Longform'd. Maduro marcia su Francoforte
 

Ai nostri lettori, noi scrivemmo nell’agosto del 2020, quasi due anni fa: “Questi signori oggi sono diventati i peggiori nemici della vostra stabilità finanziaria”

Oggi, tutti lo vedono. Oggi, è facile attaccare con critiche anche aspre le Banche Centrali.

E infatti lo fanno quasi tutti: la sola esclusione, sono alcuni commentatori che debbono comunque ed in ogni caso cantare la lode di chi, in quel momento, muove le leve del Potere (economico e/o politico). Comunque: anche quando le scelte di questi signori ci portano ad una catastrofe economica. Sempre baciare l’anello, è la regola di questi commentatori.

Due anni fa, la situazione era molto diversa. Noi avevamo correttamente anticipato le implicazioni di alcune scelte, ma eravamo i soli: per questa ragione due anni fa, fummo noi ad essere sotto attacco. perché eravamo “contrarian”, perché “cercavamo l’attenzione con il catastrofismo” e perché “non bisogna mai andare contro le Banche Centrali”

Noi avevamo ragione, loro avevano torto, ed oggi sta scritto sulla prima pagina di un qualsiasi giornale.

Non è questo il punto, del nostro Post. Il punto sta da un’altra parte.

E dove sta? Sta nel fatto che non è ancora finita. Sicuramente non è finita qui.

Inevitabile: adesso arriva la fase del delirio.

Che è già iniziata, e (guarda che caso: chi avrebbe potuto immaginarlo?) c’entra proprio l’Italia.

Il violento aumento dei rendimenti delle obbligazioni, ed il parallelo aumento dello spread Italia-Germania, ha immediatamente mostrato i suoi risvolti in campo politico: ed immediatamente è scattata la reazione “da panico”. Una “riunione di emergenza” alla BCE non si teneva da 10 anni.

Ovviamente, la “riunione di emergenza” del mercoledì 15 giugno ha prodotto assolutamente nulla, che non siano parole, dichiarazioni di impegno e promesse: come viene sintetizzato alla perfezione dall’immagine che segue.

Il solo effetto (non pratico) di quella riunione “di emergenza” è stato quello di scatenare un (nuovo) dibattito sul tema “come intervenire”.

Rendendo, se ce ne fosse stato bisogno, ancora una volta evidente un fatto: senza “interventi”, l’Europa dell’euro non si regge in piedi.

Per gli appassionati del genere “che cosa farà la BCE” (che è l’equivalente del genere “horror” al cinema) ci sono moltissimi percorsi da approfondire. Noi non lo faremo qui nel Post, ma ne trovate citati alcuni dell’immagine sopra, e se siete interessati ad approfondire noi vi invitiamo, come sempre a contattarci.

Il dibattito, che è molto ampio, noi tenteremo qui di riassumerlo nei suoi tratti più concreti: il punto è “se vendo debito Germania per comperare debito Italia, che tipo di segnale se ne ricava per le politiche di gestione del debito? E che tipo di segnale arriva per l’inflazione?”. A cui immediatamente si aggiunge: “ma i tedeschi che cosa ne pensano?”.

Ma soprattutto, ed è la domanda centrale dell’intero discorso: “chi è che decide, e in che modo, quando lo spread è troppo ampio”?

E qui, appunto, si scivola rapidamente verso il delirio.

Perché c’è anche qualcuno che ha risposto. Il signore qui sotto.

Pare, sembra, si dice che sia il Grande Capo della Banca d’Italia. Pare che giovedì 16 giugno 2022 abbia rilasciato queste dichiarazioni, riportate ieri anche dai quotidiani del Gruppo GEDI (famiglia Agnelli). Se fosse vero allora tutti noi investitori saremmo davvero in un mare di guai.

Un oceano di guai.

Perché in questa difficilissima situazione, nella quale siamo stati trascinati da Banche Centrali non solo spregiudicate e poco competenti, ma pure prive del comune buon senso, manca una sola cosa: che da qualche parte, in un ufficetto magari a Roma oppure a Francoforte, ci sia un team di “tecnici” che decide “quale è lo spread giusto”-

Che senso avrebbe, una iniziativa del genere? Si vorrebbe fare credere al pubblico, e soprattutto alla massa degli investitori, che loro, quei “tecnici” nella stanza di Roma, ne sanno più di tutti: ne sanno più dei mercati, e ne sanno più della gente comune. Loro, sono Dio. Il Dio dello spread.

Questa è la strada per la distruzione dell’economia: creare un ufficio centrale che “ne sa di più”. La Storia del Mondo lo ha ampiamente dimostrato.

Lungo la medesima linea di pensiero, si muove lo Amministratore Delegato di Banca Intesa, che lancia un’idea: “Con tutti i risparmi che hanno gli italiani, perché non li obblighiamo a comperare i BTP?”.

Visco e Messina non sono soli: in molte di quelle che vengono definite “le stanze del Potere” c’è fastidio per i mercati finanziari, c’è la voglia di metterli “sotto controllo”, di “farli andare dove vogliamo noi”. Perché “i mercati non possono certamente imporre a noi delle regole”.

Quando, al contrario, è proprio quella la funzione principale dei mercati.

Questo, moltissimi non lo capiscono. Alcuni lo capiscono, ed è proprio per questo, che odiano i mercati.

Il Presidente venezuelano Maduro, ad esempio, non ama i mercati: “decido tutto io, al centro, perché io ne so molto di più, di quello che serve veramente”.

Tra le cose “che servono” ci fu un momento in cui Maduro si dimenticò di mettere nella lista la carta igienica: e tutto il Venezuela rimase senza carta igienica.

Recce’d vorrebbe ascoltare da chi occupa posizioni di alta, altissima responsabilità affermazioni, appunto, più responsabili di quelle che vi abbiamo riportato più in alto (dettate evidentemente dal panico).

Vediamo in pratica di che cosa si tratta. Recce’d a favore dei suoi lettori riporta qui sotto una analisi recentissima di Nouriel Roubini, che è stata pubblicata dal Financial Times, che vi aiuterà a capire alcune cose, probabilmente determinanti per i risultati del vostro portafoglio titoli.

In particolare, leggendo attentamente questo articolo la vostra attenzione sarà richiamata sui temi seguenti:

  • perché la BCE non ha fatto ricorso allo strumento che esiste già: lo OMT; e poi

  • a quali condizioni, e limiti, dovrà comunque sottostare il “nuovo strumento per contrastare la frammentazione (ammesso che poi lo vedremo mai); ed infine

  • in che misura gli spazi di manovra della BCE sono effettivamente più ristretti, rispetto alla Federal Reserve ed alla Bank of England (sta in una situazione peggiore soltanto la Banca del Giappone, a cui dedichiamo in questo weekend un altro Post)


Faultlines in the eurozone are resurfacing. In response to a sharp widening of sovereign bond yield spreads in Italy and other states, the European Central Bank held an emergency meeting on Wednesday. Its governing council decided to work on designing a new facility to address “fragmentation risk”, or the idea that the effect of monetary policy on the 19 nations in the eurozone may vary widely, with potentially destabilising consequences. The dangers are real. Italian long-term yields have surged from below 1 per cent at the start of the year to above 4 per cent in recent days. But fragmentation risk is not the only serious problem for the ECB.

In recent months, inflation in the eurozone has also surged above 8 per cent. This is at a similar level to the US, but, unlike the Federal Reserve, the ECB plans to wait until next month to start raising interest rates. This lag behind the Fed and other central banks is due to a variety of reasons. There is more slack in labour and goods markets in the eurozone than the US as the area’s recovery from Covid-19 has been more sluggish.

Supply shocks, including soaring energy prices and those of other commodities following the Russian invasion of Ukraine, are a greater factor than excessive aggregate demand in driving eurozone inflation. Wage growth is more modest than in the US, and the rise in core inflation is smaller. Supply shocks that reduce growth and push up inflation present all central banks with a dilemma. To prevent inflation expectations from getting out of control, they should normalise monetary policy sooner and faster.

