Detox. L'economia reale: parliamone con l'Intelligenza (ma NON Artificiale: quella Reale)
 

Immaginiamo che tra i nostri lettori ce ne siano parecchi che si sono stancati di leggere frasi come questa:

Ma nessuno di noi, anche quando siamo recalcitranti, può negare che il nostro futuro sarà sempre più segnato dall’intelligenza delle macchine. Nessuno, anche in caso di crollo dei mercati, parlerà di fine di un’era tecnologica.

Ed immaginiamo anche che tra i nostri lettori siano molti quelli che si sono annoiati, ed irritati, di leggere frasi come questa:

Non è questione di essere contro l'intelligenza artificiale. Nessuno nega l'enorme potenziale trasformativo della tecnologia che sta riscrivendo il modo in cui lavoriamo, produciamo, organizziamo la conoscenza

Mentre, ci pare di capire, sono molti quelli che sono più interessati ad approfondire frasi come la seguente.

Ma, oggi non si capisce se la crescita economica possa accelerare o ridursi nei prossimi mesi, se l’inflazione scenderà sotto il 3% (quella core è ora al 3,1%), se aumenterà la disoccupazione, se i colossali investimenti delle società Ai daranno i frutti sperati. Neppure si riesce a stimare l’effetto dei dazi, che dovrebbe farsi sentire nei prossimi mesi e, con lo shutdown americano, nemmeno abbiamo i numeri per capire come siano andate le cose nell’ultimo mese. I pochi e parziali dati che sono usciti lascerebbero intendere un lieve rallentamento della crescita, un modesto rialzo dei prezzi, meno occupati e una fiducia in leggero calo. Ma, ancora una volta, gli utili trimestrali si stanno rivelando migliori delle attese, quantomeno quelle del mese precedente.

A tutti questi lettori, è dedicato il nostro lavoro di oggi.

Tutte e tre le frasi che avete appena letto le abbiamo estratti dagli articoli della stampa nazionale che per voi abbiamo selezionato e commentato nel Post della settimana scorsa.

La risposta di Recce’d, agli argomenti che venivano trattati in quegli articoli della stampa nazionale, è chiara: con riferimento alla gestione del proprio risparmio e degli investimenti finanziari, è doveroso domandarsi

  1. ma chi è, che lo dice?

  2. che cosa me ne importa?

Come molti di voi, anche noi in Recce’d oi siamo annoiati, stanchi ed irritati di leggere di “lontano futuro, rivoluzione tecnologica, enorme potenziale trasformativo”: ma chi è, che ce lo dice? Ce lo dicono forse quelli che, a tutti noi, vogliono vendere AI?

Per il venditore di immobili, come tutti sappiamo, ogni appartamento di 70 mq è la Reggia di Versailles. Conosciamo tutti questo gioco.

Il tema, l’unico, che davvero importa a noi di Recce’d, per la gestione dei nostri portafogli modello, è un altro. Ed è quello che leggete nella terza frase che abbiamo riportato qui sopra.

Aggiungiamo poi una quarta frase.

Se ne parla meno perché si tratta di tecnologie destinate non ai consumatori, ma al mondo della produzione o alle funzioni di governo. Ma, proprio per questo, si tratta di tecnologie che già trovano impieghi redditizi.

Ecco, bene: partiamo da qui: ci fate sapere di questi impieghi redditizi? Nelle recenti comunicazioni al pubblico (le trimestrali del mese di ottobre) noi ne abbiamo contati … zero. ma c’è, evidentemente, chi è più attento di noi, e ne sa più di noi.

Ma se stiamo parlando semplicemente di Sam Altman che conta a centinaia di milioni i futuri abbonati a ChatGPT, allora no: non ci siamo capiti, non ci stiamo proprio capendo.

Diteci: quali sono le applicazioni redditizie di AI? Oggi? Fra un anno? Facciamo due anni?

Oppure, come le scimmie dello zoo, dobbiamo forse stare qui seduti ad attendere un futuro sempre più segnato dall’Intelligenza Artificiale? Ma dove? ma quando?

Espressioni come queste che vi facciamo leggere, valutazioni come queste, prese di posizione come queste hanno forse a che vedere con il giornalismo e con i social: hanno però nulla a che vedere con l’investimento del proprio risparmio: nulla, zero, zilch.

Anche noi di Recce’d parliamo ed abbiamo parlato spesso di AI, questo è vero. Ma ne parliamo (anche ogni giorno, coi Clienti, e poi qui nel Blog) in modo radicalmente diverso da come se ne parla sui social, sui giornali, ai TG e da come ne parlano con gli investitori le Reti di “consulenti venditori pagati con le retrocessioni sulle polizze ed i Fondi Comuni”.

A noi di Recce’d non piacciono espressioni come “la futura rivoluzione di AI”. Noi di Recce’d siamo sempre più concreti, e noi amiamo le cose che si vedono, che si toccano e che si possono misurare, mentre non ci piace chi vive sulle nuvole, non amiamo i sognatori ed i sogni ad occhi aperti, e non amiamo che ci vengano raccontate le favole. In modo particolare, quando si tratta di investimenti finanziari: quando si tratta di scegliere dove collocare il proprio risparmio, quando si tratta di decidere di chi e di che cosa avere fiducia.

Subito un esempio concreto, come sempre. Durante la settimana appena conclusa, sono stati pubblicati i primi dati aggiornati per l’economia degli Stati Uniti dopo i due mesi dello lo shutdown. Recce’d per i propri Clienti li ha seguiti ad uno ad uno, e li ha analizzati, e poi li ha utilizzati per aggiornare tutte le nostre valutazioni di tutti gli asset finanziari che noi abbiamo scelto per il nostro universo investibile (che esclude, tra i nomi a voi più noti, sia il Bitcoin sia le altre crypto, sia Tesla sia Nvidia, ed altri nomi molto famosi, nomi che lasciamo ai social ed alla stampa quotidiana).

per riassumere tutto questo nostro lavoro della scorsa settimana in una estrema sintesi, per voi lettori del Blog, diremo che un forte contrasto è stato messo in evidenza proprio da questi dati della settimana scorsa (PPI, vendite al dettaglio, Università del Michigan, fiducia dei consumatori, occupazione ADP, ed altri di grande rilievo): è il contrasto tra quelle espressioni roboanti ed eccitate, e la realtà. Lo stato delle economie, oggi, è proprio per nulla eccitante.

Le Borse stanno da una parte. L’economia reale sta da tutta un’altra parte. Questa è la sola verità, oggi. E voi, che state leggendo questo Post non sapete spiegarvi il perché. E neppure sapete dire se è un bene oppure un male. Recce’d vi aiuta oggi a comprendere meglio, con il nuovo Post.


Come negli anni precedenti, anche in questo 2025 chi compera azioni in Borsa non le compera perché “l’economia migliora ed i profitti delle Aziende andranno a crescere nel futuro”: compera azioni unicamente perché pensa che “le azioni aumenteranno ancora in futuro, e io le venderò prima che crollino”.

Le azioni, viste come se avessero una loro vita autonoma, ed indipendente dal contesto, e dall’economia in modo particolare.

In questo senso, noi investitori siamo tutti costretti a fare i conti, oggi, con la più grande allucinazione collettiva della storia dei mercati finanziari. Un fatto epocale, fatto che ci porta, tutti, dentro la Nuova Era, come Recce’d ha già spiegato in questa serie di Post che si chiama Detox.

In questo Post non si parla quindi di Bitcoin, indici delle Borse, e previsioni per il 2026: in questo Post non trattiamo delle manifestazioni della isteria collettiva che ci colpisce. In questo Post, Recce’d vi parla di realtà. Più precisamente di ciò che accade, oggi, in queste settimane, in questi giorni, in queste ore, nella realtà dell’economia: anche l’economia che tutti voi ogni giorno affrontate (in Azienda, in auto, prendendo treni e mezzi pubblici, in famiglia persino).

Qualcosa di cui vogliono mantenervi disinformati. Qualcosa da cui vogliono mantenervi scollegati: impegnandovi con la partita di calcio, con la finale del concorso per cantanti in TV, con le sciocchezze che si leggono sui social, con le sparatorie di Trump a questo e quello, e quant’altro ancora.

Come tutti sanno però troppi stimolanti, una volta passato l’effetto immediato, provocano intorpidimento e sonnolenza, e successivamente poi danno più gravi. Lo stesso accade a tutte le economie dell’Occidente, investite negli anni 2021, 2022, 2023 da un eccesso di stimolanti, indiscriminato, mal calcolato e spregiudicato. Tra tutte le esperienze di politica economica, quella del triennio 2020-2022 verrà ricordata come la più dannosa in assoluto: e questo anche per voi come per tutti diventerà evidente nei prossimi mesi.

L’Intelligenza artificiale, in particolare con ChatGPT, quando entra i gioco? Nel 2023, allo scopo di garantire una “prosecuzione della bolla di tutto” che non poteva più essere garantita dalla spesa degli Stati. E’ stata inventata, a tavolino, la “Nuova Narrativa” per le masse. E per le Reti di promotori finanziari.

Nell’autunno del 2025, poi, qualcuno ha (finalmente) iniziato a farsi delle domande.

Yasin Ebrahim

Sab, 22 novembre 2025 alle 11:30 GMT+1 3 minuti di lettura

Il boom dell'intelligenza artificiale ha indubbiamente lasciato il segno sul mercato azionario, ma questa tecnologia rivoluzionaria sta davvero dando la spinta economica che molti sperano? Non ancora, secondo Capital Economics, poiché l'aumento della produttività è ancora strettamente limitato al settore tecnologico e c'è ancora molta strada da fare prima che le affermazioni di un miracolo della produttività decennale siano giustificate.

"Il boom dell'intelligenza artificiale che ha guidato il mercato azionario per diversi anni è ora chiaramente evidente anche nell'attività economica", hanno affermato gli analisti di Capital Economics in una recente nota, con i settori ICT, in particolare hardware, software ed elaborazione dati, che hanno contribuito per quasi lo 0,9% alla crescita del PIL statunitense nella prima metà del 2025, quasi il doppio della media dell'ultimo decennio.

Gli analisti attribuiscono questa accelerazione principalmente all'innovazione e agli investimenti legati all'intelligenza artificiale, soprattutto perché i tassi di crescita annui degli investimenti in hardware e data center hanno raggiunto circa il 40% su base annua. "Gli investimenti in software hanno contribuito in media allo 0,5% alla crescita annualizzata del PIL nella prima metà di quest'anno, un contributo leggermente superiore a quello degli investimenti in hardware", hanno aggiunto gli economisti.

Tuttavia, la crescita dell'intelligenza artificiale non è ancora diffusa. Al di fuori del core business dell'ICT, i segnali di un'impennata della produttività guidata dall'intelligenza artificiale rimangono elusivi. La produttività del lavoro è aumentata nei settori ICT, a fronte di un aumento della produzione e di un calo dell'occupazione, ma simili guadagni non si sono estesi a settori come sanità, finanza, immobiliare o istruzione.

Il previsto effetto a cascata sugli altri principali settori dei servizi non è ancora visibile, avverte Capital Economics, osservando che le indagini sulle aziende mostrano che l'adozione è in aumento, ma rimane ben al di sotto del 15% nei settori non ICT. Il boom dell'ICT in sé non è stato un grande motore di creazione di posti di lavoro e i tagli stanno superando i guadagni: "Anche i settori dell'ICT hanno licenziato personale, il che indica una marcata accelerazione della crescita della produttività".

L'aumento della produzione, nonostante la riduzione della forza lavoro nel settore tecnologico, con la crescita complessiva degli stipendi al di sotto delle 50.000 unità al mese, "suggerisce che i settori dei servizi ICT stanno attualmente vivendo un boom di produttività legato all'intelligenza artificiale", ha aggiunto.

Il calo dei prezzi di beni e servizi tecnologici, nel frattempo, ha sottratto un insolitamente elevato 0,5% al ​​deflatore del PIL dall'inizio dell'anno, sottolineando ulteriormente il ruolo della deflazione guidata dalla tecnologia. Ma al di fuori di questo ambito, l'andamento dei prezzi nell'economia dei servizi in generale rimane invariato, suggerendo che l'effetto dell'IA non è ancora sistemico.

In una posizione di cautela, Capital Economics ritiene che gran parte dei recenti guadagni di produttività negli Stati Uniti potrebbe essere "una risposta ciclica alla tensione del mercato del lavoro post-Covid", piuttosto che una trasformazione strutturale alimentata dall'IA.

Il vero banco di prova per la promessa economica dell'IA, secondo gli economisti, "sarà se l'adozione si espanderà in settori più ampi e meno incentrati sulla tecnologia, che rappresentano quasi il 40% del PIL statunitense".

Nonostante le elevate valutazioni del mercato azionario e l'impennata degli investimenti tecnologici, Capital Economics vede gli Stati Uniti ancora nelle "fasi iniziali del boom dell'IA". Avvertono, tuttavia, che le previsioni di un miracolo della produttività decennale sono premature, poiché "sostenere un boom per due trimestri è molto diverso dal sostenerlo per un intero decennio".

Per ora, il ruolo dell'IA nel sostenere la crescita statunitense rimane iniziale, ciclico e ancora per lo più limitato all'ICT e al cloud, e i benefici economici più ampi devono ancora concretizzarsi.

Noi di Recce’d NON pretendiamo di saperne più degli altri, quelli che si fanno chiamare “esperti”.

Ma una cosa, la abbiamo per certa: la sola gestione di portafoglio efficiente e produttiva di risultati è quella che coltiva il dubbio, è quella che mette a confronto molteplici scenari, e quella che si effettua con una elevata attenzione ai rischi, è quella che non rincorre la massa, anzi è quella che si muove nella direzione OPPOSTA alla massa.

In questo caso, del dicembre 2025, è quella che si domanda: ma chi è, che garantisce il “futuro radioso e vincente” di AI? Soltanto quelli che vendono AI.

Oggi noi, al nostro lettori, proponiamo invece di dare un’occhiata ai fatti: ai dati.

Le turbolenze che hanno colpito i titoli azionari legati all'intelligenza artificiale in novembre evidenziano un rischio più ampio per l'economia. La crescita è diventata così dipendente dagli investimenti e dalla ricchezza legati all'intelligenza artificiale che, se il boom si trasformasse in una crisi, potrebbe trascinare con sé l'economia in generale.

Gli investimenti delle imprese nell'intelligenza artificiale potrebbero aver rappresentato fino alla metà della crescita del prodotto interno lordo, al netto dell'inflazione, nei primi sei mesi dell'anno. L'aumento dei titoli azionari legati all'intelligenza artificiale sta anche incrementando la ricchezza delle famiglie, portando a una maggiore spesa al consumo, soprattutto negli ultimi mesi.

"È certamente plausibile che l'economia sarebbe già in recessione" senza il boom dell'intelligenza artificiale, ha affermato Peter Berezin, responsabile della strategia globale di BCA Research.

Se si esclude la spesa per l'intelligenza artificiale, l'economia appare in condizioni peggiori. Sebbene la crescita dell'occupazione sia stata superiore alle aspettative a settembre, la creazione di posti di lavoro ha comunque rallentato quest'anno e il tasso di disoccupazione sta aumentando gradualmente. Secondo Deutsche Bank, gli investimenti delle imprese private, escludendo le categorie legate all'intelligenza artificiale, sono rimasti per lo più invariati dal 2019. Al di fuori dei data center, altre costruzioni commerciali, come centri commerciali o edifici per uffici, sono in calo.

Questo rende l'economia più dipendente dall'intelligenza artificiale. "È l'unica fonte di investimento al momento", ha affermato Stephen Juneau, economista di Bank of America.

Bank of America stima che solo quattro aziende – Microsoft, Amazon.com, Alphabet e Meta Platforms – investiranno 344 miliardi di dollari in spese in conto capitale quest'anno (equivalenti a circa l'1,1% del PIL), in aumento rispetto ai 228 miliardi di dollari dell'anno scorso.

Barclays stima che gli investimenti in software, apparecchiature informatiche e data center abbiano incrementato la crescita del PIL di circa 1 punto percentuale annualizzato nella prima metà del 2025. L'intelligenza artificiale ha spiegato gran parte di questo, anche se non tutto.

Chip come quelli venduti da Nvidia costituiscono la maggior parte della spesa per l'intelligenza artificiale, ma la maggior parte viene importata e deve essere sottratta dall'investimento totale per calcolare l'impatto sulla produzione nazionale. Tenendo conto di ciò, la spesa per l'intelligenza artificiale ha comunque aumentato la produzione di uno 0,8% annualizzato nella prima metà dell'anno, secondo le stime di Barclays. Il PIL è cresciuto dell'1,6% annualizzato durante il periodo. In altre parole, in assenza di una crescita della spesa per l'intelligenza artificiale, la crescita sarebbe stata di un debole 0,8%.

Sebbene una parte degli investimenti sia probabilmente dovuta alle aziende che hanno accelerato gli acquisti in vista dei dazi, gli analisti prevedono che la spesa continuerà a crescere il prossimo anno, anche se più lentamente. Mercoledì Nvidia ha dichiarato di prevedere un fatturato di 65 miliardi di dollari nel quarto trimestre di quest'anno, superiore alle previsioni degli analisti, e Bank of America prevede che Microsoft, Amazon, Alphabet e Meta realizzeranno altri 404 miliardi di dollari in spese in conto capitale il prossimo anno.

A lungo termine, si spera anche che l'intelligenza artificiale stimoli la crescita rendendo i lavoratori più produttivi, ma finora l'impatto è stato limitato.

L'aumento delle azioni sostiene anche l'economia attraverso l'effetto ricchezza, ovvero la tendenza delle famiglie a spendere una parte di ogni dollaro di ricchezza in più per qualsiasi cosa, dagli yacht ai biglietti del cinema. JPMorgan Chase calcola che l'aumento dei prezzi delle azioni legate all'intelligenza artificiale abbia da solo incrementato la spesa dei consumatori dello 0,9%, ovvero 180 miliardi di dollari, nell'ultimo anno. Sebbene una piccola parte della crescita del 5,6% della spesa dei consumatori nei 12 mesi conclusi ad agosto, al netto dell'inflazione, sia comunque significativa perché i consumi rappresentano circa i due terzi della produzione annua.

L'intelligenza artificiale ha avuto un impatto molto minore sul mercato del lavoro. I data center completati impiegano poche persone e l'occupazione complessiva nel settore tecnologico è in calo dal 2022, a differenza della bolla di Internet della fine degli anni '90, quando esplose. Tuttavia, in alcuni settori, il boom dell'intelligenza artificiale sta incrementando l'occupazione. Ad esempio, i data center rappresentano un'ottima opportunità per l'occupazione nel settore edile, che è stata ostacolata dagli alti tassi di interesse, dalla debolezza del mercato immobiliare e dalla stretta federale sull'immigrazione.

Per costruire un data center sono necessarie dalle 100 alle 5.000 persone, ha affermato Ben Kaplan, amministratore delegato del gruppo tecnologie avanzate di Turner Construction, un'impresa edile. I data center rappresentano ora circa il 35% del portafoglio ordini di Turner negli Stati Uniti, in aumento rispetto al 13% circa di cinque anni fa. La carenza di manodopera qualificata e materiali rappresenta una sfida. I tempi di consegna per generatori elettrici, quadri elettrici e altre apparecchiature sono in alcuni casi aumentati di mesi. "Ogni elemento della catena di fornitura è attualmente sotto stress", ha affermato Kaplan.

La dipendenza dell'economia dall'intelligenza artificiale comporta dei rischi. Il rapporto prezzo/utile delle azioni è prossimo ai massimi storici. Se le previsioni di profitto elevate si rivelassero errate, i prezzi delle azioni potrebbero crollare e gli investimenti potrebbero rallentare.

Il calo delle azioni potrebbe innescare un effetto ricchezza inverso: gli americani consumerebbero meno, il che tenderebbe a deprimere vendite, profitti e, potenzialmente, l'occupazione. I verbali della riunione di politica monetaria della Federal Reserve di ottobre mostrano alcuni funzionari preoccupati per un calo dei prezzi delle azioni, "soprattutto nel caso di una brusca rivalutazione delle potenzialità della tecnologia legata all'intelligenza artificiale". Jonathan Millar, economista statunitense senior di Barclays, stima che un calo del mercato azionario dal 20% al 30% potrebbe ridurre la crescita del PIL di 1-1,5 punti percentuali nell'arco di circa un anno.

Se gli investimenti in intelligenza artificiale smettessero di crescere, ciò potrebbe ridurre la crescita di altri 0,5 punti percentuali, stima Millar. Se si azzerassero, ciò ridurrebbe di un intero punto percentuale.

Un'economia già indebolita aumenta le probabilità di una recessione in caso di crollo delle azioni e della spesa per l'intelligenza artificiale, ha affermato Berezin di BCA. "Se si prende un mercato del lavoro fragile e lo si colpisce con un crollo delle spese in conto capitale, probabilmente si otterrà una recessione".

Un altro rischio è legato alla crescente portata dei prestiti legati all'intelligenza artificiale. Il debito di Oracle ha recentemente superato i 100 miliardi di dollari dopo che l'azienda ha venduto 18 miliardi di dollari in obbligazioni, parte delle quali potrebbero essere utilizzate per finanziare l'infrastruttura di intelligenza artificiale. Aziende come CoreWeave, che affittano data center e affittano server alle aziende tecnologiche, hanno contratto ingenti prestiti per finanziare la loro espansione.

Se i ricavi necessari per ripagare tale debito non si materializzano, gli istituti di credito potrebbero subire un duro colpo, riversandosi sui mercati del debito, ha affermato Berezin.

Non c'è abbastanza debito correlato all'intelligenza artificiale da causare direttamente una crisi finanziaria, ha affermato Berezin, ma i mercati finanziari sono complessi e le difficoltà in un settore potrebbero danneggiarne indirettamente un altro.

Scrivi a Konrad Putzier all'indirizzo konrad.putzier@wsj.com


Questi numeri e questi fatti non vengono ripresi dal vostri sito Web e dal vostro social di riferimento, e non ne scrivono il Sole 24 Ore oppure la Repubblica oppure il Corsera: il Bitcoin “acchiappa” di più, i “record di Borsa” guadagnao click, gli “annunci” di Trump occupano le prime pagine (insieme a tante foto). I numeri invece annoiano, ragionare chiede fatica, e la gente “ha voglia di distrarsi”, e la domenica c’è il Campionato di calcio. Perchè mai ragionare?

