Come preparare il portafoglio titoli agli shock in arrivo
 

L’IRAN è una quisquiglia: lo abbiamo scritto un mese e mezzo fa, e poi ripetuto (documentando la cosa) in molteplici occasioni. La più recente, una settimana fa qui nel nostro Blog.

La vicenda oggi si è trasformata in un ridicolo stallo, colorato poi da cose buffe come lo scambio di tweet e meme e filmatini ridanciani via social tra Amministrazione USA e Governo iraniano. Secondo noi in Recce’d, c’è proprio poco da ridere. Secondo noi, si tratta di una cinica e tetra pratica di propaganda, esibita sopra la testa di donne e uomini che hanno perso la vita oppure che la mettono a rischio, con danni oggi non calcolabili all’economia mondiale. All’economia di tutti noi.

Uno spettacolo amaro e tragico, ma pure grottesco, al quale noi siamo costretti ad assistere ogni giorno.

Dall’inizio di marzo 2026, l’indicazione pratica per i risparmiatori che Recce’d ha ripetutamente espresso è: guardate da un’altra parte, concentrate la vostra attenzione e la vostra energia su altri fattori, ed in particolare su quei fattori che determineranno a fine 2026 chi ha vinto e chi ha perso.

Non chi ha vinto o perso in IRAN (lì nessuno vincerà e tutti perderanno) bensì chi ha vinto e chi ha perso nella gestione del risparmio.

Una seconda indicazione ripetuta più e più volte da noi di Recce’d è la seguente: allargate ed allungate il vostro sguardo. Questo è il momento, più di ogni altro, di allungare l’orizzonte a cui fate riferimento con le vostre decisioni di investimento, e di includere nelle vostre valutazioni degli asset finanziari anche elementi e fattori che, d’abitudine, vengono trascurati dagli investitori.

Recce’d con questo Post vuole aiutarvi, e quindi vi spiegheremo proprio come fare questo esercizio di valutazione. Ovvero come valutare gli asset che già avete (e che forse dovete liquidare subito) e come valutare gli asset finanziari che oggi NON avete (e che probabilmente dovete includere tra i vostri investimenti quanto prima).

Procediamo da una ricapitolazione dei fatti che vi aiuterà a rimettere un po’ di ordine.


Come preparare l'economia globale al futuro

16 aprile 2026

Mohamed A. El-Erian

La reazione negativa contro la globalizzazione, il lento declino del Washington Consensus e la rapida ascesa dell'intelligenza artificiale stanno alimentando una volatilità che, se non controllata, porterà a una crescita inferiore, a un'inflazione più elevata e a una maggiore disuguaglianza. Per indirizzare l'economia verso una strada migliore è necessario, prima di tutto, abbandonare la nostra fiducia in idee obsolete.


NEW YORK – Una realtà scomoda sta diventando sempre più difficile da ignorare. L'economia globale sta attraversando un periodo di "shock più frequenti e violenti", come afferma il premio Nobel Michael Spence. Invece di affrontare interruzioni isolate e temporanee, ci troviamo di fronte a un cambiamento strutturale verso una volatilità destabilizzante, una frammentazione sempre più profonda e una maggiore dispersione dei risultati per paesi, aziende e famiglie. Il vecchio mondo non esiste più e praticamente tutti rischiano di perdere terreno nel nuovo. La domanda è: in che misura e cosa fare al riguardo?

La guerra con l'Iran, che si è estesa a tutto il Medio Oriente, esemplifica questa nuova realtà. Sebbene i danni a livello locale, regionale e globale siano andati di male in peggio, l'introduzione di un meccanismo di interruzione duraturo si è rivelata difficile. Di conseguenza, i danni economici si stanno evolvendo e aggravando, con i primi effetti sui prezzi dell'energia e sui tassi di interesse che alimentano un'inflazione più ampia e aumentano il rischio di una crescita inferiore e di instabilità finanziaria.

Questo fenomeno non è nuovo. Anche per la guerra in Ucraina si è rivelato difficile trovare un punto di svolta, e abbiamo assistito a dinamiche analoghe in ambiti economici e finanziari più ristretti, dall'utilizzo di dazi e sanzioni sugli investimenti come arma alla frammentazione delle catene di approvvigionamento. È facile considerare ciascuno di questi fenomeni come un evento a sé stante, e molti politici e investitori lo stanno facendo. Si tratta di un errore.

Piuttosto che eventi isolati, l'attuale instabilità è la prevedibile conseguenza della perdita di tre narrazioni un tempo dominanti, senza che ne siano emerse altre unificanti a sostituirle.

  • La prima è la globalizzazione. Sono finiti i tempi in cui una sempre maggiore integrazione economica era vista come una forza stabilizzatrice. La promessa che l'interdipendenza avrebbe ridotto il rischio di conflitti è stata rimpiazzata dall'utilizzo del commercio e della finanza come arma e dallo sfruttamento dei punti strategici. Poiché il mondo non è riuscito ad affrontare tempestivamente gli effetti negativi della globalizzazione sulla distribuzione delle risorse, la triade essenziale di standard globali rispettati, istituzioni multilaterali efficaci e stato di diritto si sta ora smantellando a favore dell'unilateralismo, della frammentazione e dell'impunità.

  • Il secondo pilastro narrativo è il Washington Consensus. La convinzione che liberalizzazione, deregolamentazione, responsabilità fiscale e indipendenza delle banche centrali siano la chiave della prosperità a livello nazionale sta lentamente scomparendo negli ultimi anni. Ironicamente, gli Stati Uniti hanno aperto la strada al ribaltamento di questo approccio a livello nazionale, nonostante lo abbiano promosso per trent'anni nel resto del mondo.

  • Poi c'è l'intelligenza artificiale (IA), pronta a cambiare i presupposti che da tempo sono alla base dei modelli di business e dei mercati del lavoro. Sebbene l'IA abbia un immenso potenziale trasformativo come tecnologia di uso generale, soprattutto per la produttività, sono urgentemente necessari nuovi modelli per guidarne l'adozione. Altrimenti, le trasformazioni rischiano di superare la capacità di adattamento delle società.

La perdita di questi tre punti di riferimento ha dato origine a una cultura di sfiducia, mentalità a somma zero e decisioni miopi, che distruggono il vecchio senza offrire sostituti pronti. Mentre il sospetto prende il posto del coinvolgimento, la ricerca di una costosa autosufficienza sostituisce la sicurezza collettiva e un coordinamento duraturo diventa impossibile. L'orchestra globale suona con spartiti diversi, senza direttore d'orchestra in vista. Il risultato è tanto dirompente quanto cacofonico.

La frammentazione disordinata porterà a una crescita inferiore, a un'inflazione più elevata e a una maggiore disuguaglianza.

Ma non tutto è perduto: la traiettoria di questo nuovo mondo può ancora essere modificata in una direzione più positiva.

Una direzione positiva, se avremo il coraggio e la saggezza di abbandonare mentalità obsolete e costruire un nuovo consenso in cinque punti.

  • Innanzitutto, è tempo di superare la dicotomia "globalizzazione contro protezionismo". I governi dovrebbero invece considerare quella che l'ex Primo Ministro britannico Gordon Brown definisce "globalizzazione gestita in chiave leggera": un approccio pragmatico all'approvvigionamento locale e alla riduzione del rischio che garantisca la sicurezza delle catene di approvvigionamento e dei punti strategici, senza sfociare in guerre commerciali controproducenti e altre politiche protezionistiche.

  • In secondo luogo, la crescita sostenibile e inclusiva deve tornare in cima alle agende nazionali. Questo non significa inondare l'economia di denaro pubblico con ulteriori stimoli fiscali e monetari, né sottrarre crescita ad altre economie o al futuro. Significa piuttosto concentrarsi sull'aumento della produttività, sul miglioramento delle infrastrutture e sulle transizioni strutturali nel settore energetico e non solo.

  • In terzo luogo, le famiglie più vulnerabili hanno bisogno di sostegno. Allo stato attuale, le reti di sicurezza sociale di troppi paesi risultano inefficaci o, inavvertitamente, spingono i gruppi vulnerabili a diventare dipendenti dallo Stato, minando così la loro partecipazione al mercato del lavoro, anziché fornire le protezioni e le opportunità necessarie a garantire sicurezza e autonomia.

  • In quarto luogo, la traiettoria dell'IA non può essere lasciata alla mano invisibile del mercato. Le politiche che regolano questa innovazione trasformativa devono favorire il potenziamento del lavoro anziché la sua sostituzione (l'aumento delle competenze anziché l'automazione). Ciò significa utilizzare i sistemi fiscali per adeguare gli incentivi e perseguire investimenti a breve termine in settori sociali come la sanità e l'istruzione, dove l'IA può colmare le lacune nell'erogazione dei servizi. Significa anche fornire alle aziende una guida che incoraggi la ristrutturazione e la reinvenzione a favore dell'occupazione e della produttività, e non solo risparmi immediati attraverso la sostituzione del lavoro. Significa inoltre riorganizzare le partnership pubblico-private per garantire che la forza lavoro rimanga agile e adeguatamente qualificata, e offrire supporto alla transizione per le fasce più vulnerabili della popolazione.

  • Infine, per salvaguardare le istituzioni internazionali, è necessario riformarle. Le Nazioni Unite, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale continuano a essere vincolati da strutture e sistemi di governance obsoleti. Senza un sistema multilaterale più rappresentativo e reattivo, scenari un tempo impensabili diventeranno sempre più probabili, mettendo a repentaglio il nostro benessere futuro.

I problemi che affrontiamo oggi non si risolveranno da soli. Senza una visione chiara e uno sforzo congiunto, la nostra resilienza umana, finanziaria e istituzionale continuerà a erodersi, rendendoci sempre più vulnerabili a shock frequenti e violenti. Dobbiamo smettere di rimpiangere il mondo di ieri e adattarci al mondo di oggi, creando le basi e lo slancio necessari per prosperare nel mondo di domani.


Recce’d vi ha proposto di leggere questo intelligente e concreto esame della situazione allo scopo di fare con voi lettori e per voi lettori il punto della situazione: come avete letto, l’IRAN è semplicemente un episodio, un cosiddetto side-show, mentre ciò a cui tutti dobbiamo guardare oggi è un cambiamento di epoca, ovvero una Nuova Era.

Recce’d è in piena sintonia con questa affermazione: anche se noi di Recce’d NON siamo d’accordo con le ricette che vengono proposte qui sopra per superare le difficoltà del momento.

Del testo che avete appena letto, noi giudichiamo importantissimi tre concetti:

  • ci attendono crescita economica modesta ed inflazione elevata

  • il Washington Consensus non esiste più (e c’è nulla al suo posto)

  • va abbandonata una mentalità obsoleta.

Precisiamo subito che, a differenza di quanto viene fatto nell’articolo, qui noi non ci addentreremo nel “che cosa si dovrebbe fare per evitare il peggio”, lasciandolo a politologi, sociologhi, politici e commentatori vari.

Il solo tema che ci appassiona e ci riguarda è invece “data questa situazione, e partendo dal punto in cui ci troviamo, che cosa facciamo oggi e che cosa faremo domani per i nostri portafogli titoli”.

E’ importante fare chiarezza, capire bene dove ci si trova: ma poi è ancora più importante decidere bene sui propri risparmi, proteggerli e farli guadagnare (il giusto).

Non siamo in condizione di sintetizzare in un solo Post tutte le cose che ci sono da fare oggi: ma numerose di queste le abbiamo già anticipate al lettore, con i Post precedenti del 2026 e del 2025. In questo senso, lo scenario che noi abbiamo indicato ai lettori più di un anno fa come il solo scenario plausibile oggi viene assunto come realistica eventualità anche dal Governo italiano (nelle due immagini qui sotto). E presto, anche da tanti altri Governi. E su questo tema, l’intera vicenda IRAN non ha alcun peso.


Il tema non è semplice, non è di facile comprensione, non si risolve con una battuta oppure con un tweet.

Eppure ognuno di noi investitori, in questo momento, ha affidato i propri risparmi a strumenti i cui risultati (ed i cui rischi) dipendono esattamente da questa complessità.

Molti spot radiofonici e TV (come quello che noi citiamo alla pagina MERCATYI del sito) ingannano gli investitori, prospettando una realtà “semplice” che però purtroppo non esiste. Questi spot vendono semplicità e felicità, ma per avere successo con gli investimenti è necessario rifiutare le semplificazioni e le illusioni, e arrivare invece alla consapevolezza di ciò che si sta facendo con i propri soldi, facendosi evidentemente aiutare da soggetti che ne abbiamo la competenza.

Soggetti che, questo è certo, hanno competenze diverse dal venditore di Fondi e polizze, dal financial advisor, dal promotore finanziario, dal private banker, dal wealth manager. A voi, i venditori proprio non servono.

Recce’d, che a differenza dei venditori appena citati non vuole vendervi nessun prodotto, ma unicamente competenza professionale, sceglie oggi di portare al lettore un aiuto concreto, fornito appunto da una persona competente. In questo caso, un Premio Nobel per l’economia, l’amico Michael Spence, del quale vi sarà utile leggere il contributo che segue.

Non troverete, nell’articolo che segue, indicazioni operative per i vostri investimenti del tipo “vendi i dollaro, compra l’oro, alleggerisci le Borse). Perché oggi proprio non è questa, la questione da affrontare.

La questione oggi invece è questa: il Washington Consensus citato più sopra non c’è più, e quindi chi investe il proprio denaro fidandosi di quel tipo di promesse può essere certo di perdere il proprio denaro.

Per questa ragione, come abbiamo già scritto poco sopra, Recce’d vi suggerisce di ampliare i vostri orizzonti (sia quello temporale, sia l’orizzonte dei fattori che incidono sulle vostre scelte di investimento). Con questo articolo che chiude il Post, Recce’d vi aiuta a comprendere che gli episodi che occupano le prime pagine (come è stato per l’Ucraina, e come è oggi per lo IRAN) sono in realtà soltanto sfoghi, soltanto manifestazioni esteriori di dinamiche che viaggiano al di sotto della superficie, al di sotto delle prime pagine di GR e TG.

Le dinamiche a cui facciamo riferimento, che trovate citate in questo articolo, sono quelle che poi decideranno

  • se sui vostri investimenti in materie prime a fine 2026 registrerete un utile oppure una perdita

  • se i vostri investimenti in Titoli di Stato nel 2026 vi faranno perdere o guadagnare soldi

  • se le vostre posizioni azionarie sono destinate a reggere l’urto dei nuovi shocks che stanno per arrivare, oppure se rischiate di vederle perdere improvvisamente di valore

  • se nella vostra allocazione del risparmio le vostre scelte in materie di valuta sono sufficienti a proteggere il vostro risparmio dai nuovi shocks.

Il panorama descritto qui ci lascia, tutti noi investitori, con una sola certezza: altri, più grandi shocks, dovranno essere affrontati a breve, sicuramente già nel 2026. Questo è lo stato delle cose oggi: lo dobbiamo accettare, comprendere e dobbiamo anche guadagnarci (oppure, quanto meno, non perdere tutto).

L'effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio mondiale e un quarto dei fertilizzanti, ha messo in luce una ben nota vulnerabilità della nostra complessa economia globale interconnessa: un singolo punto di cedimento può causare interruzioni enormi e costose.

Eppure, tali punti di cedimento si stanno moltiplicando da decenni.

Il commercio globale attraversa numerosi altri passaggi critici, che potrebbero a loro volta trasformarsi in colli di bottiglia in grado di causare interruzioni. Lo Stretto di Malacca, tra la Malesia e l'isola indonesiana di Sumatra – una delle sole due rotte marittime che collegano l'Oceano Indiano al Pacifico – è oggetto di grande attenzione nelle simulazioni di guerra. Quando il Canale di Suez fu bloccato per sei giorni dalla gigantesca nave portacontainer Ever Given nel 2021, l'interruzione si ripercuoté sulle catene di approvvigionamento per mesi. Il Canale di Panama presenta rischi simili.

Un'eccessiva concentrazione del mercato genera vulnerabilità analoghe. Il predominio di pochi produttori giapponesi di microcontrollori e sensori di flusso d'aria per motori – componenti piccoli ma essenziali nell'industria automobilistica – ha fatto sì che, quando il devastante terremoto e lo tsunami hanno colpito il Giappone nel 2011, l'industria automobilistica globale si contraesse drasticamente.

Tali vulnerabilità sono in qualche modo più facili da affrontare rispetto a quelle legate a fattori geografici, come lo Stretto di Hormuz. Dal 2011, le case automobilistiche hanno diversificato i propri fornitori, accumulato scorte di sicurezza e creato sistemi di dati su larga scala che migliorano la trasparenza nelle complesse catene di approvvigionamento, facilitando l'individuazione di rischi occulti derivanti da un'unica fonte.

