Detox. Magari fosse una bolla (invece è un'altra cosa)
 

Alle bolle finanziarie, ormai, siamo abituati.

Anno 2000. Anno 2007. Anno 2021.

Tanto … poi si ricomincia, tutto d’accapo, e tutto come prima.

Ecco: non è così oggi.

Non è della bolla, che noi investitori dobbiamo occuparci. E preoccuparci.

Questo è il suggerimento, come sempre pratico e concreto, che Recce’d oggi regala ai lettori del Blog.

Che anche oggi invitiamo ad un contatto diretto, per approfondire insieme, utilizzando la pagina CONTATTI di questo sito.

Che questa sia una bolla, ormai lo riconoscono tutti. Persino il Corriere della Sera. Persino (pensate!) Goldman Sachs e JP Morgan, due realtà la cui vita stessa dipende dal loro quotidiano “pompaggio”, che serve appunto a gonfiare la bolla.

Senza bolla, Goldman Sachs e JP Morgan chiudono, come il Mondo ha visto nel 2008.

Ecco la ragione per cui se ne preoccupano: non per voi, né per i loro Clienti. La posta in gioco è la loro stessa sopravvivenza.

Le avete lette le trimestrali di queste due banche internazionali, durante l’ultima settimana? Fareste bene a rivederle: ora e qui, noi non abbiamo spazio e tempo per un commento.

Torniamo quindi al tema de “La Bolla”: come si fa, a pompare la bolla, ancora ed ancora, se si è al tempo costretti ad ammettere che “siamo tutti in una bolla”?

Come si può tenere ancora in piedi il baraccone?

Una risposta prova ad offrirla l’immagine che segue. Una risposta che però a noi di Recce’d non convince. E più avanti spieghiamo anche il perché.

Proviamo quindi a ragionare insieme su ciò che è scritto nell’immagine che segue.

Spiega questo autorevole commentatore che per la prima volta in tutta la storia dei mercati finanziari oggi qualsiasi asset sta sui massimi: sia gli assets cosiddetti “rischiosi” come le Borse, sia gli assets cosiddetti “rifugio” come l’oro. Questo fatto dovrebbe già avere catturato la vostra attenzione, se seguite il lavoro di Recce’d con regolarità.

Noi, lo abbiamo già più e più volte segnalato come la caratteristica più evidente e significativa dell’attuale momento dei mercati finanziari.

Non era mai successo: e perché invece oggi succede? E che tipo di segnale, di informazione, di indicazione porta a noi investitori?

Questo autorevole commentatore, come potete leggere sopra, spiega questa evidente e forte anomalia scrivendo che

“… si tratta di una fuga dal dollaro USA, che soffre perché in questo momento è sui massimi anche la sfiducia in tutte le monete cosiddette “fiat”, ovvero tutte le monete che vengono emesse dalle Banche Centrali …”

Correttamente, questo commentatore cerca di unire, in una sola spiegazione i livelli massimi di mercati finanziari “risky” e “rifuglio”, come è necessario e logico fare. Il commentatore dice che si tratta di

sfiducia nel sistema monetario e finanziario degli Stati Uniti.

Noi di Recce’d abbiamo affrontato questo tema in decine di occasioni, anche qui nel Blog, tra il 2020 ed il 2025. Abbiamo chiarito che la perdita di fiducia è nei fatti da anni, e che metterà in moto una catena di eventi che modificherà nel profondo le strutture ed il funzionamento dei mercati monetari e finanziari (ed anche l’ultima settimana ha portato nuovi segnali in questo senso, segnali che nel Blog approfondiremo la settimana prossima).

Riconosciuto tutto questo, dobbiamo però mettere all’attenzione di voi lettori due semplificazioni in questo argomento, semplificazioni che riducono la sostenibilità di questa spiegazione, e come detto sopra la rendono poco sostenibile.

La prima delle due semplificazioni è che se questa “corsa verso i massimi dei prezzi di tutti gli asset” fosse spiegata da una generale crisi di fiducia nelle valute emesse dalle Banche Centrali, allora le medesime cose che si scrivono qui a proposito del dollaro USA andrebbero scritte anche a proposito dell’euro, dello yen, e di tutte le altre valute emesse dalle Banche Centrali.

Il che comporta … che cosa?

Ovviamente, comporterebbe che tutti i mercati finanziari, in tutto il Mondo, manifesterebbero il medesimo comportamento. Ovvero, che tutto è al massimo dappertutto.

Ma non è così: e vi sarà sufficiente mettere a confronto il comportamento della Borsa americana con il comportamento della Borsa in Europa negli ultimi 5 anni.

Oppure, ancora più facilmente, date un’occhiata al prezzo dell’oro di ieri, e poi date uno sguardo al petrolio di ieri.

No: c’è qualche cosa che non torna in questi dati, e dunque questo argomento non è del tutto convincente. Non è una spiegazione solida dei “massimi di tutti gli asset”.

E poi, forse ancora più importante, c’è una seconda semplificazione nell’immagine che vi abbiamo presentato sopra: la spiegazione dei massimi di mercato sulla base della sfiducia nel sistema, e nelle monete “fiat” stampate dalle Banche Centrali, non regge per una seconda ragione, persino più importante.

Nelle immagini vedete i rendimenti dei Titoli di Stato.

I nostri lettori sanno che il rendimento dei Titoli di Stato varia inversamente rispetto al prezzo. Se il rendimento è elevato, il prezzo è basso.

Questi titoli, questa asset class, non si trova oggi ai massimi di prezzo. Non ci sta neppure vicino. Nessuno corre ad acquistare Titoli di Stato (nonostante i prezzi bassi).

Forse qualche lettore obbietterà che “è normale, visto che questi titoli sono denominati proprio in quelle monete, le “fiat money”, che sono create dalle Banche Centrali e verso le quali oggi sui mercati domina la sfiducia”.

Fermatevi a riflettere su questo per un momento: a voi questo sembra un argomento sostenibile? Vi accontentate di una spiegazione come questa?

Vi sbagliate. Non sta in piedi.

Chiariamo subito: la sfiducia verso le Banche Centrali esiste, e la si riscontra un po’ dovunque.

Ma questo non spiega il rialzo di tutti gli asset (tranne i Titoli di Stato).

Non lo spiega, e non vi aiuta a capire meglio le attuali condizioni dei vostri portafogli titoli.

Se la “sfiducia verso le monete emesse dalle Banche Centrali”, come scritto nell’immagine che ripetiamo proprio qui sopra, allora il rialzo di tutto, dalle Borse all’oro fino al Bitcoin, sarebbe destinato a prolungarsi all’infinito.

Come accadde negli Anni Venti dello scorso Secolo, in Germania: la Repubblica di Weimar è passata alla storia esattamente per questa ragione.

Noi di Recce’d vi offriamo una spiegazione alternativa, più chiara e più solida. Una spiegazione che vi porta a conclusioni molto diverse, rispetto a quelle offerte dall’immagine qui sopra.

Se il punto fosse quello che leggete nell’immagine, e tutto partisse dalla sfiducia verso le monete delle Banche Centrali: se il punto fosse quello, però, che cosa succederebbe ai Titoli di Stato che vi abbiamo raccontato con i tre grafici più in alto?

Vi siete fatti due conti? Avete immaginato le conseguenze?

E se quel comparto, ovvero quello dei Titoli di Stato, fosse investito dalla tempesta della sfiducia, in quella tempesta quale sarebbe il prezzo del Bitcoin, delle Borse, dell’oro e del petrolio?

Fatevi due conti. Leggete un po’ di storia. E ripensate anche al 2022.


Come spiegazione della “bolla del tutto” (spiegazione indispensabile, per prendere oggi qualsiasi decisione, grande e piccola, sul proprio portafoglio di investimenti, grande o piccolo) vi serve qualcosa d’altro. Noi come detto ne abbiamo una alternativa, che porta a conclusioni del tutto diverse da quelle offerte nell’immagine dalla quale abbiamo preso spunto in questo Post. Non si tratta di sfiducia nella moneta, nel dollaro USA (il quale peraltro viene scambiato a 1,1650, oggi come cinque anni fa).

Si tratta invece , come dice qui sopra l’immagine, di

un segnale di allarme per il sistema finanziario tradizionale: i Paesi cosiddetti Sviluppati hanno perso la loro credibilità come buone destinazioni per i capitali.

Noi ne abbiamo già scritto, con dettaglio per i nostri Clienti, ed anche qui nel Blog. Fin dallo scorso marzo, ed ogni settimana per sette mesi, nella nostra serie Detox.

Se davvero la situazione che stiamo tutti affrontando in queste settimane fosse semplicemente una “bolla”, come ci spiegano adesso anche tutti i quotidiani italiani, allora sarebbe tutto sommato abbastanza facile gestire il proprio risparmio.

Invece non è per niente facile, perché non è solo una bolla. Si tratta di un momento epocale di passaggio: un cambiamento generale, che coinvolge i mercati finanziari, ma non solo.

Difficilissimo da gestire: ma che offre pure enormi opportunità di guadagno.

Servono autocontrollo, lucidità e pazienza. E poi competenza, metodo ed esperienza.

In particolare, nei momenti nei quali TUTTI cominciano a scrivere e parlare di “scoppio della bolla” (e lo leggete anche nel contributo che riportiamo qui sotto, tradotto per voi.). Noi vi aggiorniamo su ciò che si scrive e si dice, ed allo stesso tempo vi ripetiamo che oggi non è il 1999. Non è il 2008. Invece, è una cosa diversa. Che va gestita quindi in modo diverso.


Queste sono le parole del giornalista finanziario e autore Andrew Ross Sorkin, che ha lanciato un avvertimento agli investitori durante un'intervista andata in onda domenica nel programma "60 Minutes" della CBS.

Sorkin ha pubblicato un nuovo libro, "1929", sul grande crollo del mercato azionario di quasi un secolo fa. E ha dichiarato alla giornalista della CBS News, Lesley Stahl, di vedere alcune somiglianze con il mercato in forte espansione di oggi.

"Temo che i prezzi che stiamo registrando potrebbero non sembrare sostenibili", ha detto Sorkin, osservando che o ci troviamo in un "boom notevole" alimentato dai titoli basati sull'intelligenza artificiale, oppure "tutto è sopravvalutato".

Sorkin ha affermato che è difficile dire che il mercato non si trovi attualmente in una bolla, simile alla bolla delle dot-com del 2000 e alla bolla immobiliare del 2008. Ma la domanda è: "quando scoppierà la bolla?"

"Direi che l'economia è sostenuta, quasi artificialmente, dal boom dell'intelligenza artificiale", ha affermato, secondo una trascrizione. "Oggi vengono investiti centinaia di miliardi di dollari nell'intelligenza artificiale. Questa è una corsa all'oro o una corsa allo zucchero, e probabilmente non sapremo per un paio d'anni quale delle due."

Sorkin non è l'unico a temere che questa bolla scoppi. L'amministratore delegato di JPMorgan Chase, Jamie Dimon, ha recentemente dichiarato di essere "molto più preoccupato di altri" per un'imminente correzione delle azioni statunitensi, ovvero un calo di almeno il 10% ma non più del 20%, con una probabilità di circa il 30%. Nel frattempo, gli analisti della società di ricerca indipendente MacroStrategy Partnership hanno recentemente affermato che la bolla dell'intelligenza artificiale è ben 17 volte più grande della bolla delle dot-com e quattro volte più grande della bolla immobiliare del 2008.

Aumentano le preoccupazioni di Sorkin la rimozione delle barriere normative da parte dell'amministrazione Trump, la crescente dipendenza dal debito e le recenti iniziative per consentire investimenti di private equity nei conti pensionistici 401(k).

Questa combinazione di fattori è ciò che lo preoccupa. "Non è che domani precipiteremo", ha detto Sorkin. "È che oggi c'è speculazione sul mercato, c'è un debito crescente sul mercato, e tutto questo sta accadendo sullo sfondo della caduta delle barriere".

Sorkin ha affermato che un crollo del mercato è inevitabile, prima o poi. "Quando la fiducia scompare, succede così", ha detto, schioccando le dita. "La risposta è che avremo un crollo; non posso dirvi quando, né quanto profondo. Ma posso assicurarvi, purtroppo – vorrei non dirlo – che avremo un crollo."


Si garantisce qui sopra che avremo un “crollo”: ci dice che è una certezza.

Ma il crollo di che cosa? Leggendo il contributo precedente, tutti i nostri lettori avranno pensato ai “crolli di Borsa” del passato.

Più in alto in questo Post, però, avete letto di un tipo diverso di “crollo”: un altro autorevole commentatore diceva che è “crollata” la fiducia nelle Banche Centrali, e che proprio questa sfiducia spinge gli asset verso i massimi storici.

Noi di Recce’d ci sentiamo di escludere che, nell’ottobre 2025, la gestione del portafoglio debba essere centrata sull’eventualità del “crollo di Borsa”.

Se le Borse in futuro soffriranno, di certo non si tratterà di una “correzione” e neppure di un “crollo” delle Borse tipo 2000, ma di un evento di instabilità più ampia e di portata generale.

Diverso quindi dal 2008, e diversissimo dal 2000.

Il nostro suggerimento, oggi, ad ogni lettore, è di concentrare la propria attenzione sulla seguente domanda: chi sarà chiamato ad intervenire, domani, se si presentasse un fenomeno di instabilità finanziaria? Chi oppure che cosa sarà chiamato a “salvare il Mondo”? Le Banche Centrali come nel 2008? Donald J. Trump? Putin? Xi?

Quali sono oggi i porti sicuri? Gli ancoraggi per noi investitori?

Recce’d vi risponde, ed è una risposta chiara e forte. Questa volta, noi investitori saremmo lasciati a noi stessi.

Per questa ragione, noi vi suggeriamo di prepararvi. E di preparare i vostri portafogli. Di ragionare da oggi in modo totalmente diverso dal passato.

Di cambiare interlocutore, confidente, consulente. e di contattare Recce’d, attraverso la pagina CONTATTI del sito.

Il perché viene ben sintetizzato nell’articolo che chiude il Post. Questi sono i temi trattati dal marzo 2025, nella nostra serie di Post che si chiama Detox. E questi sono temi sui quali oggi voi lettori non potete permettervi il lusso di non avere la massima chiarezza di idee. Perché è il vostro risparmio che state mettendo a rischio.



15 ottobre 2025

Il mercato azionario americano ha oscillato ultimamente a causa dell'inasprimento delle tensioni commerciali, ma rimane vicino al suo massimo storico. L'impennata, alimentata dall'entusiasmo per l'intelligenza artificiale, ha suscitato paragoni con l'esuberanza della fine degli anni '90, culminata nel crollo delle dot-com del 2000. Sebbene l'innovazione tecnologica stia innegabilmente rimodellando i settori industriali e aumentando la produttività, gli investitori hanno buone ragioni per temere che l'attuale rally possa preparare il terreno per un'altra dolorosa correzione del mercato. Le conseguenze di un simile crollo, tuttavia, potrebbero essere molto più gravi e di portata globale rispetto a quelle avvertite un quarto di secolo fa.

