Crisi dei fondi hedge (parte 4): equity market neutral

Un esempio di quanto abbiamo scritto nei Post precedenti, sul progressivo "annaquamento" delle strategie dei Fondi Hedge, molti dei quali oggi sono niente altro che Fondi Comuni tradizionali bilanciati (e quindi NON de-correlati e NON alternativi) lo trovate nel grafico in basso.

La categoria di Fondi Hedge "equity market neutral" è una delle più popolari: alternando posizioni LONG a posizioni SHORT, questi Fondi promettono all'investitore di isolare lo Alfa dal Beta. Che tradotto in lingua italiana significa: produrre risultati positivi scegliendo i titoli giusti, e limitando l'impatto sul rendimento dell'indice di Borsa nel suo insieme.

Bella l'idea, meno buoni i risultati: seguendo la linea blu del grafico vedete che:

  1. la cosa proprio NON funziona,  come è evidente guardano il comportamento in gennaio e febbraio 2016
  2. in media questi Fondi valgono oggi quanto valevano nel 2011
  3. la performance positiva, dal 2012 ad oggi (quattro anni) è stata del 2,5% annuo

Se volete comprendere le ragioni per le quali i Fondi Hedge oggi raccolgono sempre meno capitali in gestione, non cercate spiegazioni astruse (la scarsa remunerazione della liquidità, ad esempio). Guardate solo alla distanza tra le promesse ed i risultati.

E ricordatevi che Alfa e Beta semplicemente non esistono: una cosa sono le statistiche, una cosa del tutto diversa sono le performances.

Mercati oggiValter Buffo
Dove Recce'd può fare (e farà) la differenza (parte 19): ancora su strategia e metodo

Nel precedente Post di questa serie, abbiamo messo in evidenza il fatto che, nel 2016 come negli anni seguenti, darà indispensabile aumentare l'attenzione nella gestione dei propri investimenti finanziari, dopo anni facili in cui "la marea portava in alto tutte le barche, anche le barche sfondate". La performance va costruita con fatica, metodo e attenzione.

In un contesto dove (all'opposto di ciò che facevano vent'anni fa) i banchieri centrali parlano tutti i giorni, weekend compresi, dicendo cose le più diverse, e mettendo a nudo la propria impotenza di fronte a mercati che non sono governabili con strumenti da Pubblica Amministrazione, si moltiplicano le critiche verso chi dovrebbe fare chiarezza ed invece aumenta la confusione. Leggiamo dal Wall Street Journal:

A blue-ribbon panel of economists and Federal Reserve officials laid out on Friday how the U.S. central bank could better talk about its future monetary policy in a way the markets might understand. The cornerstone of the recommendations, in a paper presented at a conference sponsored by the University of Chicago Booth School of Business, is for the Fed to move away from giving the market “calendar-based” guidance. Laying out the likely timing of a move makes it seem like the U.S. central bank will ignore any new information, the paper said. Worse, the market might think the Fed flip-flopped or broke its word if it changes its plans due to a data surprise. Instead, the authors of the paper want the Fed to show markets how it might react to future news. These authors are Michael Feroli, chief U.S. economist at J.P. Morgan Chase, David Greenlaw, economist at Morgan Stanley, Peter Hooper, chief U.S. economist of Deutsche Bank Securities, former Fed Governor Frederic Mishkin and Amir Sufi, economist at the University of Chicago Booth School of Business.

Se persino i banchieri centrali aumentano la confusione, l'investitore come può difendere il suo patrimonio in modo efficace, sottoposto a pesanti pressioni commerciali dal private banker e dal promotore finanziario?

L'investitore si ritrova da solo a fronteggiare una sfida infernale, in un contesto in cui quello che succede a Tokyo oppure a Brasilia pesa in modo diretto ed immediato sui suoi investimenti che siano fatti da Perugia, da Palermo oppure da Udine. Guardate ad esempio il grafico in basso: il 2016 ha fatto segnare, alla data di oggi, il più alto numero di giornate con movimenti dell'indice S&P 500 superiori all'1% dopo il 2009: un dato come questo vi dovrebbe spingere a muovervi con urgenza, e mettere ordine.

