Smettiamola di prenderci in giro, finalmente! Arriva YCC

 

Nel grafico, gli ultimi cinque, emozionantissimi, giorni del Titolo di Stato americano.

Se non avete ancora capito, se non avete ancora analizzato, se non avete seguito, siete in un grosso guaio. Comunque voi abbiate investito il vostro risparmio (immobili inclusi, oro ed argento inclusi, crypto incluse).

Perché siete in un guaio? Tra i più grandi che vi sia mai capitato di incontrare?

Lo spiega il nostro nuovo Post: che è direttamente collegato al nostro recente Post di Ferragosto.

Sui quotidiani, al GR, ed al TG, si parla e si scrive di un tema che fu affrontato, da Recce’d, proprio qui nel Blog, con una serie di Post (chiamata Detox), tra il marzo 2025 ed il gennaio 2026.

Fummo i soli, gli unici, a farlo: ad accendere i riflettori. Per tutti gli altri, il problema semplicemente non esisteva. Non esisteva per i social. Non esisteva per Tg e GR. Neppure per i quotidiani. Figuriamoci poi se esisteva per Fideuram e Banca Generali, oppure per Fineco e Mediolanum.

Poi salta fuori, come se venisse … dal nulla, nell’agosto del 2026.

Qualche lettore potrebbe avere l’impressione che il problema in prima pagina nell’agosto del 2026 sia nato proprio nell’agosto 2026. ma questo non è vero. E noi di Recce’d lo documentiamo. Dove? Ma proprio nella serie Detox, che nel vostro interesse dovreste rileggere.

Occuparsene soltanto oggi (agosto 2026), tentare oggi di capire a cose fatte, è un errore: un grave errore per un investitore. Un danno arrecato al vostro stesso denaro, al vostro risparmio.

Se avete perso tempo dedicando la vostra attenzione al Bitcoin, ad AI ed allo IRAN, siete in un guaio. bello grosso.

Recce’d non ripeterà ciò che scrisse nella serie Detox, perché tutto quanto è oggi stesso disponibile gratuitamente per la lettura proprio qui nel Blog: vi sarà sufficiente ritornare un po’ indietro.

Ripetere quindi, anche no: non sarebbe utile, per voi che leggete regolarmente Recce’d.

Oggi, noi invece cercheremo di renderci utili per i nostri lettori illustrando e documentando in quali modi, con quale taglio, con quale impostazione questo tema viene affrontato dai media. Il nostro lettore non può comprendere senza informarsi: e se si informa attraverso i media tradizionali, deve fare attenzione alle trappole ed alle distorsioni. Quanto ai social: beh … quel nostro lettore che si informa attraverso i social non può essere aiutato, è un caso disperato, noi possiamo solo fare gli auguri e lasciarlo al suo destino.

Cercare di comprendere oggi è tardivo, è un errore: oggi, nell’agosto del 2026, quando la cosa arriva sulle prime pagine, l’investitore deve presentarsi avendo già fatto le sue analisi, avendo già raccolto e selezionato i dati, avendo già rivisto le sue attuali posizioni: perché oggi, è l’ora di decidere e di agire, non più di pensare e capire.

Tenete bene a mente questo: noi qui stiamo parlando di una guerra al vostro risparmio: è stata dichiarata da alcuni anni una vera e propria guerra a ciò che voi avete accantonato e messo da parte, e lo scopo di questa guerra è metterci le mani sopra e, alla fine, distruggerlo.

Ma come si può, agire, se non si è ancora capito?

Noi come sempre cercheremo, in modo concreto e pratico, di collegare il tema oggi dominante su tutti i mercati con la gestione del risparmio, con la asset allocation e con la strategia di investimento per le prossime settimane e mesi.

Lo faremo, come detto, mostrando al nostro lettore con quali modalità e quali distorsioni la cosa viene presentata dai media tradizionali.

Partendo con un articolo di venerdì 21 agosto 2026 sul Corriere della Sera. La firma è di Federico Fubini.


Stesso livello dei tempi della Guerra mondiale. Ma i cerotti messi da Trump sembrano non tenere. Intanto, Bessent ha provato a far abbassare i rendimenti dei Treasury, ma il suo tentativo è durato solo mezza giornata

L’estate 2026 sarà ricordata come il momento in cui l’amministrazione di Donald Trump iniziò a temere le conseguenze finanziarie delle sue stesse azioni. Oppure come quello in cui iniziò a rendersi conto di non avere gli strumenti per gestire quelle conseguenze, a meno di un’ulteriore distorsione dell’assetto delle istituzioni della democrazia americana. Che Trump e i suoi inizino a temere il costo crescente del debito federale degli Stati Uniti, lo hanno rivelato varie mosse relativamente inattese di queste settimane. La più recente è l’annuncio di Scott Bessent, mercoledì, che presto raddoppierà a circa otto miliardi di dollari i riacquisti di titoli di Stato americani con scadenze fra i dieci e i trent’anni. 

Il tentativo di Bessent

La dichiarazione del segretario al Tesoro mirava a far scendere i rendimenti del debito sulle lunghe scadenze. La settimana prima che Bessent intervenisse così, un’asta di bond federali a dieci anni aveva fatto registrare per l’amministrazione i costi in interessi più alti dal 2007 e una vendita di bond a trent’anni ai costi più alti da un quarto di secolo. Solo il costo delle cedole sui titoli debito americani assorbe già 1.300 miliardi di dollari l’anno, una cifra pari al 42% dell’intero gettito fiscale su imprese e lavoro e quasi pari al nuovo budget della difesa. L’America, in questo, è terra inesplorata. I rendimenti del bond decennale erano al 4,7% al momento dell’annuncio di Bessent sui riacquisti e in seguito sono scesi. Per poco più di mezza seduta di mercato, non oltre. 

Il boomerang della linea di difesa sul 4,7%

Già ieri 20 agosto il mercato, dopo un breve sussulto, ha riportato i rendimenti dei bond sovrani americani a dieci anni sopra al 4,7% e quelli a trent’anni a un’ombra dal livello che aveva innescato l’intervento. Era prevedibile che l’azione di Bessent non avrebbe funzionato. In primo luogo, per le sue entità modeste: quattro miliardi in più di riacquisti di titoli sono lo 0,01% di un volume di debito pubblico da 40 mila miliardi di dollari. Ieri il segretario al Tesoro ha provato di nuovo a sostenere il mercato del suo debito, dicendo che i nuovi riacquisti potrebbero superare i quattro miliardi. Ma non potrà funzionare, se non al contrario: adesso è la stessa amministrazione ad aver dichiarato al mercato dov’è la sua linea di difesa (rendimenti al 4,7%), dunque il mercato non potrà che metterla sempre più alla prova.

