Nel più recente Post di questa serie, che è stato pubblicato il 29 novembre scorso, abbiamo messo in evidenza la necessità di adottare una strategia di investimento adatta al nuovo contesto di mercato in cui ci troviamo ad operare in questo 2015 e negli anni a venire. E' la prima delle cinque domande che vi abbiamo proposto nel Post del 14 novembre, cinque domande che, a parere di Recce'd, devono guidare le vostre decisioni di investimento nel 2016: ripetiamo ancora che quello che vi farà vincere o perdere non sarà l'avere azzeccato il dollaro a fine 2016, oppure dove andrà la Borsa USA, oppure di quanto alzeranno i tassi negli USA, ma sarà piuttosto, la strategia, e poi gli strumenti, e poi la scelta dell'advisor di fiducia, e così via. Perdere tempo oggi, sui cosiddetti "scenari" per il 2016, è del tutto inutile: provate a ritornare a gennaio 2015, quando la BCE doveva dominare il mondo, l'Eurozona doveva trainare la ripresa globale, la Cina era il motore del'Asia, e gli USA (secondo tutte le banche globali di investimento) era in fase di accelerazione ed entrava in un anno di "crescita sopra la media". Tutto falso, tutti argomenti scelti allora per pompare una categoria di Fondi comuni piuttosto che un'altra. Non ripetete quindi quell'errore, e chiedetevi invece come vengono gestiti i vostri portafogli: e facciamo subito un esempio concreto. Nel portafoglio RNI, in passato, avete visto numerose posizioni su titoli singoli (azioni ed obbligazioni) mentre oggi il portafoglio risulta concentrato su strumenti come gli ETF che rappresentano indici di mercato (oppure derivati che svolgono un ruolo identico). Questa è una scelta razionale, efficace ed economica per l'investitore, perché dopo il 2008 sui mercati il rischio specifico della selezione tra titoli non è stato ricompensato da un premio di rendimento, o per farla ancora più semplice perché tutti i titoli si muovono, per la maggior parte delle volte, tutti nella stessa direzione (grafico in basso). E' il mondo del RISK ON RISK OFF che avevamo già commentato proprio nel Post del 29 novembre, ed è con quel mondo che gli investitori debbono fare i conti oggi, sia quando stimano i rendimenti attesi, sia quando valutano i rischi nei loro portafogli, sia quando scelgono gli strumenti finanziari sui quali investire. Ad esempio, non perdendo tropo tempo con operazioni tra il titolo X ed il titolo Y quando poi, alla fine dei conti, questo tipo di "diversificazione" ha un costo e non rende nulla.
E' venuto a noia, anche agli stessi mercati, leggere che "non si combattono le Banche Centrali". Se guardiamo a questo 2015, i mercati con il loro andamento ci hanno detto che vanno un po' dove vogliono, e non vanno più dietro alle parole dalle Banche Centrali. Piuttosto c'è da chiedersi: quelli che oggi continuano a dire che "non si combattono le Banche Centrali" hanno capito che cosa dicono i grandi Banchieri? Questi "tifosi" davvero i migliori interpreti dei segnali che arrivano da Yellen, Draghi e Kuroda? E se è davvero così, se questi soggetti sono i migliori interpreti di Draghi e Yellen, perché allora non ci spiegano anche cosa è che non ha funzionato? Negli USA, a pochi giorni dal rialzo dei tassi ufficiali e l'economia che sarebbe "in piena fase di crescita", abbiamo gli indici ISM ai minimi dal 2008, il decennale Treasury che rende meno del 2,20% e la Borsa che è invariata da gennaio. Niente male, come "crescita economica". In Eurozona poi c'è solo l'imbarazzo della scelta: niente è come si prevedeva solo 10 mesi fa, inflazione, crescita del GDP, credito bancario ai privati, tasso di cambio del'euro contro dollaro, Borse europee, rendimenti delle obbligazioni high yield, mercato delle obbligazioni asset backed. Spiegateci, voi che ci date l'interpretazione "autentica" di quello che voglio le Banche Centrali, perché alle parole poi non seguono i fatti, che cosa è che non funziona, e perché invece nel prossimo futuro dovrebbe invece funzionare. In Recce'd la vediamo in modo opposto: le parole sono parole, i fatti sono fatti, ed affermare che bisogna investire in rischio sui mercati perché "le politiche monetarie rimangono accomodanti" è una colpevole semplificazione, che si rivelerà molto dannosa per tutti quelli che ci andranno dietro.
Abbiamo utilizzato il medesimo titolo sia il 21 agosto, sia il 10 novembre: ed il problema resta irrisolto. La Borsa di Milano rimane del 10-15% al di sotto dei livelli massimi di quest'anno, come pure dai massimi del 2014. Due anni di niente: un rischio compensato da zero rendimento, un ottimismo che per ora non ha dato frutti, solo le commissioni che i Clienti hanno pagato su GPM e Fondi Comuni. Ma il punto ora è guardare al 2016: dopo essere stato così tanto pompato, il mercato italiano nel 2016 si troverà privo dei supporti su cui tutti insistevano fino a pochi mesi fa, ovvero la BCE (che altro potrebbe fare, ora?), il dollaro in ribasso e il petrolio a buon mercato. Forse è arrivato il momento di mettere da parte i sogni e guardare alla realtà.
La reazione dei mercati alle comunicazioni di Draghi di ieri, 3 dicembre, è il sigillo che conferma quello che Recce'd ci ha scritto, con insistenza, nel corso del 2015: una fase si è chiusa. I mercati, ieri, hanno barcollato perché tra gli operatori si diffonde una domanda: "e se le Banche Centrali non guidassero più il gioco?". Se fosse così, c'è un'intera industria (di Fondi e di Reti) che si ritroverebbe spiazzata e non saprebbe più a che cosa guardare. Se fosse vero, non sarebbe più sufficiente scrivere che "le politiche monetarie resteranno accomodanti" per risolvere, a buon mercato, tutti i problemi di investimento e di allocazione dei portafogli: sarebbe la fine "della festa". Un momento proprio ieri Bill Gross, ex PIMCO oggi Janus Capital, ha descritto con queste parole:
“Central banks are like casinos that print money as if they were manufacturing endless numbers of chips that they’ll never have to redeem. If investors lose faith in a reasonable range for a country’s currency, then inflation will quickly hit targets and then some. One day the negative feedback loop on the real economy will halt the ascent of stock and bond prices and investors will look around like Wile E. Coyote wondering how far is down,”
Abbiamo letto ed ascoltato spesso commenti scettici e forse derisori sui "pessimisti", sui"gufi", sui "profeti di sventura": di fronte a loro, come un trofeo, per anni è stato sventolato l'indice S&P 500, che ha messo a segno nuovi record a ripetizione negli ultimi tre anni. Come sempre accade però, la situazione si capovolge in tempi brevissimi: e così dobbiamo registrare che una delle grandi banche globali, una delle più grandi degli Stati Uniti, ieri 2 dicembre a fatto circolare una ricerca in cui parla, addirittura, di recessione per gli USA nel 2016. E' quasi come se fosse iniziata una corsa all'indietro: ogni banca globale prova a superare tutte le altre nel diventare cauta, prudente, e forse ... pessimista. Non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che poi, regolarmente, sono gli investitori finali a pagare il conto di queste "mode": in ogni caso, sappiate che almeno per un po' di tempo non vi capiterà più di leggere articoli oppure interviste degli ottimisti, perché in poche settimane sono spariti tutti.