Lo sversamento delle ultime 24 ore
Scriviamo questo Post il pomeriggio del sabato 18 aprile 2026: siamo coscienti che la materia di cui scriviamo potrebbe essere stravolta e rivoltata del tutto già domattina, domenica 19.
Nonostante questo noi di Recce’d giudichiamo utile pubblicare questo Post: utile per i nostri lettori e per i loro investimenti.
Ne scriviamo oggi proprio perché, nella gestione del portafoglio titoli (che è il mestiere di Recce’d) ciò che rileva, quello che conta, quello che determina il risultato dei portafogli titoli, non è e non sarà la “nuova notizia” di domattina. No, quella “nuova notizia” che verrà strillata dai TG e discassa nei talk show e sui social conta NULLA. E potrebbe essere una notizia falsa.
Noi avvisiamo il nostro lettore che si deve essere attenti e prudenti, nella gestione del portafoglio, oggi più che mai: perché oggi tutti noi siamo dentro un episodio di “Oggi le comiche”.
Un episodio che un po’ fa ridere, come leggerete, ma che purtroppo è anche tragico. E per questo, vi chiediamo attenzione.
Ciò che davvero conta oggi, per i risultati dei vostri investimenti, è il METODO: e noi qui vi documentiamo il METODO; ovvero in che modo voi lettori venite trattati, manipolati e distorti. In che modo si vuole portarvi a spasso per i campi, ora di qua ora di là come si fa con il gregge di pecore. Con i social e i media a fare da cani da gregge.
E allora Recce’d vi dice (anzi, vie esorta, vi spinge, quasi vi prega) di smettete di farvi prendere in giro: reagite, non accettatelo, reagite e rifiutatevi, proteggete il vostro denaro, che con fatica avete risparmiato e gestito negli anni.
Vi documentiamo subito, rivedendo i fatti delle ultime 24 ore, quali fatti motivano la nostra esortazione a reagire subito, con urgenza.
Ritorniamo indietro di 24 ore, al pomeriggio del venerdì 17 aprile, e precisamente ad ad un’ora e 15 minuti dalla apertura di Wall Street (l’orario era stato concordato, così come il testo che leggete nell’immagine sotto): accade che il Governo dello IRAN pubblica questo Post. L’orario che leggete nell’immagine era stato posto come condizione per il proseguimento delle trattative proprio dalla Amministrazione Trump, ed il solo scopo era quello di manipolare le menti della massa degli investitori, come vedremo più sotto.
Come uno studente del College, come un teenager, il Presidente americano Donald J. Trump immediatamente dopo si lascia trascinare e posta una serie (una ventina) di tweet sul proprio canale social che si chiama Truth Social.
I più significativi, di questa ventina di tweet, li abbiamo selezionati per voi e li mostriamo qui sotto.
Così, li potete leggere nella versione originale, completa di tutte le lettere maiuscole.
Anche a chi (come noi di Recce’d) non è un professionista della politica né un esperto di geopolitica, il tono di questa improvviso sversamento di tweet sembrava eccessivo, grossolano, forse persino l’opera di un soggetto alterato: tutti siamo abituati alla mancanza di misura e di metodo di Trump (lui se ne vanta, ma a noi non sembra una cosa di cui vantarsi). ma questo era certamente un eccesso anche per Trump.
Veniva annunciato un accordo, nei dettagli: ma questo accordo nessuno lo aveva ancora siglato.
Ed in effetti, questo era uno sversamento di falsità e di baggianate.
I mercati finanziari, però, da tempo non ragionano più, almeno nel brevissimo: riconcorrono, semplicemente, “quello che succede nella prossima mezz’ora”.
Ed ecco nell’immagine qui sotto la reazione delle Borse.
Euforia immediata in Borsa, dunque. Anche se osservatori più esperti, più competenti e più attenti facevano proprio in quelle ore osservare che petrolio e rendimenti obbligazionari NON si erano mossi nella medesima direzione delle Borse. Anche Recce’d in quelle ore del pomeriggio di ieri lo aveva messo in evidenza: alla pagina TWIT - TWOO del sito.
Leggete sotto nell’immagine.
Per i social e per i media di tutto il mondo, con lo sversamento di tweet di Trump è subito festa: ecco una nuova sfilza di (false) notizie da sbattere in prima pagina, una serie di foto e persino figurine a colori da pubblicare.