I timori che vanno avanti da settimane

Bessent dimostra tra l’altro che le quotazioni dei suoi bond sovrani ora sono imprevedibili e soggette a sbalzi, qualcosa di incompatibile con il loro status storico di beni rifugio e titoli sicuri. Alla lunga l’effetto, in queste condizioni, sarà di dover offrire rendimenti più alti. Non è il solo sintomo della paura che attraversa l’amministrazione. Settimane prima il Tesoro era intervenuto vendendo euro (senza consultare le autorità europee) per comprare yen, nel timore che i giapponesi vendessero ancora più titoli americani per lo stesso scopo. Né si tratta di una dinamica che riguardi dall’Italia solo da lontano, perché i titoli degli Stati Uniti sono il riferimento sul costo del debito per quasi tutti i Paesi e il loro degrado è destinato a influenzare tutti: non a caso, dall’inizio della guerra all’Iran, i rendimenti italiani a dieci anni sono saliti di quasi l’1%.

Le responsabilità

Non doveva andare necessariamente così. Questo è un problema prodotto dalla mano dell’uomo e quell’uomo è Donald Trump, benché dopo il contributo decisivo dell’amministrazione democratica di Joe Biden. Di Trump è infatti la decisione di continuare con deficit da oltre duemila miliardi l’anno, al 6% del prodotto lordo statunitense. Di Trump è anche la scelta di scommettere che la crescita prodotta dall’accelerazione dell’intelligenza artificiale magicamente possa rimediare agli squilibri della finanza pubblica, quando economisti di punta come Kenneth Rogoff di Harvard gli dicono che è del tutto inverosimile. Sempre di Trump è anche la decisione di procedere a una serie di tagli alle tasse concentrati soprattutto sui ricchi, nel primo e nel secondo mandato, che oggi costano al governo seimila miliardi di dollari al decennio.

Riavvolgere il nastro

Sua è poi la decisione di attaccare l’Iran, senza comprendere il rischio che la Repubblica islamica avrebbe chiuso Hormuz, aumentando l’inflazione e dunque i rendimenti del debito in America e in tutto il mondo. Di Trump è infine anche la decisione di attaccare l’indipendenza della Federal Reserve e nominarne presidente Kevin Warsh, il cui rifiuto di spiegare come contrasterà l’inflazione ha già alzato ancora di più i costi del debito sulle scadenze dai dieci ai trent’anni. Quella a cui assistiamo è una catastrofe al rallentatore, che può restare probabilmente tale a lungo.

Fino a manifestarsi, come sta già facendo, in erosione dell’indipendenza della Fed allo scopo governare un debito in continua crescita, inflazione più alta, dollaro più debole e meno credibile, costi del debito più alti ovunque. Ma non è una catastrofe naturale. È politica. 

L’avvio, e la conclusione, di questo articolo sono fenomenali: condensano in poche parole due dei pochi punti fermi che oggi la realtà offre a noi investitori.

Primo punto fermo: non è una catastrofe naturale. Non è un evento imprevedibile. Non è un evento determinato da un oscuro destino: sono le scelte degli uomini, di alcuni uomini.

Secondo punto fermo: gli effetti dell’intervento di Bessent sono durati meno di 24 ore. Il mercato ha risposto. Il mercato si è rimesso in moto. Il mercato fa il mercato. Il mercato ha già fatto alcuni test: e li ripeterà.

Domanda: ma quanto durerà questa crisi? Finirà come con lo IRAN e lo Stretto di Hormuz? E’ una guerra senza fine? Uno scontro senza una soluzione?

Per rispondere a queste semplici ma difficilissime domande, noi investitori di che cosa abbiamo bisogno? Noi abbiamo bisogno di individuare ed analizzare le cause.

Quali sono le cause di questo fatto, di questo evento, di questa vera e propria guerra?

Per entrare in questa ricerca, sfrutteremo un secondo articolo del Corriere della Sera, di pochi giorni prima, questa volta a firma di Federico Rampini. Federico Rampini, personaggio poco trasparente, dalle intenzioni spesso celate e mai dichiarate, personaggio che si cimenta spesso in questioni di finanza pur non disponendo degli strumenti necessari, personaggio che punta in alcuni casi in modo esplicito a distorcere la realtà. E quello che leggete qui sotto è proprio uno di quei casi.

Debiti record, tassi alti, tensioni monetarie: una tempesta perfetta agita i mercati finanziari globali, nessuno è immune. Dietro ci sono «i soliti sospetti»: lo stato delle finanze pubbliche, in America e non solo. I timori d’inflazione, legati a Hormuz e dintorni. Ma spunta anche un nuovo colpevole, l’intelligenza artificiale, che sta cambiando le mappe della finanza mondiale.

Quarantamila miliardi di dollari. Il debito pubblico lordo degli Stati Uniti ha superato per la prima volta la soglia dei 40 trilioni. È un numero che impressiona, ma preso da solo dice poco. La misura più significativa è il debito federale detenuto dal pubblico: circa 32.300 miliardi, ormai attorno al 100% del Pil. Il Congressional Budget Office prevede che salirà al 120% nel 2036 e al 175% nel 2056. Ancora più eloquente è il deficit: 1.900 miliardi quest’anno, il 5,8% del Pil secondo il CBO. Il Fondo monetario, che usa una definizione più ampia comprendendo tutte le amministrazioni pubbliche, arriva al 7,5%. Sono disavanzi che un tempo si associavano alle guerre o alle recessioni profonde. Oggi convivono con un’economia che continua a crescere.

Il traguardo dei 40 trilioni coincide con un segnale più concreto e preoccupante. Il mercato obbligazionario si è ribellato. Il rendimento del Treasury (buono del Tesoro Usa) trentennale è salito oltre il 5,3%, ai massimi dal 2007. L’aumento dei rendimenti americani ha contagiato l’Europa e il Giappone. Poi, mercoledì 19 agosto, il Tesoro guidato da Scott Bessent ha reagito: ha annunciato che raddoppierà da due ad almeno quattro miliardi di dollari l’ammontare dei titoli riacquistati in operazioni di buyback. La risposta è stata immediata: i rendimenti a lunga scadenza sono scesi.