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Lydia DePillis, The New York Times

Non è ormai un segreto che l'ottimismo sui guadagni inaspettati che l'intelligenza artificiale potrebbe generare stia alimentando il mercato azionario.

Ma negli ultimi mesi è diventato chiaro che la spesa per l'intelligenza artificiale sta sostenendo anche l'economia reale.

Non è dovuto al modo in cui le aziende stanno utilizzando la tecnologia, almeno non ancora. Piuttosto, l'enorme quantità di investimenti – in data center, fabbriche di semiconduttori e sistemi di alimentazione – necessari per sviluppare la potenza di calcolo richiesta dall'intelligenza artificiale sta creando un'attività sufficiente a migliorare i dati dell'intera economia nazionale.

Le aziende spenderanno 375 miliardi di dollari a livello globale nel 2025 in infrastrutture di intelligenza artificiale, secondo le stime della banca d'investimento UBS. Si prevede che questa cifra salirà a 500 miliardi di dollari l'anno prossimo. Gli investimenti in software e apparecchiature informatiche, senza contare gli edifici dei data center, hanno rappresentato un quarto della crescita economica complessiva dell'ultimo trimestre, secondo i dati del Dipartimento del Commercio.

Le grandi aziende tecnologiche sono i principali finanziatori di questa frenesia, ma anche le società di private equity hanno riversato capitali. Brookfield Asset Management, che gestisce un vasto portafoglio immobiliare, stima che le infrastrutture di intelligenza artificiale assorbiranno 7.000 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni.

Questo fiume di denaro arriva mentre gli effetti dei sussidi infrastrutturali dell'era Biden svaniscono, le tariffe irregolari congelano il processo decisionale aziendale e gli elevati costi di finanziamento scoraggiano progetti immobiliari meno redditizi come abitazioni e magazzini. Nel 2025, la spesa per la costruzione di data center – escluso il costo di tutta la tecnologia che ospitano – supererà gli investimenti in edifici per uffici tradizionali, secondo il Dodge Construction Network.

"Le aspettative di rendimenti molto elevati in questo settore stanno superando gli elevati tassi di interesse che stiamo affrontando oggi", ha affermato Eugenio Alemán, capo economista della società di servizi finanziari Raymond James.

Le aziende promettono ancora più investimenti, ma la loro capacità di mantenere le promesse, ha osservato, dipenderà dal fatto che le loro aspettative vengano soddisfatte. La maggior parte degli strumenti di intelligenza artificiale non è redditizia e dovranno generare enormi flussi di cassa nel tempo affinché le aziende tecnologiche possano recuperare i propri investimenti.

"C'è sempre il rischio che ben poco di ciò che promettono si realizzi", ha affermato Alemán. "Quindi, ogni volta che si renderanno conto che non è come si aspettavano, ci sarà una correzione significativa".

Per ora, tutti vogliono una quota di spesa.

Per comprendere l'entusiasmo per il boom dell'intelligenza artificiale, è utile dare un'occhiata alle conference call trimestrali sugli utili aziendali. Imprese edili quotate in borsa, fornitori di energia elettrica e produttori di elettronica stanno annunciando con entusiasmo agli investitori che possono partecipare:

— Duos Technologies, che fornisce analisi e imaging per ferrovie e altre infrastrutture, si è recentemente espansa nella costruzione di piccoli data center. "La nostra attività è in una posizione ottimale, sia dal punto di vista commerciale che finanziario, per sfruttare la domanda estremamente elevata derivante dalla corsa all'oro del data center computing", ha affermato Charles Ferry, CEO dell'azienda.

— "I gestori di data center e i grandi fornitori di intelligenza artificiale hanno un bisogno insaziabile di energia e di accumulo di energia", ha affermato Dennis Calvert, CEO di BioLargo, un'azienda di servizi ambientali che vende un sistema di batterie su larga scala.

— "Con la crescita dei data center e le esigenze climatiche che accelerano la domanda di energia di base pulita e affidabile, l'opportunità per il nucleare avanzato non è mai stata così forte", ha affermato James Walker, CEO di NANO Nuclear Energy, azienda produttrice di piccoli reattori.

I data center sono interessanti anche per le imprese edili tradizionali, che vedono l'opportunità di passare dai loro tipici progetti di sviluppo immobiliare a una nuova classe di attività con un ampio capitale a disposizione. Skanska, una grande impresa di appalto, prevede che la costruzione di data center crescerà in media del 13,2% all'anno fino al 2029, un tasso molto più rapido rispetto a qualsiasi altro settore monitorato. L'American Cement Association, un'associazione di categoria, ha stimato che il settore richiederà 1 milione di tonnellate di cemento nei prossimi anni.

Uno dei maggiori fornitori di materiali da costruzione del Nord America, Amrize, ha sviluppato con Meta una miscela di calcestruzzo "ottimizzata dall'intelligenza artificiale" che riduce le emissioni di carbonio. Amrize ha affermato che la costruzione di data center è stata un "punto di forza" nel secondo trimestre, altrimenti debole.

Il boom ha avuto effetti positivi anche per elettricisti, ingegneri e operatori di macchinari pesanti. Sebbene i data center operativi impieghino in genere solo un numero limitato di persone, la fase di costruzione può impiegarne migliaia. Questo è uno dei motivi per cui l'occupazione nel settore edile negli Stati Uniti è rimasta stabile, nonostante il calo dei progetti di edilizia residenziale, uffici e magazzini.

Quanto durerà la spesa?

L'intensità dell'ondata di investimenti nell'intelligenza artificiale ha sollevato sgradevoli Un parallelo con l'ultima volta che l'industria tecnologica ha investito miliardi di dollari in infrastrutture per supportare una nuova tecnologia con elevate aspettative di profitti futuri.

Nel 2001, dopo il crollo del mercato azionario causato dal collasso delle società speculative dot-com, anche il settore delle telecomunicazioni è crollato: le aziende che si erano indebitate per costruire reti in fibra ottica sono fallite, creando un'implosione che ha avuto ripercussioni sull'economia globale.

Ci sono già alcuni segnali di cautela. Il CEO di OpenAI, Sam Altman, ha fatto storcere il naso questo mese affermando che il settore è "sovraeccitato" e che alcuni operatori perderanno molti soldi. UBS, pur essendo generalmente positiva sul settore, ha scritto in una nota ai clienti che potrebbe esserci una certa "indigestione" per le spese in conto capitale in corso.

Al momento, gli investitori si stanno rassicurando sul fatto che un ritiro non sarebbe catastrofico. Innanzitutto, i data center sono finanziati da un gruppo eterogeneo di istituti di credito, riducendo l'esposizione di qualsiasi parte del sistema bancario. I contratti di locazione hanno generalmente termini lunghi, con clausole difficili da risolvere, che potrebbero proteggere i proprietari anche se i loro inquilini più facoltosi dovessero andarsene.

Inoltre, anche se l'uso dell'intelligenza artificiale non fosse all'altezza delle aspettative, Internet si sta espandendo rapidamente. È probabile che l'enorme quantità di capacità dei data center in fase di sviluppo venga assorbita, anche se più lentamente di quanto non avvenga ora. Il tasso di sfitto nei data center in leasing, ovvero quelli che non sono di proprietà degli utenti, è prossimo allo zero. Secondo JLL, società di servizi professionali immobiliari, gli sviluppi futuri vengono solitamente anticipati.

"Se pensiamo solo alla creazione e all'archiviazione dei dati in generale, questo fenomeno è cresciuto a un ritmo rapido per decenni e continuerà a crescere", ha affermato Andrew Batson, responsabile della ricerca sui data center di JLL per le Americhe. "A un certo punto si verificherà un rallentamento naturale della domanda, ma non rientra nelle nostre previsioni a breve termine". Si prevede che il settore continuerà a crescere di circa il 20% annuo almeno fino al 2030.

Nei prossimi anni, il principale ostacolo alla crescita dei data center sarà probabilmente l'offerta: energia, acqua, manodopera e attrezzature tecniche necessarie per costruirli e gestirli stanno diventando sempre più costosi. Allo stesso tempo, le comunità locali, un tempo desiderose di attrarre data center, hanno occasionalmente perso interesse. Nell'ultimo esempio, il Consiglio Comunale di St. Charles, Missouri, ha imposto una moratoria di un anno sulla costruzione di nuove strutture a causa delle preoccupazioni relative alla contaminazione dell'acqua potabile.

"Ci sono un sacco di soldi investiti, ma a un certo punto i costi si faranno sentire", ha affermato Eric Gaus, capo economista di Dodge Construction Network, che segue da vicino i nuovi sviluppi. "La gente del posto dice: 'Se vuoi costruire qualcosa qui, devi fare di più che costruirlo e andartene'".

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su nytimes.com.

Anche oggi, domenica 30 novembre, ed i vista delle operazioni che farete a fine 2025 ed inizio 2026, vogliamo regalare a tutti i lettori alcune indicazioni pratiche e concrete per la gestione dei loro investimenti, del loro risparmio e del loro portafoglio titoli. Ritornate per un attimo alla terza riga di questo Post: alla terza riga, trovate qualcuno che scrive di “crollo dei mercati”.

Ecco, amici lettori: occupiamoci di quello, oggi.

Del “meraviglioso futuro di AI”, semmai, ce ne occuperemo quando sarà qualcosa in più di dichiarazioni roboanti, chiacchiere da caffé e slogan di vendita.

Noi, il quadro, ve lo abbiamo appena chiarito in modo molto chiaro e concreto: non vi rimane che fare le scelte giuste.

Per aiutarvi a fare queste scelte, vi riassumiamo qui sotto i criteri essenziali di scelta per un investitore: quelli che non dovete mai dimenticare, neppure per un minuto.

In particolare là dove vi si dice: “attenti, perché è soprattutto colpa VOSTRA”. Che è ciò che tutti vi diranno, tra qualche settimana oppure mese.

Se siete interessati ad approfondire, ci troverete disponibili, per un contatto immediato, attraverso la nostra pagina CONTATTI di questo sito.

Durante le fasi di boom economico e di mercato di fine ciclo, le illusioni non mancano mai. Gli investitori si lanciano sulle ultime mode, desiderosi di stare al passo con la massa. I vantaggi possono essere inebrianti. Anche quando i fattori trainanti sembrano troppo belli per essere veri, pochi sono disposti a porsi domande difficili sulla sostenibilità, la legittimità o le conseguenze di essere ingannati.

Oggi non sembra diverso. Con i mercati azionari a massimi storici e le valutazioni di nuovo in territorio da bolla, crediamo di trovarci in un altro periodo di negazione da parte degli investitori. Ci sono molti segnali che qualcosa non va, ma finché i prezzi delle azioni continuano a salire, la maggior parte degli investitori preferirebbe non saperlo.

Ci sono molti esempi di tentativi da parte di aziende, governi e altri beneficiari dell'inflazione degli asset di mantenere in vita il ciclo. Ad esempio, le aziende continuano a perseguire i vantaggi di una crescita perpetua degli utili, ma a differenza dell'ingegneria finanziaria di GE, il metodo più diffuso in questo ciclo è quello di utilizzare l'EBTIDA rettificato non-GAAP e l'utile per azione (EPS).

Il numero di rettifiche ed esclusioni agli utili dichiarati continua ad aumentare, rendendo più facile per le aziende superare costantemente le aspettative di utile. Quando il management può escludere una serie pressoché infinita di spese a propria discrezione, raggiungere o superare le stime è diventata una routine. Gli investitori hanno imparato ad accettare, e persino a partecipare, al gioco delle aspettative di utile, purché le loro azioni reagiscano positivamente.

 Anche i bilanci durante i periodi di boom sono pieni di soggettività e di reporting selettivo. Si consideri il valore dei prestiti immobiliari commerciali (CRE) nei bilanci bancari, dove le garanzie sottostanti sono spesso iscritte a livelli gonfiati. In alcuni casi, le banche hanno addebitato oneri significativi dopo la vendita degli immobili, rivelando che le precedenti valutazioni non erano basate sulla realtà del mercato. La pratica delle banche di "estendere e fingere" appare accettabile agli azionisti che preferiscono vedere guadagni sugli investimenti piuttosto che valutazioni accurate degli asset e svalutazioni del valore contabile.

 Le aziende non sono le uniche a nutrire illusioni. La Federal Reserve ha convinto gli investitori di poter sostenere l'attuale ciclo a tempo indeterminato. La sua fissazione per la stabilità finanziaria ha legato la sua credibilità all'impennata dei prezzi delle attività. Nonostante le crescenti prove suggeriscano il contrario insiste nel sostenere che non sta sostenendo i mercati, monetizzando il debito o alimentando la disuguaglianza di ricchezza e il costo inaccessibile degli alloggi. La realtà racconta una storia diversa, poiché la Fed ha supervisionato migliaia di miliardi di dollari di espansione del bilancio, anni di tassi di interesse reali negativi e un'inflazione impennata sia sui prezzi delle attività che sui prezzi al consumo. Nel frattempo, continua a rassicurarci che il suo impegno per la stabilità dei prezzi rimane intatto, anche se taglia i tassi con un'inflazione superiore all'obiettivo e i prezzi delle attività che raggiungono nuovi massimi. Gli investitori possono scegliere di prendere la Fed sulla parola, oppure possono esaminarne le azioni e le conseguenze nel mondo reale.

 E cosa sarebbe un post di un blog su investitori che vogliono credere senza menzionare il private equity! Molti investitori istituzionali, come i fondi pensione, sembrano contenti di non conoscere il vero valore dei loro investimenti in private equity e credito. Per non parlare di quanto sarebbe difficile liquidare questi investimenti e del taglio che dovrebbero subire. Quando si tratta di valutazioni e liquidità, il silenzio è spesso la strategia preferita: gli investitori in private equity e credito preferiscono non sapere.

Infine, c'è il boom degli investimenti nell'intelligenza artificiale (IA), dove gli investitori stanno attualmente ottenendo enormi guadagni. Tuttavia, permangono seri interrogativi sui rendimenti delle centinaia di miliardi, o addirittura migliaia di miliardi, investiti nelle infrastrutture di IA. Gli investitori vogliono davvero sapere in cosa si stanno cacciando, o il rischio di saperlo e di rimanere indietro è semplicemente troppo grande? Per molti, non importa, purché il loro patrimonio netto continui a crescere.

Che si tratti di estrapolare una crescita insostenibile degli utili, di confidare che la Fed verrà sempre in soccorso o di rifiutarsi di allineare i prezzi delle attività al mercato, gli investitori nelle fasi di boom di fine ciclo tendono a credere all'incredibile. A nostro avviso, ci troviamo in un altro periodo simile, con i partecipanti che cavalcano con entusiasmo l'onda del denaro facile e dei guadagni apparentemente illimitati. Come hanno dimostrato i passati periodi di eccessiva avidità ed estrapolazione, crediamo che questo ciclo finirà. E quando ciò accadrà, si punterà il dito e si cercherà la verità. Gli investitori cercheranno di dare la colpa a Wall Street, ai decisori politici e ai politici, dimenticando opportunamente quanto fossero disposti a partecipare e a credere, finché i prezzi delle attività continuavano a salire.


Valter Buffo
Detox. Operazione PLM: “Preparare Le Masse”
 

Ieri 21 novembre 2025, l’indice di Borsa a New York che si chiama S&P 500 ha chiuso a 6600 punti. Il suo massimo questo indice lo ha toccato a fine ottobre, a 6900 punti. La differenza (fate attenzione) è il 4% circa. Ieri sera il decennale Treasury (Titolo di Stato) rendeva il 4,09%,il bund tedesco decennale rende il 2,80%, il dollaro USA pagava 1,1500 circa per un euro, ed il petrolio trattava 58$ al barile. E così via.

Nulla da segnalare. Assolutamente zero.

Perché allora tutto questo baccano?

C’è qualche cosa che proprio non funziona, in questo appassionarsi dei media e dei social alla “bolla di AI” (ovviamente, indirizzati dalle Goldman Sachs e dalle Morgan Stanley di questo mondo).

E’ come se si stesse preparando il terreno … ma per qualche cosa d’altro. E’ come se la “bolla di AI” fosse diventata il “male necessario”.

Ma necessario per chi, esattamente?

Vediamo di capirlo oggi.

Noi di Recce’d vi abbiamo già illuminato questo angolo di visuale, questo aspetto della situazione dei mercati finanziari in questo mese di novembre 2025.

Lo avevamo già scritto, una settimana fa e due settimane fa, in questo Blog: c’è qualcosa proprio a noi non torna.

C’è uno strano odore di truffa, come vi abbiamo appunto scritto la settimana scorsa, nel Post precedente a questo.

Alla prima scossa, alla prima pausa, alla primissima incertezza, saltano subito fuori i piedi di argilla, le false coscienze, gli altarini che si scoprono.

Brrrr, quanta paura: hanno tutti loro.

La settimana scorsa, nel Post che precede questo, ci eravamo domandati quanto fa 2000 + 2008. La risposta, la daremo ai lettori del sito in un nuovo e secondo Post con questo titolo (e forse magari anche in un terzo?), che pubblicheremo a breve.

Oggi invece concentriamo il nostro sforzo su di altro tema, forse non altrettanto rilevante nell’immediato (per le vostre scelte che dovete fare a breve e la vostre strategia di investimento di medio termine) ma di cui è utile parlare ora: quando il ferro è caldo, è allora che bisogna batterlo, per cambiarne la forma.

Ecco perché oggi, in questo nuovo Post, ritorniamo sul tema che è stato già evidenziato da Recce’d: il tema di “come i media ci presentano la “bolla di AI”, e per quale ragione viene presentata in questo modo.

Oggi con voi parleremo soprattutto di media (quotidiani, settimanali, TV come TG e GR, e poi CNBC a Bloomberg) ed anche di social. Perché tutti questi media e questi social ci raccontano una storia UGUALE IDENTICA. E ve lo dimostriamo subito.

Partiremo con il Corriere della Sera: perché in Italia è il quotidiano più diffuso, ed anche perché in Recce’d lo valutiamo come il quotidiano di maggiore qualità, equilibrio, compostezza ed oggettività.

Nella giornata di mercoledì 19 novembre, il Corriere della Sera pubblicava una breve nota, a forma del ex-Direttore Ferruccio De Bortoli.

La sera di quel giorno, poi, Nvidia ha pubblicato la sua trimestrale, come voi avete letto alla pagina TWIT - TWOO del nostro sito.

In attesa, alla chiusura dei mercati, di conoscere i dati trimestrali di Nvidia, la sensazione generale è quella di vivere sul ciglio di un burrone dopo aver ammirato, forse troppo a lungo, l’immensità dell’universo dell’Intelligenza artificiale. Ora si guarda giù. E lo fa una generazione di imprenditori e operatori dell’alta tecnologia abituata a non conoscere limiti ai propri traguardi. Onusta di gloria, soprattutto finanziaria, e poco attrezzata a gestire le transizioni, anche selettive e dunque dolorose, della storia economica. Lo scoppio della bolla delle dot.com nel 2001 ha molto da insegnare. Le rivoluzioni hanno momenti di rallentamento, di riflessione e selettività, ma non significa che non vadano avanti, come è avvenuto per Internet. 

Già tempo fa in questa piccola rubrica quotidiana avevamo segnalato l’eccesso di intreccio finanziario tra i grandi protagonisti dell’Ai, con al centro proprio Nvidia, i quali hanno investito l’uno sull’altro circa 380 miliardi gonfiando di conseguenza le quotazioni. Le prospettive di guadagni di produttività rimangono affascinanti - come segnala Franco Bernabé in una bella intervista al Quotidiano del Trentino e Alto Adige - ma cariche di rischi sistemici che stiamo forse sottovalutando. Vittorio Carlini sul Sole 24 Ore di oggi dà conto di come gli algoritmi, che governano di fatto i mercati, siano alimentati da sistemi di intelligenza artificiale sulla finalità dei quali il mistero è fitto. Anche e soprattutto per le autorità di controllo. 

Possono essere degli stabilizzatori, dunque ridurre la volatilità (misurata dall’indice Vix attualmente sotto pressione) oppure ampliarla per sfruttare spazi di guadagni speculativi, magari attraverso dati manipolati o persino falsi. Gli algotrader saranno così intelligenti da evitare un’eventuale bolla dell’Ai o così spregiudicati da alimentarla?

Ovviamente si tratta di una breve nota, e non di una analisi approfondita. Ed ovviamente prevale la necessità di sintesi. La lettura è però utile, perché si può notare quali argomenti De Bortoli sceglie di evidenziare ai lettori del Corriere della Sera:

  • Nvidia

  • rivoluzione

  • produttività

  • rischi sistemici

  • algoritmi

Esposizione chiara, lineare: il discorso, però, non viene chiuso. Il giornalista, in questo caso, propone una sua ricostruzione dello stato delle cose, e lì si ferma.

Come tutti i nostri lettori, anche noi di Recce’d dobbiamo, siamo costretti, ad arrivare ad una decisione.

Proprio in momenti di mercato come quello attuale, sarà utile ricordarvi che NON agire è una decisione di investimento: spesso, la più importante. A volte, anche la più produttiva (dipende da come voi siete piazzati prima del fatto).

Essendo obbligati a decidere, ogni giorno, in merito alla allocazione del proprio risparmio e alla strategia da seguire negli investimenti, noi e voi dopo aver letto la breve nota di De Bortoli siamo costretti a cercare altro.

Il Corriere della Sera ci aiuterà in tal senso? ,Qualche settimana fa, ci offriva un articolo di Walter Riolfi, che riportiamo qui di seguito. Il nostro commento lo leggerete subito dopo.


La solita sparata di Donald Trump sui dazi alla Cina e Wall Street è caduta dieci giorni fa del 3-4%: un crollo più che sufficiente a indurre il presidente americano alla consueta retromarcia. E così, lunedì scorso, la borsa s’è ripresa, recuperando gran parte delle perdite. Il «buy the dip» (compera sul ribasso) è la regola vincente, specie dal 2009 a oggi: e quest’anno, secondo i calcoli di D.J. Market Data, ad ogni caduta del 2% dell’indice S&P è seguito un rimbalzo del 2,3% nella settimana successiva.