La festa, però, dura solo pochissimi minuti. Dopo poco tempo, iniziano ad arrivare le smentite. Un vero e proprio fiume di smentite ufficiali: quello che ha scritto Donald J. Trump nei suoi tweet si rivela essere una serie di invenzioni, una sequela di menzogne, una montagna di balle.
Leggete qui sotto.
L’ultima immagine qui sopra mette (utilmente) in evidenza gli orari di tutti questi messaggi: Trump scrive i suoi tweet giusto prima della apertura di Wall Street, poi invece le smentite arrivano alla chiusura della seduta. Si tratta di dati importanti, sui quali vi chiamiamo a riflettere attentamente.
Perché noi, come voi, proprio tutti voi che state leggendo, in questo modo veniamo e venite bellamente presi per il naso (… per non usare un’espressione più forte). E la cosa, certamente, si ripeterà.
Ed è proprio questo, il tema trattato dal nostro Post di oggi. Vogliamo esortare ii nostri lettori a non farsi prendere in giro, ad evitare di “farsela contare”, a rifiutarsi di essere portati a spasso come un gregge di pecore e pecoroni.
Proseguiamo adesso nel racconto delle ultime 24 ore. Dopo le smentite che avete letto qui sopra, seguono i fatti, come leggete qui sotto nelle immagini.
Conclusione: era tutta una farsa, una presa in giro: siete, e siamo, tutti su “Oggi le comiche”.
Tra le cose comiche di queste 24 ore, spicca ovviamente il ruolo dei social. I social utilizzati al posto della tradizionale diplomazia internazionale. Utilizzati per distorcere, sia chiaro.
Noi di Recce’d che cosa ne pensiamo, dell’utilizzo di questo canale per la comunicazione durante una guerra? Che si è raggiunto un punto molto basso del vivere civile. La civilizzazione fa anche passi indietro, e non solo in avanti.
Un esempio concreto per i nostri lettori.
Fatevi tutti una domanda a proposito degli attacchi via social al Papa di Roma: anche in altri momento della Storia il papa si è ritrovato a fronteggiare attacchi e conflitti, ma perché in questo caso si è scelto di non mandare direttamente un diplomatico in Vaticano a recapitare un messaggio?
Perché l’effetto che viene cercato NON è diretto verso il Papa oppure il Vaticano. L’effetto cercato è quello sulla massa, ovvero sul gregge di pecore social.
E poi diciamolo apertamente, ci sono comiche e comiche. Quelle di Donald J. Trump proprio non ci fanno ridere. Stanlio ed Ollio, con i quali abbiamo aperto il nostro Post di oggi, erano comici di ben altra categoria!.
C’è però chi riesce a farci sorridere, raccontando in forma ironica i fatti delle ultime 24 ore.
Ad esempio, nell’immagine che vedete qui sotto c’è scritto:
… è il 31 dicembre 2040, ed il Nasdaq è in rialzo da 5385 giorni consecutivi, sulla base degli annunci che l’accordo di pace con l’IRAN sta per arrivare da un minuto all’altro …
… un barile di petrolio adesso costa 1000 miliardi di dollari americani …
… e Trump è ancora Presidente …
… e lo stretto di Hormutz adesso si chiama Stretto di Trump …
Ora torniamo seri: il nostro lavoro di oggi è finalizzato a spiegare le ragioni della nostra esortazione ai nostri lettori: reagite, non accettate il ruolo che vi è stato assegnato, che è il ruolo del gregge di pecore. Reagite, rivedete i vostri portafogli di investimenti, modificate le vostre posizioni, invece di farvi portare a spasso come un gregge.
In chiusura di questo Post, dopo avere parlato di barzellette, di clown e di comiche, ritorniamo però ad aiutare (come facciamo ogni volta) il nostro lettore a capire: a meglio comprendere la realtà.
Lo facciamo con il contributo che segue, che abbiamo scelto e tradotto perché è necessario (dopo avere scartato tutte le baggianate che avete letto qui sopra) disporre di informazioni sane e precise, allo scopo di comprendere la realtà, e dopo decidere sui propri investimenti e sul proprio portafoglio in titoli.
RIYAD, Arabia Saudita – L'interruzione dei collegamenti marittimi dal Golfo Persico sta infliggendo danni crescenti agli alleati arabi degli Stati Uniti, all'Iran e all'economia mondiale. La domanda è: chi ne soffrirà di più e chi cederà per primo?