Prima ancora che nel vostro portafoglio, noi di Recce'd vi suggeriamo di mettere ordine

  • nel MODO in cui fate le vostre scelte
  • nella scelta di CHI accompagna le vostre scelte
  • nella scelta degli STRUMENTI che utilizzate
Mercati oggiValter Buffo
Dieci anni di indici negativi (parte 6): il rischio azioni

I tantissimi che scrivono e parlano di dieci anni di risultati scarsi per chi investe, basandosi sulla (facile) previsione che gli indici maggiori non potranno più salire, raramente si soffermano a spiegarci perché ci siamo cacciati in un simile cul-de-sac e chi ci ha portato a questa situazione paradossale e pericolosa.

I responsabili sono facili da individuare: sono quelli che hanno, in modo del tutto sbagliato, sostenuto che la massiccia creazione di moneta da parte delle Banche Centrali avrebbe fatto aumentare il valore degli assets, ed in particolare degli assets rischiosi. Noi di Recce'd abbiamo sostenuto, anche in tempi non sospetti (quando molti ci attaccavano) che le cose non funzionano così, che il meccanismo non è quello.

Ci sono stati momenti difficili: quando tutti citavano lo ERP, ovvero il "premio al rischio" dell'equity, senza avere capito (ma proprio per nulla) come si calcola e come funziona. E' tipico, delle pratiche commerciali in questo settore, adattare ai propri scopi strumenti di valutazione ricavati dalla Teoria della Finanza, senza averne capito il funzionamento.

Quello che poi mette tutto a posto è, per fortuna, la realtà dei fatti: il nostro suggerimento, all'investitore, è quello di guardare ai dati, come ad esempio quello del grafico qui sotto, che mette a confronto la performance dell'indice di Borsa USA più ampio (il Wilshire 5000 che comprende 5000 titoli) e la dinamica dei profitti negli USA. Negli ultimi 20 anni, i profitti sono cresciuti del 190%, l'indice di Borsa del 340%.

Il riequilibrio dei mercati dovrà passare necessariamente da qui: e questa è la ragione per cui si parla di un decennio "a crescita zero" per le Borse. Voi, come investitori, non fatevi catturare da questa trappola.

Mercati oggiValter Buffo
Consulenza finanziaria nel 2016 (parte 4): uno spettacolo preoccupante

La stampa italiana, ed in particolare quella economica, ha offerto negli ultimi mesi un resoconto, tempestivo ma spesso sommario, del dibattito in corso al Parlamento sul tema della creazione di un Albo dei Consulenti.

Nel nostro lavoro, in Recce'd mettiamo e metteremo sempre, davanti a tutto (ma proprio tutto) l'interesse del Cliente. Anche davanti a tutti gli Albi di questo mondo. Questa è la ragione per la quale, nei nostri diversi spazi di intervento, ci siamo sempre concentrati sui temi che sono utili all'investitore, e abbiamo sempre lasciato da parte burocrazia e formalità varie. Questa è anche la ragione per la quale ce ne occupiamo solo oggi, dopo esserci concentrati sulle dinamiche dei mercati.

Per questa medesima ragione, non ci dilungheremo qui a ricostruire nei dettagli il tortuoso percorso subito da questa iniziativa di legge in Parlamento. E tuttavia, per completezza di informazione, e trasparenza verso il Cliente, siamo costretti a parlarne almeno per sommi capi.

Per non occupare troppo spazio, vi chiediamo però di fare un piccolo sforzo, e cerare on-line uno o più resoconti del dibattito parlamentare, dalla fonte che voi ritenete più affidabile.