Formalmente non è un salvataggio del mercato. Il programma di riacquisto esiste dal 2024 e serve soprattutto a garantire liquidità ai vecchi Treasury, meno scambiati delle nuove emissioni. Inoltre le dimensioni restano modeste rispetto ai 32 trilioni di debito federale in mano agli investitori. Ma il momento scelto da Bessent ha mandato un messaggio: Washington non è indifferente al livello dei tassi a lunga scadenza.

È un passo verso una gestione più interventista dei mercati da parte dell’amministrazione Trump. Bessent si è definito il «principale venditore di obbligazioni della nazione» e considera la discesa dei rendimenti un obiettivo importante anche perché i Treasury sono il pavimento sul quale si costruisce il costo del credito americano: mutui immobiliari, prestiti alle imprese, obbligazioni societarie. Con i mutui-casa trentennali di nuovo vicini al 7%, il costo politico dei tassi elevati diventa evidente.

L’intervento sui Treasury segue quelli sul mercato dei cambi. Nelle settimane precedenti Washington e Tokyo erano intervenute a sostegno dello yen, arrivato a livelli estremamente depressi contro il dollaro. Bessent ha assicurato che gli Stati Uniti faranno «tutto ciò che è necessario» per aiutare il Giappone a stabilizzare la valuta; ha inoltre incoraggiato Tokyo a utilizzare la linea di credito della Federal Reserve, che consente di ottenere dollari senza essere costretti a liquidare massicciamente Treasury posseduti dal Giappone. 

I due episodi – yen e Treasury – appartengono allo stesso paesaggio. Sono sintomi delle tensioni che attraversano un sistema finanziario mondiale dove la quantità di capitale richiesta sta crescendo molto più velocemente di quanto eravamo abituati a vedere.

La spiegazione tradizionale dell’aumento dei rendimenti parte dai «soliti sospetti». Il primo è il debito pubblico. Gli Stati Uniti continuano a spendere molto più di quanto incassano. La popolazione invecchia, quindi aumentano Social Security e Medicare; crescono le spese militari; gli interessi sul debito diventano essi stessi una delle principali voci di spesa. Secondo il CBO, il costo netto degli interessi salirà dal 3,3% del Pil quest’anno al 4,6% nel 2036. In prospettiva il debito genera altro debito.

Il secondo sospetto è l’inflazione. La crisi dello Stretto di Hormuz e il rincaro dell’energia hanno risvegliato il ricordo degli shock petroliferi. Il greggio sopra i 90 dollari alimenta il timore che il processo di disinflazione possa interrompersi. Se l’inflazione resta elevata, la Federal Reserve deve mantenere tassi più alti; chi compra un Treasury trentennale pretende quindi un rendimento maggiore.

Questa spiegazione, però, non basta. Le aspettative d’inflazione a lungo termine incorporate nei mercati non sono esplose. Succede qualcosa di più strutturale: il prezzo del capitale sta aumentando perché è aumentata enormemente la domanda di capitale. Qui entra in scena un protagonista nuovo: l’intelligenza artificiale.

Per molti anni i giganti tecnologici americani hanno incarnato il capitalismo meno affamato di capitale della storia moderna. Microsoft, Google, Meta potevano crescere grazie soprattutto a software, algoritmi, proprietà intellettuale e reti digitali. Generavano montagne di liquidità. Non avevano bisogno di comportarsi come le vecchie compagnie ferroviarie, elettriche o petrolifere.

L’AI ha cambiato la natura fisica di Big Tech. L’intelligenza artificiale richiede data center, semiconduttori, reti elettriche, centrali, sistemi di raffreddamento, terreni, cavi e infrastrutture. Dietro l’apparente immaterialità di ChatGPT, Claude o Gemini c’è un gigantesco apparato industriale. E quindi c’è bisogno di indebitarsi.

Reuters calcola che Amazon, Alphabet, Meta e Oracle abbiano già collocato quasi 194 miliardi di dollari di obbligazioni nel 2026, il 79% in più rispetto all’anno precedente. 

Gli investimenti complessivi dei grandi gruppi tecnologici legati all’AI potrebbero superare i 730 miliardi quest’anno. Il mercato americano delle obbligazioni societarie investment grade (di qualità) ha già superato 1.500 miliardi di nuove emissioni a metà anno e potrebbe oltrepassare 2.100 miliardi entro dicembre. I colossi americani stanno emettendo debito non solo in dollari, ma anche in euro, sterline, franchi svizzeri, dollari canadesi e australiani.

La nuova corsa all’AI ha creato dunque un fenomeno che merita attenzione: Stati sovrani e multinazionali tecnologiche stanno andando contemporaneamente dagli stessi investitori a chiedere quantità gigantesche di denaro. È una forma nuova di concorrenza.

Un fondo pensione, una compagnia assicurativa, un fondo sovrano dispongono di risorse finite. Devono scegliere come distribuirle. Se Alphabet offre un’obbligazione con un rendimento interessante, per comprarla qualcuno può ridurre gli acquisti di Treasury, Bund tedeschi o titoli di altre società. Se il governo americano aumenta l’offerta di Treasury, deve renderli abbastanza remunerativi da attirare investitori che hanno alternative sempre più numerose.

Non significa che Google possa mettere in crisi il Tesoro americano. Le dimensioni sono incomparabili e il Treasury conserva un vantaggio unico: è il principale bene rifugio del sistema mondiale, il mercato più profondo e liquido del pianeta. Ma la competizione conta. Per assorbire contemporaneamente montagne di debito pubblico e privato, gli investitori chiedono un prezzo. Quel prezzo è un rendimento più alto.

La vecchia nozione economica dello «spiazzamento», assume quindi una forma curiosa. Tradizionalmente è lo Stato che, indebitandosi troppo, assorbe il risparmio disponibile e rende il capitale più costoso per le imprese. Oggi il traffico va nelle due direzioni: anche un investimento privato gigantesco, come quello nell’AI, contribuisce a rendere più scarso e costoso il capitale disponibile per finanziare gli Stati.

A questo si aggiunge una terza corsa agli investimenti. Il riarmo occidentale, la sicurezza energetica, la riorganizzazione delle catene produttive per ridurre la dipendenza dalla Cina, il ritorno di fabbriche strategiche sul territorio nazionale richiedono altro capitale. Data center, eserciti e reshoring arrivano contemporaneamente. È un passaggio storico rispetto all’epoca successiva alla crisi finanziaria del 2008, quando il mondo sembrava caratterizzato da un eccesso di risparmio e da una penuria di investimenti.