Come per tutte le regole, c’è sempre un’eccezione, perché questa volta Wall Street è parsa un poco zoppicare. In effetti, qualche segnale di preoccupazione s’è avvertito. Su una rivista online di tecnologia è apparso un articolo in cui si sosteneva che il noleggio di server con i chip di Nvidia lanciato da Oracle produrrebbe ritorni economici inferiori alle attese, gettando qualche ombra sulla futura reddittività degli enormi investimenti nell’Ai. E, qualche giorno fa, il Wall Street Journal ha messo in dubbio il successo dell’accordo tra Broadcom e OpenAI: non si capisce come OpenAI, una società che fattura 13 miliardi e che non farà profitti per altri quattro anni, possa «spendere centinaia di miliardi» in pochi anni. Inoltre, il progetto implicherebbe la produzione di una quantità di energia elettrica «pari a quella che consuma la città di New York nei giorni di punta».

Anche sul mercato del credito è suonato un campanello d’allarme con il fallimento di Tricolor (broker di auto usate) e First Brands (produttore di componenti per auto). E, in estate, già s’era vista la bancarotta di Marelli. Così il 16 ottobre sono crollate Zions (-10%), Western Alliance (-9%) e l’Etf Kre (-6%), con il rischio contagio che ha toccato anche Jefferies (-9%). Ma cosa più grave è che i crediti (subprime) di queste aziende sono stati cartolarizzati e impacchettati e collocati sul mercato, soprattutto nei fondi di private equity (Apollo, KKR, Blackstone): una pratica che ricorda parecchio quella dei mutui subprime, 20 anni orsono. Ancora non è chiaro a quanto ammontino le potenziali perdite, perché questi crediti sono stati ipotecati cinque volte. E, mentre gli ottimisti riducono gli eventi a episodi isolati, Jamie Dimon, numero uno di JPMorgan, ha commentato: «Quando vedi in giro uno scarafaggio è segno probabile che ce ne siano degli altri». Forse è già una certezza, perché i ritardi nei pagamenti sui prestiti auto subprime (oltre 60 giorni) sono volati al 6,5%, secondo Fitch, oltre il doppio di 20 anni fa. E il tasso di fallimenti nel comparto del «private credit», un mercato valutato quasi duemila miliardi, è ben sopra il 9% (era all’1% nel 2019). E si può aggiungere la crisi agricola, la peggiore degli ultimi 50 anni secondo gli agricoltori dell’Arkansas, dove i fallimenti (anche a causa dei dazi) sono stimati tra il 25 e il 40%. In generale è l’intero mercato dei bond ad alto rendimento a destare preoccupazione, con gli spread sui Treasury crollati a quasi il 2,5%, lo stesso livello che s’era visto nel 2007, un anno prima della «grande recessione». E negli ultimi anni ne sono stati emessi davvero tanti, per migliaia di miliardi, grazie a tassi d’interesse prossimi allo zero. Quei bond, alla scadenza, dovranno essere rinegoziati a interessi ben più elevati.

Di questi segnali Wall Street s’è preoccupata assai poco e per nulla dello shutdown, la paralisi amministrativa in attesa che venga approvato un nuovo tetto al debito pubblico. Lo shutdown non ha mai rappresentato un problema, nemmeno nel dicembre 2018, quando durò un massimo di 34 giorni, guarda caso ancora con Trump, e che potrebbe costare circa 15 miliardi, un’inezia dello 0,05% del pil. 

Ma i dubbi sui fantastici ritorni dei progettati investimenti delle aziende legate all’Ai per migliaia di miliardi dovrebbero richiedere prudenza. Tanto più che l’America non ha il monopolio del settore. E invece tutti i titoli che in qualche modo sono riconducibili all’Ai hanno proseguito il loro volo dopo due sedute di risibili limature.

Tutta colpa dell’euforia nell’esercito della clientela retail (piccoli investitori), sostengono i grandi gestori. In effetti, quell’esercito s’ingrossa sempre più. Ormai conta quasi un terzo del mercato. Nella prima metà dell’anno aveva comprato titoli ed Etf per oltre 155 miliardi (dati Vanda R.), il 22% più del primo semestre 2024, e nel solo ultimo mese l’ammontare record di 100 miliardi, secondo Morgan Stanley.  I piccoli investitori comprano di tutto, specie quella spazzatura che apparentemente costa poco, perché non fa utili e nemmeno ricavi. Oklo, per esempio, azienda nata da poco e votata alla produzione di energia elettrica prodotta col nucleare, è cresciuta del 730% da inizio anno e capitalizza 26 miliardi di dollari con zero ricavi, zero utili e senza prospettiva di vedere un soldo nei prossimi quattro anni. Ora vale un quarto di Enel e più della metà della tedesca E.On che fattura 82 miliardi di euro. Roundhill ha persino lanciato un Etf dedicato ai «meme stocks», azioni di società non redditizie, che prendono il volo solo perché se ne parla nei social media. Un’analisi di JPMorgan spiega perché questi diventano sempre più numerosi, specie tra i giovani: il 37% di costoro (dati 2024), anziché acquistare una casa accendendo un mutuo, preferisce usare il denaro per investire nei meme stocks o le criptovalute, nella convinzione che così si diventa ricchi. Ora quella percentuale è stimata oltre il 40%. E i grandi gestori cosa fanno? Gridano alla bolla speculativa, specie dei titoli Ai (54% rispetto all’41% di settembre, secondo il sondaggio BofA), ma continuano a comprare di tutto.


Come vedete, quando Walter Riolfi scriveva queste righe, c’era ancora il tema “euforia”, ed il tema “buy-the-dip”, ed anche il tema “euforia per i titoli spazzatura ed i meme stocks”, della “euforia degli investitori retail”, e persino (figuratevi!) il tema “euforia delle crypto-valute”. A distanza di soli quindici giorni, questi temi non si trovano più, nelle pagine economiche dei quotidiani, e neppure, nei TG, e neppure dei GR, e neppure sui social.

Finito.

Ma la rilettura di questo articolo vi è stata comunque utile: spieghiamo il perché. Prima di tutto: non è ancora “la bolla”. e poi, osservate nella parte iniziale gli accenni al debito accumulato dalle Aziende che investono su “AI”, ed anche l’accenno ai fallimenti nel settore del credito non bancario. Che vi piaccia, o non vi piaccia, sono due temi ai quali nel prossimo futuro sarete costretti a fare grande attenzione. E l’articolo ve li anticipava. Bene, utile.

Torniamo però alla nostra necessità di decidere, alla nostra esigenza in quanto gestori, ed anche semplicemente di investitori. Come De Bortoli prima, anche Riolfi qui sopra tocca un grande numero di temi: una utile ed ordinata esposizione di argomenti,. ma non ci è utile per decidere.

Vediamo allora se lo stesso Riolfi, in tempi più recenti (pochi giorni fa), ci può aiutare a decidere. Leggiamo qui di seguito: il nostro commento viene subito dopo.

Se diamo ascolto al britannico The Economist, l’America sarebbe prossima a una nuova bolla speculativa, «peggiore di quella che scoppiò nel 2000 con le dotcom», poiché potrebbe mandare in fumo 35 mila miliardi di ricchezza. La previsione è condivisa da un altro analista inglese, Julien Garran di MacroStrategy, secondo il quale la bolla sui titoli dell’intelligenza artificiale (Ai) sarebbe 17 volte più grande di quella di 25 anni fa e quattro volte più distruttiva di quella dei mutui subprime del 2008. Pur evitando toni apocalittici, le analisi della BoE e del Fmi concordano sul fatto che i titoli dell’Ai siano in bolla o quasi. 

Ma quando questa bolla sia prossima a scoppiare è questione senza risposta. Irrazionalmente alte le valutazioni possono restare a lungo, come hanno dimostrato le borse alla fine del secolo scorso. Più empirico è l’approccio degli economisti delle grandi banche d’investimento e delle società di gestione. Non siamo ancora in bolla, dice Goldman Sachs; oppure, le borse hanno ancora strada da fare, sintetizza Ubs. 

Quanto lunga sia questa strada non è dato sapere, ma, seguendo il ragionamento, potremmo dire che Wall Street finirà in bolla quando le valutazioni cresceranno in maniera esorbitante, rispetto agli utili societari realizzati o semplicemente previsti. Prendiamo lo studio di Goldman dell’8 ottobre. Il paragone più appropriato resta la bolla delle dotcom. Il rapporto tra prezzo e azioni è alto dice Goldman, ma a 27 (quello dei Magnifici 7) è la metà di quanto esprimevano i sette titoli più in vista nel 2000 (52). Il cash flow è oggi nettamente superiore, come pure i margini reddituali, e molto più basso è l’indebitamento, cosicché il p/e rispetto al tasso di crescita degli utili è almeno doppio. Probabilmente siamo nelle fasi iniziali di una bolla, sostiene Goldman, ma, par di capire, il vero pericolo lo sperimenteremo solo se il Nasdaq dovesse raddoppiare in pochi mesi. Come avvenne tra agosto 1999 e marzo 2000. La svizzera Sarasin preferisce ragionare sull’indice S&P 500, poiché il p/e del Nasdaq nel 2000 (oltre 70 contro il 34 attuale) era gonfiato da una miriade di società poco redditizie. Ora l’S&P è valutato 23 volte gli utili dei prossimi 12 mesi, «non lontano dal multiplo di 25 registrato al tempo delle dotcom». A quel tempo l’economia era in condizioni decisamente migliori con il pil che cresceva oltre il 4%, contro il 2% attuale, ma il premio per il rischio azionario (Erp, ossia il rapporto tra il rendimento degli utili futuri e quello del Treasury a 10 anni) era finito parecchio sotto zero. Anche adesso è tornato a zero e lascia supporre un ritorno azionario «di appena il 4% annuo nel prossimo decennio». «Il mercato si sta muovendo verso una bolla, ma non significa che scoppierà immediatamente», conclude Sarasin. Sulla stessa linea, ma con una bella dose di ottimismo, si muove anche la svizzera Pictet. «Per portare l’indice S&P 500 a livelli di bolla speculativa sarebbe necessario un ulteriore aumento del multiplo prezzo/utili a 12 mesi oltre quota 27», sostiene. Proviamo a fare due conti. Immaginando che l’S&P cresca del 30%, a 8710, nei prossimi 9-12 mesi (ipotesi non assurda, visto che ha guadagnato il 35% negli ultimi sei mesi) e che i previsti utili dell’indice aumentino del 14% nei prossimi due anni, come suggeriscono le stime di Lseg, avremmo un p/e prospettico di 25,3, contro il 22 di oggi. Saremmo vicini alla bolla. Ma, siccome gli utili previsti a un anno di distanza si sono sempre rivelati superiori di almeno quattro punti rispetto a quelli poi realizzati (per il 2025 sono oggi stimati in crescita del 10,9 contro il 15% dell’ottobre 2024), immaginiamo invece che migliorino solo del 10%. Fra un anno ci ritroveremmo con un p/e prospettico di 27, esattamente come nella bolla del 2000. Il limite di questi ragionamenti sta evidentemente nei troppi «se».

Ma, oggi non si capisce se la crescita economica possa accelerare o ridursi nei prossimi mesi, se l’inflazione scenderà sotto il 3% (quella core è ora al 3,1%), se aumenterà la disoccupazione, se i colossali investimenti delle società Ai daranno i frutti sperati. Neppure si riesce a stimare l’effetto dei dazi, che dovrebbe farsi sentire nei prossimi mesi e, con lo shutdown americano, nemmeno abbiamo i numeri per capire come siano andate le cose nell’ultimo mese. I pochi e parziali dati che sono usciti lascerebbero intendere un lieve rallentamento della crescita, un modesto rialzo dei prezzi, meno occupati e una fiducia in leggero calo. Ma, ancora una volta, gli utili trimestrali si stanno rivelando migliori delle attese, quantomeno quelle del mese precedente.

Il Wall Street Journal nota come «l’esuberanza della borsa si fondi sull’idea che tagli alle tasse e tassi d’interesse in calo ridiano vigore all’economia». È l’idea del presidente Trump che pare esser stata calorosamente abbracciata dai piccoli investitori e in parte pure dai grandi. Ed è proprio quella che tanto preoccupa i gestori di Robeco, poiché l’ampiezza delle misure fiscali e monetarie, combinata con gli effetti negativi dei dazi (e con la turbolenza che già si nota sul mercato del credito, potremmo aggiungere) stanno creando «una pentola a pressione economica senza valvole di sfogo». Si concluderà con uno «scoppio, anche se non possiamo dire se sarà nel 2025, nel 2026 o più tardi».

Nel dubbio è meglio restare investiti e cavalcare l’onda, ragiona la gran parte degli investitori: uscire troppo presto dal mercato significa rinunciare ai futuri guadagni. Vero, ma solo se c’è la presunzione di capire se la bolla sia davvero scoppiata ed essere in grado di vendere in tempo.


La scelta di Riolfi in questo caso è di parlare in modo esplicito di “bolla”: la “bolla di AI”, appunto.

Riolfi tocca anche altri argomenti, e precisamente

  • i parametri di valutazione delle azioni e degli strumenti azionari (in modo diffuso ed articolato)

  • la crescita economica degli Stati Uniti

  • le politiche economiche di Donald Trump

  • le tempistiche per lo scoppio della bolla

Utile. E del tutto tutto condivisibile, ciò che scrive Riolfi sul Corriere della Sera in questo secondo articolo.

Ma quello che invece NON scrive?

Chi segue Recce’d, e soprattutto chi ha seguito la nostra serie Detox, avrà però già notato che il quadro non è completo: vengono trascurati aspetti importanti della realtà, al novembre 2025. Aspetti che ritroverete, sia descritti, sia analizzati in chiave operativa, nei Post precedenti della nostra serie Detox. Aspetti della realtà attuale che influenzeranno, in modo decisivo, i risultati di tutti i vostri attuali investimenti di portafoglio.

Una domanda però a questo punto risulta inevitabile, dopo avere letto i tre pezzi del Corriere della Sera. La domanda è: perché oggi?

Quali parametri di valutazione sono cambiati, tra quelli citati da Riolfi, tra oggi e … giugno? Luglio? Agosto? Settembre? Quali politiche di Trump sono state radicalmente modificate? Quali dubbi sugli investimenti in AI sono venuti fuori solo adesso? Quali altri elementi del quadro che l’articolo ci presenta sono cambiati drasticamente negli ultimi mesi? Perché si sceglie di evidenziare questi eccessi proprio oggi ne mese di novembre 2025?

Chi, come noi e come voi deve scegliere ogni mattina se comperare oppure vendere i BTp, la Borsa di Milano, il dollaro e l’oro non può eludere, trascurare o ignorare questa domanda, ed altre domande. perché tutti oggi ne parlano, e tre mesi fa invece nessuno?

A parte Recce’d e pochi altri, naturalmente: che a qualcuno piaceva dire etichettare come “i gufi”, ma solo fino a poche settimane fa.

Proviamo allora a cambiare quotidiano, e vediamo se troviamo la spiegazione: non è difficile, tutti i media si esaltano con la “bolla di AI”, di questi tempo. Ed anche il quotidiano il Giornale ha detto la sua, affidando l’articolo ad Osvaldo De Paolini, un nome noto a chi si occupa di Borse e giornali dagli anni Ottanta del secolo scorso.

C'è un momento, nei cicli economici, in cui il rumore di fondo l'entusiasmo, i proclami visionari, l'euforia degli investitori non riesce più a coprire il cigolio delle travi portanti. Oggi quel momento sembra essere arrivato.

E non lo dice un pensionato della finanza o un profeta di sventure.

Lo dice Sundar Pichai, il capo di Alphabet-Google, l'azienda simbolo della rivoluzione digitale: se scoppia la bolla dell'intelligenza artificiale a Wall Street, avverte, nessuno sarà risparmiato, nemmeno Google. Quando anche i colossi cominciano a parlare di irrazionalità, forse un dubbio dovrebbe sorgere: non sarà che ci siamo spinti troppo avanti, troppo in fretta?

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una corsa sfrenata agli investimenti in intelligenza artificiale. Solo per il 2025, le imprese americane hanno messo sul piatto quasi 500 miliardi di dollari in nuovi data center. Una cifra che non ha precedenti nemmeno ai tempi della bolla dot-com. A questi numeri vertiginosi va aggiunto l'allarme energetico: la domanda di potenza richiesta dall'IA crescerà in modo spropositato entro il 2030, quasi quanto l'attuale capacità installata nel Regno Unito: Citigroup stima che ciò comporterà 2,8 trilioni di dollari di spesa incrementale. Una voragine. E qui torna un vecchio insegnamento: i cicli del capitale non mentono mai. Quando gli investimenti crescono a dismisura, quando nessuno sembra più interrogarsi sul ritorno effettivo, quando perfino i costi energetici o gli obiettivi climatici vengono sacrificati alla corsa all'oro digitale, allora l'eccesso è vicino. E l'eccesso, in economia, presenta sempre il conto.

Non è questione di essere contro l'intelligenza artificiale. Nessuno nega l'enorme potenziale trasformativo della tecnologia che sta riscrivendo il modo in cui lavoriamo, produciamo, organizziamo la conoscenza. Ma tra il potenziale e i ricavi effettivi passa una distanza che oggi in Borsa sembra ignorata. Per giustificare gli attuali multipli di prezzo in alcuni casi ormai sospesi nel vuoto servirebbero ricavi dieci volte superiori a quelli generati oggi dall'IA. E servirebbero in tempi rapidissimi, perché il ciclo di ammortamento di data center e chip è brevissimo: tre, forse cinque anni.

Qui sorgono alcune domande: e se la rivoluzione dell'IA, sebbene reale e straordinaria, stesse correndo più veloce della capacità delle aziende di monetizzarla? Se i flussi di cassa generati non riuscissero più a tenere il passo degli investimenti? Cosa resterebbe dei valori stellari delle società più esposte? E soprattutto: quanto a lungo potrà reggere un mercato che incorpora già oggi i profitti di un futuro che potrebbe arrivare solo tra dieci o venti anni? Non serve attendere il diluvio per capire che le prime gocce stanno cadendo.

Ed ecco la domanda cruciale: siamo forse nel 2000, quando esplose la bolla Internet? No, non siamo nel 2000. E non siamo nemmeno nel 2008. La differenza è sostanziale.

Le imprese dell'economia reale sono decisamente più sane, molto meno indebitate. Non presentano squilibri strutturali profondi, e il loro ciclo di investimenti è più prudente. Le banche europee non tutte, ma la maggior parte entrano in questa fase con livelli di capitalizzazione che negli anni delle bolle precedenti erano impensabili. Sono vigilate, patrimonializzate, costrette a reggere scenari avversi. Quelle americane sono è vero più esposte ma, salvo qualche eccezione, lontane dalla fragilità pre-Lehman.

Ciò significa che il crollo, quando arriverà, potrebbe essere violento nei prezzi, ma non devastante nei fondamentali del sistema. L'onda d'urto colpirà le valutazioni, non necessariamente l'economia reale; o quantomeno, non con le stesse devastanti modalità.

E qui entra in gioco il suggerimento di un grande saggio, Ennio Doris, spesso ripetuto ma oggi più valido che mai: nei grandi eccessi, la via d'uscita è osservare ciò che resta solido mentre tutti corrono nell'altra direzione.

In breve, è il trionfo del posizionamento obliquo del portafoglio, quello che non rincorre la moda ma intercetta le sue conseguenze, come i facilitatori dell'IA, le situazioni particolari, l'energia nucleare, destinata a rispondere all'immensa fame di elettricità dei data center. Perfino i titoli tecnologici cinesi, oggi scambiati a multipli che ricordano più la prudenza europea che l'euforia americana.

Sì, il diluvio potrebbe essere vicino. Ma non porterà via tutto. Come spesso accade, spazzerà via gli eccessi e lascerà terreno fertile per una ripartenza meno irrazionale.

La rivoluzione dell'IA non si fermerà: forse semplicemente rifiaterà. E quando lo farà, chi avrà investito con disciplina - non inseguendo i multipli, ma guardando soprattutto ai fondamentali - potrà raccogliere i frutti.

De Paolini ci piace, in questa occasione: prima di tutto, perché (come vedete) sceglie di replicare una frase che era già presente in tutti i nostri Post più recenti, e che sintetizza la nostra visione dello stato delle cose al mese di novembre 2025. La frase dice che:

non siamo nel 2000 e non siamo nel 2008.

E non c’è nulla di più vero, di più efficace e di più sostanziale, oggi.

De Paolini in questa occasione ci piace anche per la ragione che adotta un taglio più concreto, più pratico e più vicino alla operatività dei portafogli (che è la nostra attività tipica, come sapete: assistenza nella gestione del portafoglio titoli, attraverso i nostri portafogli modello) rispetto ai precedenti esempi da noi selezionati.

De Paolini offre alcune risposte (a grandissime linee) ai suoi lettori che si domandano: “e quindi, noi che cosa facciamo adesso?”. De Paolini ci piace, in questo caso, perché invece di limitarsi a “descrivere la situazione”, prova anche a trarne alcune conseguenze per i suoi lettori che sono anche investitori. Accetta la sfida.

De Paolini poi fornisce alcune indicazioni di carattere operativo: e qui, nella maggior parte dei casi, Recce’d non è d’accordo con De Paolini: ma è normalissimo, ed è facile da spiegare. Ovviamente De Paolini fa un mestiere, e Recce’d fa un mestiere completamente diverso. Noi, tra un mese, sei mesi, ed un anno saremo qui, a rispondere ai nostri Clienti delle indicazioni operative da noi fornite oggi, con i portafogli modello.

Per questa semplicissima ragione, Recce’d oggi ai propri Clienti NON dice:

  1. che oggi la situazione fondamentale è migliore rispetto agli anni 2000 e 2008 (è vero esattamente l’opposto)

  2. che le economie NON saranno toccate (Recce’d dice esattamente l’opposto)

  3. che le scelte migliori oggi sono quelle che Paolini elenca: … i facilitatori dell'IA, le situazioni particolari, l'energia nucleare, destinata a rispondere all'immensa fame di elettricità dei data center. Perfino i titoli tecnologici cinesi… (le nostre scelte di oggi sono totalmente diverse da queste; domani, oppure dopodomani, poi valuteremo, in funzione di ciò che accade)

Vogliamo però anche evidenziare che siamo in piena sintonia con le indicazioni operative di Paolini in questo articolo, quando mette in evidenza all’investitore tre concetti:

  1. … il posizionamento obliquo del portafoglio, quello che non rincorre la moda ma intercetta le sue conseguenze,

  2. … spazzerà via gli eccessi e lascerà terreno fertile per una ripartenza meno irrazionale.