Tuttavia, la diversificazione comporta dei compromessi, come probabilmente scoprirà il settore dei semiconduttori avanzati. Un'unica azienda olandese, ASML, produce tutte le apparecchiature per la litografia a ultravioletti estremi necessarie per realizzare i semiconduttori più avanzati, e solo due aziende, la taiwanese TSMC e la sudcoreana Samsung, hanno le capacità per produrre semiconduttori a 2 nanometri.

Date le evidenti vulnerabilità che ciò crea, i governi stanno ora promuovendo la diversificazione. Gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno introdotto incentivi per TSMC e Samsung al fine di diversificare geograficamente la loro produzione, e il governo statunitense sta sostenendo lo sviluppo delle capacità di Intel nel settore dei semiconduttori avanzati. Nel frattempo, la Cina sta investendo massicciamente per ridurre la sua dipendenza da fonti esterne nella progettazione e produzione di semiconduttori.

Ma se da un lato questo approccio potrebbe aumentare la resilienza, dall'altro il settore non può permettersi una minore efficienza. I semiconduttori più avanzati sono cruciali non solo per l'addestramento di modelli di IA generativa, ma anche per lo sviluppo di applicazioni di IA fisica (come la robotica e i veicoli autonomi), che richiedono bassa latenza, elevata efficienza termica, basso consumo energetico e lunga durata della batteria. Non è chiaro se le catene di approvvigionamento diversificate attualmente in fase di sviluppo saranno in grado di tenere il passo con la domanda.

Le terre rare rappresentano un'altra notevole vulnerabilità nelle catene di approvvigionamento tecnologiche. Una vasta gamma di prodotti critici e strategici – tra cui veicoli elettrici, elettronica di consumo, tecnologie mediche e tecnologie militari avanzate – dipendono da questi ingredienti essenziali, eppure la Cina da sola controlla circa il 60% dell'estrazione globale di terre rare e oltre il 90% della lavorazione.

Anche il settore finanziario presenta punti critici. Il sistema di messaggistica interbancaria SWIFT, controllato dagli Stati Uniti per le transazioni transfrontaliere, ne è un esempio lampante.

A livello economico, un'eccessiva dipendenza da un'unica fonte per qualsiasi cosa – dall'energia alla domanda – può generare un punto critico, come ha imparato l'Europa dopo l'invasione su vasta scala dell'Ucraina da parte della Russia nel 2022.

Ciò è vero non solo per il rischio di un incidente o di uno shock, ma anche perché un'eccessiva dipendenza facilita l'estorsione o altre forme di pressione, come dimostrano i controlli cinesi sulle esportazioni di terre rare, l'applicazione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti tramite SWIFT e l'uso di dazi da parte del presidente statunitense Donald Trump.

La proliferazione di punti di guasto è legata alla struttura e agli incentivi dell'economia globale. In una rete altamente decentralizzata e competitiva, gli investitori sono più motivati ​​a ottimizzare l'efficienza (i cui benefici sono appropriabili, ovvero vanno in gran parte a vantaggio dell'investitore) che la resilienza (i cui benefici sono distribuiti sull'intera rete). Quando ci sono molti investitori, nessuno ha un incentivo a internalizzare i costi necessari per bilanciare efficienza e resilienza.

Le reti con una maggiore concentrazione di proprietà hanno maggiori probabilità di ottimizzare la resilienza. Tre aziende (Alcatel Submarine Networks, SubCom e NEC) forniscono e gestiscono l'87% della vasta rete globale di cavi sottomarini in fibra ottica, che trasportano oltre il 95% del traffico dati internazionale, inclusi i dati di rete pagamenti e altre transazioni finanziarie. Questi "architetti" hanno un forte incentivo a integrare la resilienza nel sistema, ad esempio aumentando il numero di cavi, distribuendo i punti di approdo, garantendo un'ampia dispersione, implementando progetti ad anello, utilizzando protocolli internet per il reindirizzamento automatico del traffico in caso di interruzioni e includendo capacità di riserva. Dopotutto, la resilienza fa parte del pacchetto che stanno vendendo.

Lo stesso vale per il settore automobilistico, dove grandi attori come Toyota controllano una fetta sufficientemente ampia della catena di approvvigionamento da trarre vantaggio dall'ottimizzazione sia dei costi che della resilienza.

Per internet, è stato il governo degli Stati Uniti ad agire come architetto principale, garantendo, ad esempio, che i protocolli integrati reindirizzassero automaticamente il traffico in caso di interruzioni. Di fatto, le grandi economie nazionali sono attori importanti perché, in una certa misura, internalizzano e aggregano i benefici della resilienza tra una serie di piccoli attori del settore privato.

Quando i mercati non offrono sufficiente resilienza, i paesi diventano attori importanti nel fornirla. A tal fine, hanno a disposizione diverse opzioni. Possono procedere in autonomia, ad esempio riportando in patria la produzione di beni critici come i semiconduttori. Possono intensificare la cooperazione internazionale, ad esempio formando una coalizione per massimizzare l'approvvigionamento alternativo di terre rare. Oppure possono perseguire una combinazione di entrambe le strategie. Una regola empirica approssimativa potrebbe essere che la cooperazione è meno costosa del ritorno in patria, più efficace in linea di principio e, in certi casi, essenziale, ma molto più difficile da realizzare.

Qualunque approccio scelgano i Paesi, eliminare o mitigare i punti critici sarà costoso. Ma, in un'epoca di crescente frammentazione e deterioramento della cooperazione, è un costo che dovranno sostenere.

Michael Spence, premio Nobel per l'economia, è professore emerito di economia ed ex preside della Graduate School of Business presso l'Università di Stanford. È Senior Fellow presso la Hoover Institution, Senior Advisor di General Atlantic e

Valter Buffo
Lo sversamento delle ultime 24 ore
 

Scriviamo questo Post il pomeriggio del sabato 18 aprile 2026: siamo coscienti che la materia di cui scriviamo potrebbe essere stravolta e rivoltata del tutto già domattina, domenica 19.

Nonostante questo noi di Recce’d giudichiamo utile pubblicare questo Post: utile per i nostri lettori e per i loro investimenti.

Ne scriviamo oggi proprio perché, nella gestione del portafoglio titoli (che è il mestiere di Recce’d) ciò che rileva, quello che conta, quello che determina il risultato dei portafogli titoli, non è e non sarà la “nuova notizia” di domattina. No, quella “nuova notizia” che verrà strillata dai TG e discassa nei talk show e sui social conta NULLA. E potrebbe essere una notizia falsa.

Noi avvisiamo il nostro lettore che si deve essere attenti e prudenti, nella gestione del portafoglio, oggi più che mai: perché oggi tutti noi siamo dentro un episodio di “Oggi le comiche”.

Un episodio che un po’ fa ridere, come leggerete, ma che purtroppo è anche tragico. E per questo, vi chiediamo attenzione.

Ciò che davvero conta oggi, per i risultati dei vostri investimenti, è il METODO: e noi qui vi documentiamo il METODO; ovvero in che modo voi lettori venite trattati, manipolati e distorti. In che modo si vuole portarvi a spasso per i campi, ora di qua ora di là come si fa con il gregge di pecore. Con i social e i media a fare da cani da gregge.

E allora Recce’d vi dice (anzi, vie esorta, vi spinge, quasi vi prega) di smettete di farvi prendere in giro: reagite, non accettatelo, reagite e rifiutatevi, proteggete il vostro denaro, che con fatica avete risparmiato e gestito negli anni.

Vi documentiamo subito, rivedendo i fatti delle ultime 24 ore, quali fatti motivano la nostra esortazione a reagire subito, con urgenza.

Ritorniamo indietro di 24 ore, al pomeriggio del venerdì 17 aprile, e precisamente ad ad un’ora e 15 minuti dalla apertura di Wall Street (l’orario era stato concordato, così come il testo che leggete nell’immagine sotto): accade che il Governo dello IRAN pubblica questo Post. L’orario che leggete nell’immagine era stato posto come condizione per il proseguimento delle trattative proprio dalla Amministrazione Trump, ed il solo scopo era quello di manipolare le menti della massa degli investitori, come vedremo più sotto.


Come uno studente del College, come un teenager, il Presidente americano Donald J. Trump immediatamente dopo si lascia trascinare e posta una serie (una ventina) di tweet sul proprio canale social che si chiama Truth Social.

I più significativi, di questa ventina di tweet, li abbiamo selezionati per voi e li mostriamo qui sotto.

Così, li potete leggere nella versione originale, completa di tutte le lettere maiuscole.


Anche a chi (come noi di Recce’d) non è un professionista della politica né un esperto di geopolitica, il tono di questa improvviso sversamento di tweet sembrava eccessivo, grossolano, forse persino l’opera di un soggetto alterato: tutti siamo abituati alla mancanza di misura e di metodo di Trump (lui se ne vanta, ma a noi non sembra una cosa di cui vantarsi). ma questo era certamente un eccesso anche per Trump.

Veniva annunciato un accordo, nei dettagli: ma questo accordo nessuno lo aveva ancora siglato.

Ed in effetti, questo era uno sversamento di falsità e di baggianate.

I mercati finanziari, però, da tempo non ragionano più, almeno nel brevissimo: riconcorrono, semplicemente, “quello che succede nella prossima mezz’ora”.

Ed ecco nell’immagine qui sotto la reazione delle Borse.

Euforia immediata in Borsa, dunque. Anche se osservatori più esperti, più competenti e più attenti facevano proprio in quelle ore osservare che petrolio e rendimenti obbligazionari NON si erano mossi nella medesima direzione delle Borse. Anche Recce’d in quelle ore del pomeriggio di ieri lo aveva messo in evidenza: alla pagina TWIT - TWOO del sito.

Leggete sotto nell’immagine.

Per i social e per i media di tutto il mondo, con lo sversamento di tweet di Trump è subito festa: ecco una nuova sfilza di (false) notizie da sbattere in prima pagina, una serie di foto e persino figurine a colori da pubblicare.

La festa, però, dura solo pochissimi minuti. Dopo poco tempo, iniziano ad arrivare le smentite. Un vero e proprio fiume di smentite ufficiali: quello che ha scritto Donald J. Trump nei suoi tweet si rivela essere una serie di invenzioni, una sequela di menzogne, una montagna di balle.

Leggete qui sotto.


L’ultima immagine qui sopra mette (utilmente) in evidenza gli orari di tutti questi messaggi: Trump scrive i suoi tweet giusto prima della apertura di Wall Street, poi invece le smentite arrivano alla chiusura della seduta. Si tratta di dati importanti, sui quali vi chiamiamo a riflettere attentamente.

Perché noi, come voi, proprio tutti voi che state leggendo, in questo modo veniamo e venite bellamente presi per il naso (… per non usare un’espressione più forte). E la cosa, certamente, si ripeterà.

Ed è proprio questo, il tema trattato dal nostro Post di oggi. Vogliamo esortare ii nostri lettori a non farsi prendere in giro, ad evitare di “farsela contare”, a rifiutarsi di essere portati a spasso come un gregge di pecore e pecoroni.

Proseguiamo adesso nel racconto delle ultime 24 ore. Dopo le smentite che avete letto qui sopra, seguono i fatti, come leggete qui sotto nelle immagini.

Conclusione: era tutta una farsa, una presa in giro: siete, e siamo, tutti su “Oggi le comiche”.

Tra le cose comiche di queste 24 ore, spicca ovviamente il ruolo dei social. I social utilizzati al posto della tradizionale diplomazia internazionale. Utilizzati per distorcere, sia chiaro.

Noi di Recce’d che cosa ne pensiamo, dell’utilizzo di questo canale per la comunicazione durante una guerra? Che si è raggiunto un punto molto basso del vivere civile. La civilizzazione fa anche passi indietro, e non solo in avanti.

Un esempio concreto per i nostri lettori.

Fatevi tutti una domanda a proposito degli attacchi via social al Papa di Roma: anche in altri momento della Storia il papa si è ritrovato a fronteggiare attacchi e conflitti, ma perché in questo caso si è scelto di non mandare direttamente un diplomatico in Vaticano a recapitare un messaggio?

Perché l’effetto che viene cercato NON è diretto verso il Papa oppure il Vaticano. L’effetto cercato è quello sulla massa, ovvero sul gregge di pecore social.

E poi diciamolo apertamente, ci sono comiche e comiche. Quelle di Donald J. Trump proprio non ci fanno ridere. Stanlio ed Ollio, con i quali abbiamo aperto il nostro Post di oggi, erano comici di ben altra categoria!.

C’è però chi riesce a farci sorridere, raccontando in forma ironica i fatti delle ultime 24 ore.

Ad esempio, nell’immagine che vedete qui sotto c’è scritto:

… è il 31 dicembre 2040, ed il Nasdaq è in rialzo da 5385 giorni consecutivi, sulla base degli annunci che l’accordo di pace con l’IRAN sta per arrivare da un minuto all’altro …

… un barile di petrolio adesso costa 1000 miliardi di dollari americani …

… e Trump è ancora Presidente …

… e lo stretto di Hormutz adesso si chiama Stretto di Trump …

Ora torniamo seri: il nostro lavoro di oggi è finalizzato a spiegare le ragioni della nostra esortazione ai nostri lettori: reagite, non accettate il ruolo che vi è stato assegnato, che è il ruolo del gregge di pecore. Reagite, rivedete i vostri portafogli di investimenti, modificate le vostre posizioni, invece di farvi portare a spasso come un gregge.

In chiusura di questo Post, dopo avere parlato di barzellette, di clown e di comiche, ritorniamo però ad aiutare (come facciamo ogni volta) il nostro lettore a capire: a meglio comprendere la realtà.

Lo facciamo con il contributo che segue, che abbiamo scelto e tradotto perché è necessario (dopo avere scartato tutte le baggianate che avete letto qui sopra) disporre di informazioni sane e precise, allo scopo di comprendere la realtà, e dopo decidere sui propri investimenti e sul proprio portafoglio in titoli.

RIYAD, Arabia Saudita – L'interruzione dei collegamenti marittimi dal Golfo Persico sta infliggendo danni crescenti agli alleati arabi degli Stati Uniti, all'Iran e all'economia mondiale. La domanda è: chi ne soffrirà di più e chi cederà per primo?

Fino a quando Washington non ha imposto il blocco navale dei porti iraniani il 13 aprile, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha rappresentato una carta vincente per il regime iraniano. Teheran ha tratto profitto dalle proprie esportazioni di petrolio durante i 40 giorni di conflitto, privando al contempo gli Stati del Golfo di entrate vitali e attuando un sistema per riscuotere ingenti pedaggi dalle poche navi di passaggio.

Ora, mentre Stati Uniti e Iran mantengono un fragile cessate il fuoco e negoziano un accordo molto più ampio sulla complessa questione nucleare che ha scatenato la guerra, il tempo non gioca più necessariamente a favore dell'Iran.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha concesso un po' di respiro ai negoziati e ha provocato un forte calo dei prezzi del petrolio dichiarando venerdì che lo stretto sarà "completamente aperto" per tutta la durata del cessate il fuoco, attualmente in scadenza martedì.

La navigazione, tuttavia, sarà consentita solo lungo una rotta designata dall'esercito iraniano che attraversa un'area di ispezione nelle acque territoriali iraniane: una soluzione ben lontana dalla completa apertura del canale e che non implica necessariamente che Teheran rinunci al diritto di riscuotere i pedaggi di transito.

Nel frattempo, il blocco statunitense dei porti iraniani "rimarrà in vigore a tutti gli effetti" fino al raggiungimento di un accordo globale con Teheran, ha dichiarato il presidente Trump su Truth Social poco dopo.

L'economia iraniana, già in pessime condizioni prima dell'attacco statunitense e israeliano del 28 febbraio, ha subito gravi danni a causa dei bombardamenti e sta iniziando a risentire del blocco americano, con il calo delle entrate petrolifere e delle importazioni essenziali.

Un uomo cammina davanti ai negozi chiusi del Gran Bazar di Teheran. Il Gran Bazar di Teheran era tranquillo il mese scorso, poiché lo Stretto di Hormuz è rimasto chiuso nonostante le minacce degli Stati Uniti. Atta Kenare/AFP/Getty Images

"Sembra che gli Stati Uniti vogliano far assaggiare al regime iraniano la sua stessa medicina", ha affermato l'analista politico saudita Salman al-Ansari. "Il blocco priva gli iraniani dell'unica carta che hanno – lo Stretto di Hormuz – costringendoli a sedersi al tavolo delle trattative per discussioni positive e costruttive sulla rinuncia alle loro ambizioni nucleari".