But that risks a hard landing of the economy, with recession and rising unemployment. If, on the other hand, the banks also care about economic growth and jobs — as even the ECB does, in spite of its single mandate of price stability — they may normalise more slowly and risk de-anchoring inflation from its expectations. The US and the UK are currently at serious risk of a hard landing as the Fed and Bank of England aggressively tighten rates. But this risk is at least as large, and most likely greater, in the eurozone than in the US. The recovery from Covid has been more anaemic in the region. It is more exposed to energy shocks from a long war in Ukraine. And given its reliance on exports to China, it is also more vulnerable to a slowdown of Chinese growth stemming from Beijing’s zero-Covid policy.

Moreover, the weakening of the euro that arises from the difference in ECB and Fed monetary policies is inflationary. The increase in borrowing costs for the eurozone periphery is larger. Some forward-looking indicators, such as German manufacturing data, signal that the area may be heading for a recession even before the ECB starts raising rates.

All of this is happening as ECB hawks, keen to raise rates sooner and faster, are gaining the upper hand in the governing council. The eurozone suffers from weak potential growth and job creation. A hard landing would not only exacerbate these problems but intensify market concerns about debt sustainability, or fragmentation risk. The “doom loop” between indebted governments and banks holding that debt, a feature seared into the minds of many by the eurozone crisis a decade ago, would come back into focus.

Designing a new facility to deal with fragmentation risk is easier said than done. ECB doctrine argues that potentially unlimited purchases of some governments’ bonds are acceptable only if widening yield spreads are driven by unwarranted market dynamics. When poor policies rather than bad luck are the driver, ECB bond purchases need to come with conditions attached. This is how the Outright Monetary Transactions facility was designed in 2012 but no government requested it because none wanted to accept the politically fraught conditions.

Still, in order to pass legal muster, any new facility will need to include something along these lines. The recent widening in Italian and other spreads is not just driven by irrational investor panic. Italy has low potential growth, large fiscal deficits and a huge, possibly unsustainable public debt that has grown during the pandemic. Now a permanent rise in debt servicing costs looms as the ECB withdraws its ultra-accommodative policies.

The risk of a “doom loop” is higher in Italy than in the rest of the eurozone. Next year’s Italian elections may produce a rightwing coalition dominated by parties bristling with scepticism about the euro and the EU. In practice, any new ECB facility designed to rescue Italian bonds may come with conditions unacceptable to the country’s new leaders — and to any other eurozone states under pressure. Before this week’s ECB meeting, executive board member Isabel Schnabel stated that the bank’s willingness to deal with fragmentation risk had “no limits”. This echoed former ECB president Mario Draghi’s game-changing “whatever it takes” statement of 2012. But Schnabel also hinted at the need for policy conditionality when it comes to offering support.

Given the current volatility of financial markets, one can expect they will further test the ECB’s ability to protect the currency union by backstopping fragile eurozone states.

In chiusura, ritorniamo sulla figura di Maduro, e sulle politiche populiste e contrarie al libero mercato che da decenni dominano il panorama del Sud America.

Quello di Maduro potrebbe, forse e per alcuni lettori, sembrare un eccesso, oppure un colpo ad effetto: un personaggio che fa sorridere.

Ma questo invece non è un argomento che fa sorridere: almeno non nel contesto nel quale oggi ci troviamo, un contesto nel quale c’è chi si sente autorizzato (ma da chi? da che cosa?) ad affermare “lo spread sotto 150 è giustificato, mentre sopra 200 non è giustificato”. Ma chi lo dice? Ma chi prenderebbe sul serio una affermazione simile, in giro per il Mondo?

Recce’d identifica, in affermazioni di questo tipo, autentici attentati alla liberta degli investitori, e ritiene che si tratti di tentativi che debbono essere immediatamente respinti, ed a qualsiasi costo economico.

Non esiste benessere economico senza libertà di azione: la Storia, recente ed anche meno recente, è lì a dimostrarlo.

Lo ripetiamo: i peggiori nemici della vostra stabilità finanziaria, in questo momento sono chiaramente identificati. Invitiamo tutti i lettori ad agire di conseguenza, e subito. Occorre agire a protezione dei propri risparmi, ma pure per mandare via alm più presto queste persone dai posti che occupano attualmente, allo scopo di prevenire scenari tragici.

Per capire a quali “scenari tragici” noi qui ci riferiamo, e anche per concludere il nostro Longform’d, vi suggeriamo di leggere questa intervista di Repubblica pubblicata lo scorso 16 giugno a Ray Dalio, personaggio già più di una volta presentato nel nostro Blog.

Sono temi già toccati, in più occasioni, qui nel nostro Blog negli ultimi 24 mesi.

Ripetiamo, anche in questa occasione, il nostro suggerimento operativo: se volete immaginare il destino dei vostri investimenti, oggi dovete guardare molto POCO ai mercati finanziari e per quasi tutto il tempo FUORI dai mercati finanziari.

Una crisi finanziaria e geopolitica che porta ad enormi tensioni sociali all’interno delle grandi democrazie Occidentali e sfocia in un conflitto planetario tra Usa e Cina in cui la potenza asiatica mette fine all’“Impero Americano”. È uno scenario apocalittico, dipinto non da anonimi anarchici sull’internet o da uno sceneggiatore di Netflix, ma da Ray Dalio, uno dei più grandi investitori di sempre. Nel suo libro “Il Nuovo Ordine Mondiale”, in uscita in Italia, il fondatore di Bridgewater, il più ricco hedge fund del mondo, analizza la storia per capire come sorgono e come cadono gli imperi. La sua conclusione è da far paura: siamo alla fine dell’egemonia americana.

Perché dice che siamo alla fine dell’Impero Americano?
«Ci sono tre grandi forze che esistono ora che non sono state presenti nelle nostre vite, ma sono esistite molte volte in passato: l’enorme produzione di debito, la stampa di denaro per monetizzare quel debito, e i conflitti interni del populismo di sinistra e di destra causati dagli ampi divari di ricchezza e di valori. Queste forze stanno portando verso una guerra civile e un grande conflitto di potere tra gli Stati Uniti e i loro alleati e la Cina e i suoi alleati. Queste tre cose stanno accadendo simultaneamente. L’ultima volta che è successo è stato tra il 1930 e il 1945. Se guarda le notizie che arrivano mese dopo mese vedrà un movimento verso la combinazione di una crisi finanziaria con un grande conflitto interno e con un grande conflitto esterno».

Quanto tempo ci vorrà per arrivare alla conflagrazione?
«La stiamo già vedendo in questo momento, ma penso che probabilmente sarà molto peggiore nel 2024 o nel 2025, dopo le prossime elezioni negli Stati Uniti. C’è stata molta creazione di debito e denaro che ha prodotto molta inflazione. Il risultato è che le Banche centrali cercano di calmare l’inflazione sottraendo denaro e credito alle persone in modo che il loro potere d’acquisto sia inferiore, e questo, a sua volta, indebolisce l’economia».

Quindi una grave crisi è inevitabile?
«No. La destinazione finale può certamente essere cambiata, anche se è improbabile. Tutto dipende da come noi tutti vogliamo stare insieme. C’è molta ricchezza e gli standard di vita, in media, sono più elevati che nel passato. La capacità dell’uomo di inventare strumenti che migliorano la nostra vita non è mai stata così grande. Dobbiamo solo aumentare le dimensioni della torta e dividerla in maniera intelligente. Ma la storia suggerisce che non è probabile».

Ma nel libro lei spiega anche che questo è un processo ciclico. Quindi è possibile che stiamo semplicemente vivendo un periodo di transizione.
«È vero, ma questi periodi di transizione, che in genere durano circa dieci anni, includono depressioni e guerre».

Torniamo alla situazione finanziaria. Il debito da lei citato è il risultato diretto di uno stimolo creato per aiutare l’economia mondiale. Avrebbe fatto qualcosa di diverso?
«Quando i governi e le Banche centrali aumentano il potere d’acquisto della gente creando molto debito e denaro, ciò non aumenta la produttività e crea obblighi finanziari per il futuro che o portano alla recessione o all’inflazione».