Al centro di questa preoccupazione c'è l'enorme portata dell'esposizione, sia nazionale che internazionale, alle azioni americane. Negli ultimi quindici anni, le famiglie americane hanno aumentato significativamente le loro partecipazioni nel mercato azionario, incoraggiate dai solidi rendimenti e dal predominio delle aziende tecnologiche americane. Per le stesse ragioni, gli investitori stranieri, in particolare europei, hanno riversato capitali sulle azioni americane, beneficiando al contempo della forza del dollaro. Questa crescente interconnessione implica che qualsiasi brusca flessione dei mercati americani si ripercuoterà in tutto il mondo.

Per mettere in prospettiva il potenziale impatto, calcolo che una correzione di mercato della stessa entità del crollo delle dot-com potrebbe spazzare via oltre 20.000 miliardi di dollari di ricchezza per le famiglie americane, equivalenti a circa il 70% del PIL americano nel 2024. Questa cifra è di gran lunga superiore alle perdite subite durante il crollo dei primi anni 2000. Le implicazioni per i consumi sarebbero gravi. La crescita dei consumi è già più debole rispetto a prima del crollo delle dot-com. Uno shock di questa portata potrebbe ridurla di 3,5 punti percentuali, traducendosi in un calo di due punti percentuali della crescita complessiva del PIL, anche senza considerare il calo degli investimenti.

Le ricadute globali sarebbero altrettanto gravi. Gli investitori stranieri potrebbero subire perdite di ricchezza superiori a 15.000 miliardi di dollari, pari a circa il 20% del PIL del resto del mondo. A titolo di confronto, il crollo delle dot-com ha causato perdite all'estero per circa 2.000 miliardi di dollari, circa 4.000 miliardi di dollari in valuta attuale e meno del 10% del PIL del resto del mondo all'epoca. Questo netto aumento delle ricadute sottolinea quanto la domanda globale sia vulnerabile agli shock provenienti dall'America.

Storicamente, il resto del mondo ha trovato un certo margine di sicurezza nella tendenza del dollaro ad apprezzarsi durante le crisi. Questa "fuga verso la sicurezza" ha contribuito ad attenuare l'impatto della perdita di ricchezza denominata in dollari sui consumi esteri. La forza del biglietto verde ha a lungo fornito un'assicurazione globale, spesso apprezzandosi anche quando la crisi ha origine in America, poiché gli investitori cercano rifugio in asset in dollari.

Vi sono, tuttavia, ragioni per credere che questa dinamica potrebbe non reggere nella prossima crisi. Nonostante le fondate aspettative che i dazi americani e la politica fiscale espansiva avrebbero rafforzato il dollaro, questo si è invece deprezzato rispetto alla maggior parte delle principali valute. Sebbene questo non segni la fine del predominio del dollaro, riflette comunque il crescente disagio degli investitori stranieri riguardo alla traiettoria della valuta. Stanno sempre più ricorrendo a coperture contro il rischio legato al dollaro, un segno di un calo della fiducia.

Questo nervosismo non è infondato. La percezione della forza e dell'indipendenza delle istituzioni americane, in particolare della Federal Reserve, gioca un ruolo cruciale nel preservare la fiducia degli investitori. Tuttavia, recenti controversie legali e politiche hanno messo in dubbio la capacità della Fed di operare al riparo da pressioni esterne. Se queste preoccupazioni si aggravassero, potrebbero ulteriormente erodere la fiducia nel dollaro e, più in generale, negli asset finanziari americani.

Inoltre, a differenza del 2000, la crescita si trova ad affrontare forti ostacoli, alimentati dai dazi americani, dai controlli cinesi sulle esportazioni di minerali essenziali e dalla crescente incertezza sulla direzione che sta prendendo l'ordine economico globale. Con livelli di debito pubblico a livelli record, la capacità di utilizzare stimoli fiscali, come è stato fatto nel 2000 per sostenere l'economia, sarebbe limitata.

A complicare la situazione, e ad aumentare il rischio complessivo, c'è l'escalation delle guerre tariffarie. Ulteriori dazi reciproci tra America e Cina danneggerebbero non solo il loro commercio bilaterale, ma anche quello globale, poiché quasi tutti i paesi sono esposti alle due maggiori economie mondiali attraverso complesse catene di approvvigionamento. Più in generale, evitare decisioni politiche caotiche o imprevedibili, comprese quelle che minacciano l'indipendenza delle banche centrali, è fondamentale per prevenire un crollo del mercato.

Nel frattempo, è importante che il resto del mondo generi crescita. Il problema non è tanto lo squilibrio commerciale quanto la crescita squilibrata. Negli ultimi 15 anni, la crescita della produttività e i rendimenti elevati si sono concentrati in poche regioni, principalmente in America. Di conseguenza, le basi dei prezzi delle attività e dei flussi di capitale sono diventate sempre più ristrette e fragili.

Se altri paesi fossero in grado di rafforzare la crescita, ciò contribuirebbe a correggere lo squilibrio e a porre i mercati globali su basi più solide. In Europa, ad esempio, le imprese potrebbero completare il mercato unico ed approfondire l'integrazione: il che potrebbe aprire nuove opportunità e attrarre investimenti. I premi Nobel per l'economia di quest'anno offrono una preziosa ricetta per una crescita guidata dall'innovazione. Vi sono segnali incoraggianti che i capitali stiano iniziando a rifluire verso i mercati emergenti e altre regioni. Tuttavia, questa tendenza potrebbe arrestarsi a meno che queste economie non dimostrino di essere in grado di generare una crescita costante.

In sintesi, è improbabile che un crollo del mercato oggi si traduca nella breve e relativamente benigna recessione economica seguita alla crisi delle dot-com.

C'è molta più ricchezza in gioco ora, e molto meno margine di manovra politico per attutire il colpo di una correzione.

Le vulnerabilità strutturali e il contesto macroeconomico sono più pericolosi.

Dovremmo prepararci a conseguenze globali più gravi.

Gita Gopinath è professoressa di Economia Gregory e Ania Coffey presso l'Università di Harvard. È stata la prima vicedirettrice generale del FMI dal 2022 al 2025 e capo economista dal 2019 al 2022.

Valter Buffo
Detox. E' scoppiato il panico, ma non è scoppiata la bolla
 

Questa settimana è scoppiato il panico.

Non è scoppiata la bolla.

Non è detto che la bolla scoppi.

Perché nel 2025, la bolla non è la cosa importante.

Non è la bolla, che spiega. E non è la bolla, a cui bisogna guardare.

Noi, tutti, gestori professionali di portafoglio ed investitori dei fai-da-te, oggi non dobbiamo ragionare di bolla. Non dobbiamo pensare alle bolle. Dobbiamo capire che oggi, al centro di tutto, non c’è una bolla.

Il titolo qui sopra è di giovedì 9 ottobre 2025.

Invece: un mese fa, due mesi fa, tre mesi fa, un anno fa … la bolla non esisteva.

“Vuoi di nuovo parlare di bolla? … ma dai, per cortesia, non c’è nessuna bolla! Che noia …"

“La bolla è una balla!”

C’è stato persino chi ha scritto (poche settimane fa) che chi avanzava dubbi sulla Borsa americana lo faceva unicamente per giustificare le proprie posizioni SHORT!

Leggiamo invece che cosa scrive oggi Walter Riolfi sul Corriere della Sera.

Secondo Dimon, il pericolo di una svolta improvvisa sui listini è reale, anche se la tempistica resta impossibile da prevedere: «Potrebbe accadere fra sei mesi o fra due anni», ha spiegato, «ma il livello di incertezza che vediamo oggi è molto più alto di quello che definirei normale».   

Geopolitica, spese pubbliche e valutazioni gonfiate

Il ceo di JPMorgan individua le radici di questa vulnerabilità nei fattori geopolitici, nella spesa pubblica fuori controllo e nelle valutazioni elevate dei titoli, soprattutto tecnologici. «Viviamo un momento in cui troppe domande cruciali restano senza risposta», ha aggiunto, «conflitti, disordine politico, guerre commerciali, e politiche fiscali che alimentano instabilità. Tutto ciò crea un contesto in cui il rischio viene sottovalutato».

Dimon, da tempo una delle voci più ascoltate della finanza globale, ha anche messo in guardia contro il «compiacimento dei mercati»: la convinzione che le correzioni profonde non possano più verificarsi in un mondo di banche centrali pronte a intervenire. «È un errore pericoloso pensare che il ciclo sia stato domato», ha sottolineato.

«Gli Stati Uniti oggi sono un partner meno affidabile»

Nel corso dell’intervista, Dimon ha rivolto anche un messaggio politico: gli Stati Uniti, ha detto, «sono oggi un partner meno affidabile sulla scena mondiale» rispetto al passato. Una frase che riflette la crescente preoccupazione per il clima di tensione internazionale e per l’uso sempre più strumentale della politica economica a fini interni. Sul fronte dell’inflazione, Dimon si è detto «ancora un po’ preoccupato», ma fiducioso che la Federal Reserve resterà indipendente nella sua azione di contrasto, nonostante le pressioni dell’amministrazione Trump. «Prendo alla lettera la parola del presidente quando dice che non interferirà con l’indipendenza della Fed», ha precisato.

Gli avvertimenti di altri osservatori

Il monito del banchiere non arriva isolato. Negli ultimi mesi, diversi analisti e istituzioni — dal Fondo Monetario Internazionale alla Banca d’Inghilterra — hanno segnalato il rischio di un «eccesso di fiducia» nei mercati globali. Come ricordato da Reuters, le valutazioni di Wall Street, spinte dall’entusiasmo sull’intelligenza artificiale, sono tornate ai livelli più alti dal 2021. Ma proprio questa concentrazione di valore in pochi titoli tech — come Apple, Nvidia e Microsoft — rende l’indice S&P 500 più vulnerabile a shock improvvisi.

Le possibili conseguenze per l’Europa

Un crollo dell’azionario americano avrebbe conseguenze dirette anche sull’Europa.L’interconnessione dei mercati globali farebbe rapidamente sentire gli effetti a Francoforte, Parigi e Milano, dove una correzione a Wall Street potrebbe tradursi in fuga verso asset più sicuri, aumento dei rendimenti obbligazionari e tensioni sui debiti pubblici. Per l’Italia, dove molte imprese restano esposte alla volatilità dei mercati e al costo del credito, il monito di Dimon è anche un invito alla prudenza: contenere l’indebitamento, diversificare i portafogli e non dare per scontata la stabilità finanziaria conquistata dopo la pandemia

La chiusura del pezzo ci informa a proposito della “stabilità finanziaria conquistata dopo la pandemia”. Che però non esiste.

Si tratta di un falso clamoroso: la pandemia è stata l’occasione di perdere del tutto la stabilità finanziaria dell’Occidente. E questo lo hanno visto, da anni, anche a Mosca ed a Pechino. La pandemia COVID è stata lo spunto, la scusa, per una rilassatezza delle regole che ha privato l’Occidente della stabilità, sia finanziaria, sia politica. La fine di un’era, l’inizio di una Nuova Era.

Torniamo al Corriere della Sera. Sul medesimo quotidiano, e a firma del medesimo giornalista, pochi giorni fa potevate anche leggere:

SCENARI MACRO

Borse, perché sta tornando l’interesse per l’Europa: adesso i dazi americani fanno meno paura

di  Walter Riolfi

“Torna l’interesse ,,, i dazi fanno meno paura”, già … ma poi arriva quel giorno: arriva sempre. E allora tutti giù a scrivere, parlare, “socializzare”, a proposito della bolla.

Ma perché? Che cosa è cambiato, oggi, rispetto a luglio? E rispetto a marzo? E rispetto a dicembre del 2024.

Per quale ragione, oggi, ne scrivono, parlano, “socializzano” tutti?

Perché è scattato il panico. Semplice.

Il panico di che cosa?

Il panico che … non c’è più nulla da dire. Non si sa più che cosa inventare. Mancano le storie (anzi, le storielle) da raccontare. Manca la “narrativa”.

Ed è allora, che scatta il panico. Si tratta di un problema di comunicazione di massa. Non di fatti nella realtà di ogni giorno.

La cosa non è difficile da capire: non ci sono più “storie”, fantasie sfrenate da vendere alla massa, e la realtà diventa ogni giorno più caotica. come vi illustrano le immagini che seguono qui sotto. La realtà non è più spiegabile con i tradizionali meccanismi di comunicazione finanziaria e le vecchie tiritere. Però è necessario rassicurare, tranquillizzare, anestetizzare. Va addormentata la massa degli investitori, che fino ad oggi ha dormito sonni profondi con sogni di un futuro che non esiste e non potrà esistere mai.

E che non riesce a comprendere cose come queste. Una spiegazione, alle masse, bisogna sempre dargliela. Zuccherosa, addolcita, inventata.

Ed allora bisogna correre, affannarsi, spremere le meningi, tirare fuori idee, una nuova “narrativa”.

Se non è più possibile, se non c’è una narrativa così tanto assurda che sia anche presentabile, allora si rinuncia: non c’è più una “storia” condivisa, ed allora si è costretti a denunciare la “bolla”,

Quando è di tutta evidenza che lo stato delle cose oggi è identico a quello di luglio, di marzo, e del dicembre dello scorso anno, Ed anche prima.

La domanda diventa quindi: per quale ragione oggi il maggiore quotidiano italiano pubblica questo articolo, che avete già letto poco sopra …

… mentre il 18 luglio il medesimo quotidiano, e il medesimo giornalista, scriveva ciò che leggiamo nell’immagine che segue.

Siete ovviamente invitati ad andare a rileggere sul Corriere della Sera questo articolo che vi segnaliamo con la immagine che segue, articolo datato 18 luglio 2025, che qui evitiamo di riproporre.

Tutto faceva bene ai mercati, il 18 luglio. Oggi è l’11 ottobre. Meno di tre mesi. Che cosa è successo, tra il 18 luglio ed l’11 ottobre 2025 sui mercati? Che cosa è cambiato?

Di fatto, nulla: non si è mosso nulla, non è cambiato nulla tra il 18 luglio e il 10 ottobre del 2025. L’indice di Borsa S&P 500 valeva 6500 punti in luglio, e valeva 6500 punti ieri sera, venerdì 10 ottobre.

E allora? Per quale ragione, oggi la Borsa diventa una “bolla”, se non lo era poche settimane fa?

Come abbiamo scritto poco sopra, si tratta unicamente di un problema di comunicazione alle masse.