Il capitale torna scarso. E se il capitale è scarso, costa di più. Sarebbe però sbagliato trasformare tutto questo in un racconto esclusivamente americano. Gli Stati Uniti sono il caso più vistoso, non sono soli. Il Fondo monetario prevede per il 2026 un deficit pubblico americano del 7,5% del Pil, il più alto tra le grandi economie avanzate. Ma la Francia è al 4,9%, la Germania al 3,8%, il Regno Unito al 3,9%. La Germania rappresenta il cambiamento più spettacolare perché fino a poco tempo fa era il campione mondiale dell’austerità fiscale. Berlino ha allentato il freno costituzionale al debito e programmato enormi investimenti nelle infrastrutture e nella difesa. Tra il 2027 e il 2030 il governo tedesco prevede emissioni per 838 miliardi di euro. Il rendimento del Bund decennale ha raggiunto il massimo da quindici anni. 

Il Giappone offre un altro segnale. Ha un debito pubblico superiore al 200% del Pil e sta uscendo da trent’anni di tassi quasi nulli. Il rendimento del titolo decennale giapponese si è avvicinato al 3%, massimo dal 1996; quello trentennale ha superato il 4%. Per decenni il Giappone, grazie ai suoi tassi bassissimi, è stato uno dei grandi esportatori mondiali di risparmio. Assicurazioni, banche e investitori giapponesi compravano obbligazioni americane ed europee alla ricerca di rendimenti superiori. Se i titoli giapponesi rendono quasi il 3%, una parte di quel capitale può tornare a casa. Anche questo riduce la domanda marginale di Treasury e titoli europei.

Ecco perché ciò che sta accadendo non è una semplice crisi del debito americano. È una trasformazione del mercato mondiale del capitale. I governi vogliono finanziare welfare, difesa, transizione industriale. Le aziende vogliono costruire la nuova infrastruttura dell’intelligenza artificiale. Le economie occidentali vogliono duplicare filiere produttive considerate troppo dipendenti dalla Cina. Il Giappone esce dai tassi zero. L’invecchiamento demografico aumenta la spesa pubblica. Le tensioni geopolitiche fanno salire i bilanci militari. Hormuz aggiunge il rischio energetico. Tutti arrivano allo stesso sportello.

Il Tesoro americano può attenuare le tensioni riacquistando titoli lunghi. Può finanziarsi maggiormente a breve termine. Può modificare la regolamentazione bancaria per favorire la domanda di Treasury. Washington può intervenire sullo yen per evitare che Tokyo debba vendere titoli americani. La Federal Reserve può influenzare il costo del denaro. Ma nessuna di queste operazioni crea nuovo risparmio mondiale. Questo è il limite dell’attivismo di Bessent. Non può cancellare la causa fondamentale: nel mondo del 2026 troppi soggetti molto potenti vogliono prendere a prestito nello stesso momento.

Per quarant’anni l’Occidente si era abituato a un movimento opposto. Dall’inizio degli anni Ottanta fino alla pandemia, con qualche interruzione, inflazione e tassi d’interesse sono scesi. Dopo il 2008 le banche centrali hanno perfino dovuto inventare il quantitative easing – massicci acquisti di titoli pubblici – perché il problema sembrava essere l’insufficienza della domanda e degli investimenti. Ora potremmo essere entrati nell’epoca inversa. La difesa costa. La deglobalizzazione costa. L’energia costa. L’intelligenza artificiale costa somme colossali.

Il superamento dei 40 trilioni di debito americano è solo un simbolo. Il fatto nuovo è un altro. Per la prima volta da molto tempo il risparmio mondiale può tornare a essere una risorsa contesa. Il governo degli Stati Uniti deve competere non solo con Berlino, Tokyo, Parigi o Londra, ma anche con Alphabet, Amazon, Meta e Oracle. La battaglia decisiva non è stabilire chi riuscirà a indebitarsi. Quasi tutti ci riusciranno. La domanda è a quale prezzo. E quel prezzo lo decide il mercato obbligazionario.


Dunque Federico Rampini spende centinaia di parole per distorcere nella mente dei lettori la percezione di ciò che sta accadendo e delle cause di questi fatti: si dilunga a spiegare che non esiste un problema del debito americano, e di come questa Amministrazione Trump gestisce deficit e debito, ma che invece ciò che tutti vedono e commentano … è semplicemente un segno dei tempi, dei nuovi tempi. E’ il destino cinico e baro, è il fato imperscrutabile. Arriva persino a citare

“la trasformazione del mercato mondiale del capitale”, boooooom,

espressione vuota di significato, ed argomento del quale Federico Rampini, ovviamente, non sa proprio nulla.

Dunque, Rampini va contro Fubini: ci spiega che si tratta di una “catastrofe naturale”, inevitabile. Mentre Fubini, più in alto ci aveva detto esattamente l’opposto.

Le ragioni per le quali la attuale direzione del maggiore quotidiano italiano offre così tanto spazio ad un soggetto di questo tipo è sicuramente interessante, ma viene tenuta nascosta al pubblico: per quale ragione la direzione attuale del Corriere giudica così tanto interessante, per i propri lettori, conoscere queste divagazioni di Federico Rapini? Che cosa lo qualifica? Che meriti ha accumulato? A chi piace? Chi ha interesse a che Rampini venga quotidianamente pubblicato?

Mistero.

Ora torniamo però a ciò che a noi interessa: ovvero al tema che fa da spunto anche alle divagazioni di Rampini.

Partiremo elencando che cosa NON CORRISPONDE AL VERO, ALLA REALTA’ nell’articolo che avete appena letto:

  • scrive Rampini: Il programma di riacquisto esiste dal 2024 e serve soprattutto a garantire liquidità ai vecchi Treasury, meno scambiati delle nuove emissioni.. Lasciamo da parte il fatto che rampini è la sola persona al Mondo a pensare una cosa del genere: ma che si tratti di una sciocchezza, non c’è dubbio. Il Tesoro americano interviene alle aste di obbligazioni americane emesse dal Tesoro americano. Lo scopo delle emissioni del Tesoro è raccogliere denaro, denari di cui hanno assoluta necessità. Ebbene, il, Tesoro interviene per acquistare Titoli emessi dal Tesoro: porta il suo contante all’asta dei Titoli che vengono emessi dallo stesso Tesoro per ottenere del contante. Chi ci spiega che il tutto serve “a rendere più liquidi i Titoli più vecchi, molto semplicemente, non sa di che cosa sta parlando, oppure è uno sciocco, oppure entrambe queste due cose.