I negoziatori iraniani e statunitensi potrebbero incontrarsi di nuovo nei prossimi giorni e Trump ha affermato che le due parti sono vicine a un accordo in base al quale Washington metterà in sicurezza le scorte di uranio altamente arricchito dell'Iran, sepolte sottoterra dopo i bombardamenti statunitensi della scorsa estate.

Teheran non ha ancora contestato il blocco americano, ma ciò non significa che non lo farà nei prossimi giorni, soprattutto se i negoziati si bloccheranno e il cessate il fuoco scadrà senza progressi diplomatici significativi. Un ritorno alle ostilità è qualcosa che gli stati del Golfo, come l'Arabia Saudita, non desiderano assolutamente. Gli attacchi di precisione condotti da missili e droni iraniani, soprattutto negli ultimi giorni di guerra, hanno inflitto gravi danni alle loro infrastrutture energetiche, come raffinerie e impianti petrolchimici, esaurendo al contempo le riserve di intercettori della difesa aerea. La loro preferenza è quella di mantenere la pressione economica sull'Iran, ma con le armi silenziose.

A un certo punto, tuttavia, con l'intensificarsi della crisi economica iraniana, Teheran si troverà di fronte a una scelta cruciale: acconsentire alla riapertura dello Stretto di Hormuz, perdendo così il suo potere negoziale e l'ambizione di riscuotere i pedaggi, oppure sfidare il blocco statunitense, rischiando un ritorno a una guerra su vasta scala.

Un uomo con una tunica e un turbante neri usa un telefono vicino alle macerie di edifici distrutti.

Teheran dovrà decidere se può permettersi di rischiare un ritorno a una guerra su vasta scala. Majid Saeedi/Getty Images

Una guerra regionale riaccesa dall'Iran isolerebbe ulteriormente Teheran dal resto del mondo, poiché le economie europee e asiatiche sarebbero ulteriormente messe a dura prova dall'interruzione di questa vitale via navigabile.

"L'idea che un Paese possa controllare lo Stretto di Hormuz è anatema per ogni nazione al mondo", ha affermato Abdel Aziz Aluwaisheg, vicesegretario generale per gli affari politici e negoziali del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che raggruppa le sei monarchie del Golfo. L'ultima volta che ciò è accaduto risale al XVI secolo, quando il Portogallo impose un controllo ferreo sui commerci tra l'Europa e l'India, portando infine alla creazione di una coalizione internazionale che liberò la via navigabile, ha aggiunto.

"Gli iraniani dicono: se non possiamo esportare petrolio, non può farlo nessuno. Noi diciamo che lo Stretto deve essere aperto a tutti, come stabilisce il diritto del mare. Chi ne trae vantaggio, ne trarrà vantaggio anche tutti gli altri", ha concluso Aluwaisheg.

Il dolore derivante dall'interruzione del traffico nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transitava circa il 20% del petrolio mondiale e il 25% del gas naturale liquefatto, non è distribuito equamente tra gli Stati del Golfo. Tutti ne soffrono, ma a ritmi molto diversi.

Le due maggiori economie del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, sono in grado di esportare circa due terzi del petrolio e del gas naturale liquefatto prebellici. Il volume viene trasportato attraverso oleodotti che aggirano lo Stretto di Hormuz e raggiungono rispettivamente i porti di Yanbu sul Mar Rosso e di Fujairah sul Golfo dell'Oman.

L'aumento globale dei prezzi del petrolio consente all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti di compensare i minori volumi con maggiori entrate. Mentre le esportazioni di prodotti petrolchimici e fertilizzanti non sono facilmente reindirizzabili, l'Arabia Saudita beneficia anche del fatto di essere diventata la principale via logistica per rifornire i più piccoli stati del Golfo: Qatar, Kuwait e Bahrein.

Questi tre stati, al contrario, non hanno vie alternative per esportare il loro petrolio o gas naturale e, di conseguenza, rischiano un crollo delle entrate.

«Se di vincitori si può parlare, i sauditi sono stati quelli che hanno tratto maggior vantaggio economico da questa situazione. Molti Stati del Golfo dipendono ora dall'Arabia Saudita per il trasporto di merci attraverso i loro confini», ha affermato Dania Thafer, direttrice del think tank Gulf International Forum, con sede in Qatar. «Qatar e Kuwait sono bloccati nello Stretto di Hormuz. In un certo senso, la chiusura dello stretto è più pericolosa per loro dei missili iraniani che vi transitano».

Tuttavia, a differenza dell'Iran, Qatar e Kuwait dispongono di fondi sovrani pari a diversi anni del loro PIL e possono permettersi di superare la crisi semplicemente indebitandosi con le proprie riserve.

Se necessario, tutte le monarchie del Golfo potrebbero mantenere la chiusura dello Stretto di Hormuz per molti mesi, limitando l'influenza dell'Iran, ha dichiarato l'economista saudita Fawaz al-Fawaz, presidente della società di consulenza Jood di Riyadh. «Purtroppo le nostre economie hanno molte risorse in eccesso», ha affermato. «Si possono tagliare molte spese».

Tali calcoli, ovviamente, si basano sul presupposto che l'Iran non tenterà di aumentare la propria influenza interrompendo le rotte di esportazione alternative dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Un modo per farlo sarebbe quello di riprendere gli attacchi con droni e missili contro Fujairah, Yanbu, i giacimenti petroliferi e gli oleodotti che conducono a questi terminali: una strategia che Teheran ha già messo in atto, seppur con scarso successo, durante i 40 giorni di guerra aperta.

Un altro modo sarebbe quello di far riprendere agli attacchi delle milizie Houthi, sostenute dall'Iran, contro le navi nello Stretto di Bab el-Mandeb, che collega l'Oceano Indiano al Mar Rosso.

Sebbene l'Iran lanci regolarmente minacce riguardo a Bab el-Mandeb, funzionari e diplomatici della regione affermano che gli Houthi, almeno finora, non sembrano intenzionati a entrare in guerra ed esporsi a ritorsioni statunitensi e forse anche saudite. Tuttavia, la situazione potrebbe cambiare.

"L'idea che gli Emirati Arabi Uniti o l'Arabia Saudita abbiano una maggiore tolleranza al dolore rispetto all'Iran sembra vera solo perché, al momento, non sono direttamente colpiti da ulteriori attacchi alle infrastrutture critiche", ha affermato Esfandyar Batmanghelidj, amministratore delegato del think tank Bourse & Bazaar.

"L'Iran parte dal presupposto che, su un orizzonte temporale sufficientemente lungo, sarà ancora in grado di sopportare un dolore maggiore rispetto ai suoi vicini regionali e agli Stati Uniti. Non vedo come, dopo otto anni di sanzioni di massima pressione, qualsiasi azione degli Stati Uniti, in termini di ulteriore pressione economica nelle prossime settimane, possa cambiare significativamente i calcoli".

Le prossime settimane ci diranno se le supposizioni di Teheran sono corrette.

"Il conflitto non riguarda più quale delle due parti riesce a colpire più obiettivi fissi", ha affermato Norman Roule, che ha ricoperto il ruolo di principale funzionario della comunità di intelligence statunitense per le questioni relative all'Iran dal 2008 al 2017. "Ora si tratta di una competizione per chi riesce a mantenere in funzione il sistema commerciale della regione e chi riesce a destabilizzarlo".

Valter Buffo
In caso di emergenza rompere il vetro
 


Qui sopra, in apertura di Post, due immagini di un anno fa. Attenti, lettori: sono del maggio 2025, anche se sembra oggi.

Perché le due immagini qui sopra sono attuali?

Perché quella situazione ha alcune somiglianza con quella di oggi. Come leggete, anche un anno fa le prime pagine dei quotidiani erano piene di “annunci di tregua”. A cui poi, come tutti sapete è seguito … assolutamente NULLA di NULLA. Quella “guerra” resta al punto di prima, i risultati ottenuti sono pari a ZERO.

Recce’d oggi vi spiega le ragioni per le quali la situazione di oggi, in realtà, è completamente diversa da quella dei mesi di aprile e maggio 2025, dopo il famigerato Liberation Day di Trump.

Il Liberation Day, tutto lo sconquasso creato allora, e tutto intero il tema delle tariffe ha cambiato NULLA nella realtà. Zero effetti tangibili.

Trump vorrebbe con le sole parole moltiplicare i pesci ed i pani. Ma non è in grado di farlo.

Lui, Trump, è convinto di essere il più furbo al Mondo, ed è convinto che se riesce continuamente a spostare l’attenzione su nuovi drammi e nuove tragedie, o nuove clownerie (che coinvolgono anche il Papa cristiano e Gesù Cristo, per fare il massimo clamore) riesce anche a sfuggire al confronto coi fatti, e non lo “beccheranno” mai.

Noi, di Recce’d, vi diciamo oggi che Trump si illude. La sua questa fuga continua dalla realtà non può proseguire a lungo, e comunque finirà già nel 2026.

E vi spieghiamo il perché, anticipandovi come andrà a finire questa storia.

Sta scritto qui sotto, un po’ più in basso in chiusura del Post, il finale di questa brutta storia: non c’è sul Sole 24 Ore, non c’è sul Corriere della Sera, non c’è da Vespa su RAI 1, non c'è su Rete 4 nei talk show, non la trovate sui social ma c’è qui, proprio qui da Recce’d.

Pensateci: a che cosa serve l’estintore che viene imposto per i serbatoi di carburante domestici?

Pensateci: a che cosa serve il manicotto dell’acqua che vedete dietro al vetro nello stabile dove avete il vostro ufficio?

Pensateci: perché il Governo italiano ha imposto alle Aziende una polizza che copre dai rischi catastrofali?

Risposta: le cose che hanno valore vanno protette quando si presenta l’eventualità di eventi non frequenti ma molto dannosi.

Tra gli investitori, c’è chi crede che “la tregua” imposta da Trump all’attacco militare verso lo IRAN abbia ridotto i rischi.

Invece è tutto l’opposto. Ha aumentato i rischi, per noi investitori.

Quali rischi ha aumentato? Ha aumentato i rischi di un immediata e violenta reazione dei mercati finanziari.

Perché la guerra scatenata contro lo IRAN è servita proprio a questo, a prevenire un improvviso collasso: ha distratto l’attenzione del pubblico, della massa, della massa degli investitori, perché ha introdotto nuovi elementi nelle valutazioni di breve termine (il prezzo del petrolio, in questo caso).

Ma ora, l’attenzione ritorna a focalizzarsi sui soliti, vecchi problemi, mai risolti, che anche durante la guerra hanno continuato a crescere.

Prendiamo ad esempio un elemento concreto e di grande attualità. La stagione delle trimestrali, che è in corso, viene dipinta dall’esercito dei venditori come “un altro successo dell’economia americana” (sull’economia europea c’è meno euforia): ma loro sono venditori, e fanno il mestiere di vendere.

Noi, che non siamo venditori ma investitori, noi dobbiamo prestare meno attenzione agli slogan di vendita e più attenzione alla realtà: a quello che ci dicono i fatti.

Ogni volta che voi leggete che Goldman Sachs oppure Bank of America hanno “battuto le attese” con il loro risultato trimestrale, voi non fermatevi al titolo del giornale oppure del social: voi invece fate l’analisi dei dati.

Non sarà difficile, anche con un’analisi rapida ma precisa, individuare subito che cosa viene nascosto da quei risultati ottenuti con un’abile manipolazione dei bilanci. Più in generale, ed in estrema sintesi, non è difficile comprendere che la stessa esistenza di quegli utili verrebbe messa in discussione, una volta che lo Stato degli Stati Uniti rinunciasse a fare nuovo debito nella misura del 7% del PIL ogni anno.

Sarebbe sufficiente il taglio di quel deficit, di quella spesa in eccesso, per azzerare tutti gli utili. Ridurli a zero: il deficit è il 7% del PIL, gli utili sono il 9% del PIL. E sono tutti pagati con la spesa in deficit strutturale dello Stato. Gli utili sono pagati dai risparmiatori a cui vengono venduti i Titoli di Stato.

Noi faremo proprio la settimana prossima questo lavoro di approfondimento sulle trimestrali, per tutti i Clienti di Recce’d, lavoro che poi troverà spazio ogni mattina nel nostro The Morning Brief.

Nel Post di oggi però noi non approfondiremo il tema delle trimestrali: orienteremo invece il nostro studio ai temi legati alla asset allocation: indicando al lettore una componente essenziale di ogni asset allocation nel mese di aprile 2026, una componente che allo stato attuale manca nella maggior parte dei portafogli titoli.

Partiamo ricordando al lettore i principi basilari della gestione del risparmio.

Una buona gestione di portafogli genera risultati e protegge il patrimonio: gli obbiettivi sono sempre due, e non uno solo. Nei mercati post-COVID, profondamente manipolati, e quindi fragili, e quindi pericolosi, un buon gestore privilegia l’obbiettivo della protezione dei portafogli e sacrifica la ricorsa dei rendimenti di breve periodo: ed è questo che noi di Recce’d abbiamo fatto e facciamo. La pazienza è il principio ispiratore che ci farà vincere.

In aggiunta, una buona gestione non prende in esame soltanto una singola posizione: una buona gestione valuta sempre il portafoglio nel suo insieme.

Oggi 17 aprile 2026 l’attenzione dei social e dei media si concentra sul recupero degli indici di Borsa, ritornati ai livelli di fine febbraio, prima della guerra. Non si trova invece neppure una riga sui Titoli di Stato.

Noi di Recce’d da molti mesi vi scriviamo che nel contesto attuale i Titoli di Stato sono ciò che conta di più. Per questo oggi nei due grafici che seguono noi vi aggiorniamo sui rendimenti dei Titoli di Stato americani e tedeschi. Ricordandovi che per comprendere ciò che sta accadendo ai vostri risparmi dovete unire, in un quadro coerente, i dati dei due grafici, gli indici di Borsa, il petrolio, il cambio del dollaro USA, ed i prezzo dell’oro. Quanto meno: poi ci sarebbe anche dell’altro.

Come i lettori ormai sanno, Recce’d (a differenza delle banche internazionali di investimento, e dei promotori finanziari delle Reti di vendita come Allianz, BNP Paribas, Generali, Mediolanum, Fineco e tutte le altre) non ci esercitiamo nelle “previsioni per fine anno”, che sono le sciocchezze del marketing per promuovere la vendita dei Fondi Comuni, delle GPM e delle polizze assicurative. Noi di Recce’d invece sappiamo che una buona gestione del risparmio gestisce … quello che c’è, ciò che accade nella realtà.

Nel caso specifico del 2026, però, ci sentiamo di fare una previsione: una sola previsione, che però è molto importante per motivare tutto ciò che segue in questo Post. l previsione di Recce’d è la seguente: l’attacco di Israele ed USA allo IRAN non sarà lo shock più grande del 2026, per tutti noi investitori. Anzi, lo IRAN è solo un piccolo shock. Altri, ben più grandi shock, saremo chiamati a gestire nel 2026.

Ed ecco perché è importante, ed anzi decisivo per i vostri risultati, predisporre un dispositivo di emergenza. Noi di Recce’d siamo gli installatori qualificati e patentati anche per quel tipo di dispositivi.

Ma prima di ogni altra cosa, è necessario fare il punto: ora che Trump è stato costretto a fermarsi (senza avere raggiunto alcun obbiettivo), ed ora che per conseguenza si è calmato il baccano infernale dei social, delle TV, dei GR, dei TG, dei talk show, e dei quotidiani, ora per ogni investitore è necessario fare la conta dei danni, ed è necessario distinguere tra danni transitori e danni permanetni. Dopo avere fatto la conta, poi diventa necessario decidere qualcosa.

Proprio perché tutti sappiamo che sono in arrivo altre, più grandi, emergenze.

Aiutiamo quindi ora ogni nostro lettore a fare la conta dei danni e lo facciamo riproponendo in lettura un articolo molto equilibrato e centrato pubblicato in settimana dal Corriere della Sera, articolo che potete leggere qui di seguito.

L’articolo vi spiegherà le ragioni per le quali è appropriato parlare di un “rischio mai visto”. Ed è indispensabile, sul proprio portafoglio titoli, fare quelle mosse che sono le più produttive quando si presenta un “rischio mai visto prima”.

Noi, ovviamente, le abbiamo già messe in pratica per i nostri Clienti.