Per ora. Fino ad oggi.

Ma la comunicazione cambia tono. Persino quella delle banche internazionali di investimento. E persino la comunicazione di quella che, tra le banche di investimento, da sempre si distingue per gli eccessi di ottimismo, per la determinazione quotidiana a gettare altra benzina sul fuoco, e per la strategica determinazione a gonfiare ogni possibile bolla sui mercati.

Ma oggi, il tono è cambiato: devono proprio avere raschiato il fondo del barile, e non hanno trovato più nulla per illudere il pubblico di massa che “la Borsa sale sempre”.

Leggiamo che cosa dice questa settimana Goldman Sachs.

Ma si sta formando una bolla? Gli strateghi di Goldman Sachs affrontano questo argomento sostenendo che la corsa al rialzo delle azioni e la crescita delle principali aziende tecnologiche non sono ancora pronte a scontrarsi con un muro.

"La storia suggerisce che le bolle sono spesso guidate dall'entusiasmo che si sviluppa attorno a una tecnologia trasformativa, attraendo investitori, capitali e nuovi entranti. In genere, le bolle presentano prezzi degli asset in rapido aumento, valutazioni estreme e significativi rischi sistemici dovuti a una maggiore leva finanziaria", ha dichiarato ai clienti un team guidato da Peter Oppenheimer, responsabile della strategia azionaria globale della banca, in una nota di mercoledì.

Riconoscono elementi del comportamento degli investitori che presentano somiglianze con le bolle passate, come l'aumento delle valutazioni, l'elevata concentrazione del mercato e l'emergere del cosiddetto vendor financing.

Le preoccupazioni sulle strategie di finanziamento circolare degli accordi di intelligenza artificiale per le grandi aziende tecnologiche hanno recentemente suscitato non pochi disordini.

Oppenheimer e il suo team individuano tre grandi differenze tra le bolle passate e ciò che gli investitori stanno osservando ora.

  • In primo luogo, affrontano le preoccupazioni relative all'apprezzamento dei prezzi, ma affermano che questo non sarà sufficiente a generare una bolla. Ad esempio, i titoli del settore della difesa hanno generato rendimenti consistenti quest'anno, ma senza il timore di una bolla speculativa.

"In definitiva, le bolle si formano quando si verifica un'impennata combinata dei prezzi delle azioni e delle valutazioni, tale che il valore aggregato delle aziende associate all'innovazione supera i potenziali flussi di cassa futuri che probabilmente genereranno", hanno affermato Oppenheimer e il suo team.

  • Sostengono inoltre che il forte apprezzamento delle aziende leader finora è stato guidato da "una crescita fondamentale, piuttosto che da speculazioni irrazionali sulla crescita futura".

"La maggior parte dei profitti nel settore tecnologico è stata generata da aziende statunitensi (il che spiega in gran parte il successo del mercato azionario statunitense negli ultimi quindici anni), ma le aziende dominanti hanno registrato una crescita degli utili sbalorditiva negli ultimi quindici anni e presentano bilanci particolarmente solidi", hanno affermato Oppenheimer e il suo team.

  • Una nota a piè di pagina aggiungono: l'attuale rally "dipende fortemente" dal perdurare della dinamica degli utili. Gli strateghi di Goldman sostengono inoltre che non si tratta solo di tecnologia: la maggior parte dei mercati azionari, così come il credito, si attesta su valutazioni elevate su base storica. Quindi, piuttosto che di una bolla tecnologica, gli investitori stanno valutando le conseguenze dei bassi tassi di interesse, degli elevati risparmi globali e di un "ciclo economico prolungato che ha fatto salire il valore di tutti gli asset rischiosi".

    Se la fiducia nella crescita dovesse affievolirsi, i mercati potrebbero subire una correzione, ma lo scoppio della bolla tecnologica non sarebbe l'unico fattore determinante, affermano.

Hanno anche confrontato i rendimenti del settore tecnologico nell'ultimo anno con quelli dei 12 mesi precedenti il ​​picco della bolla delle dot-com. Nel 1999/2000, tali rendimenti sono stati trainati dalla crescita degli utili, ma anche da incrementi delle valutazioni molto più marcati di quelli che gli investitori stanno osservando attualmente, osserva Goldman:

Il rischio maggiore per il settore tecnologico in questo momento, afferma il team di Goldman, è la concorrenza, sottolineando come il settore dell'intelligenza artificiale sia stato finora dominato da pochi operatori storici. Le bolle del passato si sono formate durante periodi di forte concorrenza, con investitori e nuovi entranti che si accalcavano.

"Una miriade di nuove aziende nascerà in settori emergenti che oggi non possiamo nemmeno immaginare. Nessuna delle 10 maggiori aziende dell'S&P 500 del 1985 era ancora tra le prime 10 nel 2020, e solo una della lista del 2000 è rimasta tra le prime 10 nel 2020", hanno affermato.

Per questo motivo, affermano che la diversificazione rimane fondamentale e sottolineano alcune strategie che, a loro dire, hanno già iniziato a funzionare.

Ad esempio, gli indici azionari globali hanno registrato ottime performance quest'anno e molti non sono nemmeno esposti al settore tecnologico statunitense. Le esigenze infrastrutturali fisiche delle grandi aziende tecnologiche stanno diventando evidenti e questo potrebbe aumentare i rendimenti di beni strumentali, energia, risorse, immobili e trasporti. Infine, l'attuale boom della spesa in conto capitale probabilmente creerà nuove superstar tecnologiche, quindi gli investitori dovrebbero monitorare i rendimenti in questo settore per ampliarlo.

Vi convince, quello che scrive Goldman Sachs? Oppure è il solito polpettone di bla-bla, con precisi obblighi commerciali? Pensato e poi scritto per “piazzare la merce” alla massa degli investitori?

Insomma: perché adesso, in ottobre, anche loro fanno “l’analisi della bolla”? Per loro, solo oche settimane fa, non esisteva alcuna bolla. E i prezzi degli asset erano i medesimi.

Loro, in Goldman Sachs, non hanno alcun interesse a comprendere la realtà ed aiutare i loro Clienti a comprendere: loro sfruttano “quello di cui si parla”, ed arrivano a rammendare smussare e sfumare. Ma perché adesso “la bolla”? Perché proprio oggi?

Per un investitore, per ogni investitore, questa è la sola, unica domanda la cui risposta può aiutare a risolvere i problemi di scelta. I problemi di gestione del portafoglio, i problemi di asset allocation, i problemi di strategia per i prossimi mesi.

Perché adesso?

Anche oggi, come sempre abbiamo fatto, noi di Recce’d scegliamo di regalare ai nostri lettori un aiuto concreto, di quelli che soltanto Recce’d è in grado di offrire.

Che cosa scrive qui sopra nell’immagine un esperto rispettato ed ascoltato come Mohamed El Erian? Afferma che:

“Stiamo assistendo non soltanto a valutazioni estreme, ma pure al ritorno con quel tipo di atteggiamento verso il rischio che era prevalente nel periodo che precedette la Grande Crisi Finanziaria del 2008”.

In questo Post, noi vi spieghiamo le ragioni per le quali questo non è il 2008. E neppure il 2000. E’ una cosa totalmente diversa.

Lo spieghiamo prendendo a spunto proprio l’articolo di El Erian che è citato dalla nostra immagine che avete appena visto. Questo è lo spunto, a cui seguono poi le nostre considerazioni. Leggiamolo insieme.

6 ottobre 2025

Mohamed A. El-Erian

Con i mercati azionari che raggiungono nuovi massimi, l'aspettativa del mercato che la Federal Reserve statunitense taglierà i tassi per scongiurare un rallentamento del mercato del lavoro sta di per sé creando una sfida politica per la banca centrale. Oltre al suo esplicito doppio mandato, la Fed ora deve anche preoccuparsi della stabilità finanziaria.

FILADELFIA – Devo aver scritto almeno quattro saggi sul trade-off tra disoccupazione e inflazione durante i miei anni da studente universitario. All'epoca, l'attenzione era invariabilmente rivolta alla curva di Phillips – la relazione ipotizzata tra inflazione e posti di lavoro – e ai suoi derivati. La curva di Phillips aumentata dalle aspettative, ad esempio, riconosceva che le attuali dinamiche dell'inflazione sono fortemente influenzate dalle previsioni sui risultati futuri.

Sebbene non tutti gli economisti accettassero pienamente questo concetto, c'era sufficiente accordo sul trade-off di base per prevedere, almeno nel breve periodo, che quanto più basso è il tasso di disoccupazione, tanto più alto sarà il tasso di inflazione (e viceversa). L'imperativo di bilanciare i due aspetti è stato formalmente sancito nel "doppio mandato" conferito dal Congresso alla Federal Reserve statunitense (la banca centrale più potente al mondo) nel 1977. Da allora in poi, il compito della Fed è stato quello di raggiungere sia la stabilità dei prezzi che la massima occupazione.

Nel tempo, tuttavia, il rapporto inflazione-disoccupazione si è dimostrato meno stabile e prevedibile di quanto si pensasse. Ad esempio, nei tre anni successivi al picco di inflazione dell'indice dei prezzi al consumo (IPC) di questo decennio, che ha superato il 9% nel 2022, la crescita dei prezzi negli Stati Uniti ha subito un brusco rallentamento, attestandosi intorno al 3%, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto notevolmente stabile, intorno al 4% – un livello ampiamente considerato rappresentativo della "piena occupazione" negli Stati Uniti.

Questa configurazione – occupazione resiliente e rapida disinflazione – ha sorpreso profondamente non solo un'ampia fascia di economisti, ma anche il presidente della Fed Jerome Powell. Nell'agosto 2022, Powell aveva sobriamente messo in guardia da "qualche sofferenza" futura, con la Fed che aumentava i tassi di interesse per contrastare l'inflazione che aveva erroneamente definito "transitoria". Non meno sorpresi furono analisti come Bloomberg Economics, che notoriamente dichiarò, nell'ottobre 2022, che la probabilità di una recessione nel 2023 aveva raggiunto il 100%, a causa degli aggressivi aumenti dei tassi da parte della Fed.

Sebbene il progresso dell'economia verso un "atterraggio morbido" fosse inequivocabilmente una buona notizia, una nuova questione si è profilata all'orizzonte, una questione che riguarda quello che è spesso considerato il terzo obiettivo implicito della Fed: la stabilità finanziaria.

Incuriositi da quello che sembra essere un significativo sganciamento della crescita economica statunitense dal mercato del lavoro, economisti e analisti di Wall Street si chiedono cosa significheranno le attuali tendenze per la politica dei tassi di interesse della Fed e per le condizioni e la stabilità finanziarie generali.

Nello specifico, mentre la crescita del PIL è rimasta robusta quest'anno, con il secondo trimestre che ha segnato il massimo degli ultimi due anni, il mercato del lavoro ha mostrato segni di indebolimento e l'inflazione si è attestata intorno al 3%, ostinatamente al di sopra dell'obiettivo del 2% della Fed.

Questo disaccoppiamento tra crescita e mercato del lavoro non è avvenuto in modo isolato. Fattori dal lato dell'offerta, come la ripresa post-pandemia della partecipazione alla forza lavoro e gli afflussi record di immigrazione, hanno svolto un ruolo importante nel minare la tradizionale curva di Phillips nella prima parte degli anni '20. Questi sviluppi hanno permesso all'economia di accelerare senza surriscaldare il mercato del lavoro e riaccendere l'inflazione.

Ora, tuttavia, i responsabili politici si trovano ad affrontare un nuovo enigma: il motore economico rimane potente (come indicato dalla robusta crescita del PIL), ma la creazione di posti di lavoro è in calo. Ancora una volta, molti analisti citano fattori dal lato dell'offerta, che si tratti della stretta sull'immigrazione da parte del governo statunitense o della promessa di intelligenza artificiale, deregolamentazione e altri sviluppi volti ad aumentare la produttività.

Finora, i mercati si sono concentrati sul lato positivo di questo paradosso. Gli investitori si aspettano che le condizioni finanziarie si allentino ulteriormente con il taglio dei tassi da parte della Fed per scongiurare i rischi per l'occupazione. Sebbene l'inflazione sia al di sopra dell'obiettivo da marzo 2021 e si preveda che rimarrà elevata per altri due anni, si presume che aspettative di inflazione stabili a lungo termine rassicureranno la Fed, in vista dell'allentamento della sua politica monetaria.

Questa ipotesi è riflessa nel rally record delle azioni, nel calo dei premi al rischio in molti mercati e nella continua ricerca di rendimenti da parte degli investitori, anche in settori con leva finanziaria. Stiamo assistendo non solo a valutazioni storicamente elevate, ma anche a un ritorno a quella propensione al rischio che era così diffusa nel periodo precedente la crisi finanziaria globale del 2008.

Ma l'aspettativa del mercato che la Fed taglierà i tassi nel bel mezzo di una solida crescita per scongiurare un rallentamento del mercato del lavoro sta di per sé creando una sfida politica per una banca centrale che probabilmente sarà sempre più preoccupata di gonfiare ulteriormente i prezzi delle attività e di alimentare inavvertitamente bolle finanziarie. Si tratta di una sfida fastidiosamente complessa e scomoda per un'istituzione che ha già commesso diversi errori negli ultimi anni ed è considerata in forte ritardo rispetto alle principali riforme interne. Solo nelle ultime due settimane, quattro alti funzionari della Fed hanno espresso la necessità di cambiamenti operativi, sostenendo il passaggio da una stima puntuale a un intervallo per l'obiettivo di inflazione e optando per una diversa variabile di politica monetaria intermedia.

In assenza di una risposta astuta e giudiziosa, la Fed potrebbe vedere sfide a tutti e tre gli elementi dei suoi obiettivi (espliciti e impliciti): controllo dell'inflazione, massima occupazione e stabilità finanziaria. Queste difficoltà non potrebbero arrivare in un momento peggiore per un'istituzione che sta già affrontando crescenti pressioni politiche.

Come sempre, l’articolo di El Erian è utile. E’ ordinato, è completo, è qualificato: per questo aiuta tutti noi e voi a comprendere ciò che sta succedendo.

Un unico punto debole: non è innovativo: e quindi, non aiuta a guardare in avanti.

La situazione che El Erian descrive qui, la trovate descritta, con (ci auguriamo) altrettanta chiarezza e puntualità proprio qui, nel Blog di Recce’d, più di un anno fa.

Recce’d è così tanto consapevole che questo, descritto da El Erian, sia non solo lo stato delle cose, ma pure lo snodo centrale dal quale partino ognuna delle stime e delle previsioni per i futuri rendimenti e rischi (di tutte le asset class), che noi abbiamod eciso già nel mese dei marzo 2025 di inaugurare una serie di post, che prosegue ancora oggi, e che si chiama Detox.