Non è vero che le persone che ne hanno beneficiato sono state quelle che possedevano attività finanziarie e ora che le persone che soffrono di più sono quelle senza risorse finanziarie?
«Sì. È un fatto sfortunato che chi ha meno ricchezza soffra sempre di più nei momenti difficili».

Come possiamo rimediare?
«Se vuoi che i tuoi figli abbiano una vita finanziariamente stabile, devi dare loro una buona educazione, civiltà e una buona etica del lavoro».

Come ha cambiato le sue strategie d’investimento, alla luce di ciò che ha imparato?
«Non sto investendo in attività di debito e ho comprato beni che forniscono protezione dall’inflazione. Sto investendo in Paesi che sono in buona salute economica e non corrono il rischio di entrare in una guerra politica interna o in una guerra internazionale. Di conseguenza, mentre il mercato azionario e i mercati obbligazionari sono in forte calo quest’anno, noi siamo in forte aumento».

Perché la gente dovrebbe ascoltare i consigli di un miliardario?
«Nessuno ha bisogno di farlo. Quello che fanno dipende da loro. Io pubblico questa roba, poi sta alla gente decidere se crederci o meno. Tuttavia, se fossi nei loro panni, probabilmente penserei che, se questo signore è diventato miliardario scommettendo su queste cose, forse ha un buon track record e vale la pena ascoltare il suo ragionamento. Inoltre, se le persone pensano che, visto che sono un miliardario, ho perso il contatto con la realtà o ho una prospettiva distorta, dovrebbero sapere che ho iniziato con niente, e non molti anni fa. Nel 1982 non avevo soldi. Avevo così poco che ho dovuto prendere in prestito 4.000 dollari da mio padre per pagare le bollette».

Nel libro è chiaro che lei pensa che il prossimo impero alla fine della transizione sarà quello della Cina. Ha cambiato idea alla luce della guerra in Ucraina?
«No. Il movimento verso un conflitto internazionale sta avanzando ancora più velocemente di quanto mi aspettassi, di circa un paio d’anni. Cina e Russia sono quasi alleate e la potenza maggiore è la Cina. La Russia non ha il potere di competere economicamente. Per questo motivo mi aspetto che presto il conflitto includa la Cina».

Non ha paura di farsi dei nemici potenti con questo libro?
«È vero che parlare in modo schietto e controverso è sempre più pericoloso oggigiorno. Tuttavia, ho 72 anni e credo che in questa fase della mia vita devo fare la cosa giusta. Non mi sentirei bene con me stesso se non parlassi onestamente di ciò che penso perché ho paura di ciò che gli altri potrebbero farmi».

Valter Buffo
La Grande Riconciliazione 2022
 

Quanti sono, nelle ultime settimane, quelli che vi hanno detto che “quando i mercati finanziari perdono, allora tutti gli investitori perdono, e tu quindi sei costretto a perdere i tuoi soldi, perché non esiste una alternativa”.

Recce’d nasce per mostrarvi che l’alternativa esiste, ed è a portata di mano.

Sarà sufficiente, per ogni investitore, riuscire a capire che investire è una cosa totalmente diversa dallo “andare su quando i mercati vanno su e poi andare giù se i mercati vanno giù.

Capito questo semplice principio, allora immediatamente capirete che una alternativa esiste, ed è a portata di mano.

Vo potrà essere utile parlarne con noi di Recce’d, ed anche leggere con attenzione i contributo presenti e futuri nella pagina del sito che abbiamo dedicato ai Metodi ed ai Criteri che contraddistinguono una efficiente gestione del proprio portafoglio titoli.

Ma di contributi, utili, a questo scopo, ne avete già letti moltissimi, e proprio qui nel Blog. Contributi utili a comprendere ciò che accade sui mercati finanziari, e per conseguenza anche a capire quali sono le mosse più appropriate per il proprio portafoglio in titoli.

In particolare, venendo al primo semestre 2022, e cercando di immaginare che cosa fare per il secondo semestre, è da da due anni che i nostri lettori si sentono ripetere che “la realtà deve riconciliarsi con la fantasia”. E si sentono anche ripetere che “i mercati finanziari devono riconciliarsi con la realtà”.

Per due anni, abbiamo spiegato come si basa una strategia di investimento proprio su questo elemento, oggi dominante, del quadro internazionale.

Di recente, e in particolare a partire da due mesi a questa parte, nel mese di aprile 2022, questa medesima osservazione sulla “riconciliazione” si legge anche su tutti i quotidiani italiani e del Mondo.

Sul tema della Riconcliazione (tra mercati finanziari e realtà) Recce’d aveva messo da parte in particolare un articolo, pubblicato dal Financial Times nell’aprile 2022, che a noi già allora era sembra di una particolare acutezza e utilità.

Come potete verificare voi stessi, lo è diventato ancora di più, e molto di più, a distanza di 60 giorni.

Se volete (finalmente) capire ciò che sta accadendo ai vostri soldi, non avete che da leggere, con la massima attenzione possibile, ciò che scriveva Mohamed El Erian due mesi fa.Anticipa alla perfezione ciò che poi tutti avete visto, negli ultimi due mesi.

Si tratta dell’inizio di un processo che noi di Recce’d chiamiamo “riconcliazione” e che ci terrà impegnati per anni. Forse per un decennio.

Un decennio di grandi opportunità e ampie soddisfazioni per chi sa investire in modo responsabile e consapevole, ma molto molto deludente per le masse degli investitori nel gregge dei private bankers.


Forget all the fancy talk about neutral interest rates and output gaps. The two basic questions facing the Federal Reserve are simple to state and complex to answer: is the world’s most powerful central bank finally committed to return monetary policy to serving the real economy rather than financial markets; and can it do so in an orderly fashion? These questions are yet to be sufficiently grasped by markets, and for good reason. Viewed from their perspective, the risk for the Fed of not following the market’s lead is too costly. Yet, even if they are ultimately correct, markets will very likely find themselves with much less of an influence on monetary policy than in recent times. The background to the current situation is well known. For too long, monetary policy has been essentially co-opted by markets.

The phenomenon started innocently enough with central bankers’ desire to counter the damage that malfunctioning markets inflict on economic wellbeing. Rather than occurring rarely with well-targeted implementation, massive liquidity injections and floored interest rates developed into a habit. Over and over again, the Fed felt compelled to use its powerful liquidity-creation weapons to counter asset price declines, even when the risk of disorderly and volatile markets was not apparent. At times, such “unconventional” measures were consistent with the needs of the real economy. Too often, however, they were not. Like a child successfully throwing tantrums to get more sweets, markets came to expect looser financial conditions whenever there was a strong whiff of instability. This expectation evolved into insistence. In turn, the Fed went from just responding to market volatility to also trying to pre-empt it. Central bankers were not blind to the unhealthy co-dependencies.

The current leaders of both the Fed and the European Central Bank, Jay Powell and Christine Lagarde, tried early in their tenures to change the dynamic. But they failed, and were forced into embarrassing U-turns that made markets feel even more empowered and entitled to insist on the continuation of ultra-loose policies. Today, however, the two-decade-long market dominance over monetary policy is threatened like never before by high and persistent inflation. Central banks have little choice but to relegate market considerations in the face of accelerating price increases that severely undermine standards of living, erode the future growth outlook and hit hardest the most vulnerable segments of society.

The situation is particularly acute for the Fed given its gross mischaracterisation of inflation for most of last year, together with its failure to act decisively when it belatedly recognised that price instability had taken root under its watch.

But how best to do so is a problem, given how much the Fed’s delayed understanding and reaction have narrowed the pathway for orderly disinflation. That is, the difficulty of reducing inflation without unduly harming economic wellbeing has only increased. For that, the central bank should have initiated the policy pivot a year ago. If the Fed now validates the aggressive interest rate rises that markets anticipate, starting with a 50 basis point increase when its top policy committee next meets on May 3-4, it risks seeing them price in yet more tightening. The outcome of this dynamic would be an even bigger policy mistake as the Fed pushes the economy into a recession. If, however, the central bank fails to validate market pricing, it could erode its policy credibility further. This would undermine inflation expectations, causing the inflation problem to persist well into 2023 if not beyond.