Le due «mine vaganti» e un rischio mai visto prima: perché ora Fmi e Banca Mondiale temono una tempesta perfetta (e devastante) sull’economia

di Mario Platero

Agli incontri dell'Fmi/Banca Mondiale la «mina vagante» non sarà la guerra, ma i due nuovi fattori di rischio: il modello rivoluzionario Mythos Claude di Anthropic per l'Ai e una possibile crisi di liquidità dal settore credito privato


NEW YORK — La liturgia degli incontri di primavera del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale è sempre la stessa: i ciliegi in fiore a Washington, l’arrivo oggi lunedì 13 aprile dei delegati di 191 Paesi per fare il punto semestrale sull’economia mondiale, un calendario prefissato: domani 14 aprile il World Economic Outlook, il documento previsionale dell’Fmi (si attende crescita mondiale in ritirata), il 16 aprile gli incontri dei ministri del Tesoro e dei banchieri centrali del G7 e poi del G20, il 17 il Comitato Monetario e il 18 quello per lo Sviluppo della Banca Mondiale, poi tutti a casa.



Le tematiche

Ma se la liturgia non cambia, le tematiche parallele allo sviluppo economico, i fattori «esterni» che possono impattare la crescita non sono mai stati più numerosi, complicati, nuovi e densi di incertezza: la guerra, il rimbalzo dei prezzi del petrolio e dell’inflazione, la preoccupazione per il tasso di occupazione aleggiano ma, paradossalmente, sono nulla rispetto alle due vere mine vaganti che segneranno questi incontri di Primavera del 2026 e che destano terrore nello sguardo di funzionari del Fondo, di politici, ministri e soprattutto dei banchieri, che seguono ai margini e che più di ogni altro potrebbero dover sopportare le conseguenze delle nuove sfide: 

1) possibili distorsioni dei sistemi finanziari per applicazioni nefaste dell’intelligenza artificiale;

2) il rischio di un contagio del settore del credito privato che potrebbe trascinare con sé, in caso di crollo, il comparto Private Equity che già in alcuni comparti scricchiola per conto suo.

E stiamo parlando di importi che, negli scenari peggiori, potrebbero far guai davvero seri.


La guerra in Iran

Insomma il pericolo di una tempesta perfetta non viene oggi dalla guerra contro l’Iran, ma proprio dalla combinazione ancora sconosciuta di queste due variabili. 

Ma cominciamo dalla guerra, da quel fattore dalla combustione improvvisa e imprevedibile che, dopo un momento di speranza durante il fine settimana, riposto nei negoziati tra Iran e Stati Uniti, ci ha fatti ripiombare, con il fallimento del dialogo, in quella dinamica aumenti prezzi del petrolio-inflazione che conosciamo fin troppo bene. 

La Casa Bianca ha già discusso con il Tesoro misure possibili se la guerra dovesse prolungarsi per oltre tre mesi e se il blocco completo dello stretto di Hormuz, che sarà imposto da oggi dagli Stati Uniti, dovesse avere conseguenze peggiori di quelle attese sul prezzo del petrolio e su quello del carburante ai distributori. 

Gli aumenti ci sono già, il greggio ha di nuovo superato quota 100 dollari al barile, nel fine settimana, con balzi del 7-8% a seconda del tipo di petrolio e prezzi che si aggirano questa mattina, mentre scriviamo, tra i 102 e i 107 dollari al barile. Ma fino a dove potranno arrivare?



I mercati

Qui entriamo di nuovo in territorio di incertezza, c’è il precedente di quota 120 per il Brent greggio durante i momenti più tesi della guerra, ma ci sono nuovi livelli stimati che potrebbero portare i prezzi anche a quota 150 se la chiusura totale dello stretto di Hormuz, annunciata da Donald Trump dovesse prolungarsi troppo a lungo. 

La preoccupazione infatti non sta nel livello dei prezzi che, come abbiamo visto, hanno dimostrato di essere molto elastici, ma nella durata di questa crisi con le sue conseguenze sul tasso di inflazione (già misurato intorno a quota 3,3% per il mese di marzo su base annuale in America, con un aumento dello 0,9%) e sui tassi di interesse già in tensione

Per quanto la guerra preoccupi, le dinamiche sono conosciute e gli strumenti per combattere l’inflazione sono noti, un aumento dei tassi, già in parte scontato dai mercati, avrà però effetti restrittivi sulla crescita: da qui una riduzione generalizzata attesa per domani dei tassi di crescita globali. 

Si ritiene anche che l’impatto negativo ci sarà più su Europa e Asia che sugli Usa e si dovranno studiare misure coordinate di intervento a seconda degli scenari. Quadro preoccupante dunque, ma non imprevedibile o ingestibile, visto che ci siamo già passati un mezzo varie volte negli ultimi decenni. 


Il primo fattore di pericolo: il modello di Anthropic Claude Mythos

Gli aspetti peggiori sul fronte incertezza derivano invece dai due fattori nuovi e in questo momento sia sconosciuti che incontrollabili. 

Il primo: l’impatto IA del nuovo modello di Anthropic Claude Mythos. Sappiamo che il modello è stato rilasciato in forma per ora ristretta a una quarantina di grandi aziende americane per aiutarle a giocare d’anticipo su certe vulnerabilità dei loro sistemi di software che potrebbero essere facilmente identificati da Claude Mythos e da hacker nel caso avessero accesso alla tecnologia. Ma la questione più specifica per gli incontri riguarda l’identificazione da parte di Mythos di vulnerabilità nei sistemi finanziari, in quelli per i pagamenti e per i trasferimenti causando possibili truffe colossali e imprevedibili. Il peggiore? Una paralisi dei sistemi finanziari. 

Di questo il segretario al Tesoro Scott Bessent e il presidente della Fed Jerome Powell hanno parlato nei giorni scori coi banchieri americani, convocati d’urgenza a Washington. 

Ma ora si tratterà di estendere il dialogo all’intero sistema finanziario internazionale. 
Per ora Claude Mythos è stato rilasciato solo ad alcune banche americane per aiutarle a identificare le vulnerabilità e giocare d’anticipo.
E le banche europee? E quelle asiatiche? Il rischio di un contagio in questo caso è collettivo. Impossibile isolarlo.

A Washington, nei prossimi giorni, in parallelo agli incontri programmati, si dovrà dunque impostare un comitato d’azione internazionale per condividere rischi, preoccupazioni e vulnerabilità prima che Mythos possa cadere in mano a hacker o criminali. Questa è la sfida più nuova che dominerà gli incontri di primavera. 


Il secondo fattore di pericolo: gli scricchiolii del settore del credito privato

L’altra è meno nuova, ma non più conosciuta: qual è il grado di vulnerabilità del settore credito privato? Quale sarà il suo impatto sulle aziende in primis e sulle economie subito dopo se dovesse registrarsi una improvvisa crisi di liquidità? 

Di certo sappiamo che grandi banche commerciali come JP Morgan hanno già ripulito il loro portafoglio da molti crediti più rischiosi, remunerati da alti tassi di interesse, ma si è trattato di un semplice trasferimento del problema su altri attori che potrebbero avere una propensione al rischio direttamente proporzionale alla loro possibile fragilità di fondo.


L’intelligenza artificiale

Il settore, come sappiamo, lavora moltissimo con i private equity che in molti casi si trovano già in difficoltà a liquidare certe posizioni di portafoglio in scadenza per via dell’incertezza economica determinata dalla guerra, ma anche dal possibile impatto su settori che vanno da quello software fino al manifatturiero di nuovo dell’intelligenza artificiale.


Le autorità per ora hanno minimizzato. Ma minimizzare, calmare, tranquillizzare è il loro dovere. Lo avevano fatto anche nei giorni subito prima della crisi del 2007/2009, accesa dalla crisi del mercato subprime. 

Speriamo che non ce la stiano contando come allora e che, soprattutto, approfittino di questi incontri plenari per confrontarsi, organizzare di nuovo interventi coordinati ed essere pronti a giocare d’anticipo se un crisi dovesse aprirsi anche su quel fronte. Anche perché come sappiamo combattere contemporaneamente e impreparati su più fronti non è mai né facile né gradevole.

Dice bene, benissimo Mario Platero sul Corriere della Serra: scrive “speriamo che non ce la stiano contando come allora”.

Noi di Recce’d aggiungiamo una domanda al lettore: caro amico lettore, tu che cosa intendi fare? Vuoi stare lì, beato, ed attendere quel giorno in cui, sul tuo quotidiano, ci sarà scritto se “ce la stavano di nuovo contando”, oppure vuoi fare oggi qualche cosa di decisivo per affrontare con serenità gli shock che comunque arriveranno?

L’ottimo quadro che ha ricostruito qui sopra Mario Platero sul Corriere merita di essere espanso ed approfondito, cosa che noi facciamo con un secondo contributo, che leggete di seguito, e che richiama la vostra attenzione, e quella di tutti sulle prossime due settimane, ed anche sulla nostra Europa.


A meno di due settimane dalla prossima riunione della Banca Centrale Europea, i membri del comitato sembrano indecisi sul futuro dei tassi d'interesse.

Secondo i dati LSEG, i mercati finanziari prevedono attualmente un mantenimento dei tassi nella riunione del 29-30 aprile, seguito da un aumento a giugno. La maggior parte degli operatori si aspetta che il tasso d'interesse di riferimento della BCE raggiunga almeno il 2,5% entro la fine dell'anno, con un aumento di 50 punti base o più rispetto ai livelli attuali.

Intervenendo alla CNBC mercoledì, in occasione della riunione primaverile del FMI a Washington, Joachim Nagel, presidente della Bundesbank tedesca, ha affermato che la volatilità dei prezzi del petrolio ha portato la BCE "tra il nostro scenario di base e il nostro scenario avverso".

"L'intera situazione è molto opaca, molto nebulosa, e tra due settimane dovremo decidere cosa succederà", ha dichiarato, aggiungendo che "i dati arrivano quotidianamente sotto forma di notizie".

Le questioni relative alla riapertura dello Stretto di Hormuz sono al centro dell'incertezza, ha osservato Nagel, definendo questa via navigabile cruciale "il tallone d'Achille del sistema economico mondiale".

"Se l'incertezza dovesse aumentare, ciò influenzerà anche la decisione che dovremo prendere quando ci riuniremo tra due settimane", ha affermato. "Un approccio basato su incontri successivi è la strada giusta da seguire, ed è così che abbiamo sempre fatto in passato. In questo momento così complesso, diventa ancora più importante".

Nagel ha lasciato intendere che i responsabili delle politiche monetarie stanno ancora valutando l'andamento dei tassi di interesse.

"È fondamentale attendere di avere a disposizione tutte le informazioni necessarie il giorno in cui dovremo prendere la decisione", ha concluso. "Pertanto, questo approccio basato su incontri periodici è il modo migliore per attuare la politica monetaria."

Nagel ha affermato che l'inflazione dovrebbe mantenersi intorno all'obiettivo del 2% fissato dalla banca centrale, ma ha avvertito che la persistente incertezza potrebbe costringere la BCE a una reazione qualora i prezzi aumentassero più del previsto.

"Dobbiamo mantenere aperte tutte le opzioni, come stiamo facendo ora: la politica monetaria non dovrebbe escludere nulla", ha dichiarato, ribadendo l'importanza dello Stretto di Hormuz come punto chiave per il processo decisionale.

"Dobbiamo rimanere vigili... In termini di politica monetaria, dobbiamo ancora valutare cosa accadrà nelle prossime due settimane. In due settimane potrebbero emergere molti nuovi sviluppi, quindi sono molto cauto nel fornire indicazioni precise sui prossimi passi da intraprendere sul fronte della politica monetaria."

Una "torta a strati" di shock

Martins Kazaks, banchiere centrale lettone e membro del Consiglio direttivo della BCE, ha dichiarato alla CNBC che i responsabili delle politiche monetarie stanno adottando un approccio riunione per riunione. Alla domanda se aprile sarebbe troppo presto per aumentare i tassi, ha risposto: "Vedremo".

"Cosa osserviamo, ad esempio, in termini di intensità del riprezzamento? Come si ripercuote su altri settori dell'economia?", ha affermato, sottolineando che l'inflazione di base non è aumentata a marzo nell'eurozona.

Kazaks ha spiegato alla CNBC che gli shock economici del 2020 e del 2022 – quando la crisi del Covid-19 e l'invasione su vasta scala dell'Ucraina da parte della Russia hanno scosso l'economia globale – hanno reso i banchieri centrali più vigili, dato che nessuno sa esattamente come finirà la guerra.

«Nessuno sa se seguiranno altri shock, e il problema che abbiamo visto nel 2020 e nel 2022 è che quando arrivano gli shock... è come una torta a strati», ha detto.

«Gli shock si sovrappongono, interagiscono tra loro. Potrebbero innescare delle non linearità. E per i banchieri centrali, penso che sia molto importante essere vigili e cauti e vedere cosa succede con queste non linearità. Se si attivano, e a volte li definirei effetti di secondo round, allora dobbiamo agire».

L'Europa si trova attualmente in una «situazione confortevole», ha aggiunto, ma Kazaks ha affermato che i funzionari devono monitorare i dati economici man mano che la situazione si evolve.

«I mercati, per l'area euro, si aspettano due rialzi dei tassi, a partire da giugno», ha concluso. «Al momento non ho nulla in contrario. Vediamo come si evolve la situazione. Ma ovviamente, a un certo punto dovremo agire. Queste non linearità sono certamente l'elemento che dovremmo esaminare con molta cautela e, se necessario, agire molto rapidamente».

Alla fine di marzo, la presidente della BCE Christine Lagarde ha affermato che la banca centrale era pronta ad aumentare i tassi di interesse, anche se l'atteso aumento dell'inflazione si fosse rivelato temporaneo.

«Se lo shock dovesse generare un superamento significativo, seppur non troppo persistente, del nostro obiettivo [di inflazione], potrebbe essere giustificato un aggiustamento misurato della politica monetaria», ha dichiarato Lagarde al convegno "La BCE e i suoi osservatori" a Francoforte, in Germania.

«Lasciare un tale superamento completamente irrisolto potrebbe comportare un rischio comunicativo: il pubblico potrebbe avere difficoltà a comprendere una funzione di reazione che non reagisce».

La BCE in “modalità crisi”

Carsten Brzeski, responsabile globale macroeconomico di ING ha dichiarato giovedì a CNBC via e-mail che "la situazione di stallo della BCE è finita".

"La BCE è tornata in modalità crisi, spostando la sua attenzione dalle proiezioni a lungo termine agli sviluppi effettivi, adottando un approccio 'a vista'", ha affermato.

Secondo Brzeski, le variabili chiave da monitorare includono i dati effettivi sull'inflazione, le aspettative di inflazione a lungo termine basate su sondaggi e l'andamento dei salari, che, a suo dire, i responsabili delle politiche monetarie valuteranno in relazione al rischio di rallentamento dell'attività economica e alle preoccupazioni per la stabilità finanziaria.

ING ritiene che la BCE si aspetti un'ondata inflazionistica iniziale, a partire dai prezzi della benzina, seguita da effetti a catena sui costi dei trasporti, sui prezzi dei prodotti alimentari e sui prodotti industriali.

"Finché si tratterà di un'unica ondata, di durata limitata, non ci sarà bisogno di aumenti dei tassi da parte della BCE", ha concluso Brzeski.

«Più a lungo durerà il blocco dello Stretto di Hormuz, maggiore sarà la probabilità che alcuni punti critici vengano colpiti. Ecco perché ora vediamo la BCE annunciare almeno un aumento dei tassi di interesse a scopo precauzionale. Alcuni arriverebbero a definirlo un errore di politica monetaria».

Antonio Alvarenga, professore di strategia e imprenditorialità presso la Nova School of Business and Economics, ha affermato che i funzionari della BCE si stanno dimostrando più cauti e prudenti del solito nel fornire indicazioni.

«La BCE si appresta alla decisione di aprile con una serie insolitamente ampia e variegata di scenari plausibili, in un contesto di crescita debole nelle economie chiave, dinamiche inflazionistiche rigide e rinnovati rischi al rialzo per i prezzi dell'energia derivanti dalle tensioni in Medio Oriente», ha dichiarato in una e-mail giovedì. «In tale contesto, essere troppo specifici può essere controproducente, perché i fatti possono cambiare rapidamente prima della riunione».

Alvarenga ha aggiunto che «la tradizionale forward guidance su un percorso probabile è di fatto venuta meno», con i responsabili della politica monetaria della banca centrale che si affidano a una comunicazione di tipo «reattivo», che mantiene la massima flessibilità sulle prossime mosse. «La guerra dei tassi d'interesse cambia il tipo di indicazioni che risultano credibili. Il massimo che possono fare è comunicare le possibili soluzioni: "se le aspettative di inflazione si ridimensionano o se si intensificano gli effetti di secondo ordine legati al settore energetico, interveniamo", invece di "ecco la traiettoria dei tassi"», ha dichiarato a CNBC.