Lì stavamo a marzo 2025. E lì stiamo ad ottobre 2025.

Ma oggi, ciò che rileva, quello che importa ad ogni investitore, è: dove saremo tra un mese? Tra tre mesi? Tra sei mesi?

Noi di Recce’d abbiamo le idee chiarissime: e vi ripetiamo che NON si tratta di bolla, e NON si tratta soltanto di azioni.

Se qui, in questo Post, ci concentreremo sulle azioni, è unicamente per il fatto che la comunicazione di massa a metà ottobre 2025 si concentra sulle azioni.

Ma c’è altro. Molto altro. E più importante. Lo avete già letto nella serie Detox del nostro Post.

Per ragioni di spazio e controllo, in questo Post di oggi ci concentreremo (da qui in avanti) sulle azioni.

Noi abbiamo già chiaramente illustrato, nel Post datato 28 settembre, le evidentissime debolezze di quella che chiamano la “bolla di AI”: Recce’d non sostiene che questa “bolla di AI” non esiste, ma Recce’d afferma che questo fenomeno è soltanto una parte, e neppure la più importante, di una qualche cosa che non è una bolla. O meglio, che non è SOLTANTO una bolla.

In due post precedenti, datati 6 settembre 2025 e poi 13 settembre 2025, potete leggere i nostri commenti e le nostre analisi sulle anomalie, senza precedenti, che caratterizzano oggi le Borse ed i prezzi delle azioni quotate sulle Borse. Si tratta di fatti, di fatti che non hanno precedenti, di fatti abnormi.

Anche nella nostra pagina TWIT - TWOO dedicata a sintetici e molto tempestivi commenti all’evolversi della situazione dei mercati finanziari, abbiamo scritto più volte, specie nei mesi di settembre ed ottobre, a proposito di temi come “AI”, e poi anche “bolla”, e poi di “eccessi di Borsa”.

Questo Post, dunque, è semplicemente una occasione per tirare le fila di questo lavoro di analisi che noi abbiamo condotto nel 2025 a proposito delle aberrazioni ed anomalie che caratterizzano i prezzi in Borsa.

Un lavoro che Recce’d aveva già avviato mesi fa, ed in qualche caso anni fa: con grande anticipo sulla Federal Reserve, sullo FMI, sulla Banca di Inghilterra, su Jamie Dimon, Amministratore Delegato di JP Morgan.

Un lavoro, lo ripetiamo. Un metodo, rigoroso. Un approccio disciplinato all’investimento ed alla costruzione del portafoglio titoli. Non una di quelle intuizioni che vengono alle 3 della notte. Non è quella cosa là, che in tanti vanno in giro a vendere.

Analisi: un serio, qualificato, approfondito lavoro di analisi potrà aiutarvi a comprendere:

  1. perché il problema, il vostro problema, il problema di tutti oggi non si chiama “bolla”: questo NOn è il 1999 e neppure il 2008; ed anche

  2. come si può evitare di gettare nel tritacarne i propri risparmi, ed anzi guadagnare proprio da questa situazione (una volta che la si avrà compresa).

Come sempre facciamo noi qui vi forniamo gratuitamente un aiuto concreto, segnalandovi una questione che sicuramente non avete notato, non avete seguito, e non avete capito. E che non trovate sulla prima pagina del Corriere della Sera, di La Repubblica, di Milano Finanza, del Sole 24 Ore.

Avete letto il Post di questo Blog datato 13 settembre 2025? Siete informati, sul Credito Privato? Siete aggiornati su finanziamenti diretti, su Private Equity, su Venture Capital? Voi lettori quanto ne capite?

Hanno forse tirato dentro anche voi coi vostri risparmi?

E allora siete informati sulla vicenda First Brands?

E perché nel titolo di CNBC si citano i famigerati “subprime”?

La vicenda First Brand è in corso. Non è ancora conclusa. Non è stata sistemata.

Domandatevi se questa vicenda è significativa, per gli asset che avete nel vostro portafoglio.

E domandatevi anche se questa è una situazione unica, isolata. Oppure se si tratta di un diffuso modus operandi.

Infine, domandatevi per quale ragione nell’immagine che segue si scrive di Lehman Brothers.

Un secondo suggerimento: ogni considerazione che fate, oppure che farete, a proposito della bolla, provate ad inserirla nel contesto descritto con dettaglio da Recce’d solo sei giorni fa, il 5 ottobre 2025, nel più recente Post della serie Detox.

Questo esercizio vi aiuterà a vedere con chiarezza che questo NON è il 1999 e neppure il 2008.

Sulle operazioni finanziarie opache di Open AI e compagnia cantante, noi abbiamo già scritto qui nel Blog il 28 settembre, e successivamente più di una volta alla pagina TWIT - TWOO. Oggi non c’è lo spazio, non c’è il tempo, e non c’è la voglia: però ci ritorneremo, in un prossimo futuro.

Oggi, per completare il lavoro, ancora un suggerimento: domandate alla vostra coscienza di investitore se vi interessa di camminare su un cavo di acciaio tra due grattacieli, con i vostri investimenti finanziari tra le mani.

Se non siete interessati ad equilibrismi estremi, giochi di magia con illusioni ottiche, e spettacoli con i fumogeni e le fiamme, allora noi di Recce’d abbiamo molto da dirvi, molto da spiegarvi e molte operazioni da suggerirvi.

Valter Buffo
Detox. La geo-economia irrompe nella gestione del portafoglio titoli
 
 

Quando mai abbiamo assistito a un record di prezzo registrato simultaneamente da asset "risk-on" (azioni) e da asset "risk-off" (obbligazioni)?

Amici lettori, voi oggi 5 ottobre 2025 in che modo rispondete a questa domanda?

Nel nuovo Post, oggi spieghiamo in che modo rispondiamo noi.

In questo momento, sui mercati finanziari internazionali, la sola certezza … è l’incertezza.

L’incertezza, la totale mancanza di punti di riferimento, la assenza di scenari solidi all’interno dei quali collocare le proprie scelte e sviluppare una strategia di investimento.

E’ questo, oggi, il tratto principale. Il segno della Nuova Era.

Gli strumenti tradizionali, per la composizione della asset allocation e per la gestione del portafoglio sono sempre necessari, ma non sono più sufficienti. Vanno integrati, completati, decisamente ampliati.

Perché da sei mesi i rendimenti delle obbligazioni sono invariati (e così anche i prezzi, ovviamente)? Perché da sei mesi i livelli dei cambi tra le maggiori valute sono invariati? Per quale ragione le Borse europee non vedono entrare un solo euro di nuovi investimenti dal mese di marzo 2025? E perché invece negli Stati Uniti la Borsa sta salendo? Anzi, per essere più precisi: perché salgono unicamente i titoli legati ad AI?

Quali informazioni ci forniscono, questi comportamenti assurdi, sia a noi gestori professionali di portafoglio, sia a tutti voi investitori?

Nelle ultime settimane, abbiamo illustrato ai nostri Clienti ogni mattina, nel nostro bollettino quotidiano The Morning Brief, in che modo la gestione del portafoglio può e deve tenere conto di questo stato delle cose, e in che modo si può profittarne. Negli ultimi mesi, ne abbiamo accennato alcune volte anche qui, nel nostro Blog, ed in particolare nella nostra serie Detox.

In questo nuovo Post, della serie Detox, illustreremo ai nostri lettori la rilevanza di fattori come la geo-politica, e più in particolare la geo-economia, nelle scelte di portafoglio che noi e voi facciamo ogni giorno (anche quando decidiamo di NON modificare i portafogli titoli e la asset allocation: ricordate che anche quella è una scelta operativa).

Inizieremo regalando ai nostri lettori una definizione precisa: che cosa si intende quando si parla di geo-economia.

La geoeconomia (talvolta geo-economia) si riferisce comunemente a quadri analitici utilizzati per valutare le proprietà spaziali strategiche delle economie nazionali o i mezzi economici di governo di determinati territori in relazione ad altri. La geoeconomia funge anche da discorso e pratica strategica in politica estera, dove è principalmente ispirata da tradizioni realiste e mercantiliste. Sottolinea come gli Stati possano sfruttare il potere economico, le reti finanziarie e le catene di approvvigionamento per perseguire gli interessi nazionali, influenzare altri paesi e plasmare l'ordine globale. Tuttavia, la geoeconomia non ha una definizione universalmente condivisa e il suo utilizzo varia a seconda dei contesti accademici, politici e giornalistici. Alcuni la vedono come un quadro alternativo alla geopolitica, mentre altri la trattano come un approccio complementare o subordinato.

La coniazione del termine geoeconomia e la distinzione tra geoeconomia e geopolitica sono state a lungo erroneamente attribuite a Edward Luttwak, un grande stratega e consulente militare americano, che rese popolare il termine alla fine della Guerra Fredda. Tuttavia, come ha dimostrato la ricerca storica, ci sono stati numerosi tentativi di stabilire la geoeconomia come un campo di ricerca distinto, uno strumento di politica estera e un programma politico dall'inizio del XX secolo, in particolare in Germania e negli Stati Uniti. La prima elaborazione completa della geoeconomia risale al 1925 e fu pubblicata dallo scrittore nazional-conservatore tedesco Arthur Dix.




Come vedete, si tratta di una definizione che abbraccia un campo molto ampio di temi e di conoscenze.

Non è il territorio di nostra competenza. E non rientra tra i temi abituali affrontati da noi di Recce’d nel Blog.

E tuttavia, in tempi eccezionali occorre fare cose eccezionali: occorre adattarsi, essere flessibili, ampliare l’orizzonte delle proprie conoscenze.

Ecco spiegata la ragione per la quale oggi Recce’d vi scrive di temi diversi, insoliti: non vi parleremo di acquistare oppure vendere le Borse (lo abbiamo fatto sette giorni fa), e neppure di Titoli di Stato ed obbligazioni, e neppure di valute , o di materie prime.

Riprenderemo questi argomenti la settimana prossima, nei nuovi Post.

Oggi restiamo sulla geo-economia: se qualcuno, tra i nostri lettori, pensasse che si tratta di bla-bla senza costrutto, generico e privo di incidenza sulla realtà, lo mettiamo in guardia: con un simile atteggiamento, si rischia di … finire travolti dalla piena che trascina tutto a valle.

Leggiamo quindi una seconda, e più dettagliata, definizione di geo-economia.

La geo-economia si riferisce all'uso di mezzi economici per raggiungere obiettivi di politica estera e di sicurezza nazionale, integrando economia, geopolitica e strategia.

I paesi utilizzano strumenti economici come sanzioni, sussidi, controlli sulle esportazioni e screening degli investimenti per acquisire potere, difendere la sovranità e indurre cambiamenti comportamentali in altri stati e aziende. Questa pratica riconosce che l'interdipendenza economica può comportare rischi per la sicurezza, inducendo un passaggio dall'attenzione alla cooperazione economica reciproca tipica del periodo post-Guerra Fredda a un approccio più orientato al conflitto, in cui la forza economica è uno strumento di governo.

Concetti e pratiche chiave

  • Politica economica: Utilizzo di attività economiche, come prestiti, commercio o accesso alle risorse, per fare pressione su altri paesi o aziende affinché agiscano nel modo desiderato.

  • Proprietà spaziali strategiche: Analisi delle caratteristiche economiche di un territorio in relazione ad altri territori per comprenderne l'importanza strategica e il potenziale di influenza.

  • Bilanciamento: Gli Stati possono impegnarsi in un "bilanciamento economico" filtrando gli investimenti esteri o sviluppando capacità interne per preservare il loro relativo potere economico rispetto ad altre nazioni.

  • Bandwagoning: L'opposto del bilanciamento, in cui gli Stati cooperano su commercio e investimenti per allinearsi con un partner potente.

  • Riduzione del rischio e resilienza: Una crescente attenzione alla sicurezza economica e alla capacità delle economie nazionali di resistere agli shock esterni, che porta a misure di localizzazione dei dati e al disimpegno selettivo dalle catene di approvvigionamento.

  • Sfruttamento dell'interdipendenza come arma: L'idea che i paesi possano usare i loro legami economici e la reciproca fiducia a proprio vantaggio, a volte minacciando di ritirare input o accessi cruciali.

Esempi di strumenti geoeconomici

  • Sanzioni: Sanzioni economiche contro un paese o un'entità per imporre un cambiamento di politica.

  • Controlli sulle esportazioni: Restrizioni alla vendita di beni o tecnologie specifici ad altri paesi, spesso per motivi di sicurezza nazionale.

  • Dazi e ricarichi: Imposizione di dazi sulle merci importate o aumento del costo dei prodotti scambiati per generare entrate o esercitare pressione sui partner commerciali.

  • Sussidi: Sostegno governativo alle industrie nazionali per aumentarne la competitività o assicurarsi risorse strategiche.

  • Selezione degli investimenti: Norme che consentono a un governo di esaminare e potenzialmente bloccare gli investimenti esteri in settori strategici.

Geoeconomia vs. Geopolitica tradizionale

  • Sebbene entrambe coinvolgano dinamiche di potere, la geoeconomia si concentra specificamente sull'uso del potere e degli strumenti economici, piuttosto che sui mezzi militari, per raggiungere fini politici.

  • L'ascesa della geoeconomia segnala un allontanamento dalla globalizzazione ottimistica della fine del XX secolo, in cui l'interdipendenza economica era vista come una via verso la pace e la cooperazione.

  • Al contrario, evidenzia come le relazioni economiche possano diventare una nuova arena per la rivalità tra stati e la proiezione di potere.


Questo non è soltanto bla-bla: lo potete riscontrare facilmente, mettendo a confronto ciò che avete appena letto e le prime pagine dei quotidiani dell’ultima settimana.

Non fatevi confondere le idee dai “consulenti” che in realtà sono venditori interessati. Loro vi dicono nel loro esclusivo interesse, che “tanto non succede mai nulla, tanto non cambia mai nulla, tanto in qualche modo si tirerà avanti”. Loro sono gli stessi che voi spiegavano tre anni fa che “la guerra in Ucraina a fine anno sarà finita”.

Recce’d al contrario, e nel vostro esclusivo interesse, vi segnala che succede di tutto, che il Mondo è in una fase di profonda e violenta transizione, e che questa transizione, inevitabilmente, coinvolgerà tutti i mercati finanziari, e in qualche caso li travolgerà.

Guardate l’Argentina: dagli Stati uniti, ha ottenuto una scialuppa di salvataggio, quando il prezzo dei loro titoli di Stato ha toccato 35 (su 100). Europa e Stati Uniti a quale scialuppa di salvataggio potrebbero aggrapparsi, domani?

Fermatevi a riflettere. Stiamo parlando dei vostri risparmi, dei vostri BTp, dei vostri Bund, dei vostri investimenti in Borsa. proprio di quello.