  3. … quando lo farà, chi avrà investito con disciplina - non inseguendo i multipli, ma guardando soprattutto ai fondamentali - potrà raccogliere i frutti.

Queste sono le due cose che Recce’d ha già fatto, sta facendo, e farà per tutti i propri Clienti.

Insieme ad una terza cosa: a noi, gestori di portafoglio, non passa neppure per l’anticamera di dire ai nostri Clienti che “sì, il diluvio potrebbe essere vicino, ma passerà, come sempre”.

Per un gestore, per ogni gestore, ma in particolare per gestori NON a benchmark come Recce’d, questo eventuale “diluvio” sarebbe al contrario quella “occasione di una vita” di cui abbiamo scritto, poco tempo fa, anche qui nel Blog.

Per noi, gestori di portafoglio a rendimento assoluto (e NON a benchmark) il “diluvio” è parte del lavoro, e non è una fatalità da accettare passivamente: per il nostro Cliente, lo dobbiamo non solo evitare ma pure anticipare e soprattutto sfruttare.

Con questo lungo Post, che è dedicato al modo nel quale i media ed i social abusano del concetto di “bolla di AI”, Recce’d vuole segnalare a tutti i lettori un fatto: le ragioni per le quali si è acceso improvvisamente l’interesse (fino a 60 giorni fa totalmente assente) di banche di investimento, e poi social, e poi media (da TV a quotidiani) per la “bolla di AI” ad oggi non sono chiare, e suscitano numerose domande e numerose ragioni di inquietudine (che non hanno a che vedere con AI).

Suscitano attenzione, dubbi ed allarme in ogni investitore consapevole. Che deve stare molto attento. Estremamente attento: e non ad “AI”, ma alle ragioni dell’improvviso interesse, quando invece gli eccessi di Borsa erano gli stessi, erano già presenti e visibili, e da anni.

Voi, amici lettori, siete proprio certi di avere colto il messaggio nel modo giusto?

E per completare questo lungo Post, ritorniamo al Corriere della Sera, con un quarto contributo che Recce’d prende dal quotidiano milanese.

L’articolo che segue, firmato da Massimo Gaggi, il quale offre le sue considerazioni sul futuro di AI, garantendo che la rivoluzione di AI non si fermerà, che sta già cambiando il Mondo, e che ci sono già applicazioni redditizie (anche de Paolini più sopra si era esposto in questo senso). Si tratta di affermazioni un po’ enfatiche, un po’ azzardare, ed anche un po’ rischiose (quella sulle applicazioni redditizie).

Ma il nostro punto, prima che il nostro lettore si addentri nell’articolo di Gaggi, sta altrove: per noi, gestori di portafoglio, può essere vero o non vero, che la rivoluzione continuerà; e può essere vero o falso che sta cambiando il Mondo, e può essere giusto oppure sbagliato affermare che ci sono già applicazioni redditizie (ma ci piacerebbe, certo, sapere quali sono e dove sono).

A noi di Recce’d, tutto questo proprio non interessa.

A noi, di Recce’d, di tutto questo argomento, e del momento dei mercati finanziari, interessano invece tre altre cose, e precisamente:

  1. negli anni tra il 2000 ed il 2003 l’indice Nasdaq perse lo 80% del suo valore

  2. lo stesso indice Nasdaq ritornò ai valori del 2000 solo nel 2016, ben 16 anni dopo, e solo grazie al QE

  3. fatti ed esperienze come queste non devono intaccare il risparmio di chi è Cliente di Recce’d, ed anzi devono diventare un guadagno, dove è possibile e nella misura che è possibile.

Questo è lavoro: ciò che noi sappiamo fare. E questo è ciò che facciamo, e che vorremmo fare per tutti i lettori di questo Blog. Ed è per questa ragione, che anche oggi invitiamo il lettore a contattarci.

Recce’d è proprio quella alternativa che voi state cercando: nel metodo di lavoro, nella gestione del risparmio, nelle modalità di relazione, e quindi anche nei risultati.

Giovedì 20 novembre 2025

Le borse e il timore della bolla

di Massimo Gaggi

Borse sull’orlo di una crisi di nervi. Per mesi il mercato americano (seguito dagli altri) ha continuato a crescere nonostante i sussurri di chi invitava alla prudenza, a non far crescere una bolla pericolosa: troppo ottimismo sullo stato di salute dell’economia Usa e sulla capacità dei giganti tecnologici di far fruttare in tempi ragionevoli gli enormi investimenti nel campo dell’intelligenza artificiale (AI) generativa. Poi qualcuno ha trasformato i sussurri in grida: nell’ultima settimana i titoli tecnologici hanno registrato cali consistenti.

Come in un fenomeno carsico, lo spettro della bolla delle dot-com che scoppiò 25 anni fa, emerso ad aprile e poi di nuovo in estate e ogni volta esorcizzato da operatori che hanno continuato a scommettere sulle Magnifiche Sette delle tecnologie intelligenti, si è riaffacciato in modo più prepotente. I dati di ieri e di oggi — i risultati economici di Nvidia, dei giganti del commercio Walmart e Target e quelli sul mercato del lavoro fermi da due mesi per lo shutdown del governo più lungo della storia Usa — dovrebbero dare una direzione più chiara a mercati: ieri gli analisti si preparavano a un calo o un’impennata comunque forte, del 7-8%, di Nvidia, a seconda dei risultati. I numeri sono stati ottimi e il titolo, quindi, è salito ma senza grandi strappi (3-4%).

La cautela, anche se tardiva, è benvenuta. Ma senza mai dimenticare che le società dell’AI, certo sopravvalutate, stanno cambiando il mondo: il loro non è certo un fuoco di paglia.

Non c’è dubbio che alcuni degli attori principali si stanno esponendo moltissimo: in modo eccessivo, forse temerario. Nel solo ultimo trimestre, cinque big — Microsoft, Meta-Facebook, Alphabet-Google, Amazon e Oracle — hanno investito ben 107 miliardi di dollari in AI. Non tutti nella stessa misura e non tutti nello stesso modo. Google, che continua a incassare molto in pubblicità e dalla platea degli utenti, ha mantenuto un certo equilibrio, rispecchiato anche dalle quotazioni. Invece Oracle, che si è esposta, in proporzione, di più e deve indebitarsi per finanziare i suoi investimenti non disponendo di vasti flussi di cassa dall’attività consumer, ha perso in pochi giorni quasi un quarto del suo valore (ma prima era salita alle stelle).

Può essere anche lecito fare richiami alla bolla del 2000 a patto di ricordare bene quello che accadde allora sui mercati e nella struttura industriale. Alla fine del Novecento c’era stata una corsa all’oro digitale: si investiva con euforia in start up a volte promettenti, più spesso incapaci di costruire un modello di business sostenibile. Bastava aggiungere «.com» al nome della propria impresa e il valore cresceva come per incanto. Inevitabile la resa dei conti: il Nasdaq, il mercato dei titoli tecnologici, prima quintuplicò il suo valore poi, nel 2002, perse l’80%.

Ma non fu un disastro per tutti: le imprese con scarsa consistenza svanirono nel nulla, ma dalle rovine riemersero quelle che, ripulite dalle scorie, oggi dominano il mercato.

Parliamo di Google che aveva da poco introdotto il suo motore di ricerca che ci ha cambiato la vita, di Amazon che, nonostante la delusione degli azionisti per i continui cali, continuò a investire nella logistica e nei servizi web. Ma anche di Microsoft, Apple e altri ancora. Anni di investimenti eccessivi, non remunerativi, hanno comunque lasciato, oltre alle macerie finanziarie, infrastrutture industriali di rete (fibre ottiche, banda larga) sovradimensionate, ma che si sono rivelate preziose per una nuova era di crescita. Certo, con attori in parte diversi: aziende come Netscape, AOL (America OnLine) e Yahoo! hanno perso terreno, mentre di quegli investimenti hanno beneficiato nuove società come Netflix.

Allora ci fu chi parlò di «fine dell’era digitale», liquidata come un’illusione. Quanto accaduto successivamente ha dimostrato che c’era stato solo un eccesso di speculazione finanziaria: si era dato credito anche ad inventori-sognatori.

Oggi il quadro è diverso: si sta investendo troppo, è vero, nella gara a chi sviluppa i large language model (LLM) più potenti nel tentativo di arrivare per primi al sacro Graal dell’AGI, un’intelligenza artificiale generale superiore a quella umana. Qualcuno potrà scottarsi, certo (e qui consideriamo solo le implicazioni finanziarie e industriali, non le enormi incognite etiche di questa evoluzione). Ma nessuno di noi, anche quando siamo recalcitranti, può negare che il nostro futuro sarà sempre più segnato dall’intelligenza delle macchine. Nessuno, anche in caso di crollo dei mercati, parlerà di fine di un’era tecnologica.

Anche perché tutti i riflettori sono puntati sull’AI generativa, quella che dal lancio, tre anni fa, di ChatGPT, ci tocca direttamente come consumatori e sulla quale vengono fatti gli investimenti maggiori. Ma questo è solo uno dei segmenti del mondo dell’intelligenza artificiale. Ci sono almeno altre tre intelligenze che stanno crescendo anche senza bisogno di investimenti giganteschi come quelli per addestrare i modelli linguistici: quella percettiva (ad esempio il riconoscimento facciale), quella agentica (basata su agenti digitali autonomi che diventano assistenti capaci, oltre che di fornire dati, di proporre anche soluzioni a problemi che hanno individuato da soli) e quella in rapporto diretto con l’attività fisica (l’evoluzione della robotica).

Se ne parla meno perché si tratta di tecnologie destinate non ai consumatori, ma al mondo della produzione o alle funzioni di governo. Ma, proprio per questo, si tratta di tecnologie che già trovano impieghi redditizi.

Peter Thiel fa notizia perché vende all’improvviso tutte le sue azioni di Nvidia per un valore di oltre 5 miliardi di dollari. Forse dovrebbe fare più notizia perché la sua «misteriosa» Palantir, scesa dai massimi di inizio novembre (207 dollari) agli attuali 165, vale comunque il triplo rispetto a un anno fa. E qui, più che sulla tenuta finanziaria, bisognerebbe interrogarsi sull’onnipotenza di un gigante poco noto che fornisce tecnologie di Rete e di analisi dei dati al Pentagono, alla Cia e alle forze militari e ai servizi segreti di mezzo mondo.

Valter Buffo
Detox. Quanto fa 2000 + 2008? Potrebbe fare 1500? (prima parte)
 

Vi hanno già raccontato quella del “rally di Fine Anno?”.

Oppure quella del “rally di Natale?”.

Aprite gli occhi: Babbo Natale non esiste, quelle storielle vanno bene per i bambini, e prima delle Scuole Elementari!

Avete letto il nostro Post di sette giorni fa?

No?

Beh, fareste bene a rileggerlo, con attenzione: perché vi serve.

Dunque, sette giorni fa noi avevamo scelto di aprire il nostro Post con una immagine.

Oggi, proprio qui sopra, potete vedere l’immagine sorella. L’immagine è di ieri. La fonte da cui noi la abbiamo tratta è la medesima di sette giorni fa..

Con questa immagine (come già abbiamo fatto la settimana scorsa) noi di Recce’d vi informiamo di ciò che dicono in giro oggi gli “ottimisti 2025” (dei quali Recce’d NON fa parte) (come allo stesso modo, Recce’d NON fa parte dei “pessimisti 2025”.

Dopo sette giorni di mercato, adesso che cosa ci dicono gli ottimisti?

Traduciamo il testo di questa immagine, che è di ieri 14 novembre 2025, ed era stato scritto all’apertura delle Borse americane (S&P 500 -1,6%, e Nasdaq -2%), Borse che poi verso la chiusura hanno recuperato verso i livelli della chiusura di giovedì 13 novembre..

È un altro di quei giorni:

Tutte le classi di attività sono in forte ribasso oggi.

E i tentativi di rally di sollievo intraday vengono venduti a nuovi minimi; una correzione "emotiva" da manuale.

Questo è diventato un evento sempre più comune nel 2025, in particolare tra livelli record di leva finanziaria e l'ipersensibilità del mercato ai titoli.

Tuttavia, se si allarga lo sguardo, la tesi fondamentale non è cambiata.

La spesa in deficit è alle stelle, le spese in conto capitale dell'Al si avvicinano a 1.000 miliardi di dollari all'anno e la Fed DEVE tagliare i tassi al 3% di inflazione a causa del deterioramento del mercato del lavoro.

L'S&P 500 a 7.000 è all'orizzonte.

In questa nota, la frase forte è “i fondamentali restano i medesimi”.

E quindi, la conclusione sarà la medesima della scorsa settimana: non date ascolto al “rumore”, al “noise”: e andate dietro a chi, come noi, vi indica i “fondamentali”.

Non stiamo a tradurre anche questa seconda immagine di oggi: si riesce a capire, anche solo con l’intuito. E’ un messaggio molto semplice.

Dopo avere letto questo messaggio, tutto sta, per tutti noi investitori, nell’analizzare il testo: e capire se i “fondamentali” sono proprio e soltanto quelli che questo testo vi e ci indica.

E precisamente

  • il deficit dello Stato alle stelle

  • i forti investimento delle Aziende Tech nel comparto della AI

  • i tagli dei tassi della Federal Reserve

A vostro giudizio, amici lettori, sono questi i “fondamentali” oggi?

Sono i fondamentali che per il vostro portafoglio hanno una influenza decisiva, per la performance a 3 e a 6 e a 12 mesi?

E soprattutto, amici lettori: questi tre “fondamentali” sono per il vostro portafoglio positivi, oppure negativi? Faranno salire, in futuro, i prezzi dei vostri asset? Dei vostri Fondi Comuni di Investimento? Delle vostre polizze Vita e UNIT - linked?

E il “noise”, il rumore”? Che cosa è il “noise” in questo contesto, e in questi messaggi degli “ottimisti 2025”?

Il noise sarebbe questa roba qui che leggete sotto nell’immagine. Ovvero, cali in Borsa, crollo delle crypto e dati sull’economia che, molto semplicemente, NON vengono comunicati al Mondo e soprattutto agli investitori per decisione … di chi non si sa precisamente ( quindi, la domanda diventa “ma di che cosa stiamo parlando, poi?”).

Del Bitcoin, abbiamo già scritto ieri alla pagina TWIT - TWOO. Non è un argomento stimolante a nostro giudizio, e non necessita di approfondimenti particolari: tutto è chiaro e tutto è semplice.

E poi, le cryptovalute stavano, stanno e resteranno FUORI dal universo investibile di Recce’d. Non ci interessano. Abbiamo tante, tantissime altre cose da inserire nei portafogli modello, senza andarci a cercare storiacce come questa.

Lasciamo pertanto il Bitcoin al suo destino.

E torniamo invece al messaggio lanciato più sopra dagli “ottimisti”. Voi amici lettori ci avete ragionato a sufficienza?

Avete fatto la vostra analisi, accurata, precisa, di qualità?

Il vostro financial advisor, il vostro cosiddetto “consulente” che a voi vende i prodotti finanziari, il vostro private/family/personal banker, il vostro wealth manager vi sta aiutando a comprendere meglio?

Oppure, lui, il venditore, a voi vende solo le cose, ma non vi aiuta a capire nulla?

Come siete piazzati oggi con i vostri investimenti? Il vostro risparmio è esposto poco oppure molto ad eventi come questi?

Siete confusi? Per venire in vostro aiuto, ora vi facciamo un esempio molto concreto, e rileggiamo con voi i fatti degli ultimi 15 giorni: dopo i ribassi della settimana precedente, nella settimana che si è appena conclusa gli ottimisti … ci hanno provato, e con energia: lunedì, e martedì, e con meno forza mercoledì. Il giochetto si è però interrotto giovedì. E venerdì poi c’è stato caos.

Vediamo allora di illustrare, al nostro lettore, che cosa c’è che non funziona, che si rompe, che è fragile negli argomenti degli “ottimisti 2025”. In questo modo, noi vi aiuteremo a comprendere meglio: insomma, noi vi regaliamo con il Post un lavoro di supplenza.

La supplenza di cui necessita il vostro “consulente che viene pagato con le retrocessioni sui prodotti finanziari”, quello che vi vende i prodotti finanziari di Mediolanum, di Fineco, di Fideuram, di Allianz, di generali e di tutte le altre Reti di vendita operanti in Italia (prodotti che a voi non servono, assolutamente a nulla).

Grazie a questa nostra supplenza gratuita, potrete fare scelte più consapevoli in merito al futuro del vostro risparmio.

Ora entriamo nel merito: inizia quindi la nostra supplenza.

Dunque, vediamo: sicuramente siete stati informati che nel 2025 tutti i rialzi degli indici di tutte le Borse del Mondo vengono spiegati con riferimento ad un unico fattore. Uno solo.

Questo fattore NON è

  • il miglioramento delle condizioni economiche generali (che non c’è)

  • il miglioramento degli utili delle Soeictà quotate (del quale diremo più avanti)

  • il beneficio delle nuove tariffe (che è minuscolo)

  • il miglioramento della fiducia dei consumatori (che non esiste)

  • il futuro taglio dei tassi ufficiali (che non arriverà più)

  • la riduzione dei rischi internazionali (che sono letteralmente esplosi)

Nulla di tutto questo.

Il rialzo degli indici di Borsa, nel 2025 è spiegato unicamente dal fattore “investimenti in AU”. Investimenti: ovvero denaro che viene speso in qualche cosa che, un domani (un domani che nessuno conosce, e che nessuno neppure si azzarda di stimare) produrrà “utili enormi”.

Investimenti che però, allo stato, sono soltanto soldi che vengono spesi. Soldi che escono. Non sono soldi incassati.

Applicazioni di AI, che generano utili, al novembre del 2025 non se ne conoscono.

Zero.

Oggi la massa va in delirio (oltre che per i cantanti tatuati da ogni parte) soprattutto per la “corsa agli investimenti”: che, lo ripetiamo, è un aumento della spesa.

La domanda che viene immediata è la seguente: “da dove li prendono, questi denari che vengono spesi per la corsa agli investimenti?”.

Per necessità di sintesi, risponderemo in questo Post con un grafico, ripromettendoci poi di ritornare su questo tema specifico.

Nel frattempo, se interessati, potrete leggerlo sul nostro quotidiano The Morning Brief (se siete già Clienti di Recce’d)

Quale è il problema?

Il problema è che il tutto ha dimensioni impressionanti. Anzi, mai viste prima. Ed è proprio per questo, che ha il peso e la forza per influenzare l’intera economia globale.

L’influenza sull’economia reale si esercita ovviamente attraverso i mercati dei capitali: perché i denari per finanziare la “corsa all’investimento” vanno raccolti. E qui entrano in scena le banche globali di investimento, le quali (con entusiasmo) devono piazzare alla Clientela finale questa enorme massa di nuovo debito. Noi ne riparleremo anche in un prossimo Post.

Un secondo canale di influenza è l’utilizzo dell’energia necessaria per alimentare i server sui quali lavora la Intelligenza Artificiale. Anche di questo, siamo costretti a rimandare il nostro approfondimento per il pubblico ad un Post successivo.

Sempre che non vogliate ricevere il nostro quotidiano The Morning Brief: ed è semplice, sarà sufficiente andare alla pagina CONTATTI del nostro sito.


Queste ricadute sull’economia globale potrebbero assumere caratteri non positivi, sia per le economie sia per i mercati finanziari: su questo proprio ieri ha scritto il settimanale The Economist.

Abbiamo analizzato, selezionato, e poi tradotto per voi l’analisi di The Economist. La quale poi ci porta alcune osservazioni molto interessanti proprio a proposito della gestione del portafoglio titoli, ovvero dell’attività alla quale noi di Recce’d dedichiamo il nostro quotidiano lavoro, impegno ed attenzione.

SE il mercato azionario americano dovesse crollare, si tratterebbe di una delle implosioni finanziarie più previste della storia.

Tutti, dai dirigenti bancari al Fondo Monetario Internazionale, hanno lanciato l'allarme sulle valutazioni stratosferiche delle aziende tecnologiche statunitensi. I banchieri centrali si stanno preparando a difficoltà finanziarie; gli investitori che si sono fatti un nome scommettendo contro i mutui subprime nel periodo 2007-2009 sono riemersi per un altro "grande short".

Al minimo segnale di oscillazione, come un recente leggero calo settimanale dell'indice Nasdaq dei titoli tecnologici, aumentano le speculazioni sul fatto che il mercato sia sull'orlo del baratro.

E non c'è da stupirsi. Il rapporto prezzo/utili corretto per il ciclo economico dell'indice azionario S&P 500, sostenuto dai "Magnifici Sette" giganti della tecnologia, ha raggiunto livelli visti l'ultima volta durante il boom delle dot-com. Gli investitori scommettono che l'enorme investimento nell'intelligenza artificiale (IA) darà i suoi frutti.

Ma i numeri sono scoraggianti. Affinché le aziende raggiungano un rendimento del 10% sugli investimenti in intelligenza artificiale previsti entro il 2030, avranno bisogno collettivamente di 650 miliardi di dollari di ricavi annuali derivanti dall'intelligenza artificiale, equivalenti a oltre 400 dollari all'anno per ogni utente di iPhone, secondo la banca JPMorgan Chase.

La storia dimostra che aspettative così elevate vengono spesso deluse, inizialmente, dalle nuove tecnologie, anche se poi cambiano il mondo.

Eppure, sebbene un crollo del mercato non sorprenderebbe quasi nessuno, pochi hanno pensato alle sue conseguenze.

Questo in parte perché le probabilità che un forte crollo dei mercati azionari provochi una crisi finanziaria su larga scala sono, per ora, scarse.

A differenza della fine degli anni 2000, quando la leva finanziaria diffusa e la complessa ingegneria finanziaria contribuirono a causare una bolla alimentata dal debito nel settore immobiliare subprime, l'euforia odierna per l'intelligenza artificiale è stata finanziata principalmente dal capitale azionario. Inoltre, negli ultimi anni l'economia reale ha dimostrato di saper resistere straordinariamente bene agli shock, dalla crisi energetica europea ai dazi americani. Le recessioni sono eventi sempre più rari.