  • scrive Rampini che Il superamento dei 40 trilioni di debito americano è solo un simbolo. E anche questo è falso: è falso affermare che tutto questo stress deriva unicamente dalla nuova domanda di denaro a prestito che arriva dal comparto AI dell’economia americana. E’ una lettura semplicistica, che va bene per i bambini oppure gli adulti mal cresciuti. Gli Stati Uniti oggi sono un cattivo creditore, e a Rampini sarebbe servita la lettura della serie Detox di Post pubblicata in questo Blog di Recce’d tra il marzo del 2025 ed il gennaio di quest’anno. Così Rampini avrebbe compreso che i mercati si sono ribellati ad una conduzione spregiudicata ed erratica delle finanze dello Stato americano. In mancanza della quale, rampini non lo capisce ma lo capirà presto, non esisterebbe quella “forza dell’economia americana” che lui ha per centinaia di volte esaltato utilizzando le pagine del Corriere della Sera. Senza quel deficit, non avrebbe potuto scrivere, qui sopra, che Oggi convivono con un’economia che continua a crescere.

  • scrive Rampini: La risposta è stata immediata: i rendimenti a lunga scadenza sono scesi. Come tutti i principianti, Federico Rampini ha avuto fretta di dichiarare vittoria; purtroppo per lui, l’effetto è durato meno di 24 ore. Guardate ai dati: nel grafico che apre il Post, e poi nelle due immagini che trovate qui sotto. Parole, NON ne occorrono.


Ma, va detto, ci sono alcune cose VERE E NON FALSE nell’articolo di Rampini che avete appena letto. Elenchiamole.

  • scrive Rampini: È un passo verso una gestione più interventista dei mercati da parte dell’amministrazione Trump. Ed aggiunge poi poco dopo: È un passo verso una gestione più interventista dei mercati da parte dell’amministrazione Trump. Per poi concludere che I due episodi – yen e Treasury – appartengono allo stesso paesaggio. Sono sintomi delle tensioni che attraversano un sistema finanziario mondiale dove la quantità di capitale richiesta sta crescendo molto più velocemente di quanto eravamo abituati a vedere. In questo caso, rampini non mente: l’episodio dello yen giapponese (3 agosto) e quello delle aste dei Titoli di Stato (19 agosto) tra di loro sono collegati. Ed è vero, che sono sintomi delle tensioni. Ma la verità si ferma qui.

  • scrive Rampini: l prezzo del capitale sta aumentando perché è aumentata enormemente la domanda di capitale. Qui entra in scena un protagonista nuovo: l’intelligenza artificiale. Per molti anni i giganti tecnologici americani hanno incarnato il capitalismo meno affamato di capitale della storia moderna. Microsoft, Google, Meta potevano crescere grazie soprattutto a software, algoritmi, proprietà intellettuale e reti digitali. Generavano montagne di liquidità. Non avevano bisogno di comportarsi come le vecchie compagnie ferroviarie, elettriche o petrolifere. L’AI ha cambiato la natura fisica di Big Tech. L’intelligenza artificiale richiede data center, semiconduttori, reti elettriche, centrali, sistemi di raffreddamento, terreni, cavi e infrastrutture. Dietro l’apparente immaterialità di ChatGPT, Claude o Gemini c’è un gigantesco apparato industriale. E quindi c’è bisogno di indebitarsi. Reuters calcola che Amazon, Alphabet, Meta e Oracle abbiano già collocato quasi 194 miliardi di dollari di obbligazioni nel 2026, il 79% in più rispetto all’anno precedente. Tutto questo corrisponde a verità: poi, sta a noi professionisti del settore, e a tutti gli investitori finali, di analizzare e comprendere se questa corsa agli investimenti sia semplicemente una “naturale esigenza” così come Rampini la rappresenta, oppure qualche cosa d’altro, e di ben diverso. Rampini accenna alle ferrovie, alle compagnie elettriche, alle compagnie petrolifere. Noi di Recce’d aggiungeremmo anche le acciaierie. Tutti questi, sono utili riferimenti nella storia dei mercati finanziari, a cui tutti gli investitori dovrebbero dedicare maggiore attenzione oggi.

  • scrive Rampini: La vecchia nozione economica dello «spiazzamento», assume quindi una forma curiosa. Tradizionalmente è lo Stato che, indebitandosi troppo, assorbe il risparmio disponibile e rende il capitale più costoso per le imprese. Oggi il traffico va nelle due direzioni: anche un investimento privato gigantesco, come quello nell’AI, contribuisce a rendere più scarso e costoso il capitale disponibile per finanziare gli Stati. Anche in questo caso, rampini dice una cosa vera.

Detto che cosa è falso e che cosa è vero, veniamo alle nostre scelte di gestione del risparmio, di asset allocation, di strategia futura di investimento. Rampini, da questo punto di vista, è di nessun aiuto per il lettore del Corriere.

Quello che conta davvero, per noi investitori, e per tutti i mercati internazionali, che è anche ciò che determina l’andamento dei prezzi, il numero magico, è la probabilità che questo debito sia effettivamente remunerato e restituito (e questa è una gravissima omissione nell’articolo di Rampini).

Per ovviare a questa grave lacuna di Rampini, noi aiuteremo (come facciamo sempre) il nostro lettore selezionando e poi pubblicando un contributo di qualità superiore, e di maggiore aderenza alla realtà dei mercati finanziari e delle economie.

Leggete di seguito, tradotto per voi da Recce’d, un lavoro di Mohamed El Erian pubblicato dal New York Times poche ore fa. Scorrendo, anche rapidamente, questo lavoro, vi risulterà evidente la distanza e la superiore qualità, rispetto al precedente: all’apparenza i temi toccati sono in gran parte i medesimi, ma in questo secondo caso risulta evidente la migliore conoscenza dei fatti e dei meccanismi di mercato, la maggiore chiarezza e concretezza. Questo confronto, se lo farete, vi potrà essere molto utile per le vostre future letture sui media tradizionali.

In questo specifico caso, ci pare utile segnalare al nostro lettore che nella seconda metà dell’articolo si leggono anche alcune pratiche indicazioni, relative alla vostra attuale asset allocation ed alla vostra futura strategia, le vostre future scelte, di investimento e di dis-investimento (queste ultime, forse più importanti delle prime, nell’attuale contesto).