Come dicevamo poco fa, il Mondo, tutto intero è attraversato oggi da tensioni che non hanno precedenti dopo il 1945, e che ci confermano che siamo già entrati in una fase nuova, in una Nuova Era, che Recce’d annunciava anche qui nel Blog fin dal 2022. Come avete letto sui quotidiano ed ascoltato al TG,, vengono rimesse in discussione sia le aree di influenza politica e militare, sia i flussi commerciali di merci e servizi, sia le modalità con le quali vengono tenute sotto controllo le iniziative delle Aziende private (quotate e non).

In alcuni casi, si ridefinisce persino lo spazio di influenza del cittadino: in determinate realtà, autocratiche, quanto conta ancora il voto degli elettori?

Ripetiamo che non si tratta di bla-bla, come abbiamo già detto: si tratta di un fattore influente e forse decisivo, che noi investitori dobbiamo urgentemente tradurre in scelte di portafoglio.

Non si tratta di bla-bla per mascherare la confusione (che in ogni caso risulterebbe giustificata dai fatti) noi di Recce’d ogni mattina dialoghiamo in modo molto concreto con tutti i nostri Clienti:

Noi lo facciamo perché nel presente contesto è indispensabile rivedere e modificare non soltanto la asset allocation, e non soltanto la strategia di gestione, ma pure lo stesso processo di gestione, e precisamente:

  • quali dati dobbiamo seguire?

  • e come li dobbiamo selezionare?

  • da quali fonti li dobbiamo raccogliere?

  • con quale metodo li dobbiamo trasformare, oggi, in valutazioni per le azioni, per le obbligazioni, per le valute e per le materie prime?

  • come dobbiamo prendere le nostre decisioni oggi?

Come ci auguriamo di avere chiarito, oggi il vostro pensiero, la vostra attenzione, e le vostre valutazioni NON debbono concentrarsi sul dollaro USA da comperare oppure vendere, sulle Borse su cui andare LONG oppure SHORT, sul petrolio che è da comperare oppure da vendere.

Oggi, tutti gli investitori debbono mettersi al lavoro sul contesto generale: sul quadro geo-politico ma soprattutto sul quadro geo-economico.si tratta di un processo, di un lavoro in corso: non di un risultato già acquisito

Non c’è, non è mai stato scritto il “libro di testo”, un “libro di scuola” per situazioni come quella di oggi.

Quando la sola certezza è l’incertezza.

E proprio qui, viene esaltato il modello di servizio che Recce’d propone

Recce’d ha da oltre un decennio proposto sul mercato un modello di servizio che nelle attuali condizioni è l’unico possibile se si intende preservare il proprio risparmio ed allo stesso tempo ottenere un rendimento stabile e duraturo (e NON dipendente dalle bolle finanziarie, scommettendo i propri denari sul nero oppure sul rosso come si fa al Casinò).

Soprattutto, non affidando il proprio risparmio a fasulle “visioni di lungo periodo”, su una asset allocation statica, su inutili e pericolosi paragoni con il passato. Si sta riscrivendo la Storia: la vostra gestione deve, necessariamente essere dinamica, il vostro confronto con i mercati finanziari deve diventare più frequente, il modo nel quale voi fare le vostre valutazioni deve essere adeguato ai tempi, il vostro “consulente” deve essere presente ogni giorno.

In poche righe abbiamo appena riassunto ciò che Recce’d garantisce ai propri Clienti.

Come detto, e ripetuto più volte, a proposito del tema di questo Post: non si tratta di bla-bla, si tratta invece di questioni pratiche e di scelta: anzi, si tratta della più pratica di tutte le questioni, oggi 5 ottobre 2025.

Tutti lo vedrete presto, nelle nuove turbolenze che colpiranno i mercati finanziari. Noi però, come nostro dovere professionale, dobbiamo mettere in guardia con anticipo i nostri Clienti di queste situazioni, proprio come fanno i metereologi quando anticipano al pubblico cicloni, uragani e tempeste.

Così che i nostri Clienti ne possano approfittare, proteggendo e mettendo in sicurezza il loro risparmio ed allo stesso tempo guadagnando ciò che è possibile guadagnare dalle VERE, AUTENTICHE opportunità di investimento di questo 2025.

Opportunità che sono davvero enormi, come detto solo sette giorni fa anche qui nel Blog. E che NON sono “AI”, come abbiamo motivato anche qui nel Blog sette giorni fa, e poi dettagliato con analisi ed approfondimenti operativi per tutta la settimana appena conclusa nel nostro The Morning Brief.

Con l’articolo che segue, vi illustriamo con chiarezza che non si tratta di bla-bla, ma di una concreta questione di operatività e di scelte di investimento. E sempre utilizzando questo articolo che chiude il Post, vi indichiamo con chiarezza dove sta, oggi, 5 ottobre del 2025, l’occhio del ciclone che sta arrivando. Sta scritto proprio qui sotto.

Noi di Recce’d torneremo certamente a trattare questo tema, anche qui nel Blog. Ma ne leggerete sempre più spesso anche sulla prima pagina del vostro quotidiano, e lo sentirete poi anche al GR ed al TG.



L'autore è presidente del Queens' College di Cambridge e consulente di Allianz e Gramercy.

Un affascinante tiro alla fune si sta svolgendo sul mercato dei titoli di Stato statunitensi, indicatore di una tendenza più ampia: la crescente influenza della "geoeconomia".

All'inizio di settembre, molti trader e analisti erano convinti che la curva dei rendimenti dei titoli di Stato statunitensi si sarebbe irripidita, ovvero che i rendimenti a più lunga scadenza sarebbero aumentati più rapidamente di quelli a breve termine, per tenere conto del maggiore rischio di detenere i titoli per un periodo più lungo. Dopotutto, il debito e i deficit statunitensi erano elevati, senza prospettive immediate di un'inversione di tendenza. L'inflazione era bloccata al di sopra dell'obiettivo della Federal Reserve ed era probabile che aumentasse ulteriormente. E c'erano segnali che gli investitori stranieri stavano cercando di ridurre gradualmente le loro storiche posizioni "sovrappeso" in titoli del Tesoro statunitensi.

Ma questa visione unanime è stata messa in discussione dai commenti di funzionari governativi che affermavano di voler "piegare la curva", ovvero abbassare i tassi ben oltre le scadenze molto brevi che la Fed può controllare direttamente, al fine di rendere i mutui più accessibili, un obiettivo politico chiave dell'amministrazione Trump. Questo obiettivo potrebbe essere perseguito attraverso le operazioni di gestione delle passività del Tesoro o i vari strumenti che la Fed ha implementato in passato (come l'"Operazione Twist", che ha venduto debito a breve termine e acquistato titoli a più lungo termine, e gli acquisti diretti di asset).

Vedremo cosa prevarrà, ma la potenziale influenza di fattori non commerciali nel determinare la forma della curva dei rendimenti sembra determinante in un momento in cui ci sono state preoccupazioni sull'indipendenza politica della banca centrale. La nomina dell'economista Stephen Miran al consiglio della Federal Reserve è vista da alcuni come l'istituzione di un secondo presidente de facto per la banca centrale, dato che molti lo considerano il rappresentante delle opinioni del successore dell'attuale presidente Jay Powell, chiunque esso sia. (Miran ricopre la carica di presidente della Fed mentre è in congedo dal suo incarico di presidente del Consiglio dei consulenti economici degli Stati Uniti).

Il braccio di ferro si verifica anche in un momento in cui molte forze politiche stanno influenzando maggiormente le politiche economiche.

Altri esempi, solo quest'anno, includono la crescente strumentalizzazione del commercio e della finanza e il loro utilizzo per esercitare pressioni sia sugli alleati che sugli avversari su questioni non economiche; la diffusione della politica industriale per raggiungere obiettivi come la sicurezza di catene di approvvigionamento cruciali; e l'uso di controlli sulle esportazioni di tecnologie avanzate per limitare lo sviluppo militare ed economico di un rivale.

Questa tendenza non è isolata agli Stati Uniti; si sta verificando sempre più a livello globale. È la prova di come gli obiettivi politici e geopolitici interni stiano influenzando maggiormente le politiche economiche. E questa è una svolta radicale rispetto ai molti decenni in cui l'economia ha avuto un'influenza determinante sulla politica interna e sulla geopolitica.

Un'epoca in cui due convinzioni convenzionali hanno ancorato l'economia globale.

  • La prima era il "Washington Consensus", che sottolineava la deregolamentazione interna, la liberalizzazione commerciale, la responsabilità fiscale, la privatizzazione e la riforma fiscale.

  • La seconda era la globalizzazione, ovvero la sempre più stretta integrazione tra commercio e flussi di capitali. Entrambe si basavano sul presupposto che il libero mercato e l'efficienza economica avrebbero portato naturalmente alla prosperità per tutti.

Si fondavano su un fondamento di logica economica, in cui la politica e la sicurezza nazionale erano considerate fattori secondari piuttosto che centrali.

Tuttavia, la loro efficacia è stata compromessa da una scarsa attenzione alle disuguaglianze e alle altre vulnerabilità che potevano creare. Consigliato: The Long View, John Plender. La doppia FOMO che guida i mercati statunitensi. La crescente influenza della geoeconomia crea un ambiente più volatile per policymaker, aziende e operatori di mercato, con una gamma molto più ampia di potenziali risultati da considerare. Basta guardare cosa è successo nei mercati finanziari quest'anno.

Quando mai abbiamo assistito a un record di prezzo registrato simultaneamente da asset "risk-on" (azioni) e da asset "risk-off" (obbligazioni)?

Questo apparente paradosso non è facilmente comprensibile se non attraverso una lente geoeconomica.

È una delle numerose rotture delle correlazioni tradizionali, che si basavano su una netta separazione tra forze di mercato e azioni politiche.

È un mondo più complesso, con alcune regole chiave del gioco nei mercati e nell'economia che vengono riscritte in tempo reale. I leader aziendali e gli investitori devono integrare molto di più i fattori geopolitici e politici interni nelle strategie, riconoscendo che la gamma di potenziali risultati è molto più ampia e inusuale.

Dopotutto, come ha ironicamente affermato un collega la scorsa settimana, l'unica cosa certa oggigiorno è l'incertezza, e anche questa tende a diventare ogni giorno più insolita.

Valter Buffo
Detox. A che cosa serve veramente AI?
 

Nella nostra fortunata serie Detox, una serie di Post che iniziammo a pubblicare nel mese di marzo del 2025, la nostra attenzione si è dovuta fino a questo momento concentrare su questioni si sostanza: in una parola, sulla realtà: una realtà ignorata e distorta dai social e dai mezzi di comunicazione, e proprio per questa ragione messa in evidenza, analizzata e dissezionata da Recce’d nella sua serie di Post.

Proprio da questo segue il fatto che nella serie Detox, fino ad oggi, si è trattato in modo marginale e discontinuo di Borsa.

Mai come in questo 2025 le Borse sono un “di cui”: a seconda di come va tutto il resto, poi vanno le Borse. Per comprendere dove andranno le Borse, un investitore competente ed attento deve guardare … al di fuori delle Borse.

Era stato presentato come un grande vantaggio per gli investitori: “… le Borse ormai sono scollegate dalla realtà, seguono una strata tutta loro …”.

Ma oggi, nel settembre 2025, le cose sono già cambiate: nel senso che le Borse sono sì scollegate dalla realtà. Ma ormai soltanto per poco tempo. La realtà è in arrivo in Borsa. Il punto di svolta si avvicina.

Ed ecco spiegata la ragione per la quale, nella serie Detox, oggi scriveremo di Borse. Ed anche in alcuni futuri Post, da qui a fine 2025.

Introduciamo l’argomento però ritornando (sinteticamente) alla realtà.


L'economia statunitense è forte o debole in questo momento?

Negli ultimi mesi sono emersi molti segnali contrastanti, complicando il quadro per investitori, responsabili delle politiche della Fed e tutti gli altri. Una stagione positiva degli utili e il boom dell'intelligenza artificiale hanno dato impulso ai mercati, la spesa dei consumatori è resiliente e la crescita del PIL appare più forte di quanto si pensasse in precedenza. D'altro canto, il rallentamento del mercato del lavoro è reale, mentre l'inflazione si è mantenuta al di sopra dell'obiettivo del 2% della banca centrale per quasi cinque anni, e i dazi doganali potrebbero continuare a far salire tale cifra.

"Sta diventando evidente che l'economia statunitense è attualmente sostenuta da pochissimi pilastri", scrive Bret Jensen, leader dell'Investing Group, in "If The U.S. Economy Is So Good".

  1. "Il primo è il deficit fiscale del governo federale pari al 6-7% del PIL negli ultimi anni. Con gli interessi necessari per coprire un debito di oltre 37.000 miliardi di dollari, ovviamente questo a un certo punto non sarà sostenibile."

  2. "Poi abbiamo enormi investimenti nella costruzione di data center di intelligenza artificiale da parte di giganti della tecnologia come Microsoft (MSFT), Amazon (AMZN) e Alphabet (GOOG). Riusciranno a ripagare negli anni a venire e a generare un ritorno sull'investimento elevato, oppure alcuni di questi investimenti si riveleranno come le decine di miliardi che Meta Platforms (META) ha investito nella costruzione del Metaverso?"

  3. "Infine, un altro fattore trainante dell'economia è la piccola fetta della popolazione americana che ha visto l'apprezzamento dei prezzi dei propri asset (azioni, immobili, ecc.) superare l'aumento del costo della vita negli ultimi cinque anni. Il 10% dei percettori di reddito più elevati (circa 250.000 dollari di reddito annuo o superiore) è ora responsabile di quasi la metà di tutta la spesa al consumo. Detiene anche l'87% di tutto il valore azionario. Se il valore delle case continua a scendere e/o le azioni iniziano a vacillare, questa fonte chiave di spesa al consumo potrebbe indebolirsi.

L'indicatore di inflazione preferito dalla Fed è stato pubblicato alle 8:30 ET, fornendo un'ultima panoramica sullo stato dell'economia statunitense. Il dato rimane al 3%, ed funzionari della Federal Reserve si adegueranno a questo indice dei prezzi della spesa per consumi personali, che considerano la migliore misura delle tendenze inflazionistiche sottostanti. Le pressioni al rialzo si sono manifestate anche ad agosto, ma è opportuno tenere d'occhio anche altri aspetti importanti del rapporto sul reddito e le spese personali, come la spesa al consumo e la crescita del reddito.

I fatti elencato in questo contributo esterno sono ben noti a tutti, e non necessitano di commenti da parte di Recce’d: vogliamo però, oggi, fornire ai nostri lettori un approfondimento sul punto 2 qui sopra, che come vedrete condizionerà in modo decisivo il futuro delle Borse, ed anche il futuro prossimo.