Fino a quando Washington non ha imposto il blocco navale dei porti iraniani il 13 aprile, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha rappresentato una carta vincente per il regime iraniano. Teheran ha tratto profitto dalle proprie esportazioni di petrolio durante i 40 giorni di conflitto, privando al contempo gli Stati del Golfo di entrate vitali e attuando un sistema per riscuotere ingenti pedaggi dalle poche navi di passaggio.
Ora, mentre Stati Uniti e Iran mantengono un fragile cessate il fuoco e negoziano un accordo molto più ampio sulla complessa questione nucleare che ha scatenato la guerra, il tempo non gioca più necessariamente a favore dell'Iran.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha concesso un po' di respiro ai negoziati e ha provocato un forte calo dei prezzi del petrolio dichiarando venerdì che lo stretto sarà "completamente aperto" per tutta la durata del cessate il fuoco, attualmente in scadenza martedì.
La navigazione, tuttavia, sarà consentita solo lungo una rotta designata dall'esercito iraniano che attraversa un'area di ispezione nelle acque territoriali iraniane: una soluzione ben lontana dalla completa apertura del canale e che non implica necessariamente che Teheran rinunci al diritto di riscuotere i pedaggi di transito.
Nel frattempo, il blocco statunitense dei porti iraniani "rimarrà in vigore a tutti gli effetti" fino al raggiungimento di un accordo globale con Teheran, ha dichiarato il presidente Trump su Truth Social poco dopo.
L'economia iraniana, già in pessime condizioni prima dell'attacco statunitense e israeliano del 28 febbraio, ha subito gravi danni a causa dei bombardamenti e sta iniziando a risentire del blocco americano, con il calo delle entrate petrolifere e delle importazioni essenziali.
Un uomo cammina davanti ai negozi chiusi del Gran Bazar di Teheran. Il Gran Bazar di Teheran era tranquillo il mese scorso, poiché lo Stretto di Hormuz è rimasto chiuso nonostante le minacce degli Stati Uniti. Atta Kenare/AFP/Getty Images
"Sembra che gli Stati Uniti vogliano far assaggiare al regime iraniano la sua stessa medicina", ha affermato l'analista politico saudita Salman al-Ansari. "Il blocco priva gli iraniani dell'unica carta che hanno – lo Stretto di Hormuz – costringendoli a sedersi al tavolo delle trattative per discussioni positive e costruttive sulla rinuncia alle loro ambizioni nucleari".
I negoziatori iraniani e statunitensi potrebbero incontrarsi di nuovo nei prossimi giorni e Trump ha affermato che le due parti sono vicine a un accordo in base al quale Washington metterà in sicurezza le scorte di uranio altamente arricchito dell'Iran, sepolte sottoterra dopo i bombardamenti statunitensi della scorsa estate.
Teheran non ha ancora contestato il blocco americano, ma ciò non significa che non lo farà nei prossimi giorni, soprattutto se i negoziati si bloccheranno e il cessate il fuoco scadrà senza progressi diplomatici significativi. Un ritorno alle ostilità è qualcosa che gli stati del Golfo, come l'Arabia Saudita, non desiderano assolutamente. Gli attacchi di precisione condotti da missili e droni iraniani, soprattutto negli ultimi giorni di guerra, hanno inflitto gravi danni alle loro infrastrutture energetiche, come raffinerie e impianti petrolchimici, esaurendo al contempo le riserve di intercettori della difesa aerea. La loro preferenza è quella di mantenere la pressione economica sull'Iran, ma con le armi silenziose.
A un certo punto, tuttavia, con l'intensificarsi della crisi economica iraniana, Teheran si troverà di fronte a una scelta cruciale: acconsentire alla riapertura dello Stretto di Hormuz, perdendo così il suo potere negoziale e l'ambizione di riscuotere i pedaggi, oppure sfidare il blocco statunitense, rischiando un ritorno a una guerra su vasta scala.
Un uomo con una tunica e un turbante neri usa un telefono vicino alle macerie di edifici distrutti.
Teheran dovrà decidere se può permettersi di rischiare un ritorno a una guerra su vasta scala. Majid Saeedi/Getty Images
Una guerra regionale riaccesa dall'Iran isolerebbe ulteriormente Teheran dal resto del mondo, poiché le economie europee e asiatiche sarebbero ulteriormente messe a dura prova dall'interruzione di questa vitale via navigabile.
