata a marzo nell'eurozona.

Kazaks ha spiegato alla CNBC che gli shock economici del 2020 e del 2022 – quando la crisi del Covid-19 e l'invasione su vasta scala dell'Ucraina da parte della Russia hanno scosso l'economia globale – hanno reso i banchieri centrali più vigili, dato che nessuno sa esattamente come finirà la guerra.

«Nessuno sa se seguiranno altri shock, e il problema che abbiamo visto nel 2020 e nel 2022 è che quando arrivano gli shock... è come una torta a strati», ha detto.

«Gli shock si sovrappongono, interagiscono tra loro. Potrebbero innescare delle non linearità. E per i banchieri centrali, penso che sia molto importante essere vigili e cauti e vedere cosa succede con queste non linearità. Se si attivano, e a volte li definirei effetti di secondo round, allora dobbiamo agire».

L'Europa si trova attualmente in una «situazione confortevole», ha aggiunto, ma Kazaks ha affermato che i funzionari devono monitorare i dati economici man mano che la situazione si evolve.

«I mercati, per l'area euro, si aspettano due rialzi dei tassi, a partire da giugno», ha concluso. «Al momento non ho nulla in contrario. Vediamo come si evolve la situazione. Ma ovviamente, a un certo punto dovremo agire. Queste non linearità sono certamente l'elemento che dovremmo esaminare con molta cautela e, se necessario, agire molto rapidamente».

Alla fine di marzo, la presidente della BCE Christine Lagarde ha affermato che la banca centrale era pronta ad aumentare i tassi di interesse, anche se l'atteso aumento dell'inflazione si fosse rivelato temporaneo.

«Se lo shock dovesse generare un superamento significativo, seppur non troppo persistente, del nostro obiettivo [di inflazione], potrebbe essere giustificato un aggiustamento misurato della politica monetaria», ha dichiarato Lagarde al convegno "La BCE e i suoi osservatori" a Francoforte, in Germania.

«Lasciare un tale superamento completamente irrisolto potrebbe comportare un rischio comunicativo: il pubblico potrebbe avere difficoltà a comprendere una funzione di reazione che non reagisce».

La BCE in “modalità crisi”

Carsten Brzeski, responsabile globale macroeconomico di ING ha dichiarato giovedì a CNBC via e-mail che "la situazione di stallo della BCE è finita".

"La BCE è tornata in modalità crisi, spostando la sua attenzione dalle proiezioni a lungo termine agli sviluppi effettivi, adottando un approccio 'a vista'", ha affermato.

Secondo Brzeski, le variabili chiave da monitorare includono i dati effettivi sull'inflazione, le aspettative di inflazione a lungo termine basate su sondaggi e l'andamento dei salari, che, a suo dire, i responsabili delle politiche monetarie valuteranno in relazione al rischio di rallentamento dell'attività economica e alle preoccupazioni per la stabilità finanziaria.

ING ritiene che la BCE si aspetti un'ondata inflazionistica iniziale, a partire dai prezzi della benzina, seguita da effetti a catena sui costi dei trasporti, sui prezzi dei prodotti alimentari e sui prodotti industriali.

"Finché si tratterà di un'unica ondata, di durata limitata, non ci sarà bisogno di aumenti dei tassi da parte della BCE", ha concluso Brzeski.

«Più a lungo durerà il blocco dello Stretto di Hormuz, maggiore sarà la probabilità che alcuni punti critici vengano colpiti. Ecco perché ora vediamo la BCE annunciare almeno un aumento dei tassi di interesse a scopo precauzionale. Alcuni arriverebbero a definirlo un errore di politica monetaria».

Antonio Alvarenga, professore di strategia e imprenditorialità presso la Nova School of Business and Economics, ha affermato che i funzionari della BCE si stanno dimostrando più cauti e prudenti del solito nel fornire indicazioni.

«La BCE si appresta alla decisione di aprile con una serie insolitamente ampia e variegata di scenari plausibili, in un contesto di crescita debole nelle economie chiave, dinamiche inflazionistiche rigide e rinnovati rischi al rialzo per i prezzi dell'energia derivanti dalle tensioni in Medio Oriente», ha dichiarato in una e-mail giovedì. «In tale contesto, essere troppo specifici può essere controproducente, perché i fatti possono cambiare rapidamente prima della riunione».

Alvarenga ha aggiunto che «la tradizionale forward guidance su un percorso probabile è di fatto venuta meno», con i responsabili della politica monetaria della banca centrale che si affidano a una comunicazione di tipo «reattivo», che mantiene la massima flessibilità sulle prossime mosse. «La guerra dei tassi d'interesse cambia il tipo di indicazioni che risultano credibili. Il massimo che possono fare è comunicare le possibili soluzioni: "se le aspettative di inflazione si ridimensionano o se si intensificano gli effetti di secondo ordine legati al settore energetico, interveniamo", invece di "ecco la traiettoria dei tassi"», ha dichiarato a CNBC.

«Il compromesso di questo approccio è una maggiore volatilità del mercato e una maggiore dispersione delle aspettative. Ma dal punto di vista della BCE, il rischio maggiore è quello di essere vincolati a una traiettoria preannunciata e poi doverla invertire bruscamente se lo shock si evolve».


Il quadro, ve lo abbiamo presentato, e completato in tutti i suoi aspetti principali.