Questa è la ragione della nostra decisione di proporvi in lettura un secondo contributo esterno, ampio ed approfondito, proprio sul tema toccato dal punto numero 2..

La ventosa cittadina di Ellendale, nel Dakota del Nord, con una popolazione di 1.100 abitanti, ospita due motel, un Dollar General, un college biblico pentecostale e una fabbrica di intelligenza artificiale, ancora in costruzione, più grande di 10 Home Depot.

Il suo costo di oltre 15 miliardi di dollari equivale a un quarto della produzione economica annuale dello stato.

Il boom dell'intelligenza artificiale ha dato il via a una delle più costose ondate di investimenti edilizi nella storia mondiale. Negli ultimi tre anni, le principali aziende tecnologiche hanno investito in data center di intelligenza artificiale come quello di Ellendale, oltre a chip ed energia, più di quanto sia costato costruire la rete autostradale interstatale in quattro decenni, al netto dell'inflazione. I sostenitori dell'intelligenza artificiale paragonano questo sforzo alla Rivoluzione Industriale.

Un grosso problema: nessuno sa con certezza come recupererà il proprio investimento, né quando.

La corsa all'edilizia è di fatto una scommessa mega-speculativa sul fatto che la tecnologia migliorerà rapidamente, trasformerà l'economia e inizierà a produrre profitti costanti. "Spero che non ci vorranno 50 anni", ha detto il CEO di Microsoft Satya Nadella durante una conferenza di maggio con il CEO di Meta Mark Zuckerberg, riferendosi all'iniziale lentezza nell'adozione dell'elettricità.

"Sì, beh, stiamo tutti investendo come se non ci volessero 50 anni", ha risposto Zuckerberg, che in una recente cena alla Casa Bianca ha ipotizzato che la spesa dell'azienda negli Stati Uniti fino al 2028 sarebbe stata "probabilmente" di circa 600 miliardi di dollari.

Un evento "torta sociale" in città. Per 5 dollari, si ottiene una fetta di torta, caffè e gelato.

Gli osservatori della Silicon Valley temono che l'entusiasmo per l'intelligenza artificiale si sia trasformato in una bolla che riecheggia sempre più forte la mania per lo sviluppo delle infrastrutture di Internet alla fine degli anni '90.

All'epoca, le compagnie di telecomunicazioni spesero oltre 100 miliardi di dollari per ricoprire il Paese di cavi in ​​fibra ottica, convinte che la crescita di Internet sarebbe stata così esplosiva da giustificare quasi ogni investimento. Il risultato fu una massiccia sovracostruzione che rese le telecomunicazioni il settore più colpito dalla crisi delle dot-com. Giganti del settore crollarono come tessere di un domino, tra cui Global Crossing, WorldCom e 360Networks.

Oggi, il mondo tipicamente anonimo dei chip e dei data center è diventato un campo di battaglia da centinaia di miliardi di dollari, dove i giganti della Silicon Valley si sfidano a vicenda con impegni di spesa e nomi fantascientifici.

Zuckerberg ha anticipato il suo mega-data center "Hyperion" con un post sui social media in cui mostrava che avrebbe avuto le dimensioni di un'ampia porzione di Manhattan.

Sam Altman di OpenAI chiama il suo progetto di data center "Stargate", un riferimento al film del 1994 su un portale interstellare per viaggi nel tempo. Questa settimana, i dirigenti dell'azienda hanno presentato piani che richiederebbero almeno mille miliardi di dollari di investimenti in data center, e Altman si è recentemente impegnata a pagare a Oracle una media di circa 60 miliardi di dollari all'anno per i server nei data center nei prossimi anni. Eppure, OpenAI è sulla buona strada per incassare solo 13 miliardi di dollari di fatturato da tutti i suoi clienti paganti quest'anno.

Sei anni fa, CoreWeave, la società che affitta la struttura del North Dakota, era un'oscura società di mining di criptovalute con meno di due dozzine di dipendenti. Inondata di denaro da Wall Street e da investitori di private equity, si è trasformata in un colosso dell'informatica con un valore di mercato superiore a quello di General Motors o Target.

Una vista da Main Street.

I numeri odierni sono molto più grandi della bolla delle dot-com, il che implica che sarebbe necessario un radicale cambiamento nell'economia per rendere questi investimenti redditizi.

David Cahn, partner della società di venture capital Sequoia, stima che il denaro investito in infrastrutture di intelligenza artificiale solo nel 2023 e nel 2024 richieda a consumatori e aziende di acquistare circa 800 miliardi di dollari in prodotti di intelligenza artificiale per l'intero ciclo di vita di questi chip e data center, al fine di ottenere un buon ritorno sull'investimento. Gli analisti ritengono che la maggior parte dei processori di intelligenza artificiale abbia una vita utile compresa tra tre e cinque anni.

Questa settimana, i consulenti di Bain & Co. hanno stimato che l'ondata di spesa in infrastrutture di intelligenza artificiale richiederà 2.000 miliardi di dollari di fatturato annuo nel settore dell'intelligenza artificiale entro il 2030. A titolo di paragone, si tratta di una cifra superiore al fatturato combinato del 2024 di Amazon, Apple, Alphabet, Microsoft, Meta e Nvidia, e più di cinque volte superiore all'intero mercato globale del software in abbonamento.

Morgan Stanley stima che lo scorso anno i prodotti di intelligenza artificiale abbiano generato circa 45 miliardi di dollari di fatturato. Il settore trae profitto da una combinazione di quote di abbonamento per chatbot come ChatGPT e denaro pagato per l'utilizzo dei data center di queste aziende.

Come il settore tecnologico colmerà il divario è "la domanda da mille miliardi di dollari", ha affermato Mark Moerdler, analista di Bernstein.

I consumatori sono stati rapidi nell'utilizzare l'intelligenza artificiale, ma la maggior parte utilizza versioni gratuite, ha affermato Moerdler. Le aziende sono state lente a sborsare per l'intelligenza artificiale, superando i circa 30 dollari al mese per utente di Copilot di Microsoft o prodotti simili. "Qualcuno dovrà pur guadagnarci", ha affermato.

Prevedere quando un boom si trasformerà in una bolla è notoriamente difficile. Molte si gonfiano per anni. Alcune non scoppiano mai e semplicemente ristagnano. I sostenitori dell'intelligenza artificiale insistono sul fatto che questo boom sia diverso dall'era delle dot-com.

I giganti della tecnologia di oggi generano molta più liquidità dei costruttori di fibra ottica Negli anni '90. E l'intelligenza artificiale è immediatamente disponibile per gran parte del pianeta, a differenza di Internet, che richiedeva a consumatori e aziende di connettersi via cavo per un accesso ad alta velocità.

OpenAI conta circa 700 milioni di persone, il 9% della popolazione mondiale, come utenti settimanali di ChatGPT ad agosto, in aumento rispetto ai 500 milioni di marzo, mentre il suo fatturato è destinato a triplicare entro il 2024.

Se l'intelligenza artificiale continua a progredire al punto da poter sostituire una vasta fetta di posti di lavoro impiegatizi, i risparmi saranno più che sufficienti a ripagare l'investimento, sostengono i sostenitori. I dirigenti dell'intelligenza artificiale prevedono che la tecnologia potrebbe aumentare il PIL globale del 10% nei prossimi anni.

"L'addestramento di modelli di intelligenza artificiale è un gigantesco mercato multimiliardario", ha dichiarato questo mese agli investitori il presidente di Oracle, Larry Ellison. Il mercato per le aziende e i consumatori che utilizzano quotidianamente l'intelligenza artificiale "sarà molto, molto più ampio".

L'ascesa di CoreWeave

Il finanziamento alla base dello sviluppo dell'intelligenza artificiale è complesso. Il debito è stratificato a quasi ogni livello.

Alphabet, Microsoft, Amazon, Meta e altre aziende creano i propri prodotti di intelligenza artificiale e talvolta vendono l'accesso ai servizi di cloud computing ad aziende come OpenAI che progettano modelli di intelligenza artificiale. Si prevede che le sole quattro "hyperscaler" spenderanno quasi 400 miliardi di dollari in investimenti di capitale l'anno prossimo, più del costo del programma spaziale Apollo in dollari odierni.

Alcune costruiscono i propri data center, mentre altre si affidano a terze parti per la costruzione di magazzini di grandi dimensioni, dotati di apparecchiature di raffreddamento e di alimentazione.

Gru e linee elettriche nel cantiere. Il clima ventoso e invernale del North Dakota contribuisce a contenere i costi di raffreddamento del data center.

Poi ci sono aziende intermediarie come CoreWeave, guidata da Michael Intrator, un ex trader di materie prime. Il compito principale di CoreWeave è affittare data center, riempirli di chip Nvidia e poi affittare i server alle aziende tecnologiche.

L'azienda, con sede in un desolato complesso di uffici del New Jersey, accanto a un Container Store e a un salone di bellezza, ha acceso l'entusiasmo degli investitori per l'infrastruttura di intelligenza artificiale con una grande offerta pubblica di marzo.

Ha avuto una rapida ascesa dal 2017, quando Intrator si è unito ad ex colleghi di un fondo speculativo energetico e ha fondato Atlantic Crypto, che ha acquistato server per il mining della criptovaluta ether.

L'azienda ha una cultura aziendale intraprendente, in cui i dirigenti sbraitano slang di Internet per ispirare le truppe, come "YOLO" (si vive una volta sola) e "GSD" (si fa la ca**o), secondo un ex dipendente.

Intrator ha rinominato l'azienda CoreWeave nel 2019 e si è concentrata sui server di cloud computing che alimentano l'intelligenza artificiale. Dopo che il lancio di ChatGPT nel 2022 ha scatenato la mania per l'intelligenza artificiale, ha dato il massimo, accumulando rapidamente data center e chip e firmando contratti di noleggio con aziende di intelligenza artificiale a un ritmo vertiginoso. Ha ricevuto investimenti da Nvidia, che oggi detiene una quota di oltre il 6%.

A partire da questa settimana, CoreWeave ha accumulato oltre 42 miliardi di dollari in contratti con aziende tecnologiche che affittano i suoi server nei prossimi anni, inclusa un'espansione fino a 6,5 ​​miliardi di dollari del suo precedente accordo con OpenAI annunciato giovedì.

Questa crescita è stata resa possibile da un ingente debito, che Intrator ha definito "il carburante per questa azienda" in un'intervista alla CNBC. Per finanziare gli acquisti di chip, CoreWeave si è rivolta a Blackstone, il suo principale partner finanziario, e ad altri istituti di credito desiderosi di entrare nel settore dell'intelligenza artificiale.

I tassi di interesse partono da oltre l'8% per i finanziamenti di CoreWeave sui suoi accordi con le principali aziende tecnologiche, tra cui Microsoft, e sono molto più elevati per le startup emergenti. In totale, CoreWeave ha circa 15 miliardi di dollari di debiti.

Deve ancora di più ai proprietari: i documenti depositati da CoreWeave mostrano che è responsabile di 56 miliardi di dollari in pagamenti per i contratti di locazione dei data center, che di solito durano circa 10 anni.

Tuttavia, gli accordi di CoreWeave con le aziende tecnologiche durano in genere dai due ai cinque anni, secondo quanto dichiarato nella documentazione per l'IPO. Ciò significa che dovrà effettuare pagamenti per miliardi di dollari alla scadenza degli accordi con le aziende tecnologiche. Si sta inoltre facendo carico dei pagamenti per i numerosi data center in cui non ha ancora trovato un cliente disposto a noleggiare i server.

Se l'ondata di costruzioni si rivelasse ben più intensa del necessario, o se le aziende tecnologiche abbandonassero i fornitori terzi, il rischio è che i data center di CoreWeave finiscano come i cavi in ​​fibra ottica inattivi che attraversavano gli Stati Uniti negli anni 2000.

Intrator ha affermato che il boom dei data center è simile alla crescita della rete elettrica statunitense alimentata dal debito all'inizio del secolo scorso, solo molto più grande, più simile a una mobilitazione in tempo di guerra.

Prevede una domanda elevata per mantenere operativi i data center di CoreWeave negli anni a venire. Intrator ha affermato che il debito dell'azienda è in gran parte legato ai contratti con le aziende tecnologiche, che forniscono più che sufficienti risorse per estinguere prestiti e leasing. Gli elevati costi di finanziamento sono "la retta che si paga quando si costruisce qualcosa di nuovo, e noi abbiamo pagato quella retta per entrare in anticipo", ha affermato.

"Non vi dirò che non c'è alcun rischio", ha detto. "Ma abbiamo riflettuto attentamente su come mitigare tale rischio e strutturare il debito in modo che sia appropriato per questa tecnologia".

Come Core Weave cresce e si affretta ad affittare data center in aree ricche di energia, prima dei suoi concorrenti. La sua portata si estende dal New Jersey al Texas all'Oregon.

Per piantare la sua bandiera a Ellendale, CoreWeave ha trovato un sito in fase di sviluppo da parte del costruttore di data center Applied Digital, che ha iniziato come azienda di infrastrutture per criptovalute prima di unirsi alla corsa all'intelligenza artificiale.

Nel 2023, Applied Digital ha avviato la costruzione di un data center situato in pianure ventose dove i parchi eolici producono energia a basso costo. Il clima invernale del North Dakota è un vantaggio: costa meno raffreddare i server, che assorbono enormi quantità di energia e spesso si surriscaldano.

Wes Cummins, CEO di Applied Digital, ha trascorso mesi a cercare di convincere i giganti della tecnologia ad affittare direttamente il data center, senza successo, insistendo con la costruzione mentre contraeva debiti con una banca giapponese e un investimento da Macquarie.

Ha detto di essere stato in ansia fino all'inizio di quest'anno, quando la sua azienda e CoreWeave hanno iniziato a trattare seriamente per l'affitto del data center da parte di CoreWeave. A maggio, hanno siglato il primo di tre accordi. In totale, CoreWeave deve alla società di Cummins 11 miliardi di dollari in 15 anni.

"CoreWeave è agile e si muove molto velocemente", ha detto Cummins. "Sono aggressivi e rimangono aggressivi", anche se il mercato oscilla.

CoreWeave dovrebbe installare oltre 10 miliardi di dollari di chip e altre apparecchiature nel complesso simile a un magazzino, attrezzato per 400 megawatt di elettricità, sufficienti ad alimentare oltre 150.000 abitazioni.

L'azienda ha stipulato accordi con due aziende tecnologiche per utilizzare i server di Ellendale, ha dichiarato un portavoce, rifiutandosi di fare i nomi degli utenti specifici.

Echi di bolle passate

La storia è piena di bolle tecnologiche che scoppiano. L'ottimismo per un'invenzione – canali, elettricità, ferrovie – scatena una corsa sfrenata degli investitori, alimentata da una crescita esplosiva. Ne consegue una sovracostruzione e gli investitori subiscono perdite enormi, anche quando una nuova tecnologia permea l'economia.