Un dibattito che è stato molto acceso: purtroppo, sul seguente argomento: "con quale etichetta definire i consulenti indipendenti ovvero quelli che oggi non fanno parte delle Reti di promotori?". Leggiamo un estratto dal Sole 24 Ore del 1 dicembre scorso: 

Inoltre l’emendamento Sottanelli ha cambiato il nome dei professionisti fee only (pagati a parcella solo dal cliente) da “consulenti finanziari indipendenti” approvato a Palazzo Madama a “Consulenti Finanziari in regime di esenzione”, scatenando le ire della categoria. In questi giorni il testo con le modifiche è all’esame di altre commissioni parlamentari della Camera, prima di approdare per la discussione in Aula. Ma con la priorità della legge di Stabilità, il Ddl Marino rischia di slittare per dell'ok definitivo al prossimo anno. Da qui la valutazione di Scelta Civica di inserire la riforma in un emendamento al Ddl Stabilità, secondo fonti parlamentari riportate da Radiocor. L’emendamento, a firma sempre del deputato Sottanelli e del collega di Scelta Civica Gianfranco Librandi, è una fotocopia del Dll Marino approvato in commissione Finanze. C’è solo una novità: la proposta adesso è di cambiare ancora il nome dei consulenti fee only a “consulenti finanziari autonomi”. 

Ci pare doveroso proporvi tre domande su questa vicenda:

PRIMA DOMANDA: questa ossessiva attenzione ai termini, questa insistenza sugli aspetti formali, intende tutelare gli interessi di chi? Forse dell'investitore finale? Diciamola tutta: all'investitore finale importa nulla, ma meno di zero, di "come si chiamano" i promotori. L'investitore finale vorrebbe vedere protetti i suoi interessi, e ridotte le (esose) commissioni imposte dalla catena che parte dalle fabbriche di Fondi Comuni ed arriva alle Reti di private banking o promotori.

SECONDA DOMANDA: vi pare che, in un momento di grave difficoltà, con l'intera industria del risparmio italiana messa in discussione per la qualità sia dei prodotti sia dei servizi di distribuzione, quella del nome sia una  problematica degna di un dibattito acceso in Parlamento? Non vi sembra che ci sarebbero dieci, cento, e mille discussioni più significative, per difendere gli interessi degli investitori?

TERZA DOMANDA: il fatto che all'intera categoria dei promotori finanziari venga concessa una  "ridenominazione" per legge non vi pare un po' sospetto? Vi sembra una mossa destinata ad aumentare trasparenza e chiarezza? Oppure vi pare una mossa che punta a fare confusione? che consetirà a tutti, anche ai più spegiudicati ed ai meno qualificati, di "rivoltare la giacca" e di presentarsi con un'etichetta nuova a fare un mestiere che rimane sempre il medesimo? Non vi pare che siamo ai limiti del raggiro? 

E' forse utile ricordare a tutti, a questo punto, che il mestiere di promotore, di venditore di prodotti, e quello di consulente, sono tanto diversi da risultare opposti nelle finalità. Il promotore nasce per vendere prodotti che la sua Azienda gli ha detto di vendere, mentre il consulente indipendente lavora solo per aiutare l'investitore.

E' stato osservato a questo proposito (testo tratto sempre dal Sole 24 Ore) che la normativa in discussione "non è conforme alla ratio della direttiva Mifid che chiede la massima trasparenza e chiarezza a beneficio del risparmiatore. In tal modo non si farebbe altro che aumentare la confusione e si creerebbe una denominazione che non è coerente con la specificità del consulente indipendente, professionista intellettuale dotato di un requisito indispensabile per operare, appunto l'indipendenza soggettiva, che altri soggetti non hanno. La Mifid infatti chiama i non indipendenti con la definizione di tied agent, per sottolineare il loro stretto legame con le banche o altre mandanti in qualità di soggetti che devono vendere prodotti e servizi per conto delle stesse"

Vediamo di riassumere, ed arrivare a qualche cosa di utile per chi ci legge, per chi investe. 

Abbiamo visto che in Parlamento dibattono sulla denominazione delle due diverse categorie professionali, quella dei venditori e quella dei consulenti: lo spunto è la creazione di un Albo di cui di parla da un decennio, e che con ogni probabilità non vedrà la luce prima di 18 mesi, senza contare che poi ci sarà anche la questione della conformità alla normativa europea da risolvere, e lì passerà altro tempo (non parliamo neppure, in questa sede, delle SCF, le cosiddette Società di Consulenza Finanzaria, che per il momento sono solo un concetto astratto, privo di contenuto pratico). 