The situation is made more complicated by the likelihood that these two alternatives would result in a degree of financial instability in the US and elsewhere. Even worse — and this may well be the most likely outcome — the Fed could flip-flop over the next 12 to 24 months from tightening to loosening and then tightening again. The Fed may characterise such flip-flopping as nimbleness but it would prolong stagflationary tendencies, weaken its institutional standing and fail decisively to return monetary policy to the service of the real economy. And for those in the markets that would deem this a victory, it would probably prove a fleeting one at best.

The time has come to return monetary policy to the service of the real economy. It is a far from automatic and smooth process at this late stage. Yet the alternative of not doing so would be a lot more problematic.

Valter Buffo
Facciamoci due risate (ovvero: in difesa di Mario Draghi)
 

Siamo stati, noi di Recce’d, sempre molto critici verso la persona, e la figura di Mario Draghi.

Nel 2015, al tempo del “bazooka” fummo tra i pochissimi a scrivere che quel “bazooka” non esisteva, e che la mossa del 2015 aveva finalità molto diverse da quelle dichiarate. I fatti ci diedero ragione: è stato così.

Nelle settimane del suo insediamento a Capo del Governo, scrivemmo più volte che Draghi era semplicemente una operazione di Palazzo, o se preferite del Sistema, per salvaguardare sé stesso, operazione che non avrebbe mantenuto le tante (davvero troppe) promesse diffuse e vendute al pubblico.

Eravamo soli, allora: e le nostre prese di posizione furono trattate come una sorta di “tradimento della Patria”.

I fatti anche in questo caso ci hanno dato ragione.

Oggi, con questo Post, intendiamo prendere la posizione opposta: vogliamo prendere le parti di Mario Draghi.

Questo perché siamo irritati dal vero e proprio diluvio di commenti caustici e sarcastici che si leggono sui social e che attaccano la persona di Mario Draghi dopo che lo spread tra Titoli di Stato italiani e tedeschi è ritornata ai livelli del 2019 e dopo che la Borsa italiana è ritornata a scendere del 5% in un solo giorno.

Sui social spopolano, in questo weekend, immagini come quella qui sopra, ed altre immagini come quella qui sotto, che sembrano attribuire proprio a Mario Draghi l’innalzamento dello spread.

Ma si tratta di una atteggiamento polemico, superficiale, e anche un po’ stupido.

Che cosa ne può, Mario Draghi? Non ne può nulla.

E’ importante chiarire subito: Recce’d in questo post afferma che Draghi non ha responsabilità dirette, nel rialzo dello spread.

Certo, non si può negare, è a capo del Governo. E non si può negare che il suo Governo, a proposito di questo problema, ha fatto ben poco. Diciamolo pure: ha fatto nulla.

Il problema, che tutti conoscono, è sempre il medesimo problema: è il problema di un anno fa, di due anni fa, di cinque anni fa, di undici anni fa.

Non è, quindi, e non può essere, un problema di Mario Draghi: è il problema di tutti i Governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, di centro sinistra, di centro destra, giallo-verdi, e pure dei Governi tecnici.

Nessuno, di questi Governi, e dei personaggi che hanno guidato questi Governi, ha fatto nulla. Solo, e sempre, operazioni di facciata, di abbellimento: nessuno di questi signori ha mai chiamato il problema con il suo nome, con la sola esclusione, almeno nei primi mesi, di Mario Monti.

Tutti invece impegnatissimi a girarci intorno.

E quindi, a tutti gli spiritosi e a tutte le belve da tastiera che si accaniscono sui social, chiediamo: chi avreste messo, voi, al posto di Mario Draghi, allo scopo di evitare questo rialzo dello spread?

Oppure: credete davvero che il rialzo dello spread sia la conseguenza di un “complotto plutocratico internazionale” che ha lo scopo di danneggiare proprio noi italiani? Per rendere gli italiani il popolo schiavo delle Potenze straniere?

Ma di quali potenze? Ma schiavi per fare cosa? Per raggiungere quali obbiettivi? Siete davvero convinti che ci sia la fila di gente che non vede l’ora di assumersi la responsabilità di mettere energie, attenzione, ed impegno in questo nostro Paese così come è oggi? Noi siamo sicuri di no: siamo sicuri che preferirebbero, giusto per dire, la Grecia o la Turchia. C’è meno … casino, sarebbe più facile.

Noi adesso ritorniamo a scrivere di Mario Draghi: che non merita tutto l’astio di cui è fatto oggetto sul piano personale.

Ha fatto poco, da Capo del Governo, e forse nulla a proposito di questo problema. Ma resta il fatto che quando è stato portato a Capo del Governo era la migliore delle alternative possibili, o sarebbe meglio dire la meno peggiore. Ci hanno messo lui, perché non c’era proprio nessun altro. Rendetevene conto.

Oggi Draghi subisce questo diluvio di attacchi astiosi soprattutto a causa delle aspettative che erano state create: da questo punto di vista, i suoi “presunti amici” sono stati i suoi peggiori nemici.

Spieghiamoci con un esempio, che vedete nell’immagine qui sotto.

C’è ancora oggi chi tenta di confondere le idee al pubblico, e pretende che i lettori dei quotidiani siano degli autentici imbecilli: come chi oggi scrive che il rialzo del tassi ufficiali annunciato giovedì 9 giugno dalla BCE sia la conseguenza di un “complotto di Putin”.

E’ una sciocchezza così grande, che sarebbe da riprendere in un programma comico alla TV, del tipo Zelig.

Eppure, viene ripresa anche da altri quotidiani, come leggete nell’immagine che segue.

La decenza professionale vorrebbe che quotidiani nazionali, come sono Il Corriere della Sera e La Stampa, per rispetto dei propri lettori accompagnassero gli articoli di commento che abbiamo appena riportato con il grafico che trovate qui sotto.

Non solo: il grafico dovrebbe essere spiegato ai lettori dei quotidiani citati, allo scopo di aiutarli a comprendere ciò che accade oggi, e ad anticipare quello che accadrà domani.

Questo si dovrebbe fare, se si avesse rispetto dei propri lettori. Invece di inventare favolette a scopo consolatorio, inventarle allo scopo di prolungare per il maggiore tempo possibile gli attuali (fragilissimi) equilibri del potere politico.

Lo scopo di proteggere l’equilibrio in essere nel mondo della politica va però in contrasto con i titoli, inevitabilmente allarmistici, che raccontano la realtà dei mercati finanziari.

I prezzi che si leggono sui mercati finanziari non forniscono alcun appiglio, ed anzi appaiono in totale contrasto, con la buffa teoria del “complotto di Putin”.

Il Corriere della Sera si spinge persino a scrivere, come leggete sotto nell’immagine, che “ora per l’Italia cambia tutto”.

Qui l’artificio e l’inganno sono ancora più evidenti: perché “ora” per l’Italia non cambia nulla, perché “ora” non c’è stato alcun aumento dei tassi. Arriverà poi. Ma soprattutto, perché la realtà in questo modo viene capovolta: il problema è che “ora”, ma pure 12 mesi fa, e 24 mesi fa, e 36 mesi fa, per l’Italia non cambia mai nulla.

Si tira avanti, fingendo che i problemi semplicemente non esistano e si punta tutto sul prendere tempo. Si sta lì fermi a fare niente, magari sfogliando in poltrona il Corriere della Sera. Così ha fatto anche Mario Draghi, e tutti gli altri che lo hanno preceduto.

Non cambia mai nulla: ed infatti riappaiono gli articoli del 2011 che raccontano del Governo Berlusconi e della “Lettera da Bruxelles” che ne determinò la caduta rovinosa.

Quello fu senza dubbio un episodio che vide la BCE coinvolta in dinamiche di tipo squisitamente politico: non fu il primo, non sarà l’ultimo. Accade in Europa, accade negli Stati Uniti.