Tuttavia, sarebbe un errore pensare che l'effetto delle ingenti perdite del mercato azionario si limiti ai portafogli degli investitori. Più a lungo dura il boom, più opaco diventa il suo finanziamento. E anche senza un Armageddon finanziario, un crollo drammatico del mercato azionario potrebbe finalmente far precipitare un'economia mondiale finora resiliente in una recessione.

Si prevede che la spesa globale per l'intelligenza artificiale raggiungerà i 375 miliardi di dollari nel 2025 e i 500 miliardi di dollari entro il 2026, alimentando la crescita del PIL statunitense e l'ottimismo del mercato. Nella prima metà del 2025, le spese in conto capitale legate all'intelligenza artificiale hanno contribuito per l'1,1% alla crescita del PIL, superando il consumo statunitense come motore di espansione.

Il boom dell'intelligenza artificiale è il contrappeso economico degli Stati Uniti

"Una è una bolla delle criptovalute, la seconda una bolla dell'intelligenza artificiale e la terza una bolla del debito", afferma il presidente del WEF Borge Brende.

Il direttore del World Economic Forum mette in guardia da tre possibili "bolle" nell'economia globale

È improbabile che un crollo del mercato oggi si traduca nella breve e relativamente benigna recessione economica seguita alla crisi delle dot-com. Ora c'è molta più ricchezza in gioco, e molto meno margine di manovra politico per attutire il colpo di una correzione.

La radice della vulnerabilità è il consumatore americano. Le azioni rappresentano il 21% della ricchezza delle famiglie del Paese. Gli asset legati all'intelligenza artificiale sono responsabili di quasi la metà dell'aumento della ricchezza degli americani nell'ultimo anno.

Con l'aumento della ricchezza delle famiglie, queste si sono abituate a risparmiare meno di quanto facessero prima della pandemia di Covid-19 (anche se non così poco come durante il boom dei mutui subprime).

Un crollo invertirebbe queste tendenze. Calcoliamo che un calo delle azioni paragonabile a quello della crisi delle dot-com ridurrebbe il patrimonio netto delle famiglie statunitensi dell'8%. Ciò potrebbe causare una forte contrazione della spesa al consumo.

Secondo una regola empirica, il calo ammonterebbe all'1,6% del prodotto interno lordo, sufficiente a spingere gli Stati Uniti, dove il mercato del lavoro è già in difficoltà, in recessione. L'effetto sui consumatori sarebbe di gran lunga superiore a quello probabile di un eventuale calo degli investimenti nell'intelligenza artificiale, gran parte dei quali destinati a chip importati da Taiwan.

Lo shock e la debolezza della domanda americana si riverserebbero sull'Europa a bassa crescita e sulla Cina in deflazione, aggravando il colpo subito dagli esportatori dai dazi del presidente statunitense Donald Trump. E poiché gli stranieri hanno un'esposizione di 18.000 miliardi di dollari alle azioni americane, si verificherebbe un effetto mini-ricchezza a livello globale.

La buona notizia è che una recessione globale con le sue radici nei mercati azionari non deve essere necessariamente profonda, proprio come la recessione seguita al crollo delle dot-com è stata superficiale ed è stata evitata da molte grandi economie.

È importante sottolineare che la Federal Reserve ha abbastanza margine di manovra per abbassare i tassi di interesse e stimolare la domanda, e alcuni paesi risponderebbero con stimoli fiscali. Tuttavia, una recessione metterebbe a nudo le vulnerabilità dell'attuale panorama economico e geopolitico, indebolendo ulteriormente l'egemonia americana, indebolendo i bilanci pubblici e aggravando gli istinti protezionistici.

Senza il boom dell'intelligenza artificiale, l'economia statunitense si troverebbe nella situazione di questa primavera: rafforzati i dazi, istituzioni sotto assedio e una politica sempre più litigiosa (mentre pubblicavamo questo articolo, la più lunga chiusura governativa di sempre negli Stati Uniti stava appena per concludersi).

In una recessione, gli Stati Uniti sarebbero solitamente un rifugio sicuro. Ma in queste circostanze – e con gli Stati Uniti che hanno subito il peggior declassamento della crescita – una corsa al dollaro, che quest'anno è in calo dell'8%, non sarebbe assicurata.

Sebbene un dollaro statunitense più debole sarebbe una benedizione per il resto del mondo, per il quale un dollaro più caro inasprisce le condizioni finanziarie, rafforzerebbe l'idea che l'eccezionalismo americano non sia più quello di una volta. Il rischio per il dollaro sarebbe particolarmente elevato, dato che il 2026 potrebbe portare a un'influenza politica molto maggiore sulla Federal Reserve.

Una recessione metterebbe inoltre a dura prova i governi indebitati di tutto il mondo. Le banche centrali taglierebbero i tassi di interesse, alleggerendo i costi del servizio dell'enorme debito pubblico del mondo ricco, che vale il 110% del suo PIL. Ma anche i deficit si amplierebbero, con l'aumento della spesa sociale e la diminuzione delle entrate fiscali.

Nelle economie più vulnerabili, i timori fiscali potrebbero far sì che i rendimenti obbligazionari a lungo termine rimangano stabili o addirittura aumentino, con le banche centrali che tagliano i tassi a breve termine – una dinamica che si è manifestata occasionalmente negli ultimi due anni. È difficile immaginare che i mercati concedano a Francia o Gran Bretagna, ad esempio, molto spazio per gli stimoli.

La conseguenza finale riguarderebbe il commercio. Gli americani che spendono meno ridurrebbero quasi certamente il deficit commerciale, il che farebbe piacere a Trump. Con i mercati in cattive acque, anche la Casa Bianca sarebbe meno aggressiva sul commercio.

Ma l'altro punto critico del commercio globale – il surplus cinese di beni manifatturieri – peggiorerebbe. I produttori europei e asiatici devono già competere con un eccesso di beni cinesi, in crescita poiché la Cina esporta meno verso gli Stati Uniti. Un rallentamento in America causerebbe un ulteriore aumento di tale eccesso, acuendo la reazione protezionistica.

Il mondo ha già contemplato la possibilità di un crollo del mercato azionario statunitense, e da alcuni mesi. Ciò non significa che sia preparato alle conseguenze.

Dall’analisi generale dell’Economist ora però è opportuno ritornare ad un ambito più ristretto: la gestione del portafoglio titoli.

Ogni investitore, oggi, è chiamato ad esercitare le proprie competenze, e la propria capacità di giudizio, a proposito di realtà estreme, come è quella che vedete qui sotto nell’immagine.

Vi ricordiamo che la sigla CDS è il costo della protezione dal fallimento dell’emittente delle obbligazioni.

Ovviamente, a realtà estreme corrisponde poi una estrema fragilità dei mercati finanziari, che si manifesta in oscillazioni violente come quelle delle ultime due settimane, ed in episodi di autentica isteria, come è quello che ha riguardato il titolo azionario Oracle (del Nasdaq) nell’ultimi mese, e che noi vi ricordiamo con l’immagine che segue (invitando tutti voi lettori, ovviamente, ad un approfondimento che farete con i vostri mezzi e le vostre relazioni).

Il fatto è significativo, e merita la vostra attenzione.

Ripetiamo che con la sigla CDS viene indicato il costo della protezione dal fallimento dell’emittente delle obbligazioni.

Fatti di mercato come quelli che abbiamo appena raccontato, ed estremi mai visti sia nelle valutazioni sia nella volatilità dei prezzi, hanno spinto tutti (dai media ai social alle banche di investimento) a chiamare in causa la “bolla di AI”.

Recce’d, negli ultimi mesi, sul tema della “bolla di AI” ha preso una posizione forte, che poi è stata assunta anche da altri soggetti (lo avete appena letto, nell’articolo di The Economist).

La nostra posizione è chiara: questo che tutti stiamo vivendo non è il 2000, e non è il 2008. E’ una cosa totalmente diversa.

Alla quale tutti gli investitori debbono reagire.

Nell’articolo di The Economist, sono state evidenziate alcune delle differenze che separano l’esperienza ed i mercati finanziari dell’anno 2000 a quella attuale.

Quanto al 2008, sottoponiamo all’attenzione del lettore una immagine ed un secondo contributo. Entrambi molto utili anche dal punto di vista pratico..

Il lettore potrà poi, con i propri mezzi e le proprie relazioni personali, approfondire e chiarirsi le idee, su questo che è il punto cruciale.

Ovviamente, ogni lettore potrà anche contattare noi di Recce’d, utilizzando la nostra pagina CONTATTI, ed accedere alle nostre analisi ed alle nostre indicazioni operative per i portafogli modello di Recce’d.

Data la necessità di sintesi in questo Post, noi non aggiungeremo (per oggi) altri commenti.

Ci sentiamo però nel dovere di evidenziare un aspetto, che a noi risulta più importante di ogni altro: là dove si tocca il tema del sostegno finanziario ad AI da parte dei Governi.

Quello, oggi, è il tema che scotta.

Compreso quell’aspetto della realtà odierna, allora saprete come operare con successo sul vostro portafoglio titoli, e come fare rendere al massimo il vostro risparmio, in un contesto di generale trasformazione, un contesto che Recce’d nel 2022 chiamo la Nuova Era,.

Il contesto con riferimento al quale Recce’d gestisce i propri portafogli modello.

Prima della grande crisi finanziaria, la leggenda del mercato Jeff Saut, allora capo economista di Raymond James, scrisse qualcosa di importante e sottovalutato.

Notò che i crolli immobiliari erano storicamente innescati da problemi economici più ampi, come l'aumento della disoccupazione. Ma nel settembre 2007, Saut notò che la direzione causale stava cambiando: le enormi dimensioni del mercato immobiliare statunitense e la sua importanza sovralimentata per l'economia in generale facevano sì che il settore immobiliare stesso diventasse il motore dei problemi macroeconomici. Invece di reagire allo stress economico, il settore immobiliare stava iniziando a causarlo.

Causa ed effetto si erano invertiti.

Non posso fare a meno di pensare a questa dinamica quando osservo il mercato dell'intelligenza artificiale ora

Quasi ogni giorno esce un nuovo titolo su un'azienda di intelligenza artificiale che raccoglie capitali o pianifica investimenti importanti (tra i cento possibili esempi, scelgo è Anthropic che impegna 50 miliardi di dollari per la costruzione di data center negli Stati Uniti). La portata è sbalorditiva.

Il rapporto del Center for Public Enterprise menzionato sopra stima che Meta, Microsoft e Amazon dovrebbero investire oltre 350 miliardi di dollari in infrastrutture di intelligenza artificiale solo quest'anno, con spese ancora maggiori previste nei prossimi anni. L'impatto economico è già enorme e alimenta una crescita misurabile in tutta l'economia statunitense.

Il rapporto del CPE descrive gli investimenti nei data center come "il principale motore di crescita dell'economia statunitense",

stimando che gli investimenti in intelligenza artificiale rappresenteranno oltre il 40% della crescita del PIL statunitense nel 2025. Un economista citato nel rapporto afferma che la spesa in intelligenza artificiale ha contribuito maggiormente alla crescita degli Stati Uniti rispetto alla spesa dei consumatori durante la prima metà di quest'anno.

Questo tipo di spesa non può essere finanziato da una singola entità (tranne, forse, il governo).


Anche le aziende tecnologiche straordinariamente ricche di liquidità e redditizie hanno bisogno di finanziamenti per finanziarsi, sia perché sono ancora sotto pressione per restituire parte degli utili agli investitori, sia perché ciò significherebbe intaccare i loro bilanci.

Con l'aumento della domanda di spesa (perché, come ha detto Joe, l'intelligenza artificiale è una competizione esistenziale sia per le aziende che per i paesi; se non vinci, muori), i mercati finanziari, incluso il credito privato, hanno colto l'occasione per amplificare la sua straordinaria crescita.

La finanza è il meccanismo attraverso il quale l'intelligenza artificiale si è intrecciata con l'economia reale

L'intelligenza artificiale sta ora influenzando i valori immobiliari, il mercato del lavoro (con un impatto netto ancora oggetto di discussione), i prezzi dell'elettricità, la produzione e la ricchezza delle famiglie. JPMorgan stima che circa il 44% del valore dell'indice S&P 500 provenga ora dalle 30 maggiori aziende focalizzate sull'intelligenza artificiale, e il settore ha reso gli americani più ricchi di circa 5 trilioni di dollari nel 2025. Se il valore di mercato dell'intelligenza artificiale dovesse improvvisamente diminuire, presumibilmente lo stesso accadrebbe per la spesa dei consumatori

Tornando alla nota di Saut del 2007, egli fece un'importante distinzione ancor prima che la crisi entrasse nel vivo.

Era importante, sosteneva, distinguere tra una stretta creditizia e una stretta dei collaterali.

Una stretta creditizia si verificava quando banchieri e investitori erano troppo spaventati per concedere prestiti. Una stretta dei collaterali, invece, era l'improvviso crollo del valore degli asset alla base di tutti quei prestiti. Come Saut notò con lungimiranza (anche questo nel 2007), il rischio era "che il contagio si diffondesse e trasformasse la stretta dei collaterali in una stretta creditizia a tutti gli effetti".

Questo è esattamente ciò che è successo nel 2008

Al momento, il flusso di cassa sembra irrilevante per il settore dell'IA e il boom della spesa continua a ritmo serrato.

Ma un giorno la capacità di monetizzare tutta questa spesa e trasformare le spese in conto capitale in entrate avrà effettivamente importanza.

Se questi profitti non si materializzano, se i consumatori passano ad alternative cinesi più economiche, se il valore delle GPU diminuisce, il settore potrebbe affrontare una crisi delle garanzie.

Come avvertì Saut quasi due decenni fa, il pericolo è che una crisi delle garanzie si trasformi in una crisi del credito e che l'intero volano IA-finanza-economia si arresti bruscamente.

Valter Buffo
Detox. Pessimisti contro ottimisti. Oppure? Realisti.
 


Leggiamo insieme il testo della prima immagine di oggi. Più in basso, lo abbiamo anche tradotto in italiano.

Leggiamo che cosa sta scritto nell’immagine qui sopra (che commenta la seduta di mercoledì scorso sulla Borsa di New York):

Oggi è uno di quei giorni:

Quasi tutte le classi di attività sono in ribasso oggi e tutti i tentativi di rally intraday vengono venduti.

Si tratta semplicemente di una diffusa presa di profitto.

A nostro avviso, nulla è cambiato fondamentalmente.

Detto questo, i mercati rialzisti più sani subiscono cali periodici.

Infatti, l'S&P 500 registra in media almeno 3 cali del -5% o più ALL'ANNO, nonostante un guadagno annuo medio del +10%.

La realtà è che il CAPEx dei Magnifici 7 da SOLO è ora destinato a superare i 500 miliardi di dollari ALL'ANNO.

I tagli dei tassi sono arrivati, la deregolamentazione è arrivata, la crescita degli utili è del 10%+ anno su anno e la Rivoluzione dell'IA sta accelerando.

Ignorate il rumore.


L’immagine ed il testo ci ha colpito, ed abbiamo ritenuto opportuno riproporla nel Blog, perché è una efficace descrizione, in pochissime parole, dell’argomento degli “ottimisti”: di quelli (e sono tanti, ancora oggi 8 novembre 2025) che NON vedono una bolla e che vedono le Borse in perenne rialzo.

Ognuno di noi investitori (e non soltanto i gestori di portafoglio professionali come Recce’d) è chiamato a confrontarsi con questi argomenti: è esattamente questa la musica con la quale hanno danzato gli indici di Borsa nei mesi di luglio, agosto, settembre ed ottobre.

Questa è la musica: ma le parole?

Non convincono tutti queste parole. C’è chi dubita. C’è chi analizza in modo diverso la situazione di oggi. Insomma, c’è chi la vede diversamente.

Ne scriviamo oggi, perché nelle ultime settimane è diventato più frequente leggere opinioni e commenti diversi, da quello dell’immagine precedente.

Alla “moda” di esaltare l’euforia in Borsa come segno di successo, prevalente nei mesi estivi, è subentrato un “clima autunnale”, un clima dove si sostituisce la “moda” dell’euforia con la “moda” di mettere le mani avanti.

In settimana alla pagina TWIT - TWOO abbiamo messo in evidenza il ricorrente tema delle “valutazioni”. E’ un utile esempio di ciò che stiamo illustrando: oggi, le “valutazioni” sono altrettanto estreme di tre mesi fa, di sei mesi fa, di dodici mesi fa. Erano assurde allora, restano insensate oggi.


Perché oggi queste “valutazioni” vanno in prima pagina?

Un mese fa, tutti ci spiegavano che “ormai non contano più nulla”.

Per quale ragione si sono svegliati tutti adesso?

Che cosa è cambiato, nella realtà?

Si sente, forte, un odore di truffa.

Perché nella realtà, rispetto ai mesi estivi, è cambiato pochissimo: i fatti ed i numeri sono i medesimi.

Ma, come sempre accade, i social ed i media, anziché INFORMARE il lettore tentano di MANIPOLARE il lettore inventando una “storia”, una “narrativa” slegata dalla realtà, ma che possa risultare “plausibile” alla massa, che poi vuole semplicemente dire “vendibile”. fare soldi, costruendo una “narrativa” che è fondata sul NULLA ma che può fare … muovere i portafogli della massa.

Luglio, agosto e settembre 2025: era tutto “fantastico”. Ottobre e novembre 2025 diventa per molti: “non è più tutto è fantastico, fate molta attenzione!”.

Come sempre noi di Recce’d facciamo, anche in questo caso in Recce’d ci domandiamo: ma la realtà, qual’è? E’ cambiato qualche cosa, nella realtà? Un fatto, un dato, un’evidenza, un qualcosa di reale e visibile da tutti? Oppure si tratta solo delle ultime fantasie distorte di giovani venditori un po’ esaltati ed un po’ allucinati dagli eccitanti artificiali che lavorano nei grattacieli di Morgan Stanley, Goldman Sachs e JP Morgan e tutte le altre banche internazionali di investimento? I grossisti determinati a gonfiare all’infinito “la bolla di tutto”?

E’ realtà contro “narrativa”, per tutti noi investitori. In Recce’d, noi guardiamo unicamente alla realtà. Che cosa dice, la realtà, oggi?

Ora leggiamo in che modo le grandi banche internazionali stanno tentando di “ricostruire la loro narrativa”, il loro slogan di vendita che adesso è diventato “vendete perché qualche cosa non è più ottimo, eccellente, stratosferico, fantastico, eccezionale”.

Addirittura, nel novembre 2025 c’è chi si è spinto a ritirare fuori dallo scatolone delle cose vecchie l’espressione “reality check”.

Leggiamo insieme un resoconto.


I mercati globali potrebbero dover fare i conti con la realtà (reality check) dopo l'inarrestabile rally di quest'anno, poiché Goldman Sachs e Morgan Stanley martedì hanno avvertito gli investitori di prepararsi a un calo nei prossimi due anni.

Le azioni di tutto il mondo sono salite vertiginosamente, raggiungendo massimi storici quest'anno, trainate dai guadagni legati all'intelligenza artificiale e dalle aspettative di tagli dei tassi. Nell'ultimo mese, i principali indici statunitensi hanno raggiunto nuovi massimi, il Nikkei 225 giapponese e il Kospi sudcoreano hanno toccato nuovi massimi, mentre lo Shanghai Composite cinese ha raggiunto il livello più alto in un decennio, grazie all'allentamento delle tensioni tra Stati Uniti e Cina e al deprezzamento del dollaro.

"È probabile che nei prossimi 12-24 mesi si verificherà un calo del 10-20% nei mercati azionari", ha dichiarato David Solomon, CEO di Goldman Sachs, al Global Financial Leaders' Investment Summit di Hong Kong. "Le cose vanno, poi si ritirano, così le persone possono rivalutare la situazione".

Tuttavia, Solomon ha osservato che tali inversioni di tendenza sono una caratteristica normale dei mercati rialzisti a lungo termine, sottolineando che il consiglio costante della banca d'investimento ai clienti rimane quello di mantenere gli investimenti e rivedere l'allocazione del portafoglio, non di cercare di anticipare i mercati.

"Un calo del 10-15% si verifica spesso, anche durante cicli di mercato positivi", ha affermato. "Non è qualcosa che cambia i fondamentali, le convinzioni strutturali su come si desidera allocare il capitale".

Il CEO di Morgan Stanley, Ted Pick, intervenendo allo stesso panel, ha affermato che gli investitori dovrebbero accogliere con favore i ribassi periodici, definendoli sviluppi sani piuttosto che segnali di crisi.

"Dovremmo anche accogliere con favore la possibilità che si verifichino ribassi, ribassi del 10-15% che non siano causati da una sorta di effetto macroeconomico", ha affermato.

Le opinioni di Solomon e Pick giungono sulla scia dei recenti avvertimenti del FMI su una possibile brusca correzione, mentre il presidente della Federal Reserve Jerome Powell e il governatore della Banca d'Inghilterra Andrew Bailey hanno anch'essi messo in guardia dalle valutazioni azionarie gonfiate.

Punti di forza in Asia

Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno indicato l'Asia come un punto di forza nei prossimi anni, sulla scia dei recenti sviluppi, tra cui l'accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina. Goldman prevede che gli allocatori di capitali globali continueranno a essere interessati alla Cina, aggiungendo che rimane una delle "più grandi e importanti economie" al mondo.

Morgan Stanley rimane ottimista su Hong Kong, Cina, Giappone e India, grazie ai loro percorsi di crescita unici. Le riforme della corporate governance in Giappone e lo sviluppo infrastrutturale in India sono stati individuati come temi di investimento pluriennali.

"È difficile non essere entusiasti di Hong Kong, Cina, Giappone e India: tre narrazioni molto diverse, ma tutte parte di una storia asiatica globale", ha affermato Ted. Ha evidenziato in particolare i settori dell'intelligenza artificiale, dei veicoli elettrici e delle biotecnologie in Cina.