Proprio di questi argomenti (gestione del vostri risparmio, asset allocation e future mosse di portafoglio) noi di Recce’d saremmo felici di confrontarci con voi, partendo dalle frasi che leggerete più sotto. Contattateci utilizzando il form alla pagina CONTATTI di questo sito, e noi vi richiameremo. Oppure scrivete a info@recce-d.com.

I tassi d'interesse che gli Stati Uniti devono pagare per le obbligazioni emesse per finanziare il governo sono in forte aumento. Quella che un tempo era un'ossessione di nicchia dei mercati finanziari si sta rapidamente trasformando in una questione di portata ben maggiore, con implicazioni che vanno ben oltre l'immediato disagio derivante dall'aumento dei costi di finanziamento per le famiglie. Ha già spinto il Dipartimento del Tesoro a intervenire con maggiore decisione in questo mercato globale chiave.

Non si tratta di una normale svendita di obbligazioni. È guidata da forze ben diverse da quelle del recente passato. E se dovesse persistere, potrebbe segnare l'inizio di un cambiamento economico strutturale più duraturo e di portata globale rispetto alla maggior parte dei precedenti episodi di volatilità dei mercati.

L'impennata del costo del denaro è stata impressionante. I tassi sui nuovi titoli di Stato statunitensi a 30 anni, considerati tra gli investimenti più sicuri al mondo, hanno recentemente raggiunto il 5,3%, in aumento rispetto all'1,7% del 2021. Il governo americano non pagava tassi così elevati dal 2007, alla vigilia della crisi finanziaria globale. Ciò significa che una quota maggiore delle entrate federali viene destinata al servizio del debito – quasi il 20% – lasciando meno risorse disponibili, ad esempio, per la difesa o la sanità.

Il problema si sta diffondendo, soprattutto perché anche le imprese che emettono obbligazioni si trovano ad affrontare un ampliamento dello spread creditizio, ovvero il premio di rischio aggiuntivo che devono pagare rispetto al debito pubblico, relativamente privo di rischio. Per i cittadini comuni, acquistare una casa o rifinanziare il mutuo è diventato difficile a causa degli altissimi tassi di interesse. Lo stesso vale per i prestiti auto e i saldi delle carte di credito.

Chiedete a cento operatori di mercato perché i tassi di interesse stiano aumentando e senza dubbio indicherebbero i soliti noti: inflazione ostinata, debito pubblico e deficit di bilancio in continua crescita e l'impatto dell'aumento dei prezzi di benzina e diesel legato alla guerra con l'Iran.

Sebbene queste spiegazioni abbiano una logica storica, rischiano di indurre in errore sia i responsabili politici che gli investitori, sia sul "perché" che sulle "perché" della situazione attuale.

Ci sono quattro nuove e significative problematiche in gioco.

  • La più eclatante è l'impressionante aumento dei prestiti, sia effettivi che previsti, da parte delle aziende tecnologiche che perseguono la promessa rivoluzionaria dell'intelligenza artificiale. In parole semplici, un numero crescente di aziende tecnologiche vuole indebitarsi pesantemente per realizzare innovazioni straordinarie che possono portare benefici a miliardi di persone. Quest'anno hanno già emesso obbligazioni per quasi 500 miliardi di dollari e probabilmente ne contrarranno almeno altri 300 miliardi entro la fine dell'anno.

Dobbiamo certamente accogliere con favore la capacità unica dei mercati dei capitali americani di finanziare investimenti che migliorano la produttività, dai computer mainframe alle aziende dot-com ai data center, che promettono una maggiore crescita e prosperità future. Tuttavia, qualsiasi transizione profonda deve essere gestita con attenzione, soprattutto questa, poiché l'enorme domanda di capitali da parte delle imprese compete direttamente con l'emissione di debito pubblico, ancora maggiore.

  • Mentre questo appetito delle imprese è in crescita, i tradizionali acquirenti stranieri di titoli del Tesoro americani si sono ritirati. Ciò non è solo una conseguenza dell'esitazione geopolitica della Cina o della necessità per gli stati del Golfo Persico di reindirizzare parte della loro ricchezza verso la diversificazione economica interna e la riparazione dei danni causati dal conflitto con l'Iran. Coinvolge anche acquirenti fedeli che potrebbero diventare venditori a causa delle proprie esigenze interne. Il Giappone, ad esempio, si trova ad affrontare crescenti pressioni per liquidare attività estere, inclusi titoli di Stato e obbligazioni societarie statunitensi, per difendere il suo yen indebolito – un'operazione che gli Stati Uniti hanno già sostenuto con un raro intervento congiunto. Il calo di interesse da parte di questi acquirenti tradizionali sta convogliando una quota maggiore delle obbligazioni in circolazione verso investitori privati ​​più instabili, alimentando la volatilità attorno a una traiettoria di rendimenti in aumento.

  • In passato, i rendimenti obbligazionari più elevati erano tipicamente il risultato di un'inflazione galoppante, ma una serie di indicatori di mercato suggerisce che al momento non sia questo il problema. Né lo è la preoccupazione per la credibilità della Fed. (Nonostante i numerosi errori di politica monetaria commessi in passato dalla Federal Reserve, i mercati continuano a confidare ampiamente nell'impegno della banca centrale a riportare l'inflazione al suo obiettivo del 2% in futuro). Ciò che è aumentato è il rendimento reale, ovvero il compenso aggiuntivo, corretto per l'inflazione, che gli investitori richiedono per sopportare il rischio di acquistare debito in un mondo più volatile. La situazione attuale è inquietante.

  • Gli Stati Uniti stanno esportando questi problemi ad alcuni dei loro più stretti alleati. L'aumento dei rendimenti americani ha innegabilmente fatto lievitare i costi di finanziamento a livello globale, spingendo i rendimenti persino dei titoli di Stato tedeschi, considerati ultra-sicuri, a livelli mai visti almeno dal 2011. Almeno altri tre Paesi del potente G7 sono ancora più preoccupati a causa delle proprie fragilità finanziarie: Giappone, Francia e Regno Unito. Le pressioni su questi mercati del debito sovrano rischiano di avere ripercussioni negative sui mercati statunitensi.

Tenendo conto di tutto ciò, otteniamo un'impennata dei rendimenti senza precedenti.