«Il compromesso di questo approccio è una maggiore volatilità del mercato e una maggiore dispersione delle aspettative. Ma dal punto di vista della BCE, il rischio maggiore è quello di essere vincolati a una traiettoria preannunciata e poi doverla invertire bruscamente se lo shock si evolve».


Il quadro, ve lo abbiamo presentato, e completato in tutti i suoi aspetti principali.

L’esito di questa nuova situazione è comunque distante nel tempo. Ed una buona gestione del portafoglio non può e non deve ignorare esiti estremi. Occuparsene dopo, risulterebbe impossibile, se non controproducente.

Recce’d si è dotata (da ormai quindici anni) di tutti gli strumenti di analisi ed operativi che sono necessari ad affrontare momenti di mercato come questi: incluso il dispositivo “In caso di emergenza rompere il vetro”, del quale proprio giovedì 16 aprile ha parlato in sede pubblica quello che fu in Ministro del Tesoro americano negli anni 2007 - 2009, ovvero Hank Paulson.

Leggiamo quindi la dichiarazione di ieri della persona che era il Ministro del Tesoro americano del 2007, 2008 e 2009, gli anni dei subprime: parole che meritano la vostra attenzione.  Parole che, da sole, bastano a spiegare perché Recce’d poco sopra ha scritto che in questo contesto di mercato la conservazione del patrimonio prevale sulla rincorsa al rendimento di breve termine. Lui la pensa come noi.

Fatevi consigliare da Hank Paulson, per le vostre scelte di asset allocation, piuttosto che da un venditore di Fondi Comuni e polizze assicurative.

E se voi oggi non avete alcun meccanismo di salvaguardia, se non c’è nel vostro portafoglio quel vetro da rompere in caso di emergenza, allora per voi è meglio contattate al più presto Recce’d, attraverso la nostra pagina CONTATTI.

L'ex Segretario del Tesoro Henry Paulson ha esortato giovedì i responsabili politici statunitensi a preparare un piano di emergenza nel caso in cui la domanda di titoli del Tesoro dovesse crollare, avvertendo che una crisi nel mercato obbligazionario governativo potrebbe innescare gravi conseguenze per l'intera economia.

"Abbiamo bisogno di un piano di emergenza rapido, mirato e a breve termine, pronto all'uso quando la situazione precipiterà", ha dichiarato Paulson in un'intervista a Wall Street Week di Bloomberg Television giovedì.

L'avvertimento di Paulson giunge in un momento in cui gli investitori sono sempre più preoccupati per il calo di attrattiva del debito pubblico statunitense. I deficit persistenti, l'elevata emissione di debito e i timori di inflazione hanno pesato di recente sui titoli di Stato a lungo termine.

Paulson ha affermato che una crisi nel mercato dei titoli del Tesoro si differenzierebbe in modo cruciale dal crollo finanziario del 2008, quando il governo statunitense aveva ancora sufficiente capacità fiscale per intervenire e contenere i danni. Questa volta, invece di concentrarsi sul settore privato, una crisi del Tesoro potrebbe ostacolare la capacità del governo di finanziarsi.

Nel 2008, "per quanto grave fosse la situazione", il governo aveva la potenza di fuoco fiscale per affrontare il crollo del credito", ha osservato Paulson. "Si può intervenire e ripulire il disastro".

Tuttavia, in una crisi del debito pubblico, "quando si raggiunge il limite e si cerca di emettere titoli del Tesoro, e la Fed è l'unico acquirente, i prezzi dei titoli del Tesoro stanno scendendo e i tassi di interesse stanno salendo, la situazione è pericolosa".

In altre parole, se la domanda di titoli del Tesoro calasse significativamente, gli investitori potrebbero chiedere rendimenti più elevati prima di acquistarne altri. Ciò renderebbe più costoso per il governo indebitarsi e i maggiori pagamenti di interessi aumenterebbero ulteriormente il deficit, offrendo agli investitori un ulteriore motivo di preoccupazione.

Tuttavia, Paulson ha affermato che gli è difficile prevedere quando una simile crisi potrebbe effettivamente verificarsi.

"La gente mi chiede: 'Quando toccherà il fondo?' Ovviamente non lo so, è impossibile saperlo", ha dichiarato a Bloomberg. "Quando accadrà, sarà devastante, quindi dobbiamo prepararci a questa eventualità".

Paulson vi ha detto: “dobbiamo preparaci a questa eventualità”.

Molti tra i nostri lettori non sono preparati. Alcuni neppure ci hanno pensato.

Il suggerimento di Recce’d è quello di contattarci: noi di Recce’d siamo preparati, i nostri portafogli lo sono, e soprattutto i nostri Clienti.

Concludiamo il nostro Post con una nota di colore: le affermazioni di Paulson giovedì 16 sono così tanto significative, e potenzialmente dirompenti, che si è mossa la Casa Bianca. Ed ha imposto, la sera stessa, una precisazione che appare come rettifica, quanto meno formale. Lui Paulson, ha precisato: ma, intanto, le sue affermazioni avevano già fatto il giro del Mondo.

Leggete qui sotto la rettifica. E poi decidete: decidete da che parte stare, decidete da quale parte volete mette i vostri soldi. Voi, amici lettori, da che parte state? Attenti a non fare la fine di Meloni, perché dopo si sta molto scomodi con il piede in due scarpe. Molto scomodi.


In una dichiarazione rilasciata giovedì sera, il Paulson Institute ha chiarito che Paulson "ha affermato chiaramente che le sue preoccupazioni sul debito non sono immediate e che crede che l'economia statunitense rimanga la più resiliente tra le principali economie mondiali e sia la più in grado di resistere all'incertezza, compreso l'impatto della guerra in Iran. Ha anche osservato che il dollaro si è effettivamente rafforzato a seguito della situazione attuale".

Valter Buffo
ll portafoglio titoli nel 2026 sarà costretto al passaggio dal Canale di Suez
 

Respirate. Fate tutti un respiro profondo. Un bel respiro. Molto profondo.

Concentratevi: concentratevi intensamente.

E poi liberatevi dell’attualità, dell’urgenza e dell’affanno.

Liberate la vostra mente, svuotatela di tutto il trash che siete stati costretti a subire nelle ultime 4-6 settimane, tra dibattiti TV e social: un diluvio di immagini e parole, quasi tutte senza alcun significato per voi, per il vostro futuro ma soprattutto per il vostro risparmio.

Questo è il momento di guadare oltre, di elevare lo sguardo. Questo è il momento di guardare verso il lungo termine, specie nella gestione dei vostri risparmi. Come Recce’d da tempo vi anticipa, siamo entrati in una Nuova Era: ed oggi, con questo Post, daremo a tutti i lettori un aiuto concreto per vedere nel medio e lungo termine, e costruire uno scenario solido per la gestione del proprio risparmio.

Come sempre facciamo, invitiamo il lettore interessato a contattarci per approfondire, utilizzando la pagina CONTATTI di questo sito.

Perché oggi Recce’d suggerisce ai propri lettori di guardare al proprio portafoglio titoli adottando la prospettiva del Canale di Suez?

L’idea di sviluppare il nuovo Post lungo … il Canale di Suez a noi di Recce’d è venuta leggendo questo breve commento che segue, pubblicato ieri.

L'articolo di Steven Erlanger, che si interroga se stiamo assistendo al "momento Suez" degli Stati Uniti, ha suscitato un acceso dibattito. Due sono gli elementi centrali di questo paragone.

  • In primo luogo, gli Stati Uniti saranno considerati come se avessero subito una battuta d'arresto paragonabile al fallito intervento congiunto del Regno Unito nel 1956 (insieme a Francia e Israele) per impadronirsi del Canale di Suez?

  • In secondo luogo, c'è un'altra potenza pronta a subentrare, proprio come fecero gli Stati Uniti quando soppiantarono indiscutibilmente la Gran Bretagna come leader mondiale?

  • La risposta alla prima domanda dipende dall'evolversi della situazione nella guerra in Medio Oriente. Inoltre, potrà essere compresa appieno solo con il senno di poi.

  • La risposta alla seconda domanda è, a mio avviso, più semplice: non esiste un singolo Paese in grado di sostituire gli Stati Uniti. Se una transizione dovesse concretizzarsi, probabilmente porterebbe a una significativa frammentazione dell'ordine di potere globale o all'ascesa di una nuova coalizione di nazioni.

Ci siamo detto che questa sintetica riflessione è molto utile per tutti i nostri lettori: può essere utile sia nella fase di costruzione del portafoglio titoli, sia nella successiva gestione dell'o stesso portafoglio.

In che modo? Lo spiegheremo più sotto. Per il momento, proponiamo ai nostri lettori di leggere per intero proprio quell’articolo di Elanger che è citato sopra, e che stato pubblicato dal New York Times. Noi lo abbiamo tradotto per voi.



Di Steven Erlanger

Steven Erlanger scrive di diplomazia e sicurezza europea, mediorientale e americana.

9 aprile 2026

Le analogie storiche non sono mai esatte. Ma con il precario accordo di cessate il fuoco nella guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, alcuni si chiedono se questo non sia un momento "alla Suez" per gli Stati Uniti, che segna il declino del potere e della credibilità americani nel mondo.

La crisi di Suez ebbe luogo nell'ottobre del 1956, quando Gran Bretagna, Francia e Israele attaccarono l'Egitto per forzare l'apertura del Canale di Suez. Il presidente Dwight D. Eisenhower, a pochi giorni dalle elezioni, ordinò loro di fermarsi. Il primo ministro britannico Anthony Eden si dimise. Il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser divenne un eroe dell'anticolonialismo.

Suez divenne sinonimo del momento in cui la Gran Bretagna, stremata dalla Seconda Guerra Mondiale, cedette il passo agli Stati Uniti come potenza globale.

Ci sono delle differenze rispetto a quel periodo. Il Canale di Suez è artificiale e si trova interamente in territorio egiziano, a differenza dello Stretto di Hormuz, via navigabile internazionale. Non esiste altra potenza globale in grado di sostituire gli Stati Uniti nella regione, né tantomeno di impartire ordini al Presidente Trump.

Tuttavia, il cessate il fuoco di due settimane lascia la Repubblica Islamica al potere e ancora al comando del futuro dello Stretto di Hormuz, con l'arsenale nucleare e il programma missilistico balistico iraniano ancora irrisolti. Dopo la dichiarazione di vittoria del signor Trump, per quanto vuota, è difficile immaginare una ripresa di una guerra su vasta scala.

Per il resto del mondo, la guerra "comincia ad assumere la forma di una sconfitta militare, più grave di quella in Iraq o in Afghanistan", ha affermato Bruno Maçães, ex segretario di Stato per gli affari europei del Portogallo.

«Il mito dell'America onnipotente è importante», ha aggiunto, «ed è un requisito fondamentale per un'egemonia globale mantenere il flusso di petrolio, aprire lo stretto e mantenerlo aperto. Questa convinzione in un'America onnipotente in grado di risolvere qualsiasi problema sta scomparendo».

Mantenere aperte le rotte marittime per le merci americane e il commercio globale è uno dei pochi interessi permanenti che gli Stati Uniti hanno in Medio Oriente, così come in Asia.

La guerra in Iran ha bloccato lo stretto. Ora, l'esercito iraniano controlla ancora il passaggio ed è probabile che imponga pedaggi elevati. «La giustificazione strategica della presenza militare americana nella regione ha subito un duro colpo», ha affermato Stephen Wertheim, senior fellow presso la Carnegie Endowment di Washington.

L'analogia con Suez funziona, ha detto Wertheim, in quanto la guerra in Iran ha dimostrato «in un singolo episodio il pericolo della cattiva gestione e della scarsa capacità di giudizio degli Stati Uniti».

La guerra stessa e il suo esito incerto, ha affermato, "non fanno altro che accelerare una preoccupazione già esistente, condivisa da molti paesi del mondo, riguardo a ciò che il declino della qualità della governance americana significhi per le aspettative che possono avere nei confronti degli Stati Uniti".

Gli alleati americani potrebbero essere scontenti, perplessi e persino arrabbiati per le politiche dell'amministrazione Trump, ma molti di loro, soprattutto quelli del Golfo Persico e dell'Asia che subiscono l'impatto della carenza e delle restrizioni energetiche, hanno poche altre opzioni per quanto riguarda i partner in materia di sicurezza.

Tuttavia, la guerra e l'accordo di cessate il fuoco hanno ridotto l'influenza americana e influenzeranno il modo in cui gli alleati degli Stati Uniti ne percepiscono l'affidabilità, ha dichiarato Charles A. Kupchan, politologo e direttore degli studi europei presso il Council on Foreign Relations.

La guerra contro l'Iran non è stata iniziata in consultazione con gli alleati. Ed è arrivata dopo una serie di eventi che li hanno spiazzati. Le guerre tariffarie di Trump sono state uno shock spiacevole, ma la sua minaccia di prendere la Groenlandia con la forza, se necessario, dalla Danimarca, un alleato europeo e della NATO, è vista come un punto di svolta per quanto riguarda la predazione, l'inaffidabilità e il disprezzo degli Stati Uniti per gli amici tradizionali. «La guerra con l'Iran e il suo impatto economico si stanno accumulando e rafforzando la sensazione che gli Stati Uniti siano diventati imprevedibili e inaffidabili», ha affermato Kupchan.

Le relazioni e le alleanze internazionali si basano sulla fiducia. Ma come ha scritto martedì Francis Fukuyama dell'Università di Stanford, «non c'è mai stato un momento in cui gli Stati Uniti fossero così diffidati, sia dagli amici tradizionali che dai rivali, come ora». Un abile negoziatore, ha aggiunto, deve generare un minimo di fiducia, dimostrando di rispettare gli accordi presi. «Ma la reciprocità è una virtù che Trump non ha mai compreso né praticato», ha concluso.

La guerra ha messo in discussione la tesi di Washington secondo cui il suo primato globale fosse vitale per la sicurezza del commercio internazionale e dell'ordine mondiale. Questa è stata la principale giustificazione per le numerose basi americane in tutto il mondo, e soprattutto in Medio Oriente.

Ma la guerra ha mostrato gli Stati Uniti agire invece come una forza di disordine e destabilizzazione.

«Intraprendendo una guerra di scelta in una regione cruciale per il commercio globale e ignorando completamente le probabili conseguenze per le economie dei suoi alleati più stretti, l'amministrazione Trump ha distrutto la legittimità del potere americano», ha affermato Anatol Lieven del Quincy Institute for Responsible Statecraft.

L'impatto di Gli Stati Uniti, indeboliti, trovano la loro forza in Europa, che ha fatto affidamento sulla NATO e sulla garanzia di sicurezza americana implicita nell'adesione, incluso l'ombrello nucleare statunitense. Ma gli europei hanno fatto una distinzione tra la fiducia nell'America e la fiducia nel signor Trump. La prima permane perché è vitale per la sicurezza europea.

Tuttavia, le politiche del signor Trump stanno inevitabilmente producendo una reazione che durerà oltre la sua presidenza. Il resto del mondo sta cercando di organizzarsi e di ridurre i rischi derivanti da un'America che tratta i suoi alleati come nemici e i suoi nemici tradizionali, come Russia e Cina, come amici.

Alla domanda se l'egemonia americana si sia indebolita, il ministro degli Esteri polacco, Radosław Sikorski, ha risposto: "Speriamo di no, ma temiamo che possa accadere".

La NATO ha subito un duro colpo dalle politiche complessive del signor Trump. Egli continua a definirla "una tigre di carta", nonostante sia riuscito a spingere i suoi membri a spendere considerevolmente di più per le forze armate. Durante la guerra in Iran, Trump si scagliò contro gli europei per non essere intervenuti per aprire lo stretto, nonostante la più potente Marina statunitense non fosse in grado di farlo.

Ciò che lo irrita maggiormente è la resistenza degli Alleati ai suoi desideri. "Tutto è iniziato con la richiesta di sapere la verità sulla Groenlandia", ha dichiarato Trump ai giornalisti lunedì. "Non volevano rivelarcela, e io ho risposto: 'Addio'".

L'impatto cumulativo sulla NATO è significativo, ha affermato Rajan Menon, professore emerito di scienze politiche alla City University di New York. A lungo termine, la Cina sembra essere il vero vincitore.