Un Governo valido e capace riesce a non fare precipitare il proprio Paese in trappole di questo tipo.

Ecco spiegato perché, ancora oggi, i “presunti amici e fiancheggiatori” di Mario Draghi sono in realtà i suoi peggiori nemici. Che alimentano l’odio da tastiera, ma alimentano soprattutto gli argomenti dell’opposizione politica interna ed internazionale.

Non c’è motivo di scandalo, se si parla di manovre di palazzo e di manovre internazionali: il Mondo funziona in questo modo.

Nello specifico di Draghi, anche il suo arrivo a Capo del Governo italiano fu chiaramente il risultato di una manovra che vide coinvolti sia i partiti politici sia il mondo dell’economia. Anche questo, accade in Italia, in Europa, negli Stati Uniti. Nulla di cui scandalizzarsi, nulla di cui indignarsi.

Ciò che invece suscitava e suscita indignazione, allora ed oggi, è il tono elogiativo, spesso trionfalistico, adottato dai mezzi di comunicazione italiani nei confronti di Mario Draghi: quel tono che, come dicevamo più in alto, oggi rende ancora più aspro l’astio nei confronti della persona, e ne mina anche la solidità e la credibilità come Capo del Governo.

Difficile dire in che misura le sciocchezze che siamo stati costretti a leggere sui quotidiani, e ad ascoltare al TG5, al TG1, al TG7, sciocchezze che (del tutto a campione) vi ricordiamo con due immagini (qui sopra e qui sotto) siano state “approvate”, o quanto meno “assecondate” dal Presidente del Consiglio, o meglio dal suo staff addetto alla comunicazione. Nostro parere: avrebbe dovuto cercare di limitare, se non evitare del tutto, queste forme di “culto della persona”.

Ciò che rimane, a distanza di pochi mesi, è che questo tipo di celebrazioni personali fanno sorridere, in qualche caso anche ridere, e risultano piuttosto grossolane.

I titoli trionfalistici, a volte a tutta prima pagina, generano aspettative molto elevate nel pubblico: questi titoli dei quotidiani giustificano un rilassamento nell’opinione pubblica, che si sente autorizzata (dalla lettura dei quotidiani stessi) a credere che “tutto è risolto”, o meglio che “tutto è stato risolto da Mario Draghi”.

La pagina che vedete qui sotto, in particolare, a noi fa ancora, e sempre, ridere di gusto.

Lo stesso discorso vale per i mercati finanziari, ma soprattutto per gli investitori: indotti a scelte azzardate, e ad oggi sbagliate, da quei media che amano espressioni come “la Borsa vola” (nell’immagine qui sotto), decisamente più adatte alla pubblicità in Tv degli elettrodomestici.

Gli errori e le perdite degli investitori, però, meritano un approfondimento finale: da mesi noi ci chiediamo a che cosa stavano pensando quegli investitori che avevano in portafoglio i BTp nove mesi fa, quando il decennale del BTp a scadenza rendeva lo 0,50%.

Erano tutti convinti che sarebbe andata avanti così per sempre? Erano davvero convinti che “gli asini possono volare”? Possibile essere così tanto ingenui? E’ davvero credibile che decine di migliaia di investitori adulti e razionali abbiamo scelto di credere alle favole?

Possibile che, leggendo un titolo come quello che segue qui sotto, tutti gli investitori che avevano allo BTP in portafoglio a rendimenti vicini a zero abbiamo pensato: “Va tutto bene così, è normale, siamo a posto”?

Nel titolo c’è scritto: “la soluzione è: facciamo ancora più debito!”

E’ credibile che una persona razionale e di buon senso, dotata di un intelletto normale, leggendo un titolo come quello che trovate qui sopra e anche quello che segue qui sotto, non si sia fatto qualche domanda sui BTp fino al mese di maggio 2022?

Nel titolo che segue, potete leggere tutti: “stop austerità, più debito e meno paletti dall’Europa”. Parole semplici, comprensibili, non facili da equivocare: parole dirette, del tipo “facciamo un po’ quello che ci pare a noi”.

Volete dire che c’è qualcuno che non ha capito, neppure così? A noi sembra incredibile.

Ciò che vogliamo dire ai lettori, in questo Post, è che anziché insultare Mario Draghi sui social, la gran parte degli investitori italiani dovrebbe … insultare sé stessa.

“Siamo stati un po’ distratti, ed un po’ fessi: stava tutto scritto sul giornale, e in modo molto chiari, anche con dei titoloni".

Per poi concludere: “La prossima volta, faremo più attenzione. Oppure, ci affideremo a qualcuno capace, che ci metta in guardia dai pericoli.”

Parliamone, se volete.

Longform’d. Perché oggi nessuno ne parla?
 

Le prime pagine dei quotidiani, sia in Italia sia nel Mondo, oggi sono pieni di titoli che citano la “recessione”, la “stagflazione”, la “crisi dello spread”, la “inflazione”. E poi BCE, Federal Reserve, tassi ufficiali di interesse: ovviamente.

Si tratta di temi di investimento sui quali Recce’d scriveva nella seconda parte del 2020, e poi nel 2021. Allora, un anno fa e più, erano rilevanti. Oggi, i nostri portafogli modello devono semplicemente raccogliere i frutti delle scelte compiute allora.

Noi, in quanto gestori di quei portafogli, oggi ci occupiamo di altri temi, di temi dei quali oggi NON si legge sulle prime pagine dei quotidiani.

Sono almeno cinque, i nuovi temi di investimento per la seconda parte del 2022 e per il 2023. E nessuno di questi, oggi, lo trovate sulle prime pagine dei quotidiani.

Con il nostro Blog, noi vogliamo offrire in modo gratuito, e quindi regalare, ai nostri lettori alcuni elementi di informazione, di giudizio, e di valutazione, che non trovano né sulle pagine dei quotidiani, né in Tv nei programmi specializzati in Finanza, né nelle pubblicazioni delle Reti dei promotori finanziari, quali sono ad esempio Fideuram, FINECO, Allianz, Generali e Mediolanum insieme a molti altri operatori autorizzati alla “vendita di prodotti finanziari”.

Vendita alla quale, come sapete, Recce’d non è interessata: non è quello il nostro mestiere, nel passato, nel presente e nel futuro: Recce’d costituisce una brillante eccezione, nel panorama italiano, perché agisce al di fuori di ogni conflitto di interesse, la principale piaga che da sempre infesta il settore del risparmio in Italia e che le Autorità preposte fino ad oggi hanno limitato senza mai debellare, lasciando procedere attività che a norma di regolamento di settore non potrebbero essere svolte.

Torniamo al tema del nostro Longform’d: vogliamo fornirvi concreti supporti per comprendere come si arriverà, tra qualche mese, a leggere di questo argomento anche sulla prima pagina del vostro quotidiano, ed al TG economia.

Vi sarete chiesti, leggendo delle recenti revisioni al ribasso di tutte le più autorevoli, ed “ufficiali”, stime per la crescita economica (dal Fondo Monetario Internazionale in aprile alla OCSE ed alla Banca Mondiale la scorsa settimana, fino alla BCE giovedì 9 giugno) che cosa potrà succedere per conseguenza agli utili che saranno realizzati dalle Società quotate in Borsa. Si tratta di una domanda che sorge spontaneamente, leggendo di un rallentamento dell’economia, ed ancora di più quando si legge la parola “recessione” oppure “stagflazione”.

Alla data di oggi, 11 giugno 2022, la risposta è la seguente: “non succederà assolutamente nulla, almeno se diamo credito alle stime degli analisti che formulano le previsioni sugli utili per conto delle grandi banche di investimento internazionali (ad esempio JP Morga, UBS, Goldman Sachs, Deutsche Bank, Morgan Stanley, Citigroup, BNP Paribas).

Il grafico che vedete qui sopra, e che è il primo del nostro Longform’d, conferma ciò che abbiamo appena scritto.