Quindi Goldman Sachs e JP Morgan oggi cercano di “anticipare la prossima mossa dei mercati”, suggerendo alla propria Clientela di agire CONTRO ciò che loro stessi, in Goldman Sachs ed in JP Morgan ed in tutte le altre banche di investimento, avevano contribuito attivamente a gonfiare, ovvero “la bolla”, con toni ed annunci trionfalistici ben oltre il limite dello stupido, come era spiegato dal nostro Post precedente a questo.

E da questo fatto, noi di Recce’d individuiamo una grande opportunità di investimento, che indichiamo a chi ci legge.

Sia chiaro: a noi oggi NON ci interessano (per nulla) quei “punti di forza in Asia” citati nel brano precedente.

E’ vero che oggi esistono opportunità, in Asia, oggi, ma esistono opportunità di guadagno VERE, autentiche, opportunità di investire sul VALORE reale delle cose, in ogni parte del Mondo, anche negli Stati Uniti, anche in Europa. Il segnale è che che oggi molti scrivono dei “rischi di bolla”.

Noi in Recce’d sappiamo individuare queste opportunità (che NON c’entrano con “la bolla”) ed i Clienti di Recce’d si appropriano di questi benefici attraverso i nostri portafogli modello.

In questo Post però ci dedichiamo ad altro: ci dedichiamo alle “parti in commedia”, ovvero agli ottimisti ed ai pessimisti che ogni giorno si confrontano attraverso i social, i media, ed i cui argomenti poi si riflettono nelle tattiche commerciali delle Aziende di promozione finanziaria che a voi piazzano le polizze, i Fondi Comuni, le GPM e i prodotti finanziari privi di un prezzo (come finanziamenti diretti, credito privato, venture capital e private equity).

Rendiamo un servizio al lettore di Recce’d mettendo un po’ di ordine, e restituendo un po’ di senso a questo dibattuto disordinato e spesso sguaiato tra persone poco preparate che cercano unicamente di “vendere” al lettore una narrativa plausibile, anche se è priva di fondamento e di collegamenti soldi con la realtà circostante.

Come potete leggere nel contributo che segue qui sotto (che ci riporta alla immagine vista in apertura del Post) tutti voi oggi siete finiti nella Fase 5, e non lo sapete ancora.


La psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross ha ipotizzato che esistano cinque fasi del lutto, ma nessuno ha più la capacità di attenzione necessaria. Siamo invece passati dalla fase uno, la negazione – "non esiste una bolla di intelligenza artificiale", alla fase cinque, l'accettazione – "l'intelligenza artificiale è una bolla e le bolle sono fantastiche".

L'ipotesi "le bolle sono fantastiche" è stata avanzata sia in libri divulgativi che accademici, ma è stato difficile ignorarla quando Jeff Bezos, uno degli uomini più ricchi del mondo, ha cercato di distinguere tra bolle finanziarie (negative) e bolle industriali (meno negative, forse positive). Bezos, dopotutto, ha creato una delle più grandi aziende del XXI secolo, Amazon, nel mezzo di una bolla che ha trasformato aziende contemporanee come Webvan e Pets.com in una barzelletta.

C'è una solida teoria alla base dell'idea che le manie di investimento siano positive per la società nel suo complesso: senza una mania, non si fa nulla per paura che le idee migliori vengano copiate.

Gli imprenditori e gli inventori che si assumono dei rischi si troveranno presto ad affrontare la concorrenza di altri imprenditori e inventori, e la maggior parte dei benefici non andrà a nessuno di questi imprenditori, ma ai loro clienti.

(Questa dinamica ha il delizioso nome di "fallacia dell'alchimista". Se qualcuno scopre come trasformare il piombo in oro, molto presto tutti sapranno come trasformare il piombo in oro, e quanto varrà allora l'oro?)

L'economista e premio Nobel William Nordhaus tentò una volta di stimare quale quota del valore delle nuove idee andasse alle aziende che le possedevano e quanta a tutti gli altri (per lo più consumatori). Concluse che la risposta – negli Stati Uniti, tra il 1948 e il 2001 – era il 3,7% alle aziende innovative e il 96,3% a tutti gli altri. In altre parole, i benefici di ricaduta erano 26 volte superiori ai profitti privati.

Se i benefici dell'IA sono distribuiti in modo simile, ci sono ampie possibilità che gli investimenti in IA siano socialmente vantaggiosi, pur essendo scommesse catastrofiche per gli investitori.

Il parallelo storico che viene menzionato più e più volte è la bolla ferroviaria. La guida del bluffatore alla bolla ferroviaria è la seguente: gli investitori britannici si entusiasmarono per le ferrovie negli anni '40 dell'Ottocento, i prezzi delle azioni salirono a livelli assurdi, alcuni investitori persero la camicia, ma alla fine, indovinate un po'? Avevamo le ferrovie! O come scrisse lo storico vittoriano John Francis: "Non sono i promotori, ma gli oppositori delle ferrovie, i pazzi".

Messa così, non sembra poi così male. Ma dovremmo metterla così? Mi sono messo in contatto con alcuni storici delle bolle: William Quinn e John D. Turner, autori di Boom and Bust: A Global History of Financial Bubbles, e Andrew Odlyzko, un matematico che ha anche lui studiato approfonditamente la mania delle ferrovie. Erano meno ottimisti.

"Finanziare le ferrovie attraverso una bolla, piuttosto che attraverso una pianificazione centralizzata (come è avvenuto in gran parte d'Europa), ha lasciato la Gran Bretagna con una rete ferroviaria progettata in modo molto inefficiente", afferma Quinn. "Questo ha causato problemi fino ad oggi."

Ha senso. Esistono diverse possibili definizioni di bolla, ma le due più semplici sono o che il prezzo delle attività finanziarie si slega dai valori fondamentali, o che gli investimenti vengono effettuati sulla base della psicologia di massa – da persone che hanno paura di perdersi qualcosa o che sperano di scaricare le proprie scommesse su un più sciocco. In entrambi i casi, perché mai qualcuno dovrebbe aspettarsi che gli investimenti effettuati in un simile contesto siano anche solo lontanamente socialmente desiderabili?

O come ha affermato l'Edinburgh Review, "Non esiste, in effetti, una linea praticabile tra due luoghi considerevoli, per quanto remoti, che non sia stata occupata da un'azienda. Spesso due, tre o quattro linee rivali sono state avviate simultaneamente."

E l'Edinburgh Review non scriveva negli anni '40 dell'Ottocento, ma descriveva la bolla ferroviaria degli anni '30 dell'Ottocento, i cui giorni di gloria videro i promotori spingere per treni a vela e persino locomotive a razzo che viaggiavano a diverse centinaia di miglia orarie.

La bolla più grande e famigerata degli anni '40 dell'Ottocento doveva ancora arrivare, così come quella degli anni '60 dell'Ottocento ("un disastro per gli investitori", afferma Odlyzko, aggiungendo che è discutibile se i guadagni sociali abbiano superato le perdite private negli anni '60 dell'Ottocento). La lezione più ovvia delle mania ferroviarie non è che le bolle siano... Bene, ma quella speranza è eterna e gli investitori avidi non imparano mai.

Un'altra lezione della mania ferroviaria è che quando sono in gioco ingenti somme di denaro, il confine tra commercio e politica si confonde presto, così come il confine tra clamore e frode vera e propria.

Il "re delle ferrovie" George Hudson ne è un esempio lampante. Nato in una modesta famiglia di agricoltori dello Yorkshire nel 1800, ereditò una fortuna da un prozio in circostanze sospette, poi costruì un impero di holding ferroviarie, tra cui quattro delle più grandi della Gran Bretagna. Fu sindaco di York per molti anni, oltre che deputato a Westminster. Affari e politica indissolubilmente intrecciati? Inconcepibile!

Un altro storico delle bolle speculative, William J. Bernstein, commenta Hudson dicendo che "l'equivalente moderno più vicino sarebbe il presidente di Goldman Sachs che presta servizio contemporaneamente al Senato degli Stati Uniti". È una bella analogia ipotetica. Forse ne vengono in mente di meno ipotetiche.

Hudson, purtroppo, non è un uomo da emulare. Mantenne le sue finanze in condizioni rispettabili effettuando pagamenti in stile Ponzi, finanziando i dividendi per gli azionisti esistenti con capitale appena raccolto, e frodò i suoi colleghi azionisti facendo sì che le società da lui controllate acquistassero le sue azioni personali a prezzi superiori a quelli di mercato. Alla fine, fu protetto dalla rovina solo dalla regola secondo cui i parlamentari in carica non potevano essere arrestati per debiti non pagati durante le sessioni della Camera dei Comuni. Alla fine fuggì in esilio in Francia.

Le ossessioni ferroviarie non sono del tutto scoraggianti. William Quinn è confortato dall'osservazione che quando le banche si tengono lontane dalla bolla, il suo scoppio ha effetti limitati. Questo era vero negli anni '40 dell'Ottocento e forse lo sarà anche oggi.

E Odlyzko mi rassicura che la mania degli anni Trenta dell'Ottocento "fu un successo, alla fine, per quegli investitori che perseverarono", anche se non si può dire lo stesso per gli anni Quaranta e Sessanta dell'Ottocento. Ma Odlyzko non è impressionato dalle analogie tra ferrovie e intelligenza artificiale.

La gente almeno capiva come funzionavano le ferrovie, dice, e cosa avrebbero dovuto fare. Ma l'intelligenza artificiale generativa? "Stiamo perdendo il contatto con la realtà", sostiene.

Stiamo perdendo il contato con la realtà? Per essere precisi, questo contatto è stato perso da molto tempo, dai mercati finanziari, e principalmente per una causa che tutti conoscono, ovvero l’attuazione di politiche fiscali e monetarie spregiudicate, irresponsabili e dannose.

Però Il nostro obbiettivo, che perseguiamo ogni giorno con i nostri Clienti, ma che è anche l’obbiettivo di ogni nostro intervento in pubblico, attraverso il nostro sito, Non è quello di criticare la politica: bensì è quello di migliorare i risultati della gestione del portafoglio titoli. Dei nostri Clienti, ovviamente, ma pure degli amici che ci seguono attraverso il sito.

Il nostro suggerimento, molto pratico, a tutti gli investitori, è quello che già avete letto nel Blog: non fatevi confondere le idee, perché questo che vedete non è il 1929, non è il 2000, non è il 2008. Non è “la bolla”. Contrariamente a ciò che in tantissimi scrivono oggi, soltanto perché come già detto “è di gran moda”.

Dieci anni fa, Andrew Ross Sorkin, giornalista, conduttore televisivo e co-creatore del programma Billions, iniziò a studiare ossessivamente il crollo del mercato azionario del 1929. Ora ha finalmente pubblicato un libro su quell'evento, con un tempismo perfetto. Infatti, con i titoli tecnologici in forte rialzo questa settimana, si sta intensificando il dibattito se si sia appena assistito a una bolla legata all'hype sull'intelligenza artificiale, ora destinata a scoppiare.

Invocare la storia è attualmente di gran moda, che l'anno scelto sia il 1929, il 2000 o il 2008. "Sono stato fortunato", mi ha detto Sorkin durante un dibattito questa settimana, ridacchiando.

Quali lezioni possono quindi imparare gli investitori? La più significativa è che le manie non riguardano mai "solo" le oscillazioni del mercato azionario, per quanto appariscenti: riguardano anche l'eccessiva leva finanziaria, l'ampia liquidità e la follia degli investitori.

Un modo per inquadrare gli eventi attuali è pensare a quelle tre L. Per dirla senza mezzi termini: la mania dell'intelligenza artificiale è un sintomo, non solo una causa, di altri squilibri in un mondo di denaro facile.

Si consideri la liquidità. In un certo senso, potrebbe sembrare che gli investitori non abbiano motivo di preoccuparsi dell'eccesso di liquidità, dato che la scorsa settimana la Federal Reserve ha deciso di interrompere la riduzione del proprio bilancio a causa dei timori di scarsa liquidità in alcune aree del mercato monetario in cui le banche interagiscono con la Fed.

Più specificamente, il cosiddetto tasso di riacquisto è recentemente aumentato, rispetto ad altri indici di riferimento della Fed, il che segnala potenziali tensioni in questo angolo oscuro della finanza.

Questo è inquietante. Tuttavia, sembra riflettere due fattori: tecnicismi relativi all'uso del quantitative tightening da parte della Fed; e enormi distorsioni nei flussi di finanziamento derivanti dall'impatto della chiusura delle attività del governo statunitense sulle operazioni del Tesoro.

E se si guarda al sistema finanziario in un'ottica di più lungo termine, la liquidità sembra abbondante, se non eccessiva, in molte altre aree, a causa dell'ultimo decennio di quantitative easing, del basso livello dei tassi di interesse reali statunitensi, degli stimoli fiscali e della creazione di credito privato. In effetti, l'indice delle condizioni finanziarie di Goldman Sachs si è notevolmente allentato quest'anno – e probabilmente si allenterà ulteriormente, data la posizione della Fed.

Matt King, fondatore di Satori Insights, afferma: "Con la fine del QT e l'allentamento dei tassi – anche se le condizioni finanziarie su alcuni parametri sono al loro punto più basso dopo lo straordinario stimolo di fine 2020 – la Fed sembra destinata ad aumentare quella che molti già considerano "schiuma" in diversi mercati finanziari". Questo è degno di nota, dato che tale schiuma di solito innesca follie, cullando gli investitori nell'autocompiacimento, finché tale liquidità non evapora improvvisamente in una crisi.

Oppure riflettete sulla seconda L, la leva finanziaria. In alcuni settori della finanza, questo non è attualmente troppo allarmante. L'indebitamento delle famiglie statunitensi, ad esempio, è inferiore ora rispetto al 2007, e l'indebitamento complessivo delle imprese non finanziarie è stabile. Ma la leva finanziaria nelle iniziative legate all'intelligenza artificiale sta aumentando e il debito pubblico occidentale sta esplodendo. La leva finanziaria nel settore finanziario è aumentata, principalmente nel settore del private equity e del credito, e il livello di margin trading sul mercato azionario è aumentato vertiginosamente. "La leva finanziaria nel settore finanziario sta alimentando i fondi repo e gli hedge fund", sostiene King, il quale ritiene che tutta questa liquidità abbia spinto al rialzo i prezzi degli asset, soprattutto perché i fondi passivi stanno ora amplificando notevolmente lo slancio del mercato.

Poi c'è la terza L: follie sparse, in mezzo alla schiuma. Si consideri, ad esempio, come il prezzo delle azioni di Palantir sia stato recentemente scambiato a quasi 230 volte gli utili futuri; o il fatto che 10 startup di intelligenza artificiale in perdita ora valgano quasi 1.000 miliardi di dollari; o la rivelazione che prima del fallimento di First Brands, oltre 2 miliardi di dollari del suo debito di 12 miliardi di dollari sono svaniti senza che i creditori se ne accorgessero. Oppure si noti il ​​ritorno del "rating shopping" – i finanziatori cercano rating creditizi ingannevolmente lusinghieri per le operazioni – che crea "un rischio sistemico incombente", secondo Colm Kelleher, presidente di UBS.

Ciò significa che dovremmo aspettarci una replica del 1929? Non necessariamente, secondo Sorkin. Sebbene si aspetti una correzione dei mercati finanziari, non ritiene che questa debba essere seguita da una depressione in stile anni '30, poiché le banche centrali hanno imparato la lezione dalla storia e inietteranno nuovamente liquidità per prevenire una crisi, come hanno fatto dopo il 2008 e nel 2020.

Sono d'accordo. Ma questo crea anche rischi politici e finanziari. Prendiamo l'influente blogger di destra Curtis Yarvin. Per lui e i suoi simili, i salvataggi delle banche centrali non fanno altro che accelerare la "diluizione monetaria", ovvero trasformare la finanza basata sul dollaro in una bolla ancora più grande, destinata a scoppiare. Ecco perché Yarvin e soci hanno creato le criptovalute e amano l'oro.

Questa argomentazione continuerà a infuriare. Ma nel frattempo, gli investitori Bisognerebbe prestare attenzione a due cose. In primo luogo, la mania tecnologica potrebbe avere ancora molto da fare, date le ipotesi degli investitori riguardo al "put" della Fed, ai solidi utili aziendali non legati all'intelligenza artificiale e al fatto che, nonostante le valutazioni folli, l'intelligenza artificiale è una tecnologia reale.

In secondo luogo, nel lungo periodo le bolle finiscono sempre per sgonfiarsi, spesso quando meno lo si aspetta. Nei mercati azionari pubblici questo può essere un "pop" improvviso; nella finanza privata (che conta ora), è più spesso un lungo e lento "sibilo". In ogni caso, continuate a monitorare leva finanziaria e liquidità, e ricordate che alcune follie spesso diventano chiare solo col senno di poi, proprio come nel 1929.

gillian.tett@ft.com


Recce’d, come ben sapete, si tiene da sempre lontanissima dalle “mode”. Recce’d combatte contro le “mode” nel mondo degli investimenti: perché la “moda” con l’investimento ha nulla a che vedere. Ed è proprio andando contro la “moda” che si fanno gli affari migliori. Da sempre è così.

Le “mode” vanno e vengono, poi ritornano: c’è chi si è fatto una fortuna, cavalcando le “mode”, ma c’è pure chi è finito malissimo, e sono di gran lunga la maggioranza.

La gestione di Recce’d invece garantisce ottimi risultati andando contro le “mode”: anche quando la “moda” diventa “parlare della bolla”.

Lo abbiamo già detto, e lo ripetiamo anche in questo Post: quella del 2020-2025 non è “una bolla”, bensì è la “Nuova Era”.

Un fatto storico unico e senza precedenti, che all’investitore impone di:

  • modificare le informazioni che utilizza per le sue scelte, ed i criteri di selezione dei media e dei social

  • modificare il metodo di valutazione degli asset finanziari ed i modelli di valutazione

  • modificare il metodo di costruzione della asset allocation e la gestione del portafoglio

  • modificare la futura strategia del portafoglio

  • cambiare i riferimenti, gli interlocutori, le vecchie pratiche ed abitudini,

  • ed abbandonare i “consulenti che sono pagati con le retrocessioni sui prodotti finanziari che piazzano nel vostro portafoglio” e che a voi, assolutamente, NON servono a nulla.

Ed in molti lo hanno già fatto.

E voi, amici lettori?

Non rimanete indietro. Non fate gli ultimi della fila.


La Nuova Era, della quale noi di Recce’d vi scriviamo dal 2022, come detto impone una serie di urgenti cambiamenti: noi, con i nostri Clienti, ne parliamo ogni mattina, traducendo le indicazioni che abbiamo elencato qui sopra in fatti. Non c’è tempo ne spazio per fare tutto questo all’interno di un Post.

Vogliamo però, come sempre facciamo, fornire al nostro lettore qualche cosa di concreto anche oggi. E lo facciamo con l’ultimo contributo di questo Post: contributo che vi spiega, in modo chiaro, la ragione per la quale poco più in alto avete visto una serie di immagini che segnalano le “valutazioni” come problema per le Borse. Noi vi abbiamo già scritto, e ripetiamo adesso grazie a questo contributo, che NON saranno le valutazioni 8peraltro assurde) ad innescare la prossima, caotica e probabilmente distruttiva) fase dei mercati finanziari.

Potete leggere, proprio in chiusura di questo contributo, la regola aurea che guida la gestione dei portafogli in Recce’d.

La regola, la sola, che garantisce i risultati.

Che poi è la regola della realtà, amici di Recce’d: molto semplice.


Cosa scoppia per primo in una bolla? Non il prezzo, ma l'impianto idraulico. Quando i mercati si calmano e le valutazioni fluttuano al di sopra dei fondamentali, il difetto fatale è solitamente nascosto nei termini di finanziamento, nella capacità di uscita e nella fiducia che il domani sarà come oggi. Le bolle si sgonfiano sempre; la sorpresa è dove e come si rompe la cucitura.

Le tre L – leva finanziaria, liquidità e lunatici – decidono la velocità e la forma della discesa.

I finali negativi della storia fanno rima perché i meccanismi non cambiano. La leva finanziaria trasforma un livido in una frattura. La liquidità svanisce quando è più richiesta. La follia non è un fenomeno collaterale dei meme azionari; è un'abitudine professionale, codificata in modelli e mandati.

La leva finanziaria come acceleratore, non come causa

La leva finanziaria non crea una bolla, la trasforma in un'arma. Un calo dei prezzi in un mercato azionario è un segnale; un calo dei prezzi con leva finanziaria è una richiesta di margine. Gli ex dirigenti delle banche centrali lo hanno ammesso: sono le bolle con leva finanziaria che metastatizzano in crisi. I bilanci, non le narrazioni, governano la sopravvivenza. Quando un capitale proprio ridotto supporta obbligazioni consistenti, un movimento di una deviazione standard diventa un evento esistenziale. I cicli del debito societario illustrano questo punto. Nelle fasi avanzate del ciclo, la qualità dei covenant si indebolisce, il debito prolifera al di fuori delle banche e gli investitori sottoscrivono ipotesi rosee sulle finestre di rifinanziamento. La leva finanziaria razionalizza il pagamento eccessivo concentrando i rendimenti futuri nell'oggi. Inoltre, comprime il tempo durante il ribasso. Quando il valore delle garanzie vacilla, gli istituti di credito accorciano le scadenze e ampliano gli haircut. La matematica non chiede il permesso.

La liquidità è una promessa da tempo favorevole

La liquidità è un lusso senza costi in periodi di calma e un miraggio proibitivo in termini di costi quando la massa si volge. I rapporti ufficiali hanno messo in guardia per anni sulle sacche di illiquidità, anche se la stabilità dei titoli sembrava buona. Il paradosso è semplice: più profondo appare il mercato, più grandi sono i partecipanti che cercano di varcarlo. Poi la porta si restringe. L'abbiamo visto ripetutamente: il crollo del 1987 con l'assicurazione di portafoglio, il singhiozzo dei repo del 2019 che ha rivelato i vincoli di bilancio, la convulsione del mercato dei titoli del Tesoro del 2020 che ha costretto le banche centrali ad agire, la spirale dei titoli di Stato britannici del 2022, quando le coperture con leva finanziaria hanno incontrato richieste di margine. In ogni caso, gli asset erano "liquidi" finché non lo sono più stati. La profondità del mercato non è una proprietà; è uno stato d'animo. Le quotazioni sono promesse che le controparti sono libere di revocare quando le regole su scorte e capitale incidono. In una crisi, i gap di prezzo sostituiscono la determinazione dei prezzi.