"Mentre noi sembriamo folli e parliamo di bombardare un Paese per riportarlo all'età della pietra, la Cina appare come un pacificatore e un agente di stabilità", ha detto. Nel frattempo, Pechino ha avuto l'opportunità di osservare come opera la Marina statunitense.

«La Cina osserva la situazione con grande soddisfazione e, quando Trump si recherà lì» per il vertice ora previsto per metà maggio, «sarà molto ridimensionato».

La Cina, che riceve gran parte del suo petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, ha spinto l'Iran ad accettare il cessate il fuoco e ci si aspetta che partecipi al mantenimento della navigazione dello stretto e alla garanzia del passaggio sicuro per gli altri paesi.

Molto dipende da come finirà la guerra, ha avvertito il signor Kupchan del Council on Foreign Relations.

Se il cessate il fuoco porterà a un accordo che imponga significative limitazioni al programma nucleare iraniano e alla sua capacità di creare problemi, ha affermato, ciò sarebbe di gran lunga preferibile a lungo termine rispetto a un conflitto congelato o a uno che «si protrae mese dopo mese», con tutte le conseguenti ripercussioni sul mercato energetico e sugli alleati americani.


Steven Erlanger è il capo corrispondente diplomatico in Europa e ha sede a Berlino. Ha lavorato come corrispondente in oltre 120 paesi, tra cui Thailandia, Francia, Israele, Germania e l'ex Unione Sovietica.

Come scrive il New York Times, l’analogia con Suez 1956 funziona: noi in Recce’d diciamo che funziona benissimo. La crisi di Suez 1956 segno una svolta epocale: segnò la fine della dominanza dei Paesi europei sul Resto del Mondo. Fu il segno tangibile che Stati Uniti e Russia dominavano il Pianeta, e lo avrebbero fatto fino alla fine del Secolo XX. Poi, entrò in scena la Cina, ed oggi sono (almeno) tre i poli del dominio globale.

E questo, che è un fatto (lo leggete ogni giorno, sul vostro quotidiano), va immediatamente calato nelle scelte di investimento.

Ecco in che modo noi lo facciamo.

Tutti noi investitori, e in particolare noi gestori professionali di portafoglio, siamo stati educati nel corso degli ultimi decenni a vedere il Mondo come centrato sugli Stati Uniti.

In termini di costruzione del portafoglio, questo si è tradotto (per decenni) in un sovrappeso dei mercati finanziari americani, sia in termini di quote del portafoglio titoli, sia in termini di analisi e valutazione degli asset, sia in termini di prospettive future die mercati. Siamo stati, per decenni, abituati tutti a credere che “quello che succede sui mercati americani poi verrà seguito a specchio da ogni altro mercato del Pianeta (Cina compresa).

Oggi, non è più così: e Recce’d da molti anni avvicina il proprio Cliente a nuovi concetti, sulla base dei quali Recce’d fonda una nuova concezione della gestione dei portafogli modello. E tra le numerose novità, che noi abbiamo introdotto per gestire con i migliori strumenti e i migliori risultati il risparmio del Cliente nella Nuova Era, una delle più evidenti è che la centralità degli Stati Uniti ha già perso di rilevanza ed è destinata nel giro di qualche anno a scomparire. Per questo, la nostra impostazione, la nostra costruzione del portafoglio e la nostra gestione successiva riflette una maggiore dispersione di rischi e rendimenti attesi, ed una maggiore frammentazione del quadro strategico (sia in materia di geopolitica sia in materia di performance dei mercati e degli investimenti).

Il concetto che abbiamo appena sintetizzato i nostri lettori lo potranno ritrovare, approfondito ed ampliato, sia nel manuale di Recce’d che è in pubblicazione, e che sarà dedicato ad “Investire consapevole”, sia alla pagina SCELTE DI PORTAFOGLIO del nostro sito, che viene rinnovata e migliorata proprio in queste settimane.

Nel Post che state leggendo, ci limiteremo a completare per il nostro lettore, l’esame della prospettiva “Canale di Suez” che Recce’d vi suggerisce di assumere prima di fare le vostre scelte di asset allocation per il resto del 2026.

Lo faremo proponendovi un secondo articolo, tradotto per voi. Questo articolo del Wall Street Journal vi porterà ad applicare ciò che avete appena letto sul Canale di Suez alle vicende più recenti, ed all’attacco militare allo IRAN in modo particolare.

L’articolo nel contesto di questo Post ci serve per documentare uno sviluppo della vicenda che la grande massa degli investitori deve ancora comprendere. Recce’d, ogni mattina nel Bollettino che abbiamo chiamato The Morning Brief, e poi qui sul sito alle pagine TWIT - TWOO, MERCATI e BLOG, ha scritto in più occasioni che

i fatti del marzo ed aprile 2026 hanno NULLA in comune con la crisi delle tariffe (Liberation Day) di un anno prima, e che in questo caso, a differenza dal Liberation Day 2025, gli effetti di medio e lunto termine saranno importanti, per i mercati finanziari e dunque per noi investitori.

Vi ricordiamo un fatto recente: nei mesi di marzo, aprile, maggio di quattro anni fa, e quindi nei mesi successivi all’invasione russa in Ucraina, era lunghissima la lista dei giornalisti, dei commentatori che stillavano in tutte le direzioni di una “fine imminente”, di una “guerra finita in tre mesi”, e naturalmente del “crollo dell’economia russa.

Male informati? Semplici imbecilli? Male intenzionati e disinformatori di professione?

Recce’d sostenne nel marzo 2022 che si trattava di un conflitto di medio termine. Oggi, con riferimento a ciò che sta succedendo in IRAN, Recce’d vi anticipa che questa instabilità non avrà alcuna soluzione nel breve termine, e (in forme diverse e tutte da scoprirà) avrà sviluppi e conseguenze nel medio termine e nel lungo termine.

L’articolo che segue vi aiuterà a comprendere meglio le nostre affermazioni. E una volta comprese meglio le nostre affermazioni, potrete applicarle in modo efficace alle vostre nuove scelte di investimento.

Proprio in merito a queste applicazioni pratiche, troverete dopo che avrete letto questo articolo alcune nostre considerazioni.

In sole sei settimane, la guerra con l'Iran ha sconvolto un sistema di commercio globale che ha arricchito persone e nazioni per oltre un secolo: la libertà di navigare in mare aperto.

Lo Stretto di Hormuz ha a lungo rappresentato un'arteria vitale per l'economia marittima mondiale. Ma quel braccio di mare largo 48 chilometri è ora il simbolo di un nuovo disordine globale. Mentre circa 20.000 marinai, di fatto tenuti in ostaggio in mare, assimilavano l'annuncio del cessate il fuoco da parte del presidente Trump di questa settimana – subordinato alla completa riapertura dello stretto – i funzionari iraniani hanno ribadito che sarebbero stati loro a decidere quali navi avrebbero potuto partire e a quale prezzo.

Il "pedaggio di Teheran" stava entrando in vigore, sotto gli occhi della Marina statunitense, un'ammissione che, almeno qui e ora, nel corridoio petrolifero mondiale, l'America non domina più i mari.

Capitani, armatori e gestori delle oltre 700 navi bloccate vicino all'Iran, con a bordo merci per decine di miliardi di dollari, si scambiavano messaggi per cercare di comprendere le mutevoli regole di Teheran. Dopo giorni di droni e missili che sorvolavano la zona, la marina iraniana ha trasmesso un messaggio radio per chiarire la propria posizione: "Qualsiasi nave tenti di transitare senza autorizzazione, verrà distrutta".

Lo Stretto di Hormuz, affermano i marinai, rischia di diventare un cimitero per un sistema commerciale così fondamentale per l'economia moderna che la maggior parte dei consumatori, abituati a importazioni a basso costo e spedizioni in tre giorni, lo dà per scontato. Il prezzo da pagare ricadrà sui consumatori di tutto il mondo, in termini di inflazione, ritardi nelle consegne e le complicazioni di un nuovo accordo che consente a Teheran di scegliere quali paesi possono accedere al petrolio mediorientale.

Secondo gli economisti, se l'Iran continuerà a imporre un pedaggio alle petroliere per il passaggio sicuro, il costo aggiuntivo farà lievitare il prezzo di un gallone di benzina. Oppure, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie potrebbe bloccare completamente il flusso, causando il caos nei mercati energetici. In entrambi i casi, armatori, assicuratori ed equipaggi restano cauti nel tornare a navigare in uno stretto un tempo trafficato, che potrebbe scattare come una trappola al minimo malinteso tra un regime iraniano risentito e un presidente americano che ha minacciato di spazzare via l'intera civiltà iraniana in una sola notte.

Qualunque cosa accada, il precedente di un casello di pedaggio in mare aperto avrà ripercussioni su un ordine mondiale che gli Stati Uniti hanno contribuito a costruire. Gli alleati americani temono che altri attori possano cercare di replicare l'esempio dell'Iran, come fecero gli imperi del XVII secolo, quando la dinastia Qing cinese, gli Ottomani e i Portoghesi tassavano le navi di passaggio. Trump ha ventilato l'ipotesi di un pedaggio americano sul Golfo Persico, e il suo dispendio di risorse navali in Medio Oriente ha dato a Pechino e alla sua marina – la più grande del mondo – maggiore libertà di espandere il controllo sul Mar Cinese Meridionale.

Le ripercussioni si estendono al dollaro statunitense, la cui posizione di valuta indiscussa del commercio marittimo aiuta gli Stati Uniti a mantenere basse le tasse e alti i deficit. I marinai hanno notato che l'Iran sta riscuotendo i pedaggi in yuan cinesi o criptovalute.

"Le cose non saranno più come prima", ha affermato il capitano Ali Kanafani, siriano, che durante una videochiamata ha ruotato il telefono per scrutare l'orizzonte, dove ha potuto vedere più di 30 navi bloccate in attesa dell'autorizzazione all'iraniano per la loro partenza. Un capitano libico su una nave vicina lo stava chiamando per chiedergli se avesse compreso le nuove regole che disciplinano una via navigabile che trasporta circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali. "Sono tutti confusi", ha detto Kanafani.

La guerra con l'Iran è la terza in quattro anni a interrompere il traffico marittimo: dopo l'invasione russa dell'Ucraina, una nave sotto il comando di Kanafani è stata colpita da un missile nel Mar Nero, prima che un'altra delle sue navi sopravvivesse a un attacco diretto dei ribelli Houthi armati dall'Iran che presidiano il Mar Rosso. L'anno scorso, suo cugino Deeb, di 22 anni, che lavorava sotto il suo comando su una nave ormeggiata al largo dell'Ucraina, è morto in un attacco missilistico. Kanafani ha dichiarato: "Faceva la spola tra la Siria e l'Ucraina e poi tornava in Siria in una cassa".

Anche dopo tre giorni dall'inizio del cessate il fuoco di questa settimana, l'Iran lasciava passare solo un piccolo numero di navi al giorno – appena due venerdì – in base alla lista di alleati geopolitici di Teheran e alla loro disponibilità a pagare pedaggi che possono raggiungere i 2 milioni di dollari.

Secondo alcuni membri dell'equipaggio, le navi cambiavano bandiera, passando a paesi più amici dell'Iran, o si trasformavano in "navi zombie", assumendo l'identità di imbarcazioni demolite o dismesse, violando così le norme marittime delle Nazioni Unite codificate nel corso dei decenni nel diritto internazionale. Altri equipaggi imploravano i porti di permettere loro di sbarcare da navi a cui erano finite le provviste di cibo e verdura fresca, dopo quelli che di fatto equivalevano a 41 giorni di prigionia.

Alcuni marinai trascorrevano il tempo realizzando video per TikTok o pescando pesci e granchi con piccole reti. Il capitano Zefanus Waruwu stava dando ordini.

Ha incoraggiato i suoi nove compagni di equipaggio indonesiani a cantare, correre e fare flessioni sul ponte, "per mantenere alto il morale", ha detto. Intrappolati e soli, altri hanno contemplato il suicidio, con capitani e rappresentanti sindacali che fungono da consulenti.

"La libera navigazione e il libero scambio sono possibili solo se i marittimi possono svolgere il loro lavoro in sicurezza", ha affermato Sotiris Raptis, segretario generale dell'European Shipowners-ECSA, un'associazione di categoria.

Nei prossimi giorni, i negoziati in Pakistan potrebbero contribuire a portare sollievo ai marinai bloccati al largo dell'Iran, in attesa della fine della loro prigionia. Ciò che non si profila all'orizzonte è un ritorno alla normalità marittima, affermano marittimi, armatori, analisti navali e storici. I prezzi del carburante per le navi e delle assicurazioni di guerra sono schizzati alle stelle; gli orari sono nel caos, gli equipaggi si sono dimessi e le navi sono state dirottate altrove. Come un ingorgo stradale, anche un piccolo blocco in una singola rotta marittima può causare lunghe code anche dopo la rimozione dei relitti.

E quando ciò accadrà, gli armatori dovranno comunque considerare i rischi derivanti da nuove e insidiose sfide che la Marina statunitense non è stata in grado di risolvere, come i droni a basso costo in grado di superare in sciami navi da guerra progettate per abbattere aerei e missili. Gli Stati Uniti, un tempo garanti della navigazione in mare aperto, hanno dimostrato di poter accettare la loro chiusura, e gli alleati europei dell'America, che un tempo dominavano i mari, hanno respinto la richiesta di Trump di riaprire uno stretto che il suo stesso esercito aveva lasciato chiuso.

"Il concetto di autostrada blu sta scomparendo", ha affermato Salvatore R. Mercogliano, ex ufficiale di marina e professore associato di storia alla Campbell University nella Carolina del Nord. "Abbiamo creato un sistema oceanico progettato per volume e velocità: si possono trasportare grandi quantità di merci rapidamente e quello che stiamo vedendo è come sbattere contro un muro di mattoni a 160 chilometri all'ora".

"Non assisteremo a un ritorno alla normalità che avevamo prima di questa crisi, in nessun caso", ha concluso.

La libertà come forza

Il sistema che oggi diamo per scontato è nato dal capitalismo dell'Età dell'Oro, quando il commercio internazionale conobbe un boom, e dagli scritti di Alfred Thayer Mahan, che considerava la libertà commerciale dei mari fondamentale per la prosperità e la potenza marittima degli Stati Uniti. Un ritratto del fondatore ottocentesco della strategia navale americana è esposto al Naval War College degli Stati Uniti, e le idee di Mahan continuano a influenzare il Pentagono.

Il pensiero americano si è evoluto dopo la Prima Guerra Mondiale fino a sostenere la libera navigazione per tutti i paesi, un'idea che si è diffusa ampiamente solo quando la Marina degli Stati Uniti è diventata la forza di polizia marittima globale dopo la Seconda Guerra Mondiale.

A quel tempo, la maggior parte dei beni manifatturieri veniva trasportata via terra e l'economia statunitense era trainata da piccole imprese manifatturiere che servivano acquirenti locali. L'esplosione del traffico marittimo nei decenni successivi ha alimentato l'ascesa di giganteschi conglomerati che acquistavano materie prime da fornitori lontani e inseguivano il consumatore che offriva il profitto maggiore e più rapido.

Anche se la quota americana del commercio marittimo diminuì dopo la Guerra Fredda, i leader statunitensi credevano che gli americani e i loro alleati traessero vantaggio da un commercio così aperto tra paesi amici. Il commercio globale fiorì e l'economia statunitense guidò la crescita, anche se la cantieristica navale statunitense si atrofizzò e la Marina si ridusse da 7.000 navi alla fine della Seconda Guerra Mondiale a circa 300 oggi.

Dopo la guerra Iran-Iraq degli anni '80, che causò l'affondamento di navi civili nello Stretto di Hormuz, i funzionari della Marina statunitense calcolarono quali risorse sarebbero state necessarie per scortare le navi. Giunsero alla conclusione che la Marina sarebbe stata in grado di scortare solo una manciata di navi civili al giorno, una frazione del traffico regolare.

Di fatto, la libera circolazione delle merci in mare aperto dipendeva dall'adesione globale a regole che gli Stati Uniti avevano contribuito a redigere, ma che non erano in grado di far rispettare.

Il crollo

Ora, questo sistema viene messo alla prova in una mezza dozzina di vie navigabili, che rappresentano una vasta porzione del commercio globale. Nel Mar Baltico, la Russia sta sfidando le sanzioni internazionali trasportando petrolio e gas con una "flotta ombra" di navi che spesso non soddisfano i requisiti di sicurezza internazionali. Le navi che solcano il Mar Nero sono soggette agli attacchi missilistici russi contro i porti ucraini, mettendo a rischio l'approvvigionamento mondiale di cereali. Il traffico attraverso il Mar Rosso non si è ripreso dal 2024, quando gli Houthi affondarono la Rubymar, la prima nave civile persa in guerra dalla guerra Iran-Iraq, una mossa che ha conferito ai ribelli yemeniti un'ampia influenza sulle navi che possono transitare attraverso il Canale di Suez.