"L'idea che un Paese possa controllare lo Stretto di Hormuz è anatema per ogni nazione al mondo", ha affermato Abdel Aziz Aluwaisheg, vicesegretario generale per gli affari politici e negoziali del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che raggruppa le sei monarchie del Golfo. L'ultima volta che ciò è accaduto risale al XVI secolo, quando il Portogallo impose un controllo ferreo sui commerci tra l'Europa e l'India, portando infine alla creazione di una coalizione internazionale che liberò la via navigabile, ha aggiunto.
"Gli iraniani dicono: se non possiamo esportare petrolio, non può farlo nessuno. Noi diciamo che lo Stretto deve essere aperto a tutti, come stabilisce il diritto del mare. Chi ne trae vantaggio, ne trarrà vantaggio anche tutti gli altri", ha concluso Aluwaisheg.
Il dolore derivante dall'interruzione del traffico nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transitava circa il 20% del petrolio mondiale e il 25% del gas naturale liquefatto, non è distribuito equamente tra gli Stati del Golfo. Tutti ne soffrono, ma a ritmi molto diversi.
Le due maggiori economie del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, sono in grado di esportare circa due terzi del petrolio e del gas naturale liquefatto prebellici. Il volume viene trasportato attraverso oleodotti che aggirano lo Stretto di Hormuz e raggiungono rispettivamente i porti di Yanbu sul Mar Rosso e di Fujairah sul Golfo dell'Oman.
L'aumento globale dei prezzi del petrolio consente all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti di compensare i minori volumi con maggiori entrate. Mentre le esportazioni di prodotti petrolchimici e fertilizzanti non sono facilmente reindirizzabili, l'Arabia Saudita beneficia anche del fatto di essere diventata la principale via logistica per rifornire i più piccoli stati del Golfo: Qatar, Kuwait e Bahrein.
Questi tre stati, al contrario, non hanno vie alternative per esportare il loro petrolio o gas naturale e, di conseguenza, rischiano un crollo delle entrate.
«Se di vincitori si può parlare, i sauditi sono stati quelli che hanno tratto maggior vantaggio economico da questa situazione. Molti Stati del Golfo dipendono ora dall'Arabia Saudita per il trasporto di merci attraverso i loro confini», ha affermato Dania Thafer, direttrice del think tank Gulf International Forum, con sede in Qatar. «Qatar e Kuwait sono bloccati nello Stretto di Hormuz. In un certo senso, la chiusura dello stretto è più pericolosa per loro dei missili iraniani che vi transitano».
Tuttavia, a differenza dell'Iran, Qatar e Kuwait dispongono di fondi sovrani pari a diversi anni del loro PIL e possono permettersi di superare la crisi semplicemente indebitandosi con le proprie riserve.
Se necessario, tutte le monarchie del Golfo potrebbero mantenere la chiusura dello Stretto di Hormuz per molti mesi, limitando l'influenza dell'Iran, ha dichiarato l'economista saudita Fawaz al-Fawaz, presidente della società di consulenza Jood di Riyadh. «Purtroppo le nostre economie hanno molte risorse in eccesso», ha affermato. «Si possono tagliare molte spese».
Tali calcoli, ovviamente, si basano sul presupposto che l'Iran non tenterà di aumentare la propria influenza interrompendo le rotte di esportazione alternative dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Un modo per farlo sarebbe quello di riprendere gli attacchi con droni e missili contro Fujairah, Yanbu, i giacimenti petroliferi e gli oleodotti che conducono a questi terminali: una strategia che Teheran ha già messo in atto, seppur con scarso successo, durante i 40 giorni di guerra aperta.
Un altro modo sarebbe quello di far riprendere agli attacchi delle milizie Houthi, sostenute dall'Iran, contro le navi nello Stretto di Bab el-Mandeb, che collega l'Oceano Indiano al Mar Rosso.
Sebbene l'Iran lanci regolarmente minacce riguardo a Bab el-Mandeb, funzionari e diplomatici della regione affermano che gli Houthi, almeno finora, non sembrano intenzionati a entrare in guerra ed esporsi a ritorsioni statunitensi e forse anche saudite. Tuttavia, la situazione potrebbe cambiare.
"L'idea che gli Emirati Arabi Uniti o l'Arabia Saudita abbiano una maggiore tolleranza al dolore rispetto all'Iran sembra vera solo perché, al momento, non sono direttamente colpiti da ulteriori attacchi alle infrastrutture critiche", ha affermato Esfandyar Batmanghelidj, amministratore delegato del think tank Bourse & Bazaar.