Passerà quindi molto tempo, che per i Clienti investitori delle Reti significa soldi: il contestuale, ed ampiamente annunciato, slittamento della introduzione della MIFID II al 2018 significa, molto semplicemente, che le Reti continueranno ad applicare i famigerati meccanismi di retrocessione (conflitto di interesse puro e semplice) sui fondi che i promotori ed i private bankers piazzano ai Clienti. E gli investitori continueranno a pagare, per tenere in piedi un carrozzone che non crea valore aggiunto. Capite? Si spendono tempo e denari importanti a discutere dei nomi e di categorie, ma quando si tratta di toccare i soldi, i ricavi, quelle stesse persone fanno finta di non vedere, di non sapere.

Tutto ciò detto, per ciò che riguarda direttamente Recce'd vogliamo prendere un impegno con i Clienti: l'adesione all'Albo, per come la vediamo noi in Recce'd, ha senso solo se sarà utile nel proteggere, e mettere davanti a tutto, l'interesse del Cliente che investe; in mancanza di questa condizione, Recce'd non aderirà ad alcun Albo; continuerà però a fornire servizi di qualità elevata ai Clienti, e continuerà ad essere un punto di riferimento nel settore sia per i contenuti di eccellenza, sia per l'utilizzo delle tecnologie più avanzate.

Mercati oggiValter Buffo
Dieci anni di indici negativi (parte 5): il rischio obbligazioni

Questa settimana avete visto, nello stesso giorno (mercoledì 24 febbraio), il rendimento del decennale Treasury degli Stati Uniti toccare lo 1,60%, livello minimo di rendimento (e quindi massimo di prezzo) degli ultimi 12 mesi, e il debito pubblico del Brasile ribassato a livello di spazzatura (junk) da Moody's, la sola delle tre Agenzie che ancora non aveva tagliato al livello minimo il rating di quel Paese.

Il contrasto è forte: una crisi del debito come quella brasiliana in passato di era prodotta solo in una fase in cui la liquidità veniva sottratta dai mercati, mentre in questi anni, mesi, giorni tutti si affannano a garantire liquidità in abbondanza.

Il contrasto è molto efficace per illustrare che la "politica monetaria accomodante" di Fed, BCE e BoJ non è sufficiente, da sola, ad evitare il default, il mancato rimborso delle obbligazioni. Anche di quelle Sovrane, ovvero emesse da Stati sovrani , come il Brasile.

Per questo, nel precedente Post di questa serie, abbiamo sottolineato quale è stata la performance del'indice dei Titoli di Stato a 10 anni: si tratta di una performance abnorme, e per questo paradossale, e per questo insostenibile. Perché paradossale? Perché negli anni che vanno dal 2008 ad oggi il debito degli Stati è cresciuto al folle ritmo del 10% annuo, mentre le economie reali crescevano quando andava bene del 3%, ma in molti casi non crescevano del tutto. I debiti sono esplosi, i rendimenti sono crollati: e possiamo dire grazie, per questa anomalia rischiosissima, ai calcoli (sbagliati) dei funzionari delle Banche Centrali.

Dunque, nei prossimi 10 anni (almeno) questa categoria di titoli soffrirà tutti i costi di un aggiustamento che non è più prorogabile: non solo le performances non potranno più essere quelle viste in quel grafico citato sopra, ma addirittura c'è il rischio di qualche sostanziale dissesto. Sarà utile tenere a mente qualche numero: il debito pubblico in Giappone ammonta a 10 mila e cinquecento miliardi di dollari, e dimensioni doppie ha il debito federale negli Stati Uniti. In Italia, il debito pubblico si avvicina ai 2500 miliardi di dollari ai cambi attuali.  In Brasile tocca i 1500 miliardi, in Spagna 1350 miliardi di dollari. In Cina ... beh, in Cina chi lo sa davvero?

Molti investitori oggi tengono obbligazioni in portafoglio per proteggersi, dalla volatilità e dalle perdite. Siamo certi che le obbligazioni, nei prossimi anni, non potranno offrire alcuna protezione dalla volatilità. Sulle perdite, per il momento sospendiamo il giudizio.


Mercati oggiValter Buffo