Acque agitate

Il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz crea un precedente per la Cina, che rivendica la sovranità sul Mar Cinese Meridionale, una via di transito per oltre un quarto del commercio globale.

"Se il mondo accetta di pagare pedaggi per lo Stretto di Hormuz, come possiamo gestire la rivendicazione cinese secondo cui l'intero Mar Cinese Meridionale è acque territoriali cinesi?", ha affermato il viceammiraglio in pensione della Marina statunitense John "Fozzie" Miller. "Se controllano il Mar Cinese Meridionale, di fatto controllano l'economia globale".

La Cina afferma di agire all'interno delle proprie acque territoriali. I suoi vicini, che respingono le argomentazioni di Pechino, un tempo contavano sul solido sostegno di Washington.

Ma ultimamente, gli Stati Uniti si sono mostrati meno critici nei confronti dell'ultima costruzione di un'isola artificiale nel Mar Cinese Meridionale da parte di Pechino rispetto ai progetti precedenti, tutti ampiamente considerati una potenziale minaccia per la navigazione nella regione, nonché per Taiwan. Gli Stati Uniti hanno spostato risorse militari dall'Asia orientale al Medio Oriente, concedendo alla Cina maggiore margine di manovra, ma senza liberare Hormuz.

"Come gangster di quartiere, Iran e Cina cercano entrambi di imporre un racket di protezione alle navi civili che solcano le acque ambite dai rispettivi governi, in violazione del diritto internazionale", ha affermato Hunter Stires, che ha ricoperto il ruolo di stratega marittimo del Segretario della Marina fino a quest'anno. "La mafia lo chiama 'denaro della protezione'; l'Iran lo chiama 'pedaggio' per il passaggio indisturbato attraverso lo Stretto di Hormuz... Il risultato è lo stesso: dove finisce il mare libero, iniziano le estorsioni".

Al momento, non è nemmeno chiaro come gli armatori dovrebbero pagare il nuovo pedaggio iraniano senza violare le sanzioni statunitensi. Un consigliere di un governo asiatico, solitamente stretto partner degli Stati Uniti, ha dichiarato di aver negoziato con l'ambasciatore iraniano locale per valutare la possibilità che le loro navi potessero acquistare discretamente un passaggio sicuro in criptovaluta o in yuan cinesi.

Finora, le navi russe e cinesi hanno goduto di un accesso preferenziale. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane stanno ostentando la propria forza, classificando le navi in ​​base al grado di amicizia che le lega alle rispettive nazioni. In fondo alla classifica: Stati Uniti e Israele.

"Una volta che si verifica una grave violazione, ne seguiranno altre e si precipiterà rapidamente in uno stato di caos giuridico", ha affermato Jason Chuah, professore di diritto commerciale e marittimo presso la City Law School della City St George's, Università di Londra. "È estremamente triste. Il diritto internazionale sembra essere al punto di rottura nel Golfo Persico".

Copyright ©2026 Dow Jones & Company, Inc.

Pubblicato nell'edizione cartacea dell'11 aprile 2026 con il titolo "L'era dei mari liberi guidata dagli Stati Uniti sta volgendo al termine".



Chiarito il quadro, specificato il contesto, ed analizzate anche le ricadute più evidenti per l’economia globale, ora rivolgiamo la nostra e la vostra attenzione ai mercati finanziari. Il nostro mestiere è la gestione di portafoglio, ed in particolare dei portafogli modello di recce’d, ed è quindi lo scopo di ogni nostro lavoro quello di tradurre dati, informazioni ed analisi in movimenti di portafoglio, finalizzati sia a migliorare le performances dei nostri Clienti, sia a proteggere il risparmio dei nostri Clienti dagli shocks, sia di breve termine, sia di medio-lungo termine come quello che stiamo analizzando in questo Post.

Ecco allora, per chiudere il Post, un utile contributo che vi aiuterà a valutare nel modo più corretto il peso degli eventi che fino a qui abbiamo analizzato sui mercati finanziari di tutto il Mondo. E per conseguenza anche sul vostro portafoglio, anche nel caso in cui abbiate scelto Fondi Comuni e polizze assicurative, oppure credito privato ed investimenti sull’economia reale, anche nel caso limite nel quale abbiate messo nel portafoglio titoli soltanto BTp e Bund tedeschi. Perché nulla, ma proprio nulla, resterà al riparo dalle conseguenze degli eventi che stiamo affrontando in queste settimane.

Se vi siete fatti convincere da certe frasi a buon mercato, come ad esempio

“i mercati finanziari alla fine recuperano sempre”, “tanto ai mercati non fa più paura nulla”, “tanto alla fine ci saranno sempre le Banche Centrali a sostenere i prezzi”

beh … ci dispiace informarvi che rischiate di fare la figura dei semplicioni e degli ingenui, e vi farà un gran bene leggere l’articolo che segue e chiude il Post. Perché gli ingenui, alla fine, sono sempre quelli che pagano il contro per tutti.

Quando i bambini sono così di cattivo umore da rifiutare tutto, è inutile offrire loro altre opzioni. Hamburger, pizza, sushi? No, no, no! L'unica via d'uscita è ribaltare la situazione. "Va bene, dimmi cosa vuoi". E scoppia la testa. Essere costretti a dare una risposta positiva invece di respingere tutto e tutti è una sfida. E mi vergogno di ammettere che è ora di affrontarla. Ho passato decenni a sostenere che per gli investitori non importa molto. Allora cosa importa, eh?

Ci ho riflettuto di nuovo di recente, mentre un'altra guerra va e viene senza grandi ripercussioni sui rendimenti. Certo, i trader di petrolio se la sono fatta addosso.

Ma per il resto di noi, finora, è la solita, pacata e ottimista situazione. In effetti, in precedenti articoli ho dimostrato che la geopolitica può essere per lo più ignorata quando si tratta di prezzi degli asset. Allo stesso modo, i tassi di interesse, i regimi fiscali, la governance e se il tuo colore preferito è il blu o il verde.

La maggior parte di queste cose le sapevo già prima di iniziare a lavorare come gestore di portafoglio trent'anni fa. I dati storici sono inequivocabili. Eppure, ripensandoci ora, mi stupisce ancora quanto poco gli eventi che ci terrorizzavano all'epoca abbiano effettivamente cambiato qualcosa.

Le crisi asiatica e russa alla fine degli anni '90 ci hanno a malapena distratto dai profitti che stavamo realizzando con le azioni delle dot-com. E gli ascensori non hanno smesso di funzionare a mezzanotte del 31 dicembre 1999. Quando il crollo è finalmente arrivato, è durato solo 24 mesi. La crisi finanziaria è stata ancora più breve. Quasi tutti i fondi del programma di salvataggio degli asset problematici – circa 440 miliardi di dollari – sono stati restituiti, tranne 30 miliardi. Le banche statunitensi annunceranno profitti da record (e bonus) la prossima settimana. Nulla cambia. E potete immaginare cosa si provasse a lavorare alla Deutsche Bank durante la crisi del debito dell'Eurozona. Eravamo nel panico per la Grecia, la Spagna, la mancanza di un'unione fiscale e simili. Poi tutto si è risolto, vero? Anzi, i paesi che ci preoccupavano di più ora sono in piena espansione.

Ma non sono solo la Brexit, i dazi e la situazione in Ucraina a non soffocare i rendimenti, come temevamo. Nemmeno le valutazioni alle stelle sembrano preoccupare gli investitori. Né le concentrazioni azionarie estreme, le autocrazie come partner commerciali, né alcuno dei presunti "megatrend" come la demografia o il clima. Cosa fa la differenza, allora? Se sono il bambino che si lamenta e continua a scuotere la testa, c'è qualcosa nella mia carriera che ha avuto un effetto significativo sui rendimenti degli investimenti? In realtà, ce ne sono due.

Il primo – l'adesione della Cina all'Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001 – ha avuto un impatto enorme sull'economia e sulla finanza. Poco prima che accadesse, ricordo di essere seduto in un ufficio di Sydney ad ascoltare argomentazioni sul perché il dollaro australiano – fortemente dipendente dalle materie prime e debole da internet – si sarebbe deprezzato per sempre. Invece no! Grazie al consumo di risorse naturali più elevato della storia, il mio paese natale naviga nell'oro da allora. Al suo apice, la Cina rappresentava la metà del consumo mondiale di rame, alluminio, cemento e minerale di ferro. Nel frattempo, i giocattoli, i gadget o i mobili che un tempo curavamo con tanta attenzione hanno visto i loro prezzi crollare al punto da diventare usa e getta. L'Occidente non riusciva ad acquistarne a sufficienza e ben presto ha accumulato enormi deficit commerciali con la Cina. Il conseguente eccesso di risparmi – di cui ha scritto per anni il mio collega Martin Wolf – è stato uno dei motivi principali del calo decennale dell'inflazione globale e dei costi di finanziamento. Avete un amico che opera nel mercato obbligazionario o del credito con una villa e una Ferrari? Grazie, OMC.

Il secondo fattore è il Covid-19. A differenza del precedente, tuttavia, per certi aspetti è troppo presto per dirlo. Le ripercussioni peggiori devono ancora arrivare.

Sappiamo che i governi hanno contratto enormi livelli di debito durante la pandemia. Alcuni vitali, molti sperperati. Oggi pochi politici citano le cifre della spesa. Sono troppo grandi da digerire. Circa 5 trilioni di dollari di fondi di soccorso per il Covid negli Stati Uniti sono stati più di 10 volte superiori agli esborsi lordi della crisi finanziaria.

Le poche decine di miliardi spesi ogni giorno in Iran o per la missione Artemis II sono irrilevanti in confronto. In molti paesi occidentali, il rapporto debito netto/PIL, insostenibile, sarebbe inferiore di circa un quinto se non fosse per la pandemia.

Se i mercati obbligazionari dovessero crollare, la firma di assegni in bianco durante questo periodo sarà in gran parte responsabile. È anche troppo presto per dirlo perché, dopo il Covid, gli elettori ora pretendono che i governi li salvino da ogni problema, dagli shock petroliferi agli onerosi debiti studenteschi.

Questo rende impossibile per i politici attuare riforme vitali, ad esempio nel welfare. Quindi sì, due cose hanno contato finora nella mia carriera di investitore. Non sono sicuro di avere i nervi saldi per affrontare una terza in questo momento.


Valter Buffo
Tre grandi esplosioni udite all'alba: per la guerra al nostro risparmio non c’è tregua.


Un mese fa, qui nel Post, annunciammo il nostro “manuale di investire consapevole”: il tema di oggi, in questo nuovo Post, lo ritroverete nel manuale. Il tema di oggi è la “costruzione del portafoglio”.

In questo specifico momento, il vostro portafoglio titoli, dove tenete custodito il vostro risparmio, come va costruito?

Risposta di Recce’d: va costruito come un solido bunker antiatomico.

Perché ci sono forti esplosioni in arrivo: e chi saprà proteggersi da queste grandi esplosioni, successivamente potrà godere di tutti i benefici che seguiranno, nella nuova fase di ricostruzione dei mercati finanziari.

La vittima principale di queste esplosioni? Il vostro portafoglio 60/40, quello che vi ha venduto il promotore finanziario, quello con un po’ di azioni ed un po’ di obbligazioni, tutto in Fondi Comuni e polizze, con GPM e … ovviamente credito privato e private equity.

Nel nostro Post accenniamo prima ad una esplosione, ma si tratta solo di un veloce accenno. Dopo, l’approfondimento riguarda invece la seconda grande esplosione.

Al confronto, tutta la aggressione all’IRAN sembrerà (a voi, a noi al Mondo) soltanto come una piccola faccenda di quartiere, quando si sparano i mortaretti e c’è la processione della Madonna.

Il video qui a fianco (vi sarà sufficiente fare click) vi racconta

di credito privato, di private equity, di investimenti diretti, di finanziamenti diretti all’economia, di investimenti nell’economia reale

di tutti quei prodotti, prodottini e prodottacci venduti al pubblico dalle reti di venditori di pentole che si fanno chiamare private banker, financial advisor, wealth manager, pfamily banker, personal banker, e che invece nella realtà sono tutti promotori finanziari il cui reddito deriva dal piazzare a voi lettori quei “prodotti finanziari” che sono imposti attraverso un budget di vendita dalla “Casa”, che di volta in volta si chiama (facciamo nomi puramente esemplificativi) Mediolanum, Fideuram, Fineco, Allianz, Generali, e tanti altri che fanno tutti il medesimo mestiere, che è vendere ai risparmiatori i protoddi trash che hanno in catalogo.

Noi, oggi, di questo non scriveremo. In passato, lo abbiamo fatto molte volte.

Nella immagine che vedete qui sopra, vi raccontano a che cosa sta pensando oggi il vostro financial advisor, il vostro promotore finanziario, il vostro wealth manager: lui, proprio lui, quello che vi ha forzato (raccontandovi balle) ad utilizzare il vostro risparmio per acquistare i suoi “prodotti sull’economia reale”, i suoi prodotti di private equity, finanziamenti diretti, credito privato ed altri nomi assortiti per mascherare sempre la stessa cosa.

Grandissima truffa, che la magistratura, la CONSOB e la Banca d’Italia fingono di non vedere (oppure, forse, non la hanno proprio capita?).

Noi di Recce’d oggi pensiamo a tutt’altro. Noi oggi riteniamo più utile, per i nostri lettori, illustrare ai lettori i perché di un’altra affermazione di Recce’d: e precisamente la nostra affermazione che dice che:

l’aprile 2026 ha nulla in comune con l’aprile del 2025, non avrà le medesime conseguenze per i mercati finanziari, e nei prossimi mesi gli eventi non seguiranno il medesimo copione che fu seguito dodici mesi fa, nel 2025. Per numerosi aspetti, dei quali recce’d oggi vuole evidenziarne uno in particolare.

Mentre la guerra con l'Iran entra nel suo secondo mese, il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, ha nuovamente rassicurato gli studenti sul fatto che i rischi inflazionistici rimangono contenuti. Intervenendo lunedì al corso introduttivo di macroeconomia dell'Università di Harvard, Powell ha affermato che le aspettative di inflazione a lungo termine sono "ben ancorate" e ha suggerito che qualsiasi impulso inflazionistico derivante dal conflitto si rivelerà probabilmente temporaneo.

Si tratta di una valutazione sorprendentemente fiduciosa, considerate le condizioni attuali. Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 20% del consumo globale di petrolio, rimane in gran parte chiuso. Gli attacchi dei droni iraniani hanno interrotto la produzione energetica nei paesi limitrofi.

Nel frattempo, il presidente Trump ha apertamente ventilato la possibilità di attacchi missilistici statunitensi contro le infrastrutture elettriche iraniane, una mossa che quasi certamente provocherebbe ritorsioni e destabilizzerebbe ulteriormente i mercati energetici.

In questo contesto, l'affermazione di Powell secondo cui la Fed può "ignorare" uno shock dell'offerta solleva un interrogativo ovvio: come possono i responsabili delle politiche monetarie ignorare i rischi inflazionistici quando sia l'entità che la durata dello shock rimangono profondamente incerte?

Una possibile risposta non risiede nell'economia, ma nella tempistica e nella politica. Powell si appresta a partecipare alla sua ultima riunione del Federal Open Market Committee (FOMC) in qualità di Presidente (28-29 aprile). Un aumento dei tassi d'interesse in questo momento, soprattutto di fronte alle pressioni politiche, sarebbe estremamente controverso. Il Presidente Trump ha già criticato ripetutamente Powell per non aver tagliato i tassi abbastanza velocemente. Un'inversione di tendenza verso una politica monetaria più restrittiva scatenerebbe probabilmente attacchi verbali ancora più duri da parte del Presidente.

L'ottimismo di Powell potrebbe quindi riflettere non solo una valutazione economica, ma anche un calcolo istituzionale.

Vale anche la pena notare che non è la prima volta che il Presidente della Fed definisce l'inflazione "transitoria". Tra marzo e novembre 2021, Powell ha ripetutamente sostenuto che gli shock dell'offerta legati alla pandemia si sarebbero attenuati rapidamente. Invece, l'inflazione è aumentata vertiginosamente, raggiungendo il picco del 9,1% nel giugno 2022, un risultato che lo stesso Powell ha poi definito "inaspettato". Non si tratta di scuse, sia chiaro, ma semplicemente di un'affermazione che non avrebbe potuto prevedere tale sviluppo.