La follia è istituzionalizzata

È comodo inquadrare la follia come avidità al dettaglio. La forma più perniciosa risiede nei processi di rischio. Si considerino strategie che raccolgono piccoli premi con code catastrofiche: opzioni short, carry con leva finanziaria, parità di rischio senza guardrail, miglioramento del rendimento venduto come reddito gratuito. I modelli Value-at-Risk danno il via libera a posizioni più consistenti durante i periodi di calma, che per costruzione sono quelli in cui la volatilità realizzata è bassa e il rischio forward sembra moderato, finché non lo è più. Il de-risking basato su regole può essere implementato contemporaneamente su tutti i fondi. I backtest sono trattati come leggi della fisica. Ipotesi di mercati continui e liquidità immediata si insinuano nei term sheet. La follia non è l'esuberanza; è la fiducia che il sistema sarà lì quando tutti cercheranno di usarlo contemporaneamente.

La teoria dei giochi delle uscite affollate

Lo stress è un problema di coordinamento. Se rimanere fermi è razionale a condizione che altri rimangano, ma correre verso l'uscita è razionale se altri scappano, la strategia dominante diventa quella di correre in anticipo. È così che i portafogli ordini si assottigliano da entrambe le parti. La proliferazione di strumenti che mappano i livelli di liquidazione e bloccano i cluster è un'arma a doppio taglio. I trader monitorano dove potrebbero innescarsi le vendite forzate, il che concentra gli ordini attorno a tali soglie. La mappa influenza il terreno. Quando il prezzo si avvicina al cluster, le scorte vengono ridotte, gli spread si ampliano e inizia l'inevitabile cascata. Questa riflessività non è speculazione; è microstruttura. Quando l'acquirente marginale è un risk officer, il mercato si libera dove deve, non dove i modelli indicano che dovrebbe. Camere di compensazione per derivati ​​e concentrazione del rischio

La compensazione centrale riduce l'esposizione bilaterale alle controparti, ma concentra il rischio operativo e di liquidità. Le camere di compensazione sono progettate con livelli di protezione e cascate di capitale, ma devono affrontare un semplice stress: i margini di variazione aumentano quando la volatilità aumenta. I membri devono depositare liquidità rapidamente. Un'insolvenza può imporre la mutualizzazione tra gli altri, tirando le proprie linee di liquidità. Il sistema è costruito per essere robusto, ma non è infinito. Abbiamo assistito a un'insolvenza europea sui derivati ​​di potenza che ha innescato richieste di capitale di emergenza. Abbiamo visto come le coperture sui tassi di interesse, essenziali sulla carta, siano diventate cinghie di trasmissione per le richieste di margine di liquidità nel Regno Unito. La lezione è non temere le camere di compensazione; è rispettare la loro centralità. In un evento estremo, diventano la sala macchine del mercato. Se scricchiolano, tutto ciò che sta sopra coperta ne risente.

Liquidità di mercato, debito societario e il buffer mancante

Alla fine di lunghe espansioni, gli spread creditizi sono stretti, i prezzi delle attività sono elevati e il mercato crea la capacità di acquisizione poco limitata dalla regolamentazione e dai limiti di rischio. I rapporti ufficiali sulla stabilità hanno già segnalato queste condizioni in passato. Immobili commerciali e terreni agricoli hanno registrato valutazioni elevate in tali finestre temporali. Nel frattempo, i bilanci dei dealer non sono stati adeguati ai flussi passivi e alle sovrapposizioni di derivati. Il cuscinetto mancante è il tempo: la capacità di aspettare. I fondi con liquidità giornaliera o settimanale che detengono asset negoziati su appuntamento effettuano la trasformazione delle scadenze. In condizioni di stress, i gate e lo swing pricing tentano di rallentare l'emorragia, ma queste sono ammissioni del fatto che la liquidità è stata assunta, non posseduta. Se le vostre passività sono più veloci delle vostre attività, state prendendo in prestito il futuro. Il conto arriva.

L'antifragilità batte la brillantezza

La gestione del rischio non è intelligenza; è umiltà insita nella struttura. L'atteggiamento antifragile è fuori moda nei mercati rialzisti: maggiori saldi di cassa, esposizioni senza leva finanziaria, duration e liquidità matching e un dimensionamento delle posizioni che sopravvive a molteplici shock sigma senza vendite forzate. L'opzionalità è costosa finché non lo è più. La diversificazione viene derisa finché non è l'unica cosa che funziona. Il portafoglio al limite che sovraperforma di pochi punti base in acque calme è lo stesso portafoglio che diventa un venditore forzato quando la volatilità si normalizza. I decisori politici possono stabilizzare i finanziamenti, ma non possono imporre acquirenti al prezzo di ieri. La resilienza risiede nel surplus di garanzie e nella capacità di dire di no.

Psicologia degli investitori e il prezzo della vendita forzata

Il principale punto cieco è la dipendenza dal percorso. Gli investitori sottoscrivono risultati finali e ignorano come devono procedere per raggiungerli. Un modello che proietta rendimenti accettabili a lungo termine a una data volatilità ignora i rischi di carriera e di finanziamento del percorso. Il bias di recenza etichetta i mercati calmi come a basso rischio; il bias di retrospettiva spiega ogni crollo passato come ovvio. Nel frattempo, la caccia al rendimento vende un'assicurazione di coda per pochi centesimi per raccogliere pochi centesimi. Il vero costo della liquidità è invisibile finché non c'è una coda allo sportello. Nelle bolle, la folla ottimizza per l'efficienza. Nella deflazione, la sopravvivenza è inefficiente per definizione: troppa liquidità, troppo poca leva finanziaria, liquidità a secco che sembra inattiva finché non diventa l'unica cosa che acquista opzionalità. Ciò che in realtà pone fine alla festa

La valutazione non pone fine ai cicli. Gli shock finanziari sì. Un'asta fallita. Un aggiornamento del programma di garanzie. Un cambiamento nella metodologia di margine. Un grande operatore costretto a liquidare il mercato. Il motivo per cui le bolle si sgonfiano sempre è aritmetico: i flussi di cassa sono importanti e la leva finanziaria non può superare la matematica per sempre. Il motivo per cui si sgonfiano quando meno te lo aspetti è comportamentale: il sistema addestra i partecipanti ad ancorarsi al regime recente.

Se vuoi un vantaggio duraturo, smetti di prevedere l'esplosione della bolla. Invece mappa le tue tre L (liquidità, leva e lunatici). Dove si nasconde la leva finanziaria, come si comporta la liquidità in condizioni di stress e quali ipotesi sembrano folli?

La regola silenziosa del mercato è semplice.

Non vieni remunerato dai mercati per avere ragione. Vieni remunerato per rimanere solvente abbastanza a lungo da far sì che la ragione conti.

Valter Buffo
Detox. "Il più stupido della storia"
 


Alla pagina MERCATI del nostro sito, nel corso della settimana, abbiamo pubblicato questo video. Disponibile su Youtube. Riproduce l’audio di uno spot radiofonico che per noi di Recce’d è di grande interesse.

Definisce ciò che Recce’d è e ciò che Recce’d fa.

Ci definisce, rispetto alla massa delle Reti di promotori finanziari. Definisce il nostro servizio, rispetto al servizio di massa fornito dalle Reti di promotori finanziari. Definisce il supermercato discount rispetto alla bottega artigiana di qualità.

Noi siamo quelli del “calcolo integrale”.

La settimana che si è appena conclusa ci offre un concreto, evidente ed importante esempio di ciò che vi diciamo prendendo a spunto questo spot radiofonico.

Ecco la ragione per la quale oggi ci dedichiamo ad un riesame della settimana appena conclusa: che dimostra, in modo eccellente, la ragione per la quale a tutti gli investitori serve un servizio di qualità, incluso il “calcolo integrale”, e la ragione per la quale tutti gli investitori dovrebbero abbandonare il supermercato discount, finche ne hanno ancora il tempo.

Riostruiamo, prima di tutto, come era iniziata la settimana che si è appena conclusa: rivediamo i fatti di mercato di lunedì 27 ottobre scorso.

Dagli accordi commerciali alle elezioni estere, dagli annunci di fusioni agli utili aziendali, gli investitori trovano molti motivi per essere felici.

Lunedì le azioni hanno toccato nuovi record, segnando una significativa ripresa dopo un periodo difficile in cui i timori sui dazi e le preoccupazioni per le perdite sui prestiti delle banche regionali hanno pesato sui principali indici.

L'ottimismo non si limita ai mercati statunitensi. Lunedì i benchmark di Giappone, Corea del Sud e Taiwan hanno registrato nuovi record, mentre l'indice composito di Shanghai ha chiuso al livello più alto degli ultimi 10 anni. Le azioni argentine sono balzate del 22%, spinte dalla decisiva vittoria politica del presidente Javier Milei alle elezioni di medio termine del Paese.

"Ci sono molti elementi nella colonna 'buona' e pochi in quella 'cattiva'", ha affermato Jed Ellerbroek, portfolio manager di Argent Capital Management.

Tutti e tre i principali indici azionari hanno toccato nuovi massimi storici lunedì, con le società tecnologiche in testa. Il Dow Jones Industrial Average ha guadagnato circa 337 punti, pari allo 0,7%. L'S&P 500 ha guadagnato l'1,2%. Il Nasdaq Composite è salito dell'1,9%, registrando guadagni consecutivi superiori all'1% per la prima volta da maggio.

Le azioni sono state sostenute dalle speranze di un miglioramento delle relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha affermato che giovedì è disponibile un "quadro di grande successo" di cui discutere tra il Presidente Trump e Xi Jinping, mentre un alto funzionario cinese ha affermato che le due parti hanno raggiunto un consenso preliminare su questioni chiave.

Il buon umore segna un'inversione di tendenza rispetto a poche settimane fa, quando un post sui social media di Trump che minacciava dazi più elevati contro la Cina fece crollare le azioni. Sia l'S&P 500 che il Nasdaq Composite hanno registrato la loro giornata peggiore da aprile. I fallimenti improvvisi del produttore di ricambi auto First Brands e del creditore automobilistico subprime Tricolor, insieme alla cancellazione di un prestito di 50 milioni di dollari da parte di Zions Bancorp, hanno sollevato preoccupazioni sul fatto che un mercato del credito in fermento abbia nascosto sacche di debolezza.

Ma le preoccupazioni si sono attenuate e gli indici azionari si sono ripresi, con gli investitori che sembrano più che felici di accettare con calma gli ultimi aggiornamenti altalenanti sugli scambi, hanno affermato gli analisti.

"Gli investitori non hanno avuto altra scelta che accettare lo stile negoziale del Presidente Trump e la sua preferenza per la pubblicazione di accordi commerciali", ha affermato Ellerbroek. "Bisogna accettare che, se si detengono azioni tecnologiche a grande capitalizzazione, si è soggetti a sorprese quotidiane".

I trader sono stati anche rassicurati da un buon inizio di stagione degli utili. Sebbene la pubblicazione di dati economici cruciali, come il rapporto sull'occupazione di ottobre, sia stata posticipata a causa della chiusura delle attività governative, i profitti migliori del previsto delle principali aziende hanno attenuato le preoccupazioni sulla salute dell'economia statunitense.

Anche una serie di accordi aziendali ha alimentato l'ottimismo. Domenica e lunedì sono stati annunciati una serie di accordi di maggiore portata, alimentando l'entusiasmo degli investitori per un contesto più favorevole alle alleanze tra grandi aziende.

La banca regionale Huntington Bancshares ha annunciato l'acquisizione della controparte meridionale Cadence per 7,4 miliardi di dollari in azioni, l'ultimo esempio di consolidamento tra istituti di credito. Nel frattempo, le grandi aziende di servizi idrici American Water ed Essential Utilities hanno concordato di fondersi in un'operazione interamente azionaria, valutando la più piccola Essential a circa 12 miliardi di dollari, debito escluso, e domenica Novartis ha annunciato l'acquisizione della biotecnologia Avidity Biosciences per 12 miliardi di dollari.

"Il contesto normativo è costruttivo, non solo per il settore bancario", ha dichiarato in un'intervista l'amministratore delegato di Huntington, Steve Steinour. Le politiche di questa amministrazione "sono molto favorevoli alla crescita degli Stati Uniti".

Il valore totale delle transazioni negli Stati Uniti è aumentato di circa il 36% quest'anno rispetto al periodo precedente, raggiungendo circa 1.600 miliardi di dollari, secondo LSEG, grazie a un'impennata di transazioni per un valore di oltre 5 miliardi di dollari.

La prossima settimana porterà altri aggiornamenti cruciali per gli investitori. Oltre un terzo delle aziende dell'S&P 500 pubblicherà i risultati trimestrali nei prossimi giorni, inclusi grandi nomi come Apple, Meta Platforms e Alphabet. Mercoledì pomeriggio, la Federal Reserve annuncerà la sua ultima mossa sui tassi di interesse. Gli investitori si aspettano ampiamente un altro taglio.

Le azioni delle aziende americane stanno accumulando guadagni in quello che è già stato un anno molto positivo a Wall Street, sostenute da un contesto economico resiliente. L'indice S&P 500 è in rialzo del 17% da inizio anno, dopo un netto rimbalzo dopo le turbolenze seguite all'annuncio dei dazi da parte dell'amministrazione Trump ad aprile.

Alcuni temono che l'entusiasmo sia un po' troppo acceso. Gli scettici indicano segnali di eccitazione che potrebbero suggerire che il rally sia insostenibile: i trader stanno accaparrandosi azioni di fondi azionari con leva finanziaria e di aziende in difficoltà, mentre si stanno riversando sull'oro. Miliardi sono stati investiti nel finanziamento di un'infrastruttura di intelligenza artificiale, ma non è ancora chiaro come e quando si concretizzerà il ritorno di questo enorme investimento.

"Le persone stanno quasi fischiando oltre il cimitero di alcuni rischi reali per l'economia", ha affermato.Dean Smith, capo stratega di FolioBeyond. "È preoccupante."

Scrivete a Hannah Erin Lang all'indirizzo hannaherin.lang@wsj.com e a Ben Glickman all'indirizzo ben.glickman@wsj.com

Come leggete qui sopra, era lunedì 27 ottobre e dominava il “buon uomore”. E le ragioni erano almeno (almeno!) tre:

  1. Donald Trump e il Vertice con Xi

  2. la Federal Reserve

  3. i risultati trimestrali di cinque delle sette magnifiche Aziende del settore Tecnologia.

La settimana si apriva quindi con un rialzo (dello 1%) delle Borse, in ogni angolo del Mondo.

Dei tre temi che portavano il “buon umore”, quello di maggiore peso sembrava essere, lunedì, quello dei Big Tech e di “AI”. Che oggi approfondiremo nel Post.

Della Federal Reserve, abbiamo scritto abbondantemente la settimana scorsa. E ritorneremo su questo argomento poi la settimana prossima.

Del Presidente Trump e del Presidente XI non vale la pena di scrivere: è andata come al solito: tutti i media e tutti i social hanno offerto le prime pagine per scrivere del nulla.

Le due espressioni del visto, tenute da Trump e da XI durante la presentazione conclusiva alla stampa (la foto-opportunità) dicono tuttio e valgono più di mille parole.

Restiamo quindi sul tema delle trimestrali dei Big tech dei giorni scorsi (mercoledì e giovedì) e proviamo in primo luogo a riassumere quelle che erano le aspettative. Lo facciamo con il brano che abbiamo selezionato e tradotto, e che trovate più in basso.

In questo modo, noi di Recce’d vi aiutiamo a comprendere perché … non è poi successo nulla. Nel senso che in Borsa, venerdì sera 31 ottobre, i prezzi erano più bassi di lunedì sera 27 ottobre. Nonostante le trimestrali. Nonostante il taglio. Nonostante Trump e Xi.

E’ la fotografia di un mercato intossicato. Anche oggi, Recce’d vi illustra le trappole, e vi invita a non abboccare agli spot radiofonici.

Recce’d anche oggi vi invita a fare Detox, almeno nel vostro portafoglio, per preservare i vostri risparmi.

Un movimento del 2% oggi potrebbe portare a nuovi importanti record. Sia Apple (AAPL) che Microsoft (MSFT) sono a una sola sessione dal raggiungere una capitalizzazione di mercato di 4.000 miliardi di dollari, un traguardo finora raggiunto solo da un'altra azienda: Nvidia (NVDA). Altri record vengono siglati anche tra le Big Tech, che pubblicheranno i risultati questa settimana, come il traguardo di 3.000 miliardi di dollari di Alphabet (GOOG) (GOOGL) raggiunto solo un mese fa e quello di 2.000 miliardi di dollari di Meta (META) ad agosto.

Quadro generale: le continue notizie dal settore tecnologico, dove l'intelligenza artificiale sta impazzando, stanno rafforzando i nomi più importanti del settore e il mercato nel suo complesso. I nomi sopra menzionati costituiscono oltre un quarto dell'S&P 500 (SP500) e, se si includono altri attori dei Magnificent 7 come Amazon (AMZN) e Tesla (TSLA), tale percentuale sale a un terzo dell'indice di riferimento. Non è solo la promessa dell'intelligenza artificiale, ma la maggior parte del gruppo ha fondamentali aziendali sottostanti estremamente solidi.

Attività principali come AWS di Amazon, Google e Meta Advertising, l'ecosistema di prodotti di Apple e Microsoft Azure e Office hanno fatto sì che questi giganti non esitassero a sborsare miliardi per la rivoluzione dell'intelligenza artificiale. Queste aziende sono ben posizionate con riserve di liquidità anche prima di capitalizzare sul boom dell'intelligenza artificiale e gli investitori scommettono che le cose rimarranno così una volta che l'intelligenza artificiale sarà monetizzata in modo efficace. Infatti, le Big Tech mirano a dominare ogni aspetto della nuova era dell'intelligenza artificiale, assumendo i ruoli di costruttori, cervelli e sviluppatori.

Prospettive: i "costruttori" includono infrastrutture e hardware, come i data center di AWS (AMZN) e le GPU di Nvidia (NVDA). I "cervelli" sono i modelli e le piattaforme di intelligenza artificiale principali, come Gemini di Google (GOOGL) e Llama di Meta (META). Infine, ci sono gli "sviluppatori" e il livello applicativo dell'intelligenza artificiale, come Copilot di Microsoft (MSFT) e Intelligence di Apple (AAPL).

Il lettore medio, ma pure moltissimi operatori professionali del mercato finanziario, dopo avere letto queste righe di lunedì scorso … ci hanno capito nulla. Ma proprio zero: si capisce che c’è grande agitazione, eccitazione, euforia, ed un sacco di parole difficili (da rivoluzione ad ecosistema a piattaforma) ma intorno a che cosa, precisamente? Per fare che cosa, precisamente? Nessuno lo ha capito.

Molti però ci cadono dentro, e con tutti e due i piedi.

Recce’d, come sempre, è qui per questo: gratuitamente aiuta anche oggi il proprio lettore a comprendere meglio la realtà. E’ necessario capire, sempre, prima di investire. perché investire NON è semplice come dice quello spot radiofonico: è complicatissimo. E Recce’d sta qui, ogni giorno, anche per proteggere i nostri amici investitori da queste manipolazioni di massa. Nessun altro lo fa: non c’è la CONSOB, non c’è la Banca d’Italia e non c’è la magistratura italiana.

Recce’d vi protegge con mezzi molto semplici, la realtà.

Oggi, la realtà è quella che leggete qui sotto nell’immagine. Sono dati, questi, e non fantasie inventate su un futuro che probabilmente non arriverà mai.

Il testo dell’immagine lo trovate, tradotto per voi, subito sotto il grafico.

La maggior parte del pubblico non vede più il mercato azionario come un barometro dell'economia.

Questo cambiamento si è verificato dopo il COVID (marzo 2020, linea tratteggiata verticale), poiché la percezione del mercato azionario è cambiata. Vedere il pannello inferiore: la correlazione mobile è la più negativa di sempre (61 anni di dati mostrati).

Ciò significa che l'aumento dei prezzi delle azioni non fa più sentire la persona "media" meglio riguardo alle prospettive economiche, come è stato quasi sempre il caso nei 50 anni precedenti al 2020.

Perché?

  • Forse l'eccessiva stampa di denaro per "salvare" il mercato azionario nella primavera del 2020, mentre la maggior parte delle persone era ancora disoccupata e si stava rifugiando a casa, seguita dalla devastazione che l'inflazione del 9% nel 2022 ha causato alle finanze personali, li ha portati a pensare che il mercato azionario sia un gigantesco casinò separato dalla realtà economica

  • A questo si aggiunge che la maggior parte della popolazione ha un tasso di risparmio prossimo allo 0%. In parole povere, vivono di stipendio in stipendio e non hanno nulla da parte per comprare azioni.

  • E potrebbero anche non comprendere l'estrema concentrazione del mercato azionario (il 47% dell'S&P 500 è legato all'intelligenza artificiale), poiché le loro aziende non sono in forte espansione come quelle della Silicon Valley.

Il risultato è che gli indici azionari sono in forte espansione mentre il pubblico in generale pensa che l'economia sia terribile. Questo è diverso da ciò che abbiamo visto in molti decenni.

Oltre al grafico di cui avete appena letto qui sopra, ce ne è un secondo che, nella presente situazione di inizio novembre del 2025, ha una importanza notevole per tutti gli investitori. In questo grafico viene esposta la tesi sulla quale oggi sono fondati i rialzi della Borsa degli Stati Uniti, e per conseguenza anche di tutte le altre Borse del Pianeta. Deve quindi essere analizzato con attenzione: per comprendere se questa tesi, che muove le Borse, regge alla prova della realtà.

Il grafico lo vedete qui sotto, e subito dopo potete leggere, tradotto da noi, il testo che accompagna l’immagine.

APOLLO. La scintilla quotidiana. 19 OTTOBRE 2025

Effetti negativi della guerra commerciale compensati dal boom dell'industria aeronautica e dalla rinascita industriale

Torsten Slok, Capo economista di Apollo

Contrariamente ai timori diffusi sulle prospettive economiche, gli indicatori chiave del credito stanno diventando più rialzisti. I tassi di insolvenza per il debito e i prestiti ad alto rendimento hanno raggiunto il picco, così come i tassi di insolvenza per prestiti auto e carte di credito (vedere i grafici sottostanti).