La mania ferroviaria del Regno Unito del XIX secolo fu così grande che oltre il 7% del PIL nazionale fu destinato alla copertura ferroviaria del Paese. Tra il 1840 e il 1852, la rete ferroviaria quasi quintuplicata, raggiungendo i 11.700 chilometri di binari, produsse però solo un quarto dei ricavi previsti, secondo Andrew Odlyzko, professore emerito di matematica all'Università del Minnesota, esperto di bolle speculative.

Definisce l'ottimismo sfrenato nelle manie "allucinazioni collettive", in cui investitori, società e stampa seguono la mentalità del gregge e smettono di vedere i rischi.

Lo sa per esperienza diretta, essendo stato ricercatore presso i Bell Labs negli anni '90. Poi, i giganti delle telecomunicazioni e le startup emergenti si sono affrettati a piantare speculativamente decine di milioni di chilometri di cavi in ​​fibra ottica nel terreno, spendendo l'equivalente di circa l'1% del PIL degli Stati Uniti nell'arco di cinque anni.

I sostenitori hanno paragonato l'iniziativa al sistema autostradale, all'avvento dell'elettricità e alla scoperta del petrolio. La convinzione prevalente all'epoca, ha detto, era che l'uso di Internet raddoppiasse ogni 100 giorni. Ma in realtà, per gran parte del boom degli anni '90, il traffico raddoppiava ogni anno, ha scoperto Odlyzko.

La forza di questa mania ha portato i dirigenti di tutto il settore a concentrarsi sul clamore più che su notizie e statistiche negative, investendo nella fibra ottica fino allo scoppio della bolla.

"C'era una forte componente di interesse personale", poiché aziende e dirigenti avrebbero tutti beneficiato finanziariamente finché il boom fosse continuato, ha detto Odlyzko. "I segnali premonitori vengono ignorati".

Kevin O'Hara, co-fondatore di Level 3, azienda emergente nel settore della fibra ottica, ha affermato che banche e investitori azionari stavano investendo nell'azienda e che i dirigenti credevano che la domanda sarebbe salita vertiginosamente per anni. Nonostante i segnali preoccupanti, i dirigenti si sono concentrati sulla promessa di un maggiore traffico da utilizzi come lo streaming video e i giochi.

"È stata una vera e propria corsa all'oro", ha affermato. "Spendevamo circa 110 milioni di dollari a settimana" per costruire la rete.

Quando la realtà ha preso il sopravvento, le azioni di Level 3 sono crollate del 95%, mentre i giganti del settore sono falliti. Gran parte della fibra è rimasta inutilizzata per oltre un decennio. In definitiva, la crescita dello streaming video e di altri utilizzi all'inizio del decennio ha contribuito ad assorbire gran parte dell'eccesso di offerta.

Segnali preoccupanti

Ci sono segnali crescenti e preoccupanti che indicano che l'ottimismo sull'intelligenza artificiale non si concretizzerà.

Un rapporto del MIT ha rilevato che il 95% delle organizzazioni intervistate non sta ottenendo alcun ritorno sugli investimenti in prodotti di intelligenza artificiale. Uno studio economico dell'Università di Chicago ha rilevato che i chatbot AI non hanno avuto "alcun impatto significativo sui guadagni dei lavoratori, sulle ore lavorate o sui salari" in 7.000 luoghi di lavoro danesi.

Il rilascio di ChatGPT-5 da parte di OpenAI ad agosto è stato ampiamente considerato un miglioramento incrementale, non il momento di svolta che molti si aspettavano. Dato l'elevato costo di sviluppo, il rilascio ha alimentato la preoccupazione che i modelli di intelligenza artificiale generativa stiano migliorando a un ritmo più lento del previsto.

Ogni nuovo modello di intelligenza artificiale – ChatGPT-4, ChatGPT-5 – costa significativamente di più del precedente per l'addestramento e il rilascio al mondo, spesso da tre a cinque volte il costo del precedente, afferma un dirigente del settore IA. s. Ciò significa che il ritorno sull'investimento deve essere ancora più elevato per giustificare la spesa.

Un altro ostacolo: i chip nei data center non saranno utili per sempre. A differenza dei cavi in ​​fibra ottica del boom delle dot-com, i più recenti chip di intelligenza artificiale perdono rapidamente valore con il miglioramento della tecnologia, proprio come un vecchio modello di auto.

"Questo è più grande di tutte le altre bolle tecnologiche messe insieme", ha affermato Roger McNamee, co-fondatore dell'investitore tecnologico Silver Lake Partners, che ha criticato alcuni giganti della tecnologia. "Questo settore può avere lo stesso successo dei prodotti tecnologici di maggior successo mai introdotti e non giustificare comunque gli attuali livelli di investimento".

Nuove abitazioni in costruzione a fronte di un aumento della popolazione dovuto al nuovo data center.

La città ha ottenuto prestiti per costruire nuove infrastrutture e sta pianificando la crescita.

Nonostante le preoccupazioni, i soldi continuano ad arrivare.

Applied Digital, proprietaria di CoreWeave nel Dakota del Nord, ha recentemente avviato i lavori per un ulteriore data center da 280 megawatt nello stato. Non ha ancora trovato un inquilino.

A Ellendale, la popolazione raddoppia durante il giorno, mentre gli operai edili affollano il bancone dei panini della stazione di servizio Cenex durante l'ora di punta del pranzo. Una volta completato il data center, si prevede che la popolazione permanente della città aumenterà di 300-400 persone, ovvero circa un terzo.

C'è una crescente carenza di alloggi, ha affermato il sindaco Don Flaherty. La città ha recentemente ottenuto prestiti per costruire fognature, marciapiedi e altre infrastrutture per servire un quartiere pianificato di circa 20 nuove abitazioni.

"Stiamo prendendoci una responsabilità, e c'è il timore che tutto possa crollare" se il boom dell'intelligenza artificiale dovesse indebolirsi, ha affermato Flaherty.

Ma senza il boom, "c'è la possibilità che tra 20 o 30 anni Ellendale diventi una città fantasma", ha detto. "Siamo sull'onda in questo momento e dobbiamo solo continuare a cavalcarla".

Scrivete a Eliot Brown all'indirizzo Eliot.Brown@wsj.com e a Robbie Whelan all'indirizzo robbie.whelan@wsj.com

I fatti citati nel brano che avete appena letto sono così macroscopici, e così facili da interpretare dal punto di vista della gestione del proprio risparmio, che Recce’d ritiene di non dovere aggiungere altro.

E’ più che sufficiente che l’investitore ricordi la vicenda Enron: moltiplicata però di 100 volte nelle dimensioni. Niente di nuovo sotto il sole, insomma.

Ma oggi come vanno utilizzate queste informazioni, per le scelte di asset allocation, e nella futura gestione dei vostri portafogli di asset finanziari? Che tipo di analisi ci serve e vi serve?

Per aiutarvi, come sempre in modo concreto e diretto, vi proponiamo di esaminare alcune immagini e di leggere un terzo, breve contributo: un commento appunto sintetico ai fatti dell’ultima settimana, ed in particolare ad un annuncio che replica un modello di comportamento giù utilizzato in precedenza, ed in migliaia di occasioni. Un comportamento che sta alla base, e quindi spiega, tutta intera la “bolla di AI”. Leggendo vi verrà spiegato, in poche righe, a che cosa serve davvero AI.

Vi saranno quindi sufficienti queste poche informazioni, per rispondere alle domande sul “che cosa fare oggi” in merito ai vostri attuali investimenti ed alla gestione del vostro portafoglio. Ed in particolare della parte azionaria del vostro portafoglio.

Ovviamente, se avete interesse ad approfondire ulteriormente, ci trovate disponibili utilizzando la pagina CONTATTI del nostro sito.

Dopo avere letto il terzo ed ultimo contributo, trovate un commento (di estrema sintesi) di Recce’d.


Ieri, commentando l'ultimo schema di finanziamento perpetuo dei fornitori svelato da Nvidia e OpenAi, secondo cui, come parte del suo ultimo numero da circo, la più grande azienda al mondo investirà fino a 100 miliardi di dollari in OpenAi in modo che la società di Sam Altman possa permettersi di spendere una fortuna in vari componenti, abbiamo detto che domani probabilmente avremmo visto il seguente comunicato stampa:

Ci riferivamo ovviamente a quella che ormai è diventata una battuta ricorrente anche tra i veterani delle frodi sui finanziamenti ai fornitori...

... ovvero il fatto che gran parte del fatturato di Nvidia deriva dal denaro che trasferisce ai propri clienti, che poi alimenta il fatturato di Nvidia, solitamente con un moltiplicatore di capitalizzazione di mercato pari a 20-30 volte, che le consente di trasferire ancora più denaro ai clienti, e così via, in quella che ormai è diventata una versione reale del famigerato glitch del denaro infinito.

A posteriori, lo schema di finanziamento dei fornitori sempre più grottesco di Nvidia sta iniziando a sorprendere non solo noi.

Durante la notte, la venerabile Australian Financial Review ha scritto: "L'accordo OpenAI di Nvidia mostra quanto sia preoccupante il giro di denaro dell'intelligenza artificiale", sostenendo che "Un'azienda investe 100 miliardi di dollari nell'altra, così da poter acquistare 100 miliardi di dollari di chip prodotti dall'investitore. Benvenuti nell'economia circolare dell'intelligenza artificiale". Detto questo, come ha scritto stamattina Michael Every di Rabobank, la storia è piena di mercati che vedono le partecipazioni incrociate funzionare proprio così, di solito, ma non esclusivamente, come parte di una strategia economica.

Il che è anche vero, ma in fin dei conti, finanziamenti da parte dei fornitori come questo non sono altro che magia contabile e, sebbene non siano (ancora) della stessa gravità di quelli che hanno portato al crollo istantaneo di Enron oltre 20 anni fa, più persone se ne accorgono, più ci avviciniamo al punto di svolta.

E sicuramente più persone se ne stanno accorgendo. Personaggi importanti, come Rich Privorotsky, responsabile del trading di Delta One di Goldman, che ha dedicato un'intera sezione alla "transazione" Nvidia nella sua nota mattutina, intitolata appropriatamente "Riferimento circolare?".

I mercati erano per lo più laterali, guidati all'inizio da una ripresa di Apple, con il resto del mercato che faticava a mantenere i guadagni... fino al titolo Nvidia-OpenAI. Reuters riporta una struttura in cui Nvidia investe fino a 100 miliardi di dollari in azioni senza diritto di voto e OpenAI utilizza il denaro per acquistare chip Nvidia, con un piano per l'implementazione di almeno 10 GW di sistemi Nvidia. NVDA ha strappato... TSMC +3%/resto della supply chain AI in rialzo e Oracle è balzata agli occhi della lettura, affermando che probabilmente costruirà una grossa fetta del calcolo.

Ok, sicuramente non abbastanza vecchio per aver fatto trading durante la bolla tecnologica e i multipli non sono neanche lontanamente vicini a quel momento... Detto questo, il finanziamento dei fornitori era una caratteristica di quell'epoca e quando i produttori di apparecchiature per telecomunicazioni (Cisco, Lucent, Nortel, ecc.) concedevano prestiti, investimenti azionari o garanzie di credito ai propri clienti, che poi usavano il denaro/credito per riacquistare le apparecchiature... beh, basti dire che non è finita bene per nessuno.

E indovinate un po', questa volta non sarà diverso. L'unica domanda è quando, e al ritmo con cui queste azioni crollano ogni giorno (quando non crollano), la risposta potrebbe fare la differenza tra una carriera di successo nella finanza o finire come cuoco di linea da McDonald's.


In estrema sintesi, tutto ciò che avete letto ci porta alla sintesi offerta questa settimana da un trader di Goldman Sachs a proposito della Borsa: “… se il pattume continua a volare, tu sopravvivi; ma se questa tendenza si inverte, almeno non sarai il solo a crollare”.

La Borsa del 2025 è spiegata da queste poche parole: in Recce’d siamo fieri di esserci da sempre opposti ad un uso così tanto scriteriato dei propri risparmi. Come i nostri Clienti sanno molto bene.

Valter Buffo
Detox. Il passaggio più delicato di questo 2025
 

La Banca Centrale degli Stati Uniti ha tagliato il costo ufficiale del denaro del 2025 mercoledì 17 settembre 2025.

Questo momento è il passaggio più delicato per noi investitori e per il risparmio, dell’intero anno 2025.

Merita quindi una analisi ed un approfondimento.

Ogni mattina, noi abbiamo già prodotto l’analisi ed il commento che sono necessari, in esclusiva per i Clienti di Recce’d, in The Morning Brief.

Attraverso il nuovo Post della serie Detox che state leggendo ora, offriamo gratuitamente ai nostri lettori una sintesi del nostro lavoro di approfondimento ed analisi.

Abbiamo scritto che si tratta del passaggio più delicato del 2025. e non ci riferiamo al taglio dei tassi ufficiali di interesse in sé. No, noi qui ci riferiamo a ciò che viene dopo.

Ci sono risposte che voi lettori, e tutti i risparmiatori, ad oggi non hanno.

Risposte essenziali. Senza queste risposte, oggi è impossibile gestire un investimento finanziario, figurarsi un intero portafoglio di investimenti.

Ed è per questa ragione necessario fare uno sforzo, un lavoro accurato di analisi, una ricostruzione ed una interpretazione dei fatti, insomma è necessario mettere della qualità nel proprio processo di investimento e nelle proprie scelte.

Le domande che a tutto oggi restano senza risposta, per voi come per tutta la massa degli investitori, sono le seguenti

  1. perché il taglio

  2. perché adesso

  3. che cosa viene dopo

  4. che cosa è già cambiato e che cosa sta cambiando nel ruolo della Federal Reserve

Proprio di questo, una decina di giorni fa, hanno scritto sia uno dei più grandi gestori di Fondi hedge al Mondo, Ken Griffin, sul Wall Street Journal, sia il Ministro del Tesoro americano Scott Bessent, per un intervento in pubblico.

Oggi, in questo Post, noi di Recce’d non abbiamo né il tempo né lo spazio per riprendere questi due importanti interventi. Lo faremo, molto probabilmente, in un Post successivo. Voi lettori, se lo credete utile, potete fare una ricerca ed andare alla fonte.

Noi di Recce’d, ovviamente, li abbiamo già letti ed analizzati, e anche da queste letture abbiamo ricavato ciò che leggete in questo Post.

Come detto, il taglio dello 0,25% al costo ufficiale del denaro negli Stati Uniti non era la cosa più importante della riunione di mercoledì scorso: anzi, era un fatto scontato.