Si tratta di un nuovo ordine mondiale, guidato dalla combinazione di enormi esigenze di indebitamento del settore tecnologico e dei governi, contrapposte a un calo degli acquirenti di obbligazioni disposti a investire. A ciò si aggiungono lo shock energetico e, infine, l'inflazione diffusa e i problemi legati alla Federal Reserve.

Questo Il riassetto del mercato è particolarmente rilevante in quanto suggerisce che gli elevati costi di finanziamento saranno molto meno sensibili alle dinamiche macroeconomiche tradizionali che in passato hanno stabilizzato i mercati in modo tempestivo. Storicamente, due forze distinte sono riuscite a smorzare l'ondata di tassi di interesse alle stelle: la Federal Reserve che, aumentando i tassi di interesse, ha eliminato la proverbiale "vasca della liquidità" e l'elevato costo del finanziamento che ha naturalmente convinto i debitori a fare un passo indietro.

Nessuna delle due sarà efficace oggi. Gli aumenti dei tassi da parte della Fed non serviranno a disciplinare l'eccessiva spesa pubblica in deficit. Anzi, non farebbero altro che aumentare l'onere del servizio del debito pubblico. Né tassi più elevati scoraggeranno le aziende tecnologiche che nutrono una fede incrollabile nei futuri rendimenti esponenziali dei loro investimenti nell'intelligenza artificiale – e la cui paura di perdere l'occasione (FOMO) è palpabile. Di conseguenza, altri settori dell'economia, più vulnerabili, dovranno adattarsi.

I settori tradizionalmente sensibili ai tassi di interesse, in particolare quello immobiliare e automobilistico, sono nel mirino, così come l'elevato livello di indebitamento in alcune parti dei mercati finanziari e nei saldi revolving delle carte di credito. La conseguente stretta si abbatterà maggiormente sulle famiglie a basso reddito. Escluderà un numero ancora maggiore di potenziali acquirenti di prima casa e farà lievitare il costo quotidiano dei trasporti. Entrambe le dinamiche alimentano direttamente una crisi di accessibilità economica che già preoccupa gli elettori in vista delle prossime elezioni di medio termine.

I rischi economici e politici potrebbero indurre l'amministrazione Trump a una nuova fase di interventi sul mercato per domare i cosiddetti "vigilantes obbligazionari". Il governo ha annunciato che aumenterà il riacquisto di obbligazioni a lungo termine per ridurne i rendimenti. Se da un lato questo concede tempo a quel segmento di mercato, dall'altro richiede al governo di emettere più obbligazioni a breve termine, con il rischio di conseguenze indesiderate per il funzionamento dei mercati della liquidità.

Ironicamente, gli osservatori della Fed potrebbero notare con una punta di ironia che tutto ciò potrebbe accadere proprio mentre una banca centrale, ormai resasi conto della situazione, tenta di porre rimedio ai danni collaterali e alle conseguenze indesiderate della sua prolungata eccessiva ingerenza sul mercato, iniziata durante la crisi finanziaria globale.

Si spera che gli investimenti nell'intelligenza artificiale portino a una maggiore produttività, generando una crescita significativa del reddito; e che, a un certo punto, l'amministrazione e il Congresso si accordino per riformare un processo di bilancio che si traduce in un deficit e un debito eccessivi, che mercoledì hanno superato la soglia dei 40 trilioni di dollari. Fino ad allora, i mercati obbligazionari offriranno sia enormi opportunità di crescita sia rischi considerevoli per il nostro benessere.

Mohamed A. El-Erian è l'ex amministratore delegato e l'ex direttore informatico di PIMCO.


Per chiudere in modo produttivo, come ogni volta, il nostro lavoro per il lettore di Recce’d, faremo ancora un passo in avanti: per allontanarci dal bla-bla dei media tradizionali, e dimostrare nel concreto in che modo una materia tanto delicata deve essere trattata. Per fornire un esempio al lettore ora noi offriamo ora un quarto contributo: un’analisi di mercato prodotta all’interno del mercato, e non per i giornali ed i media.

Ogni lettore che sia anche investitore deve sapere che senza avere le idee chiare su tutti gli argomenti che vengono toccati nel contributo che segue, sarà impossibile prendere decisioni consapevoli ed efficaci per il proprio risparmio. Se vi fermate al quotidiano, al TG ed ai social, allora siete fregati e sarete fregati.

Anche su questi argomenti, Recce’d rimane disponibile a confrontarsi con ognuno dei nostri lettori, che possono mettersi in contatto con noi compilando il Form alla pagina CONTATTI del nostro sito.

Intervenire per uscire da una situazione di stallo?

I movimenti di mercato di ieri hanno dimostrato ancora una volta che le chiacchiere e gli interventi temporanei raramente bastano quando il problema di fondo è di natura fondamentale.

Come "ringraziamento" per l'intervento dell'ultimo minuto di Trump volto a ridurre le esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud – e per la sua affermazione di aver parlato con Kim Jong Un – Pyongyang ha lanciato giovedì circa 10 missili balistici, secondo le agenzie di stampa sudcoreane.

Il messaggio era chiaro: azioni contro parole. Gli sviluppi in Medio Oriente, dove l'Iran ha di fatto sfidato la potenza militare statunitense, potrebbero aver rafforzato la convinzione della Corea del Nord che il suo programma missilistico nucleare le conferisca un vantaggio che persino l'Iran non possiede. Le ramificazioni più ampie sono inquietanti.

I mercati hanno confermato questa impressione. Il titolo di riferimento del Tesoro statunitense a 10 anni ha più che annullato i guadagni del giorno precedente, mentre il titolo a 30 anni ha ritracciato di oltre 7 punti base dopo il rally di 10 punti base di giovedì, seguito all'annuncio del Tesoro di voler almeno raddoppiare i riacquisti di obbligazioni a lunga scadenza dal 9 settembre al 4 novembre.

L'andamento dei prezzi potrebbe essere più rilevante degli importi coinvolti. Gli acquisti aggiuntivi ammontano a soli 14 miliardi di dollari circa nel trimestre di rifinanziamento in corso – una cifra irrisoria rispetto a un mercato del Tesoro di circa 32 trilioni di dollari e a un debito federale che ora supera i 40 trilioni di dollari. Né si tratta di quantitative easing: il Tesoro deve finanziare i riacquisti emettendo altro debito. Il programma può migliorare la liquidità delle obbligazioni a breve termine e ridurre temporaneamente la duration che gli operatori e gli investitori devono assorbire, ma non cancella il debito né modifica la traiettoria del deficit.