Per fare il punto della situazione, con riferimento proprio al tema delle previsioni per gli utili delle Società quotate, ci affidiamo ad un recente articolo della nota rivista Barron’s.

Leggete l’articolo che segue, e poi ritrovateci per proseguire con noi nell’analisi.

Despite warnings from multiple high-profile companies that profits would disappoint in the coming months, Wall Street analysts have continued to raise their expectations for corporate earnings. But that might not last long. Historically, analysts often begin lowering their earnings estimates a few months after stocks tumble. Once they do revise their estimates, it might trigger another round of selloff, according to Wolfe Research strategist Chris Senyek.

At the end of last year, analysts expected S&P 1500 components—which include companies that make up 90% of the U.S. stock market’s valuation—to deliver average earnings per share of $5.87 for the fiscal year of 2022, according to FactSet data analyzed by Barron’s. By the end of May, the number has grown to $6.15.

The jump in estimates came despite various economic uncertainties that could pose challenges to corporate earnings, such as high inflation, labor shortage, lockdowns in China, and rising interest rates.

Energy stocks contributed to most of the growth in 2022’s earnings projections, jumping from $3.41 at the end of 2021 to $5.59 this week. While most other sectors also saw estimates increase to various degrees, analysts have slightly trimmed their expectations for communication services, healthcare, and financial stocks.

The higher estimates can be partly attributed to record-setting inflation that has propped up companies’ revenue and earnings in nominal terms, wrote Senyek in a note last week. He believes analysts will start to adjust their earnings estimates lower in the months ahead as concerns about a recession mount.

“The pattern is not uncommon in the run-up to a recession,” wrote Senyek. During the dot-com bubble burst, he noted, equity markets started to price in an earnings downturn four to five months before analysts started to meaningfully reduce numbers.

If history is any indication, the recent market selloff could be a harbinger of downward earnings revisions in the second half of the year, which will drive the next leg down in the stock market, Senyek said.

Some companies are already sounding alarms. Last month, social media app Snap warned that revenue and profit would come in lower than expected in the second quarter, sending shares plunging. Nvidia , Cisco, Gap (GPS), and Groupon (GRPN) have also issued similar warnings in their latest earnings calls.

So far this year, 67 companies in the S&P 500 have signaled that their second-quarter earnings would come lower than what analysts expected. Around the same time last year, only 33 companies did so.

Analysts are already turning more cautious about what stocks might be worth in the next 12 to 18 months. Since the end of last year, more than 60% of S&P 1500 components have seen their average target prices adjusted lower.

Consumer discretionary, communication services, technology, and healthcare sectors have seen the biggest downward adjustments, while price targets for energy, utility, and material stocks have gone up thanks to their recent rallies. The average target price for all S&P 1500 stocks has come down from $136 to $126.

Still, that number is well above the current average price of S&P 1500 components, at $101. (This is different from the index itself, which is weighted by market capitalization.) That means analysts expect stocks to climb higher a year from now. 

This might come as a surprise given prevailing concerns about a possible recession––and a deep bear market––as the Federal Reserve moves to curb inflation through aggressive rate hikes. A few factors might have contributed to this disconnect.

Many stocks, especially smaller ones, have very few analysts covering them and even fewer that follow the firm close enough to give timely updates on their earnings estimates or price outlook. That means the numbers can often be skewed by the opinion of a few.

Of all the S&P 1500 companies, 386 have fewer than five analysts covering them, defined as the number of target prices tracked by FactSet. About 430 have between five to nine analysts covering them. Only 162 companies in the index have more than 20 analysts.  

Even if a stock is heavily covered, opinions can vary a lot, which makes the average less meaningful. Take Tesla, for example. The stock is notoriously volatile and analysts have a wide range of views about how to price the business. The stock currently trades at around $747 per share, but its 36 price targets range from $250 to $1,620—a six times difference.

Tesla is hardly an exception when it comes to a lack of analyst consensus. Among the nearly 700 stocks in S&P 1500 with at least 10 target prices, the difference between the highest and lowest target is more than 50% for half of the names. Opinions vary the most for consumer discretionary and communication services stocks, and are more in sync for defensive sectors like utilities and financials.

The discrepancy between target prices seems to have grown wider since the end of last year, which means analysts are becoming even more divided about what to expect. Even for the most seasoned analyst, a price target is still a calculated guess. Studies have found that, historically, the overall accuracy rate is around 30% for price targets with 12- to 18-month horizons.

One thing is for certain: This much uncertainty is a recipe for volatility. Hang tight to your seat.

Potete leggere nel testo dell’articolo qui sopra, ma soprattutto attraverso i quattro grafici che lo completano, una serie di dati utilissimi: nel nostro Longform’d non possiamo analizzare per voi ognuno di questi dati, per ragioni sia di tempo sia di spazio, e quindi riserviamo gli approfondimenti ai nostri Clienti attraverso il nostro quotidiano The Morning Brief.

In questo Post in forma estesa, vi regaliamo invece come già detto una serie di informazioni e supporti all’analisi, che poi il lettore può utilizzare per formare una propria valutazione, oppure per discuterne con chi si qualifica come “consulente”, magari con la etichetta di wealth manager, oppure di private banker, oppure di robo-advisor (avendo poi tutti loro, come scopo, quello di “piazzare la merce”, ovvero i cosiddetti “prodotti finanziari ad alto margine” che a voi costano almeno il 3% ogni anno, a prescindere dai risultati che ottenete.

Entriamo quindi nel merito, e vediamo insieme qualche dato utile per capire come potrebbero cambiare, nelle prossime settimane e mesi, i dati per le stime degli utili, i dati che avete già visto in alto, nel primo degli articoli del nostro Longform’d.

Il grafico che trovate qui sotto (di Deutsche Bank) a noi serve per mettere in evidenza il rapporto tra crescita economica e margini di profitto delle Aziende. Il grafico in particolare come si comportano gli utili societari nelle fasi di recessione.

Sono disponibili anche altri dati, come vedete nel grafico sotto, che confermano la rilevanza dei dati macroeconomici per la comprensione dei movimenti degli utili aziendali. proprio quei dati fondamentali che solo 12 mesi fa sembravano diventati del tutto inutili (“la Borsa sale sempre”) oggi sono tornati ad occupare il loro posto: al centro delle scelte di investimento.

Il tema è di grande attualità poiché oggi trovate il termine “recessione” oppure il termine “stagflazione” scritto sulle prime pagine dei quotidiani nazionali ed internazionali. Non mancheranno (adesso, che sono del tutto inutili) anche i talk show e le analisi delle banche di investimento sui dati macroeconomici.

E non sono soltanto i dati fondamentali, a fornirci indicazioni sul futuro degli utili aziendali: nel grafico qui sotto, viene associato il risultato di un sondaggio tra gli Amministratori Delegati degli Stati Uniti e gli utili aziendali.

Oltre alla (possibile, probabile, eventuale) recessione, c’è un secondo motivo per farsi delle domande sull’andamento futuro degli utili, ed è il livello dei rendimenti delle obbligazioni: nel grafico che trovate qui sotto, si vede che, almeno in parte, l’andamento degli utili è associato all’andamento dei tassi di interesse di mercato.

Per quale ragione vi è utile riflettere, proprio in questo momento, sull’andamento degli utili? Più precisamente: perché Recce’d vi suggerisce di non perdere altro tempo con l’inflazione ed i tassi di interesse e le Banche Centrali, e concentrarvi su questo argomento (e su altri quattro cinque, che vedremo nel corso dell’estate)?

La ragione è spiegata dal grafico che trovate qui sotto.

Il grafico attribuisce la variazione dell’indice della Borsa di New York a quattro fattori: il rapporto P/E tra prezzo ed utile, la stima degli utili futuri (dei prossimi 12 mesi) e i dividendi.

Come vedete, la parte in azzurro della colonna che misura il risultato finale dell’indice ha spesso un peso importante: in modo particolare nei due anni 2018 e 2021.