La battaglia era, invece, per intero sul piano della politica. Chi ha il potere di decidere sul costo del denaro, ed in generale sulla politica monetaria?

Allo stato dei fatti, la risposta è chiara. Il potere rimane a Powell.

Ma, come abbiamo scritto più in alto, è adesso, ovvero dopo il taglio, che si entra nel passaggio più delicato dell’intero 2025.

La chiave con la quale la Federal Reserve ha presentato questo taglio dei tassi è quella del “risk management”: ovvero anticipare futuri problemi sul lato del mercato del lavoro.

Ciò che gli investitori 8anche voi che ci leggete, soprattutto voi) è capire se questi problemi esistono davvero.

Come potete fare, a scoprirlo? Leggendo i dati, oppure affidandovi a qualcuno che non sia solo un venditore ma che sia in grado di fare un lavoro qualitativo di analisi che porta poi alla stima dei rendimenti e dei rischi futuri per ognuno dei vostri asset finanziari.

Contattate Recce’d: vi spiegheremo in che modo deve essere fatta questa analisi, prima di ogni decisione di investimento.

Come dicevamo poco sopra, voi che state leggendo questo Post non sapete per quale ragione la Federal Reserve, proprio mercoledì scorso, ha tagliato il costo ufficiale del denaro, in un contesto economico nel quale l’economia è forte e resiliente (lo dice Trump), l’inflazione sta da 50 mesi al di sopra dell’obbiettivo della Federal Reserve, la Borsa è ai livelli massimi di ogni Tempo (anche questo ce lo conferma Trump), il deficit dello Stato americano è del tutto fuori controllo (Trump di questo non fa neppure un minimo accenno).

Un fatto risulta evidente: il problema non sta nell’economia, ma nella politica.

E dunque, la scelta della Federal Reserve incide sulla credibilità stessa della Banca Centrale.

E per conseguenza, ha ed avrà una pesante influenza sul futuro dei prezzi di tutti gli asset finanziari del Pianeta.

Tutti lo hanno visto, e commentato, nelle reazioni immediate delle valute, delle materie prime, dei rendimenti delle obbligazioni, e nell’andamento degli indici azionari: una dimostrazione molto forte di ciò che stiamo dicendo.

Ovvero, che nessuno oggi ha una risposta per le nostre quattro domande che vi abbiamo sottoposto più in alto:

  1. perché il taglio

  1. perché adesso

  2. che cosa viene dopo

  3. che cosa è già cambiato e che cosa sta cambiando nel ruolo della Federal Reserve


Noi investitori abbiamo un problema, molto grande e profondo, da risolvere oggi: si chiama “la perdita di ancoraggi”, e lo abbiamo già trattato in particolare tra il 2020 ed il 2025, proprio qui nel Blog. Ma soprattutto ne abbiamo fatto uno dei pilastri sui quali si fonda la asset allocation e la strategia di investimento adottata da Recce’d per i portafogli modello. E’ questa una delle fonti delle nostre performances.

Non è difficile comprendere di che cosa si tratta. Utilizzate la vostra stessa memoria. Quando i mercati finanziari si sono trovati in una tempesta, a chi si sono rivolti tutti, per cercare una scialuppa di salvataggio? Alle Banche Centrali. Qualcuno ha scritto che “hanno salvato il Mondo”, noi non siamo per nulla d’accordo, ma al tempo steso è impossibile negare che proprio le Banche Centrali furono il solo ormeggio soldio durante le tempese.

E oggi, chi salverà il Mondo durante la prossima tempesta?

Questa Federal Reserve?

Oppure forse Trump?

Riflettete su alcuni fatti, che vi riportiamo alla memoria attraverso le immagini che seguono, senza aggiungere commenti. Lasciamo al nostro lettore di farsi il suo proprio commento.

E inoltre, fate bene attenzione al dato che sarà pubblicato venerdì prossimo 26 settembre 2025.

Qualora tra i nostri lettori ci fosse qualcuno che trova impegnativo e faticoso mettere insieme, nel modo corretto, i pezzi di questo puzzle, noi abbiamo deciso ancora una volta di fornire un supporto concreto: affidandoci alla penna del giornalista che più di ogni altro viene visto come informato “dall’interno” dei fatti che riguardano la Federal Reserve.

Si tratta di Nick Timiraos, che può aiutarvi a collegare nel modo per voi più utile tutti i fatti e le notizie che vi abbiamo messo a disposizione in questo Post.

Poi, a voi, non resta che arrivare alle scelte che riguardano il portafoglio titoli ed il vostro risparmio: ovvero la scelta dei singoli asset, la scelta del peso di ogni asset, la scelta del timing, la scelta dell’orizzonte di investimento, e la scelta dello strumento finanziari da utilizzare e del mercato sul quale operare.

Noi qui ci limitiamo a ricordare ad ogni lettore che il “risk management” utilizzato da Powell per giustificare la sua decisione di mercoledì è fondamentale anche per tutti noi e voi investitori. Il “risk management” è il 50% della gestione di un portafoglio titoli. Il “risk management” oggi, nella situazione che Recce’d descrive e documenta in questa serie Detox, deve essere il 75% della gestione di un portafoglio titoli.

Lo spiega benissimo anche Nick Timiraos del WSJ, nel brano che abbiamo selezionato per i nostri lettori oggi.

Quando la Federal Reserve ha tagliato i tassi di interesse mercoledì, sembrava che si trattasse di una politica monetaria di routine. I mercati hanno in gran parte scrollato le spalle e il presidente Jerome Powell ha per lo più evitato aspri dissensi su una decisione presa in un contesto di confronto politico senza precedenti.

La svolta avviata con il taglio di mercoledì potrebbe rappresentare l'ultima istanza di Powell per dimostrare che una banca centrale statunitense indipendente può gestire complesse correnti incrociate prima che persone più in linea con le priorità del presidente Trump assumano un maggiore controllo. Il mandato di Powell come presidente termina in primavera.

Per la terza volta nel suo mandato, Powell sta tentando la delicata manovra di tagliare i tassi non perché una recessione appaia imminente, ma piuttosto per prevenirla. Il suo tentativo del 2019 è stato interrotto dalla pandemia prima che la sua efficacia potesse essere valutata. L'anno scorso, il mercato del lavoro si è stabilizzato, ma quest'anno il calo dell'inflazione si è arrestato a causa dell'aumento dei prezzi, che potrebbe riflettere gli effetti dei forti aumenti tariffari da parte di Trump.

Il risultato è che si tratta di un calcolo più rischioso. La Fed sta affrontando una sfida straordinaria alla sua tradizionale indipendenza, oltre a una crescita più debole e a un'inflazione vischiosa che non hanno complicato gli altri episodi.

La storia offre tre possibili esiti per la mossa di Powell. A metà degli anni '90, la Fed riuscì a progettare con successo un "atterraggio morbido" riducendo gli aumenti dei tassi e prolungando l'espansione economica senza innescare l'inflazione: il Santo Graal che ogni presidente della Fed cerca di replicare.

Nel 1967, tagli prematuri contribuirono ad alimentare le persistenti pressioni sui prezzi degli anni '70, esacerbate dalle pressioni politiche e da una diagnosi errata delle condizioni economiche. E nel 1990, 2001 e 2007, i tagli non riuscirono a prevenire la recessione.

Le proiezioni dei funzionari della Fed pubblicate mercoledì su crescita, inflazione e occupazione sono rimaste pressoché invariate rispetto a giugno. Mentre all'epoca solo una risicata maggioranza aveva previsto due tagli, mercoledì una risicata maggioranza ne ha previsti tre per il resto del 2025, incluso quello di questa settimana. Questa variazione indica che tagli consecutivi dei tassi alle riunioni della Fed di ottobre e dicembre sono diventati più probabili.

Il motivo? Un significativo rallentamento del ritmo di crescita dell'occupazione quest'estate. Quando la Fed ha accettato di mantenere i tassi invariati sette settimane fa, "il mercato del lavoro era in buone condizioni", ha dichiarato Powell mercoledì.

Le revisioni hanno abbassato la media trimestrale di incrementi occupazionali a 29.000 ad agosto, rispetto ai 150.000 inizialmente segnalati a giugno. Quest'ultimo numero era l'ultimo dato disponibile alla precedente riunione della Fed. I dati suggeriscono che "esiste davvero un rischio di ribasso significativo", ha affermato Powell.

Il governatore della Fed Stephen Miran Foto: Daniel Heuer/Bloomberg News

Alcuni economisti sostengono che queste siano le ragioni per cui Powell e i suoi colleghi avrebbero dovuto essere ancora più aggressivi, anche con una riduzione più consistente di mezzo punto percentuale questa settimana. "La crescita dell'occupazione ha raramente rallentato al ritmo attuale per poi riaccelerare" senza una recessione intermedia, ha affermato Jeffrey Cleveland, capo economista di Payden & Rygel, una società di gestione patrimoniale con sede a Los Angeles.

C'è stata una sola eccezione dal 1990: la scorsa estate, quando la crescita dell'occupazione nel settore privato ha rallentato fino ad agosto per poi riprendere. "Potremmo ripetere l'impresa? Non ne sono sicuro, ma sono scettico", ha affermato.

Cleveland teme che la Fed abbia posto troppa enfasi sui rischi che i dazi alimenteranno l'inflazione e non abbastanza attenzione su come potrebbero ostacolare le assunzioni, anche per i produttori che devono affrontare costi più elevati per beni e materiali importati. Le aziende che devono far fronte a costi di produzione più elevati potrebbero proteggere i profitti congelando le assunzioni e non sostituendo i lavoratori quando se ne vanno, rendendo i mercati del lavoro più fragili e suscettibili a un rallentamento che si autoalimenta.

Altri temono che la Fed possa interpretare erroneamente i cambiamenti strutturali come una debolezza ciclica temporanea. Gli esperimenti politici dell'amministrazione Trump, tra cui le restrizioni all'immigrazione che stanno limitando la crescita della forza lavoro e gli aumenti tariffari molto più ampi rispetto al suo primo mandato, potrebbero alterare in modo permanente la capacità dell'economia di produrre beni e servizi.

Questo li rende particolarmente preoccupati di tagliare eccessivamente i tassi. Dopo anni di inflazione elevata, consumatori e imprese potrebbero abituarsi maggiormente ai regolari aumenti dei prezzi, consentendo a un'inflazione elevata di persistere, ha affermato Ethan Harris, ex responsabile della ricerca economica globale presso Bank of America.

"Non dovremmo dare per scontato che, poiché gli economisti sono fiduciosi che la Fed ridurrà l'inflazione, lo sia anche la persona media", ha affermato Harris. "C'è una certa discrepanza qui. L'americano medio è molto preoccupato per l'inflazione. Le preoccupazioni inflazionistiche hanno guidato le ultime elezioni."

I mercati azionari in crescita evidenziano un enigma: nonostante il malessere per la debolezza del mercato del lavoro e la stagnazione del settore immobiliare, la spesa dei consumatori ha retto e le aziende stanno investendo in infrastrutture di intelligenza artificiale. La domanda è se la spesa finirà per indebolirsi con il rallentamento della crescita del reddito o se potrà essere sostenibile.

indotto da altre forze.

Powell è stato schietto sui rischi bilaterali di un'occupazione più debole e di un'inflazione più stabile. "Non esiste una strada priva di rischi", ha affermato.

Alcune delle spiegazioni di Powell per il taglio dei tassi – e le proiezioni economiche e sui tassi dei funzionari – sono sembrate più confuse del solito, ma ciò rifletteva il momento, ha affermato Blake Gwinn di RBC Capital Markets. "Non pensiamo che sia colpa sua se non esiste una posizione coerente e chiara", ha affermato.

Per ora, Powell è riuscito a mantenere il consenso nonostante il disaccordo sulle prospettive e l'intensa tensione politica. Tre funzionari della Fed che hanno votato questa settimana – tutti presidenti di banche regionali della Fed – hanno recentemente espresso apprensione per l'inflazione, ma hanno appoggiato la mossa di mercoledì. Lo stesso hanno fatto due governatori della Fed che si sono opposti alla decisione di luglio, sostenendo che la banca centrale avrebbe dovuto tagliare i tassi piuttosto che mantenerli invariati.

L'ultima riduzione abbasserà il tasso di riferimento della Fed a un intervallo compreso tra il 4% e il 4,25%.

Mercoledì, Powell ha dovuto affrontare il dissenso di un solo governatore della Fed, Stephen Miran, che aveva iniziato la settimana come consigliere senior di Trump, ma è stato confermato e ha prestato giuramento per un mandato di 4 mesi e mezzo in tempo per votare alla riunione di questa settimana. Miran si è espresso a favore di un taglio più ampio di mezzo punto percentuale e ha previsto tassi di poco inferiori al 3% entro la fine dell'anno.

Le proiezioni sui tassi evidenziano la prospettiva di dibattiti più accesi in futuro, con divisioni che probabilmente persisteranno indipendentemente da chi presiederà la Fed. Sette dei 19 partecipanti alla riunione hanno dichiarato che non saranno previsti ulteriori tagli quest'anno e due pensavano che ne sarebbe stato necessario solo uno.

Se i dati in arrivo non risolveranno le divisioni, Powell si troverà a dover difendere l'indipendenza della banca centrale una decisione precaria alla volta. "Siamo in una situazione di riunione dopo riunione", ha affermato.

Scrivi a Nick Timiraos a Nick.Timiraos@wsj.com

In chiusura di questo nostro lavoro, riproponiamo le nostre quattro domande, domande per le quali voi lettori, i mercati, e la massa degli investitori oggi non hanno alcuna risposta:

  1. perché il taglio

  1. perché adesso

  2. che cosa viene dopo

  3. che cosa è già cambiato e che cosa sta cambiando nel ruolo della Federal Reserve

Come già scritto, queste domande senza risposta esprimono una realtà nella quale tutti i mercati e tutti gli investitori hanno del tutto perso gli ancoraggi: ed ora, nel settembre del 2025, quando le onde dei mercati iniziano ad alzarsi ed il mare ci fa capire di essersi arrabbiato, a chi si rivolgeranno tutti cercando un ancoraggio di salvezza?

Come si potrà ritornare alla terra ferma, evitando le tempeste che spazzeranno via AI e probabilmente anche alcune delle istituzioni politiche che governano il Mondo dal 1945?

Il problema oggi è quello della credibilità della Federal Reserve e di tutte le Banche Centrali: hanno ancora il potere di governare gli eventi, oppure li subiscono?

Non è certo con un “Vertice di Ferragosto in Alaska” oppure con una “telefonata al Premier cinese Xi” che si può sperare di riportare la calma sui mercati. E dunque, per questa ragione, i vostri risparmi e la vostra pensione oggi sono sotto attacco, come abbiamo già documentato nella serie Detox che state leggendo.



Valter Buffo