Tre fattori spiegano perché i tassi di insolvenza delle aziende e di insolvenza dei consumatori stanno diminuendo:

1) L'incertezza legata alla guerra commerciale è significativamente inferiore al picco raggiunto durante il Giorno della Liberazione.

2) L'attuale boom dell'intelligenza artificiale sta stimolando la costruzione di data center e delle relative infrastrutture energetiche. Allo stesso tempo, l'aumento dei prezzi delle azioni sta sostenendo la spesa dei consumatori.

3) Gli investitori si stanno rendendo sempre più conto che ci troviamo nelle prime fasi di una rinascita industriale in settori quali l'aerospaziale, la difesa, la produzione, la biotecnologia e la tecnologia/automazione.

In sintesi, sebbene la guerra commerciale continui a rappresentare un leggero freno alla crescita, il suo impatto è più che compensato dai venti favorevoli derivanti dal boom dell'Al e dalla rinascita industriale.

Di conseguenza, cresce il rischio che la crescita economica riprenda a crescere nei prossimi trimestri.

Voi amici lettori che cosa ne pensate di questa tesi? Sta in piedi? Vi convince? Oppure è solo uno slogan? Solo uno slogan di vendita, per piazzare alla massa degli investitori titoli azionari a prezzi slegati dalla realtà, come diceva l’immagine precedente?

Per ciò che riguarda le vostre scelte di investimento sull’azionario, per ciò che riguarda la parte della vostra asset allocation dedicata all’azionario, per ciò che attiene alla vostra futura strategia di investimento, è solo questa la domanda che conta. L’unica domanda.

Che ci porta al contributo che segue: al centro del quale c’è esattamente questa domanda, alla quale ognuno di voi (volente o nolente) oggi è chiamato a rispondere. A rispondere attraverso i propri soldi. A rispondere attraverso le proprie scelte.

La domanda è: “questo è il mercato più stupido della Storia?”.

È davvero il "mercato azionario più stupido della storia" quello del mese di ottobre 2025?

Oh, è molto peggio di questo!

Un numero record di gestori patrimoniali di alto livello al mondo afferma ora che le azioni sono sopravvalutate, secondo un nuovo autorevole rapporto. Molti concordano sul fatto che il boom dell'intelligenza artificiale si sia trasformato in una pericolosa "bolla" di mercato.

Eppure, questi stessi gestori patrimoniali, che controllano centinaia di miliardi di dollari di investimenti per conto di fondi pensione, fondi comuni di investimento e altri investitori, ammettono di acquistare ancora queste azioni presumibilmente pericolose e sopravvalutate, anche ai prezzi attuali.

Stupido? Pazzesco? A voi la decisione.

I dati provengono dall'ultimo sondaggio BofA Securities Global Fund Managers, che ha intervistato 166 gestori patrimoniali in tutto il mondo che gestiscono 400 miliardi di dollari di investimenti.

  • "Un record netto del 60% degli investitori FMS [sondaggio tra i gestori di fondi] ha affermato che le azioni globali sono sopravvalutate", riporta il team strategico di BofA Securities. (Si noti che un "netto" del 60% significa che ben oltre il 60% dei gestori di fondi la pensa effettivamente così: il dato "netto" indica che il 60% è la percentuale totale di coloro che la pensano così, meno la percentuale di coloro che non sono d'accordo.)

  • "Un record del 54% degli investitori FMS a ottobre ha affermato di ritenere che i titoli basati sull'intelligenza artificiale siano in una bolla", hanno aggiunto gli strateghi. (Questo dato era lordo, non netto.)

  • Tuttavia, i gestori di fondi sono anche fortemente "sovrappesati" sui titoli azionari nei loro portafogli, il che significa che hanno un'allocazione azionaria maggiore rispetto ai loro benchmark.

In base ai vari parametri di BofA Securities, la scommessa sulle azioni non ha raggiunto livelli record, ma è elevata, certamente la più alta da febbraio (poco prima del fiasco dei dazi del "giorno della liberazione") e ben al di sopra della media degli ultimi 25 anni. Un ulteriore segnale di propensione al rischio è che i gestori di fondi affermano di investire maggiormente in titoli azionari particolarmente volatili, come quelli dei mercati emergenti e del settore bancario.

Detengono anche livelli molto bassi di liquidità e buoni del Tesoro.

Non sorprendetevi se, tra mesi o anni, le persone si guarderanno indietro e si chiederanno cosa stessero pensando.

Il sondaggio è stato condotto all'inizio di questo mese.

Perché queste persone continuano ad acquistare azioni quando le ritengono pericolosamente sopravvalutate? FOMO: paura di perdersi qualcosa. Nessun gestore di Fondi Comuni di Investimento vuole rischiare di perdere il lavoro abbandonando il carro un attimo prima.

Si diceva che i mercati rialzisti raggiungessero il picco nell'euforia. Ma forse sia i mercati rialzisti che quelli ribassisti raggiungono le loro conclusioni nella massima paura. Al minimo di un mercato ribassista o di un crollo, molti investitori sono riluttanti ad acquistare azioni, anche a prezzi bassi, per timore di ulteriori perdite.

Al culmine di un mercato rialzista, o di una bolla, hanno paura di vendere per timore di perdere ulteriori guadagni.

È degno di nota che il picco della bolla delle dot-com sia stato segnato dalla capitolazione dei ribassisti. Gli ultimi refrattari o si sono arresi e hanno iniziato ad acquistare azioni internet a prezzi massimi, oppure sono stati licenziati, per essere sostituiti alla guida dei loro fondi da sostenitori delle dot-com.

Quei giorni esaltanti tra la fine del 1999 e l'inizio del 2000 non sembrano più un'analogia assurda. Sulla base dell’indicatore di mercato di lunga data monitorato da Robert Shiller, professore di finanza a Yale e premio Nobel, l'indice statunitense S&P 500 ora viene scambiato a un prezzo folle, 40 volte superiore agli utili medi degli ultimi 10 anni (al netto dell'inflazione). La media storica è inferiore alla metà. L'unica altra volta in cui il famoso rapporto prezzo/utili di Shiller ha superato quota 40 è stata, per un breve periodo, nel 1999-2000.

Caspita.

In una notizia correlata, uno degli ultimi analisti di Wall Street che non era un rialzista furioso del superstock di intelligenza artificiale Nvidia ha semplicemente gettato la spugna e ha emesso una raccomandazione di acquisto.

"La bolla raggiunge il picco quando l'ultimo orso diventa rialzista", recita un vecchio adagio di Wall Street.

Ma gli investitori che vogliono rispondere vendendo le proprie azioni si trovano ad affrontare due problemi.

Il primo è che non ci sono garanzie. Forse questa volta sarà davvero diverso. Forse il mercato azionario passerà da un rapporto prezzo/utili di Shiller di 40 a uno di 80. Chissà? Se il futuro fosse perfettamente conoscibile, saremmo tutti ricchi. Il secondo è il tempismo: anche se si rivelasse una bolla e fosse seguita da un crollo o da un mercato ribassista, non c'è modo di sapere quando la musica si fermerà.

Come disse Warren Buffett a proposito della bolla delle dot-com – che riuscì a evitare con successo – gli investitori erano come Cenerentola al ballo, che ballava in una stanza senza orologi. Vorresti andartene prima di mezzanotte, ma quando è?

Il massimo che possiamo dire è che gli investitori comuni devono riflettere molto seriamente su quanto rischio stanno assumendo nei loro fondi pensione e in altri investimenti. Questo è probabilmente un buon momento per riequilibrare, riportando i livelli azionari ai livelli stabiliti in precedenza.

Cosa dovresti acquistare? Il sondaggio mostra anche che alcuni prodotti sono decisamente fuori moda tra i gestori patrimoniali: obbligazioni, Liquidità, titoli energetici e (come al solito) la borsa di Londra.

Le obbligazioni sono particolarmente degne di nota. L'allocazione obbligazionaria dei gestori di fondi "è crollata di 21 [punti percentuali], attestandosi al 24% di sottopeso netto", riporta BofA Securities. L'allocazione media alle obbligazioni è ora la più bassa da ottobre 2022, aggiunge. Quello sarebbe il momento in cui il mercato obbligazionario ha toccato il fondo per l'ultima volta.

Nessuno sa quando un mercato toccherà il fondo e inizierà a salire di nuovo, ma quando si tratta di obbligazioni, ci sono segnali di capitolazione ovunque. Come suggerisce il sondaggio di BofA, sarà difficile trovare gestori di fondi disposti a detenere obbligazioni a lungo termine. La maggior parte degli investitori sembra convinta che i governi occidentali, incluso il governo degli Stati Uniti ma anche molti altri, siano di fatto insolventi. Pensano che l'inflazione e i tassi di interesse dovranno aumentare per riportare sotto controllo il debito pubblico.

Potrebbero avere ragione. Ma nel mondo sviluppato, il Giappone ha il debito relativo più elevato, ben al di sopra di quello degli Stati Uniti. Eppure il Giappone non ha avuto problemi a sostenere il pagamento degli interessi. Invece dell'inflazione, ha avuto deflazione, e i tassi di interesse sulle obbligazioni a lungo termine sono stati molto bassi.

Alcuni sostengono che l'America potrebbe ottenere qualcosa di simile, almeno per quanto riguarda i tassi di interesse, rilanciando il programma di quantitative easing della Federal Reserve, acquistando titoli del Tesoro a lungo termine con denaro stampato per ridurre i tassi di interesse. Se ciò accadesse, sarebbe un bene per le obbligazioni.

Hoisington, un gestore di fondi obbligazionari molto rispettato, seppur eccentrico, con sede ad Austin, in Texas, è tra i pochi ad aver intrapreso la coraggiosa mossa contrarian di detenere titoli del Tesoro a lungo termine invece delle obbligazioni a breve termine, meno volatili. Tra le ragioni: ritengono che l'economia statunitense stia rallentando bruscamente e che Wall Street non abbia ancora recepito la notizia. E sottolineano che se l'IA manterrà le sue promesse economiche (come ipotizzano gli investitori azionari), sarà un male per il mercato del lavoro.

"L'IA sta rendendo obsoleti interi settori dell'economia, come i call center e le operazioni di inserimento dati", sottolinea Hoisington in una recente nota. "L'IA riduce la domanda di lavoro automatizzando compiti cognitivi e ripetitivi in ​​un'ampia gamma di competenze del settore dei servizi. ... Un dipendente dotato di IA ora sostituisce diverse persone, con conseguente riduzione delle esigenze di assunzione. L'IA consente inoltre alle aziende di automatizzare i ruoli di media competenza, abbassando così gli stipendi e spostando le scelte dalle persone al software".

Anche questo sarebbe ribassista per l'economia e positivo per le obbligazioni. E se l'IA non ha un impatto enorme, cosa ci fanno tutti quei titoli basati sull'IA nella stratosfera del mercato azionario?


Questo contributo, che avete appena letto, è chiaro e semplice: vi aiuterà a rispondere alla domanda che oggi sta al centro di ogni vostra decisione sull’azionario, sulla asset allocation e sulla futura strategia di investimento.

In questo contributo, come avete visto, si parla un linguaggio “semplice” proprio come dice lo spot di Fineco che vi abbiamo fatto ascoltare in apertura. Ma il contributo diventa per voi utile perché vi aiuta a comprendere che la realtà nella quale investite il vostro risparmio non è semplice. per nulla semplice. Vi aiuta a comprendere che i titoli dei Big Tech salgono, ma NON salgono per il fatto che “le Aziende vanno bene”. Non è questa, la realtà. E ricordate che la realtà vince sempre.

Detto questo, come ben sapete (e lo abbiamo sottolineato più volte) il metodo rigoroso di Recce’d ci impone di non essere mai, per alcuna ragione, pessimisti oppure ottimisti a proposito dei mercati finanziari. Tutta la nostra gestione è fondata sul non essere ottimisti né pessimisti: soltanto realisti. Massima attenzione sulla realtà, sui fatti e sui dati. Massima distanza da tutti gli slogan pubblicitari, dai social, dai titoli strillati dei quotidiani, dei TG e dei GR.

In sintesi, possiamo garantire ai nostri Clienti che nessuno in Recce’d è affascinato da Cassandra.

Non siamo delle Cassandre, e non operiamo sui nostri portafogli modello sulla base di scenari catastrofici. Nessuno ci paga per agire come Cassandre: i Clienti di Recce’d pretendono invece una quotidiana attenzione alla realtà, ed uno scenario di riferimento che viene quotidianamente modificato, rivisto e corretto.

Ovviamente, però, i Clienti di Recce’d ci pagano anche per non cascare come polli nelle trappole dei media, dei social, delle Reti di promotori finanziari e delle banche internazionali di investimento: in quella rette di inganni e falsi segnali che (questa è realtà, non fantasia) portò la massa degli investitori ai disastri finanziari del 2000 e del 2007-2009.

E noi, questo, al nostro Cliente lo possiamo garantire: a differenza di chi predica che “investire è semplice”.

Chiudiamo il nostro lavoro, dedicato alla settimana appena conclusa, alle trimestrali dei Big Tech, alle Borse ed a … Cassandra, con il testo che leggete di seguito, che mette insieme il 1929, appunto Cassandra, e … il mio parrucchiere.

Come riflesso del rialzo triennale del mercato azionario, gli americani sembrano essere ampiamente ottimisti, nonostante i sondaggi suggeriscano il contrario.

Questo ha contribuito in qualche modo ad alimentare il boom economico del dopoguerra e, nonostante le occasionali recessioni, crisi finanziarie e decine di correzioni di mercato lungo il percorso, il mercato si è, per la maggior parte, dimostrato una scommessa affidabile a lungo termine per investitori e pensionati. Persino una pandemia globale, durante la quale sono morti oltre 1 milione di americani, si è rivelata un semplice incidente di percorso. Eppure, continuano ad arrivare gli allarmi sullo spettro del 1929, un'epoca prima che esistessero la Securities and Exchange Commission e la Federal Deposit Insurance Corporation.

Intervistato da MarketWatch all'inizio di questo mese, l'analista veterano di Wall Street Jon Wolfenbarger ha affermato che le azioni statunitensi potrebbero essere sull'orlo del più grande mercato ribassista mai visto dai tempi di – indovinate un po' – la Grande Depressione. Ha citato un sentiment di mercato estremamente rialzista, la debolezza economica, i livelli di debito in aumento vertiginoso e gli strumenti politici limitati, che difficilmente saranno aiutati dall'incerto contesto economico globale e dalla serie di dazi introdotti dal presidente Donald Trump in una ridefinizione delle alleanze politiche del dopoguerra tra Stati Uniti ed Europa occidentale.

"Ho iniziato a guardare la storia e, sapete, ci sono voluti 25 anni perché il mercato tornasse al picco del 1929, e io non ho 25 anni", ha detto Wolfenbarger, che ha poco più di 50 anni, alla mia collega Barbara Kollmeyer.

"Qualsiasi investimento può scendere dal 50% al 90% e può rimanere basso per decenni, almeno 10-20 anni".

Non ha torto, ma poche persone vivono la loro vita e seguono una strategia di investimento che ha come scenario principale lo scenario peggiore.

L'ex economista capo del Fondo Monetario Internazionale, Gita Gopinath, ha affermato che un crollo degli Stati Uniti potrebbe spazzare via 35.000 miliardi di dollari di ricchezza globale.

Indici fondamentali

Laddove un analista vede un legittimo rally alimentato dall'intelligenza artificiale, un altro vede una familiare follia. Wolfenbarger, tra l'altro, non ha torto sul periodo di ripresa, ma è più complicato di quanto 25 anni lascino intendere. Dopo il crollo del mercato azionario del 1929, quando alla fine perse circa il 90% del suo valore, il Dow Jones Industrial Average impiegò più di un quarto di secolo (fino al 23 novembre 1954) prima di chiudere al di sopra del livello raggiunto prima di quel fatidico giorno. Altri hanno calcolato che in realtà ci vollero dai cinque ai dieci anni, tenendo conto della deflazione e dei dividendi reinvestiti.

Una Cassandra più enigmatica, il giornalista finanziario e autore Andrew Ross Sorkin, ha lanciato un avvertimento assolutamente incerto agli investitori durante una recente intervista al programma "60 Minutes" della CBS. Sorkin ha affermato: "Avremo un crollo, non so dirvi quando, né quanto profondo". Ha citato i segnali di una bolla, l'avidità e l'allentamento delle normative finanziarie come punti di riferimento per il passato e il presente. (Sta anche promuovendo un libro, intitolato "1929", quindi ha motivo di tracciare parallelismi). Anche la direttrice del FMI Kristalina Georgieva ha messo in guardia dall'influenza destabilizzante dell'intelligenza artificiale.

Le leggi della fisica creano un'energia nervosa: più si sale, più si scende. Sembra imprudente, persino scortese, non consigliare cautela.

Nell'autopsia della Grande Depressione: ci sarà sempre qualcuno come l'economista Roger Babson che potrà dire: "Ve l'avevo detto". Altri, come l'economista di Yale Irving Fisher, affermarono con ignominia che i prezzi pre-crisi avevano raggiunto "un plateau permanentemente elevato", secondo un articolo del 16 ottobre 1929 pubblicato sul New York Times. Naturalmente, gli economisti del 2025 preferirebbero appartenere al "bailiato di Babson" piuttosto che al "gregge di Fisher". Ma questo rally ricorda davvero il 1928? In un certo senso, sicuramente: le leggi della fisica creano un'energia nervosa: più si sale, più si scende.

Sembra imprudente, persino scortese, non consigliare cautela, piuttosto che diventare ciecamente parte del gregge. Con questo in mente, è sembrato appropriato chiedere a Timothy Crack, un economista che vive in Nuova Zelanda, un paese con più pecore che persone. Descrive il mercato come "un altro punto nella lista secolare di bolle parossistiche nei prezzi delle attività. Sappiamo tutti che gli esseri umani hanno una pessima storia di inseguimento dei prezzi delle azioni con un ottimismo tale da spingerli oltre livelli ragionevoli, dati fondamentali come utili e dividendi. Per gli standard storici, l'S&P 500 è stato fuori linea con i rapporti fondamentali storici per molto tempo", ha dichiarato a MarketWatch.

Predizioni eretiche

"Siamo lentamente arrivati ​​al punto in cui i prezzi delle case, i prezzi dell'oro, i prezzi del Bitcoin, i livelli dell'S&P 500 e persino i prezzi dei generi alimentari sembrano essere stati gonfiati a livelli che continuano a catturare l'attenzione dei media", ha affermato Crack. "La mia segretaria e un collega mi hanno chiesto ieri se avrebbero dovuto acquistare oro fisico; la prossima volta sarà il mio parrucchiere. Gli investitori al dettaglio hanno ampio accesso al trading online, le commissioni sono diminuite, gli ETF che ti consentono di prendere posizioni in asset a cui in precedenza era difficile accedere. Un amico la chiama la "bolla del tutto".

A proposito di previsioni ribassiste, questa sembra inequivocabilmente pessimistica. (Personalmente, spero che i parrucchieri di tutto il mondo continuino a familiarizzare con i rischi e i benefici delle varie classi di attività). Ma con l'avvicinarsi del centenario del crollo del 1929 e della Grande Depressione che incenerirono fortune, misero in ginocchio l'America e sconvolsero la fede apparentemente infallibile in rendimenti azionari infiniti, il tamburellare di un'altra catastrofe in stile 1929 è diventato quasi eretico. Questi commentatori sono tra le numerose Cassandre che condividono la loro opinione e che hanno espresso le loro preoccupazioni.

Un'apparente somiglianza tra due eventi non correlati, un test sulla carta pergamena, ci rende inclini a profezie di disastro apparentemente infinite e troppo sicure di sé.

Siamo ossessionati dai momenti leggendari della storia in cui i ricchi incontrarono la loro Waterloo (o sfilarono sui ponti del Titanic ignari delle gelide profondità che li attendevano). Se parliamo del 1929, forse crediamo che eviteremo un destino simile. Rivisitare questi momenti ci dà l'illusione di controllo e, in linea di principio, ci separa dal branco. Cercare di confrontarci e tracciare parallelismi con eventi traumatici, anche quelli precedenti alla nostra presenza su questo pianeta, può aiutarci a guarire da altre recenti fratture nella nostra vita finanziaria ed emotiva: l'11 settembre, il crollo finanziario del 2008, la pandemia.

Teoria dell'avversione alla perdita

Una tecnologia rivoluzionaria rivolta al consumatore come l'intelligenza artificiale e lo spostamento delle ali geopolitiche potrebbero non essere sufficienti da soli a causare un crollo in stile 1929. Il settore tecnologico, che rappresenta oltre un terzo dell'indice S&P 500, è redditizio. Gli analisti che consigliavano cautela durante i primi giorni dei "Magnifici Sette" si sono rivelati sbagliati, per ora. Nel frattempo, gli esperti concordano generalmente sul fatto che una crisi bancaria, il crollo del mercato del lavoro e una bolla immobiliare siano fattori predisponenti per un atterraggio brusco.

George Soros aveva messo in guardia contro una "bolla di Internet" nel 1999, prima della crisi tecnologica del 2000, e una "superbolla" a luglio 2008, due mesi prima del crollo di Lehman Brothers. (Ha descritto l'intelligenza artificiale come un "pericolo mortale" per le società aperte, ma non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche sul mercato attuale). Siamo tutti delle Cassandre. The Moneyist, il sottoscritto, ha fatto paragoni tra il mercato del lavoro odierno e quello degli anni '90: un calo dei posti di lavoro impiegatizi, un calo della fiducia dei consumatori, un aumento della disoccupazione e un restringimento dei posti di lavoro temporanei. Di nuovo, sembra convincente, su carta pergamena.

Sì, siamo tutti delle Cassandre. Daniel Kahneman, il premio Nobel scomparso l'anno scorso, e il suo defunto collega, lo psicologo cognitivo-matematico Amos Tversky, hanno osservato nel loro lavoro sulla "teoria della prospettiva" che quando si assumono rischi, soprattutto negli investimenti, gli esseri umani sono più inclini a evitare perdite che a realizzare guadagni. Da qui le nostre attenzioni e previsioni sui potenziali disastri.

Che persistono perché, come può testimoniare George Soros, ogni tanto si rivelano esatte.

Valter Buffo