Questa distinzione spiega perché il rally delle obbligazioni a lunga scadenza di giovedì non dovrebbe essere estrapolato – e perché parte di esso si è già esaurito.

Nel breve periodo, sostenere la parte finale del mercato può funzionare. Riduce la pressione sui premi a termine, migliora la capacità di bilancio degli operatori e rende più rischiose le posizioni short sui titoli del Tesoro a lunga scadenza. Tuttavia, aumenta anche la dipendenza dalla continua domanda di titoli a breve termine, senza alcuna certezza che le future emissioni di stablecoin possano compensare tale esposizione per i detentori esteri. Se il fabbisogno di finanziamento rimane elevato, il Tesoro potrebbe dover tornare a un maggior numero di emissioni con cedola elevata, oppure accettare costi di finanziamento più alti.

L'implicazione a medio termine è quindi meno "rendimenti più bassi" e più "una curva dei rendimenti più gestita". Chiamiamola una versione "leggera" YCC ovvero il controllo della curva dei rendimenti.

Il Tesoro ha dimostrato sensibilità non solo alla scarsa liquidità, ma anche alle conseguenze economiche e politiche del rapido aumento dei rendimenti a lungo termine. I tassi trentennali superiori al 5% alimentano i mutui, il finanziamento delle imprese, le valutazioni azionarie e, attraverso maggiori costi degli interessi, il deficit stesso.

Questo crea un circolo vizioso: rendimenti più elevati peggiorano le prospettive fiscali, il che giustifica un premio a termine maggiore, che a sua volta aumenta ulteriormente i rendimenti. L'intervento di mercoledì ha interrotto questo circolo vizioso. Probabilmente non l'ha infranto.

L'episodio rischia inoltre di confondere i confini tra gestione del debito e politica monetaria. Se gli investitori dovessero concludere che il Tesoro adeguerà le emissioni o i riacquisti ogni volta che i rendimenti a lungo termine aumentano troppo rapidamente, si creerebbe un implicito "effetto put del Tesoro". Questo potrebbe contenere la volatilità per un certo periodo, ma potrebbe rivelarsi controproducente. Condizioni finanziarie più favorevoli, derivanti da rendimenti a lungo termine più bassi, si conciliano in modo problematico con un'inflazione superiore all'obiettivo, complicando il compito della Fed, dato che dai verbali emerge che diversi membri del comitato di politica monetaria erano pronti ad aumentare i tassi a luglio. Il Tesoro potrebbe star proteggendo il mercato da un evento estremo proprio mentre la Fed cerca di mantenere condizioni restrittive.

La reazione negativa del dollaro è quindi significativa. Normalmente, rendimenti del Tesoro più bassi indeboliscono la valuta attraverso il canale dei tassi di interesse. Questa volta, anche l'oro e le criptovalute hanno registrato un rialzo, suggerendo preoccupazione per la credibilità fiscale e per la gestione percepita dei costi di finanziamento. L'andamento dei prezzi di ieri ha rafforzato questo messaggio: sia l'indice del dollaro che l'oro hanno esteso i movimenti di giovedì. Potrebbe presto accadere che i rendimenti a lungo termine rimangano invariati, ma che il dollaro si indebolisca?

Certo, il dollaro continua a beneficiare di mercati dei capitali solidi, di una forte crescita nominale e del suo status di valuta di riserva. Ma questi vantaggi risultano meno rassicuranti se gli investitori stranieri ritengono di essere chiamati a finanziare deficit in aumento, mentre le autorità si oppongono al conseguente incremento dei premi a termine.

Il contesto geopolitico di questa settimana acuisce il dilemma. L'aumento dei prezzi del petrolio e l'incertezza relativa all'Iran e allo Stretto di Hormuz aggiungono un premio all'inflazione; lo swap a termine sull'inflazione statunitense a 5 anni è ormai vicino al picco di maggio, nonostante l'inflazione complessiva sia diminuita di quasi un punto percentuale da allora. Tutto ciò avviene proprio mentre l'offerta di titoli di Stato mette alla prova la propensione degli investitori alla duration. Il Tesoro può intervenire sui meccanismi di mercato, ma non può riacquistare il rischio geopolitico, il rischio di inflazione o la redditività della politica monetaria.

La conclusione di venerdì è che l'annuncio di mercoledì ha importanza soprattutto come segnale. Indica agli investitori che le autorità non sono disposte a lasciare completamente in balia degli eventi a lungo termine. Ciò potrebbe limitare in modo intermittente i rendimenti e l'irripidimento della curva.

Tuttavia, se ogni aumento dei rendimenti a lungo termine provocasse più offerta di titoli a breve termine, maggiori riacquisti, ed aste di obbligazioni a lungo termine di minore entità, allora l'aggiustamento potrebbe spostarsi altrove: sui costi di finanziamento a breve termine, sulle aspettative di inflazione, sull'oro o sul dollaro. Il mercato potrebbe essersi calmato, ma adesso tutti sanno qual è la soglia di tolleranza del Tesoro. E possono attaccarla.

Detto questo – e tenendo conto di una possibile propensione europea – gli investitori osservano i fondamentali non solo in termini assoluti, ma anche in relazione ad altre regioni e classi di attività. L'ampliamento dello spread francese sui Bund tedeschi di questa settimana ne è un esempio: un chiaro segnale che i mercati sono concentrati sulle prossime elezioni presidenziali e sulle sfide strutturali della Francia.

Infine, la velocità del cambiamento tecnologico sembra ampliare il divario tra Europa e Stati Uniti. Il quadro geopolitico è pungente e piccante: per l'Europa, presagisce un aumento delle tensioni con i principali partner commerciali nei prossimi mesi.

La Cina ha già avvertito i partner commerciali europei, attraverso diversi canali, della sua disponibilità a usare le maniere forti per scongiurare un'intensificazione delle misure di difesa commerciale europee. Un altro esempio sono le notizie di ieri secondo cui gli Stati Uniti si starebbero preparando a costringere i Paesi Bassi a vietare completamente ad ASML di vendere in Cina. Dato che sia i Repubblicani che i Democratici sembrano essere d'accordo su una possibile legislazione a sostegno di tale misura, ciò aumenta il rischio di coercizione.

Forse queste pressioni spingeranno l'Europa verso ulteriori passi, come l'integrazione dei mercati dei capitali. In tal caso, si tratterebbe di un cambiamento fondamentale. Per ora, anche in Europa, si tratta perlopiù di parole.


Valter Buffo