Questo errore di valutazione non è avvenuto nel vuoto. La Federal Reserve aveva già quintuplicato il proprio bilancio in seguito alla crisi finanziaria del 2008, per poi raddoppiarlo nuovamente tra il 2020 e il 2022. Il tasso sui fondi federali era stato abbassato quasi a zero. Quando l'inflazione ha accelerato nel 2021-2022, le condizioni monetarie erano diventate straordinariamente accomodanti.

La lezione fondamentale è semplice: sebbene gli shock dal lato dell'offerta possano derivare da eventi esterni – che si tratti di una pandemia o di un conflitto geopolitico – la persistenza dell'inflazione dipende in modo cruciale dalla politica monetaria. Se le banche centrali assecondano tali shock anziché contrastarli, gli aumenti temporanei dei prezzi si radicano.

Segnalando nel suo intervento ad Harvard che è improbabile che la Fed aumenti i tassi entro la fine del mese – anche se i dati sull'inflazione di marzo dovrebbero mostrare una pressione al rialzo – Powell sta di fatto rimuovendo il freno alla politica monetaria. Il rischio è che, invece di contenere l'incendio inflazionistico, la politica monetaria finisca per alimentarlo. Nessun gioco di parole!

Ad accrescere le preoccupazioni c'è la prospettiva per la leadership della Fed. Kevin Warsh, ampiamente considerato il candidato alla successione di Powell, ha ottenuto il sostegno presidenziale e la nomina sostenendo tagli dei tassi d'interesse a prescindere dalle dinamiche inflazionistiche. Un simile approccio riecheggia gli errori politici degli anni '70, quando una politica monetaria accomodante prolungò l'inflazione e contribuì in ultima analisi alla stagflazione dei primi anni '80.

C'è una certa ironia nella presenza di Powell ad Harvard. Gli studenti del corso di Economia del primo anno stavano imparando i meccanismi della politica monetaria da un banchiere centrale che non è un economista di formazione accademica, bensì un avvocato e politologo. Cosa ancora più importante, stavano ascoltando un messaggio che sembra sminuire uno dei principi cardine della macroeconomia moderna: le aspettative di inflazione rimangono "ben ancorate" solo finché i responsabili delle politiche agiscono per mantenerle tali.

La storia suggerisce che, una volta che quell'ancora si allenta, ripristinarla diventa molto più costoso. Questa avrebbe dovuto essere la lezione che qualsiasi docente avrebbe dovuto trasmettere agli studenti di Economia del primo anno.

Al pubblico dei social così come ai lettori dei quotidiani ed ai telespettatori dei TG e ascoltatori dei GR queste notizie vengono nascoste in modo deliberato: e fu così, allo stesso modo, negli anni del COVID. Tutto il Mondo a voi raccontò, allora, la menzogna grave della “inflazione transitoria, e lo scopo era chiari: fare perdere a tutti gli investitori i loro soldi investiti in obbligazioni, spostare quei denari nelle tasche dei debitori e portarli via ai risparmiatori. Deliberatamente.

L’attenzione del pubblico viene quotidianamente richiamata e concentrata sugli aspetti si superficie. Al pubblico viene negata ogni informazione sul profondo cambiamento che ha già interessato l’economia reale, e tutte le economie.

Al pubblico viene negata, forzando le informazioni verso una forma di spettacolo, di show, la consapevolezza.

All’opposto ci siamo noi di Recce’d, ed il nostro manuale di “Investire consapevole”. Il nostro claim, dal primo giorno, è e rimane “Capire per investire”, capire, oggi, alla massa degli investitori, risulta impossibile.

La grande maggioranza di loro proprio non sa che cosa li attende dietro il prossimo angolo.

E quindi, a causa di questo, non sa come investire.

30 marzo 2026 Mohamed A. El-Erian

Anche se l'economia statunitense continua a sovraperformare rispetto alle altre, non rimarrà necessariamente immune dalle ripercussioni negative della guerra con l'Iran. Già ora, l'aumento dei costi energetici e del debito sta esacerbando le difficoltà economiche che molti americani si trovano ad affrontare, creando rischi al ribasso per l'occupazione, i consumi e la crescita.

Per anni, l'economia statunitense è stata l'invidia sia dei paesi sviluppati che di quelli in via di sviluppo. Dinamica, produttiva e con ingenti investimenti nei fattori trainanti della prosperità futura, gli Stati Uniti hanno costantemente registrato una crescita superiore a quella della maggior parte del resto del mondo, e non di poco. Ma, con il concretizzarsi delle ripercussioni della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, le preoccupazioni per le prospettive dell'economia statunitense si fanno sempre più pressanti.

I recenti risultati economici americani parlano da soli. Sebbene l'economia statunitense si sia contratta bruscamente durante la Grande Recessione successiva alla crisi finanziaria globale del 2008, ha comunque registrato una crescita media annua del PIL dell'1,48% nel periodo 2007-2020, rispetto allo 0,59% dell'eurozona, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale. La pandemia di COVID-19 ha causato un'ulteriore perturbazione, ma non ha fermato a lungo l'economia statunitense: una solida ripresa ha portato la crescita a un medio del 3,27% nel periodo 2021-2025, superando ancora una volta l'eurozona (2,63%).

Maggiore produttività, abbondante capitale di rischio, spirito imprenditoriale dinamico e, fino a poco tempo fa, una forza lavoro in espansione sono stati i principali motori di questa crescita, che negli ultimi due anni ha subito un'accelerazione grazie ai massicci investimenti nell'intelligenza artificiale. Inoltre, i governi che si sono succeduti hanno perseguito ingenti stimoli fiscali, anche se, con una bassa disoccupazione, ci si sarebbe aspettati bilanci quasi in pareggio e una limitazione dell'aumento del debito pubblico.

Tuttavia, potrebbero emergere venti contrari alla crescita. Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha recentemente dimezzato le sue previsioni di crescita per il quarto trimestre del 2025, portandole dall'1,4% a solo lo 0,7%. Ora, i settori delle famiglie e delle imprese si trovano ad affrontare le ripercussioni della guerra con l'Iran, tra cui l'aumento dei costi energetici e del debito, che minacciano di esacerbare le fragilità finanziarie esistenti e di generarne di nuove.

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Certamente, gli Stati Uniti sono in una posizione più forte per affrontare questi impatti rispetto alla maggior parte delle altre economie, in particolare quelle asiatiche ed europee. Grazie alla sua indipendenza energetica, evita lo spettro delle carenze di approvvigionamento che incombe ora sull'Asia e su alcune parti d'Europa. L'economia statunitense è anche meno esposta alla crescente frammentazione del commercio globale, degli investimenti e dei sistemi di pagamento.

Inoltre, mentre molti paesi sono fortemente vincolati dal punto di vista fiscale, gli Stati Uniti hanno già in programma ulteriori stimoli di bilancio, grazie al "One Big Beautiful Bill Act" del presidente Donald Trump. E, sebbene la Federal Reserve statunitense potrebbe rallentare la sua politica di tagli dei tassi d'interesse, potrebbe essere meno propensa rispetto alla Banca Centrale Europea o alla Banca d'Inghilterra ad aumentarli, poiché il suo "doppio mandato" le impone di dare la stessa importanza all'occupazione e alla stabilità dei prezzi.

Nel nuovo numero della nostra rivista, i principali esperti analizzano come i recenti sviluppi, dalla rivoluzione dell'intelligenza artificiale all'intensificarsi della volatilità geopolitica, stiano rimescolando le carte economiche e finanziarie, generando nuovi vincitori e vinti nell'economia globale.

C'è poi l'agilità del settore privato americano, che tradizionalmente è stato in grado di adattarsi alle mutate condizioni con una rapidità impressionante, giocando sia in difesa che in attacco meglio di quasi chiunque altro. L'azienda media statunitense entra in questo periodo di elevata incertezza con un bilancio relativamente solido. Esiste inoltre un chiaro incentivo a ristrutturarsi rapidamente per sfruttare il potenziale dell'intelligenza artificiale e di altre interessanti innovazioni tecnologiche.

Anche se l'economia statunitense continuasse a sovraperformare rispetto alle altre, non sarebbe necessariamente immune dagli effetti negativi della guerra. Già ora, l'aumento dei costi energetici e del debito sta esacerbando le difficoltà economiche che molti americani si trovano ad affrontare, creando rischi al ribasso per l'occupazione e i consumi e aumentando la probabilità di un rallentamento della crescita.

Gli Stati Uniti sono entrati nella guerra con l'Iran con un'inflazione elevata: siamo al sesto anno consecutivo in cui la Fed non raggiunge il suo obiettivo del 2%. Ora, l'aumento dei prezzi dell'energia è destinato a innescare rincari più generalizzati. Quello che è iniziato come un'impennata alla pompa – i prezzi della benzina negli Stati Uniti sono aumentati del 30% e quelli del diesel del 40% nelle prime tre settimane di guerra – si tradurrà presto in costi più elevati per una vasta gamma di beni, dai semiconduttori e fertilizzanti ai biglietti aerei.

A lungo andare, le pressioni inflazionistiche potrebbero ampliarsi ulteriormente, poiché le aziende cercheranno di trasferire i maggiori costi di produzione sui consumatori. Con l'intensificarsi delle pressioni sul costo della vita, si aggraverà l'impatto sociale negativo.

Non è che il quadro non sia chiaro: lo avete appena letto, condensato in poche righe. Ma queste poche righe, è necessario trovarle, prima di leggerle. E poi, una volta trovate, è necessario sapere come leggerle, che cosa cercare, che cosa utilizzare nelle scelte di investimento. E poi progueire: perché la ricerca, e poi l’analisi, e poi la valutazione, va condotta sistematicamente, ed aggiornata ogni giorno.

Questo lavoro noi lo facciamo per i nostri Clienti, ogni giorno. Partendo proprio da questo lavoro di selezione, per i nostri Clienti noi dopo facciamo l’analisi, disciplinata e di elevata qualità, e dopo seguono le valutazioni, condotte con metodo e scientificità, ed infine seguono le scelte di investimento, ovvero le scelte operative per i portafogli modello di Recce’d.

I cialtroni, invece, i venditori di pentola sulla corriera che va a Rimini, Riccione e Bellaria, loro sorridono, sorridono sempre, stringono mani, offrono lo spritz, giocano a golf (come in quello spot TV del flambé) e vi dicono di essere sempre ottimisti (“come si fa ad investire se non si è ottimisti?”: beh, semplice, si ragiona), e vi aiutano a sognare, raccontandovi la favola di una realtà che non esiste. Si tratta di un altro mestiere, un mestiere che Recce’d NON fa e NON ha mai fatto.

Per questa semplicissima ragione, mentre TG e GR, quotidiani e social, soprattutto i social, vi fanno vedere le esplosioni, i colori, le luci, i razzi, le minacce ed i deliri, noi anche oggi siamo qui a ricordare all’investitore che altre bombe, ben più devastanti, scoppieranno nel 2026:

  1. vi abbiamo detto del credito privato e degli investimenti “sull’economia reale”,

  2. poi vi abbiamo detto della “inflazione transitoria”, infine ora

  3. con il brano che segue vi diciamo delle tariffe, in modo sintetico (lo riprenderemo, e per la semplice ragione che adesso voi lettori ne sentirete di nuovo parlare, e molto)

Il resto, beh … tocca a voi di arrivarci. Fate voi: sono i vostri soldi, alla fine dei conti. Ma svegliatevi!

E scrivete a noi di Recce’d dalla pagina CONTATTI, se interessati a capire per investire..

Sam Lowe è socio di Flint Global, dove fornisce consulenza ai clienti sulle politiche commerciali del Regno Unito e dell'UE. È anche senior visiting fellow presso Chatham House e dirige Most Favoured Nation, una newsletter sul commercio.

Negli ultimi trent'anni, i prodotti farmaceutici sono stati in gran parte esclusi dalle guerre tariffarie. I regimi sanzionatori tendono a escluderli, anche se finiscono comunque per essere colpiti da restrizioni su aspetti come pagamenti e spedizioni. Il pensiero generale alla base di questo approccio è (o era?) che aumentare artificialmente il costo dei prodotti che prevengono e curano le malattie sia negativo.

Ma i tempi sono cambiati e venerdì scorso gli Stati Uniti hanno annunciato una nuova tariffa del 100% sui prodotti farmaceutici importati. Tranne che... in realtà non è proprio così. Sebbene il 100% sia l'aliquota nominale, in pratica esistono numerose eccezioni ed esenzioni specifiche per prodotto, azienda e paese. Ad esempio, i farmaci generici e i prodotti e medicinali di origine statunitense saranno esenti da dazi, così come alcuni altri prodotti, come i trattamenti per la fertilità o i medicinali nucleari, che soddisfano esigenze sanitarie specifiche o provengono da giurisdizioni ritenute dotate di quadri commerciali e di sicurezza pertinenti. A livello aziendale, le imprese che hanno piani di onshoring approvati dagli Stati Uniti dovranno affrontare un dazio del 20% fino al 2 aprile 2030, quando salirà al 100%. Le aziende che hanno sia un piano di onshoring approvato sia stipulato accordi per allineare i prezzi dei farmaci venduti negli Stati Uniti a quelli di paesi OCSE comparabili — i cosiddetti accordi di nazione più favorita — dovranno affrontare un dazio dello zero per cento fino al 20 gennaio 2029. Un elenco delle aziende interessate è disponibile nell'Allegato II.

A livello nazionale, si applicheranno i seguenti dazi: dazio del 15 per cento. Applicato ai prodotti originari di Giappone, UE, Corea del Sud e Svizzera/Liechtenstein. Tariffa del 10%. Applicato ai prodotti originari del Regno Unito, ridotto allo zero per cento a condizione che il Regno Unito implementi e rispetti l'accordo farmaceutico tra Stati Uniti e Regno Unito (ne parleremo a breve). Tutto ciò per dire che se qualcuno mi chiede qual è la tariffa statunitense su una determinata importazione farmaceutica, l'unica risposta onesta che posso dare è: "A meno che non siate disposti a condividere molte informazioni probabilmente piuttosto riservate, non ne ho assolutamente idea". Per fare un esempio illustrativo: supponiamo che io stia importando un determinato medicinale dall'UE. 15%, giusto? Beh, forse. Il 15% si applica effettivamente ai medicinali originari dell'UE. Ma come ho già scritto, la questione di dove la dogana statunitense consideri effettivamente un prodotto proveniente non è semplice.

Per i medicinali, l'attenzione si concentra solitamente sull'origine del principio attivo farmaceutico (API). Quindi, mettere tutto insieme in una pillola (il termine tecnico) e confezionarla in Europa non è sufficiente. Per amor di discussione, supponiamo che il principio attivo provenga dalla Cina. In tal caso, forse si tratta di un dazio del 100%? Forse, ma cosa succede se sei un importatore con un piano di reshoring approvato? Allora il 20%. Probabilmente il 20%. Oh, ma aspetta, si tratta di un farmaco orfano (in realtà, questa volta è un termine tecnico, che descrive i farmaci destinati a malattie rare)? Beh, allora è lo zero per cento. Credo. Una buona regola empirica è che l'aliquota tariffaria per un dato farmaco è a) difficile da determinare e b) probabilmente inferiore al 100%, nella maggior parte dei casi.

Ma il dazio del 100% non è mai stato il punto. Ciò che conta di più è la minaccia di un dazio del 100%, o almeno di un dazio più alto. Prendiamo l'accordo tra Regno Unito e Stati Uniti. L'accordo a zero per cento è limitato a tre anni ed è subordinato al fatto che "tutte le principali aziende farmaceutiche del Regno Unito aderiscano e rispettino i termini degli accordi sulla nazione più favorita (MFN) e sulle tariffe negoziati rispettivamente con il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti e il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti". Attraverso queste esenzioni condizionali, gli Stati Uniti hanno creato un meccanismo di pressione continua sulle aziende affinché producano di più negli Stati Uniti, vendano i loro farmaci a prezzi inferiori e vengano pagate di più dai fornitori di servizi sanitari stranieri. E se ciò non accade? Beh, ovviamente, si applicano le tariffe.

Quindi non si tratta propriamente di un regime tariffario. È una macchina di leva perpetua con le tariffe come meccanismo di coercizione. E penso che rimarrà in piedi a lungo anche dopo Trump. O per dirla in un altro modo: una volta costruita questa macchina – e dopo averne sperimentato i benefici – sarà difficile rinunciarvi.

Valter Buffo