Oggi, a metà 2022, noi riteniamo che per i vostri investimenti in Borsa sia decisivo immaginare come si comporterà quella parte in azzurro della barra del rendimento, nei prossimi sei mesi e poi nel 2023.

Senza trascurare, ovviamente, la componente di colore rosso mattone, ovvero il P/E, che (vedi il grafico sotto) anche dopo i recenti ribassi dei prezzi rimangono ancora tutti su livelli molto elevati.

Abbiamo passato in rassegna (alcuni) indicatori macroeconomici e sondaggi di opinione, per spostare poi l’attenzione sui parametri di valutazione con i precedenti due grafici.

Per completare il giro di orizzonte, investire in modo consapevole e guadagnare dai propri investimenti finanziari , ora dobbiamo prendere in esame l’atteggiamento degli intermediari, di chi svolge in questo mercato finanziario globale il ruolo del “grossista”, ed indirizza, ovvero tenta di indirizzare, i flussi di acquisto e di vendita.

Abbiamo selezionato per il lettore, tra migliaia di esempi, un articolo che vi descriverà come vengono utilizzati i dati per gli utili aziendali allo scopo di fornire ai Clienti ed al mercato i “target”, ovvero gli obbiettivi per gli indici dei mercati di Borsa.

La lettura di questo articolo è molto utile, perché vi avvicinerà al metodo, ai criteri di utilizzo dei dati, ed in definitiva al modo nel quale viene motivato il “target” per l’indice della Borsa.

The S&P 500 just got a new lower price target. But that doesn’t mean investors need to panic—at least not right away.

Strategists at RBC Capital Markets now sees the S&P 500 rising to 4700 by year’s end, down from the bank’s prior call for 4860. That still implies a gain of 17% from the index’s current level around 4100.

The lowered forecast doesn’t necessarily mean the stock market outlook is worsening, however. One key driver of RBC’s lowered forecast is that consensus for real gross domestic growth in 2022 is down to below 3%, from almost 4% near the start of this year. Real GDP is total output adjusted for inflation, so when the pace of real GDP growth declines, it means there’s more inflation and less total output. Economists expect price increases in the economy to dent overall demand this year and beyond.

That’s just one part of RBC’s model, which encapsulates many economic and market factors. Another important factor is valuations, which RBC says could drop from here. Looking at steep sell-offs in 1994, 2001, 2018, and 2020, the forward price-to-earnings multiple on the S&P 500 fell by 17.5% at the median. Using that drop in the multiple for the 2022 sell-off would lower the index’s multiple to 17 times from a little under 17.3 times currently. 

Overall, the strategists use a fairly unusual model to forecast the index. Their real GDP indicator implies a certain annual gain for the index—given historical trends—while their valuation indicator suggests a different annual gain. The bank uses other indicators, too, like ones seen in the bond market. So RBC takes the average S&P 500 annual gain from all of its indictors to arrive at its price target. 

But none of this necessarily means people should become any less confident in the stock market. First off, RBC is simply adjusting its market expectation lower, given the recently worsened economic and market environment. But stock prices have already begun to reflect those changes. The index has already slumped 14% this year. Meanwhile, its earnings multiple has dropped because confidence in earnings growth has waned, as inflation and interest rates have gone up. 

Assuming certain factors remain largely unchanged, the stock market would rise from its current level. Most importantly, keeping the index’s current multiple in place would bring the index to 4346 by the end of the year, for an 8% gain from the current level (though still a drop pf 16% for the full calendar year.)

That gain in full, though, seems unlikely. For one, analyst’s profit forecasts likely need to come down from here. Economic growth projections are lower and the Fed is trying to reduce demand by lifting interest rates. Meanwhile, the aggregate 2022 earnings-per-share estimate has risen 3% for the year so far to $228, meaning projections have nowhere to go but down. The S&P 500’s aggregate expected earnings per share for 2023, meanwhile, is $249.79, according to FactSet.

Plus, the multiple placed on the next year of earnings, at 17.3, could easily drop from here, as RBC points out. That’s because the 10-year Treasury yield has soared this year to around 3%, a level last seen in 2018. Higher long-dated bond yields make future profits less valuable. An earnings multiple on the S&P consistent with yields where they are now often starts with a “16 handle,” historically. 

With so many moving parts, investors have plenty of things to keep an eye on. For now, the factors to monitor are analysts’ revisions to earnings and where valuations should land.

A questo utile articolo, Recce’d gratuitamente aggiunge altri elementi di informazione: lo scopo è quello di regalare ai lettori un quadro completo, dettagliato e selezionato. In una parola, della massima qualità, come sempre abbiamo fatto.

Procediamo con le previsioni di consenso per il mercato di Borsa di New York, che leggete qui sotto nel grafico 8affiancate a quelle di Morgan Stanley).

Queste previsioni, va sottolineato ancora una volta, sono le medesime, in sostanza, che venivano comunicate lo scorso 1 gennaio 2022 dalle banche di investimento.

Il fatto è degno di grandissima attenzione: perché tra gennaio e maggio, intorno a questi numeri, è cambiato tutto. Ma proprio tutto: le stime per la crescita, l’inflazione, i tassi di interesse, i cambi, i prezzi delle materie prime.

Effetto sulle stime degli utili prodotte dagli analisti delle banche di investimento? Zero.

Almeno, fino al 10 giugno 2022.

Questo implica che cosa? implica che i prezzi che oggi vedete sui mercati finanziari sono “basati” su valutazioni elaborate (nel modo che avete letto più sopra nel secondo articolo del Longform’d) partendo da previsioni che sono, a tutto oggi, molto favorevoli, molto positive, molto ottimistiche. Come leggete grazie al grafico che segue, ad oggi la previsione per i margini di profitto delle Società quotate negli Stati Uniti rimane ai massimi di ogni tempo.

Il solo cambiamento visibile, per ciò che riguarda le stime degli analisti? E’ che non crescono più, si sono fermate.

Come dice il grafico che segue, il numero di revisioni al rialzo ed il numero di revisioni al ribasso, oggi, è uguale. Per essere più chiari: il numero di revisioni al rialzo oggi è pari al numero di revisioni al ribasso.

Anche l’indicatore che viene calcolato da Bank of America (“sell-side indicator") ci racconta che da parte degli analisti delle banche di investimento oggi viene espresso minore ottimismo rispetto al passato, nelle loro raccomandazioni di “buy”, “sell” e “hold”.

Tutti i dati che via abbiamo presentato, e i testi che abbiamo scelto per voi e che vi abbiamo messo a disposizione in questo Longform’d, ci portano ad una sola, semplice domanda: che è quella che leggete sotto, nel grafico di Ed Yardeni che chiude il Longform’d.

Ovvero: oggi le previsioni per gli utili sono troppo ottimistiche?

Recce’d vuole sottolineare, con questo Longform’d che ogni investitore in azioni non può rimandare la risposta nel tempo: è oggi, che dovete darvi una risposta, ed è oggi che dovete intervenire sui vostri portafogli titoli.

Se volete confrontarvi con noi, i recapiti sono quelli che conoscete, attraverso il sito.

Valter Buffo
DYOR
 

Il 2021 è stato l’anno dei “fenomeni”: in un contesto di mercato dove “tutto sale”, ognuno è autorizzato a sentirsi un genio.

Non succede soltanto nell’ambito della finanza e degli investimenti: ci sono evidenti segnali di abuso che arrivano anche da altri ambiti, come la medicina.

Oggi sono in molti ad affidarsi ai social, ai “canali non convenzionali” per prendere le proprie decisioni in materia di medicinali. Il recente caso del vaccino COVID è diventato un argomento da prima pagina per quotidiani e TG.

Recce’d non si fida, di questi “canali non convenzionali”: non raccoglie opinioni di investimento di un po’ di qua ed un po’ di là sul Web. lo fanno però, ancora oggi, numerosi investitori.

Nelle ultime settimane il tema è ritornato di massima attualità, a causa dei crolli del comparto delle crypto-valute. Che hanno lascito un numero elevato di persone in una situazione disperata.