L’esito di questa nuova situazione è comunque distante nel tempo. Ed una buona gestione del portafoglio non può e non deve ignorare esiti estremi. Occuparsene dopo, risulterebbe impossibile, se non controproducente.

Recce’d si è dotata (da ormai quindici anni) di tutti gli strumenti di analisi ed operativi che sono necessari ad affrontare momenti di mercato come questi: incluso il dispositivo “In caso di emergenza rompere il vetro”, del quale proprio giovedì 16 aprile ha parlato in sede pubblica quello che fu in Ministro del Tesoro americano negli anni 2007 - 2009, ovvero Hank Paulson.

Leggiamo quindi la dichiarazione di ieri della persona che era il Ministro del Tesoro americano del 2007, 2008 e 2009, gli anni dei subprime: parole che meritano la vostra attenzione.  Parole che, da sole, bastano a spiegare perché Recce’d poco sopra ha scritto che in questo contesto di mercato la conservazione del patrimonio prevale sulla rincorsa al rendimento di breve termine. Lui la pensa come noi.

Fatevi consigliare da Hank Paulson, per le vostre scelte di asset allocation, piuttosto che da un venditore di Fondi Comuni e polizze assicurative.

E se voi oggi non avete alcun meccanismo di salvaguardia, se non c’è nel vostro portafoglio quel vetro da rompere in caso di emergenza, allora per voi è meglio contattate al più presto Recce’d, attraverso la nostra pagina CONTATTI.

L'ex Segretario del Tesoro Henry Paulson ha esortato giovedì i responsabili politici statunitensi a preparare un piano di emergenza nel caso in cui la domanda di titoli del Tesoro dovesse crollare, avvertendo che una crisi nel mercato obbligazionario governativo potrebbe innescare gravi conseguenze per l'intera economia.

"Abbiamo bisogno di un piano di emergenza rapido, mirato e a breve termine, pronto all'uso quando la situazione precipiterà", ha dichiarato Paulson in un'intervista a Wall Street Week di Bloomberg Television giovedì.

L'avvertimento di Paulson giunge in un momento in cui gli investitori sono sempre più preoccupati per il calo di attrattiva del debito pubblico statunitense. I deficit persistenti, l'elevata emissione di debito e i timori di inflazione hanno pesato di recente sui titoli di Stato a lungo termine.

Paulson ha affermato che una crisi nel mercato dei titoli del Tesoro si differenzierebbe in modo cruciale dal crollo finanziario del 2008, quando il governo statunitense aveva ancora sufficiente capacità fiscale per intervenire e contenere i danni. Questa volta, invece di concentrarsi sul settore privato, una crisi del Tesoro potrebbe ostacolare la capacità del governo di finanziarsi.

Nel 2008, "per quanto grave fosse la situazione", il governo aveva la potenza di fuoco fiscale per affrontare il crollo del credito", ha osservato Paulson. "Si può intervenire e ripulire il disastro".

Tuttavia, in una crisi del debito pubblico, "quando si raggiunge il limite e si cerca di emettere titoli del Tesoro, e la Fed è l'unico acquirente, i prezzi dei titoli del Tesoro stanno scendendo e i tassi di interesse stanno salendo, la situazione è pericolosa".

In altre parole, se la domanda di titoli del Tesoro calasse significativamente, gli investitori potrebbero chiedere rendimenti più elevati prima di acquistarne altri. Ciò renderebbe più costoso per il governo indebitarsi e i maggiori pagamenti di interessi aumenterebbero ulteriormente il deficit, offrendo agli investitori un ulteriore motivo di preoccupazione.

Tuttavia, Paulson ha affermato che gli è difficile prevedere quando una simile crisi potrebbe effettivamente verificarsi.

"La gente mi chiede: 'Quando toccherà il fondo?' Ovviamente non lo so, è impossibile saperlo", ha dichiarato a Bloomberg. "Quando accadrà, sarà devastante, quindi dobbiamo prepararci a questa eventualità".

Paulson vi ha detto: “dobbiamo preparaci a questa eventualità”.

Molti tra i nostri lettori non sono preparati. Alcuni neppure ci hanno pensato.

Il suggerimento di Recce’d è quello di contattarci: noi di Recce’d siamo preparati, i nostri portafogli lo sono, e soprattutto i nostri Clienti.

Concludiamo il nostro Post con una nota di colore: le affermazioni di Paulson giovedì 16 sono così tanto significative, e potenzialmente dirompenti, che si è mossa la Casa Bianca. Ed ha imposto, la sera stessa, una precisazione che appare come rettifica, quanto meno formale. Lui Paulson, ha precisato: ma, intanto, le sue affermazioni avevano già fatto il giro del Mondo.

Leggete qui sotto la rettifica. E poi decidete: decidete da che parte stare, decidete da quale parte volete mette i vostri soldi. Voi, amici lettori, da che parte state? Attenti a non fare la fine di Meloni, perché dopo si sta molto scomodi con il piede in due scarpe. Molto scomodi.


In una dichiarazione rilasciata giovedì sera, il Paulson Institute ha chiarito che Paulson "ha affermato chiaramente che le sue preoccupazioni sul debito non sono immediate e che crede che l'economia statunitense rimanga la più resiliente tra le principali economie mondiali e sia la più in grado di resistere all'incertezza, compreso l'impatto della guerra in Iran. Ha anche osservato che il dollaro si è effettivamente rafforzato a seguito della situazione attuale".

Valter Buffo