Proprio in quel comparto, quello delle crypto, il ruolo della comunicazione social è stato determinante negli utili anni. La frase ricorrente è “mi sono cercato da solo le informazioni sul Web”, ovvero “mi sono fatto una mia ricerca”, ovvero “do your own research” ovvero DYOR del titolo.

Il New York Times, pochi giorni fa ha dedicato a questo tema, e quindi ai rischi che si corrono “facendo una propria ricerca sul Web”, un utile articolo che Recce’d vi propone in lettura di seguito.

Se siete tra quelli che fanno da soli, che seguono i suggerimenti sul Web, che passano ore sul tablet oppure sullo smartphone, se siete abituati a decidere sugli investimenti sulla base delle cosiddette “meme”, se siete appassionati dei Forum On Line tra investitori, vi sarà utile leggere con attenzione.

By John Herrman

May 29, 2022

A couple of weeks ago, the crash of two linked cryptocurrencies caused tens of billions of dollars in value to evaporate from digital wallets around the world.

Cryptocurrencies are notoriously volatile, but this wasn’t your average down day: People who thought they knew what they were getting into had, in the space of 24 hours, lost nearly everything. Messages of desperation flooded a Reddit forum for traders of one of the currencies, a coin called Luna, prompting moderators to share phone numbers for international crisis hotlines. Some posters (or “Lunatics,” as the currency’s creator, Do Kwon, has referred to them) shared hope for a turnaround or bailout; most were panicking, mourning and seeking advice.

“My friends who I recommended Luna to all hate me now,” one user wrote. “We all lost our life savings and they have kids. What do I do?” Among the consolations and scolding about mixing friends and business was a rather harsh reply: “DYOR before investing in ANYTHING! No one to blame but themselves.”

“DYOR” is shorthand for “do your own research,” a phrase that, on its face, amounts to excellent if obvious advice — a reminder to stay informed and vigilant against groupthink.

But in the context of a broad collapse of trust in institutions and the experts who speak for them, it has come to mean something more specific. A common refrain in battles about Covid-19 and vaccination, politics and conspiracy theories, parenting, drugs, food, stock trading and media, it signals not just a rejection of authority but often trust in another kind.

DYOR is an attitude, if not quite a practice, that has been adopted by some athletes, musicians, pundits and even politicians to build a sort of outsider credibility. “Do your own research” is an idea central to Joe Rogan’s interview podcast, the most listened to program on Spotify, where external claims of expertise are synonymous with admissions of malice. In its current usage, DYOR is often an appeal to join in, rendered in the language of opting out.

Nowhere are the contradictions of DYOR on such vivid display as in the world of crypto, where the phrase is a rallying cry, a disclaimer, a meme and a joke — an invitation to a community as well as a reminder of its harsh limits.

Against Consensus

Melissa Carrion, a professor at the University of Nevada, Las Vegas, who studies the rhetoric of health and medicine, spoke to 50 mothers who had refused one or more vaccines for their children for a study published in 2017.

“Across the board, every single one of them gave some variation of the advice that a mother ‘should do her own research,’” she said in a phone interview. “It was this kind of worldview that was less about the result of the research than the individual process of doing it themselves.”

“There’s this idea that the goal of science is consensus,” Professor Carrion said. “The model they brought to it was that we didn’t need consensus.” She noted that the women she surveyed often used singular rather than plural pronouns. “It was ‘she needs to do her own research,” Professor Carrion said, rather than we need to do ours. Unlike some critical health movements in the past, this was an individualist endeavor.

Anti-vaccine rhetoric is DYOR in a pure anti-expert form. Medicine is a highly credentialed field addressing life-or-death matters which, as practiced, expects a great deal of trust from patients. For a medical expert to warn of the perils of “doing your own research” on vaccines, for example, is to either preach to the converted or to demand trust where it has already been lost.

One of the enticing aspects of cryptocurrencies, which pose an alternative to traditional financial institutions, is that expertise is available to anyone who wants to claim it. There are people who’ve gotten rich, people who know a lot about blockchains and people who believe in the liberating power of digital currencies. There is some recent institutional interest. But nobody’s been around very long, which makes the idea of “researching” your way to prosperity feel more credible.

Earlier this year, in a New York Times guest essay about DYOR and medicine, Nathan Ballantyne and David Dunning cited research suggesting that people new to subject areas are, like some experts, “vulnerable to hubris.” They caution that newcomers can “quickly become unreasonably confident after just a small amount of exposure to the subject,” a phenomenon known as the “beginner’s bubble.”

Expand Your Cryptocurrency Vocabulary

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A glossary. Cryptocurrencies have gone from a curiosity to a viable investment, making them almost impossible to ignore. If you are struggling with the terminology, let us help:

Bitcoin. A Bitcoin is a digital token that can be sent electronically from one user to another, anywhere in the world. Bitcoin is also the name of the payment network on which this form of digital currency is stored and moved.

Blockchain. A blockchain is a database maintained communally and that reliably stores digital information. The original blockchain was the database on which all Bitcoin transactions were stored, but non-currency-based companies and governments are also trying to use blockchain technology to store their data.

Cryptocurrencies. Since Bitcoin was first conceived in 2008, thousands of other virtual currencies, known as cryptocurrencies, have been developed. Among them are Ether, Dogecoin and Tether.

Coinbase. The first major cryptocurrency company to list its shares on a U.S. stock exchange, Coinbase is a platform that allows people and companies to buy and sell various digital currencies, including Bitcoin, for a transaction fee.

DeFi. The development of cryptocurrencies spawned a parallel universe of alternative financial services, known as Decentralized Finance, or DeFi, allowing crypto businesses to move into traditional banking territory, including lending and borrowing.

NFTs. A “nonfungible token,” or NFT, is an asset verified using blockchain technology, in which a network of computers records transactions and gives buyers proof of authenticity and ownership. NFTs make digital artworks unique, and therefore sellable.

Web3. The name “web3” is what some technologists call the idea of a new kind of internet service that is built using blockchain-based tokens, replacing centralized, corporate platforms with open protocols and decentralized, community-run networks.

DAOs. A decentralized autonomous organization, or DAO, is an organizational structure built with blockchain technology that is often described as a crypto co-op. DAOs form for a common purpose, like investing in start-ups, managing a stablecoin or buying NFTs.

Cryptocurrency trading, in contrast to medicine, might represent DYOR in pure no-expert form. Virtually everyone is operating in a beginners’ bubble, whether they’re worried about it or not, betting with and against one another, in hopes of making money.

Just DYOR

In crypto, the uses of DYOR are various and contradictory, earnest and ironic sometimes within the same discussion. Breathless investment pitches for new coins are punctuated with “NFA/DYOR” (not financial advice), or admonitions not to invest more than you can afford to lose, which many people are obviously ignoring; stories about getting rich are prefaced with DYOR; requests for advice about which coins to hold are answered with DYOR. It is the siren song of crypto investing.

Here, so-called research materials are often limited to a white paper, marketing materials and testimonials, the “due diligence” posts of others, the reputations of a currency’s creators and the general sentiment of other possible buyers. Will they buy-in, too? Will we take this coin to the moon?

In that way — the momentum of a group — crypto investing isn’t altogether distinct from how people have invested in the stock market for decades. Though here it is tinged with a rebellious, anti-authoritarian streak: We’re outsiders, in this together; we’re doing something sort of ridiculous, but also sort of cool. Though DYOR may be used to foster a sense of community, what it actually describes is participation in a market.

A year ago, Luna boosters (and a few skeptics) in online forums offered the same advice to gathered audiences of potential buyers reading their posts, looking for tips: just DYOR. Thousands invested in both Luna and TerraUSD. The price of Luna climbed from around $5 to over $100. After the crash, at least one Reddit user suggested that the situation highlighted the “limit” of DYOR; the coin’s price had fallen to nearly zero.

“Now it seems like DYOR can only do so much,” the user wrote. Eventually, the user said, you end up relying on “trust.”

For another user, however, DYOR had in fact done a different kind of “so much”: “I did my research,” they wrote, “and I stayed away.”

Valter Buffo