(12/10 13:00) Appunti di guerra: Hamas
Con l’attacco di sabato, Hamas punta a due obiettivi. Presentarsi agli occhi di tutti i palestinesi come il vero nemico di Israele, con l’obiettivo di prendersi anche la Cisgiordania, oggi in parte controllata da Israele, in parte amministrata con mano sempre più malferma dal successore di Arafat, l’ottantottenne Abu Mazen, eletto nel gennaio 2005: ai giornalisti occidentali, tra cui il vostro cronista, disse che avrebbe portato la democrazia tra i palestinesi e la pace con Israele; non ha fatto né una cosa, né l’altra (non solo per colpa sua). Il secondo obiettivo di Hamas è attirare Netanyahu e l’Idf (Israel Defense Forces, l’esercito israeliano) nella trappola infernale di Gaza. Difficilmente Netanyahu farà questo errore.
Hamas non si farà scudo solo degli ostaggi israeliani, ma pure dei civili palestinesi. Come tutte le organizzazioni terroristiche, Hamas ha anche una base di consenso, ma di fatto tiene in scacco un intero popolo, come in contesti ovviamente diversi facevano l’Eta nei Paesi baschi o l’Ira nell’Irlanda del Nord. Hamas non ha solo spezzato con crudeltà vite innocenti; ha reso un pessimo servizio alla causa palestinese, rivelandosi senz’altro più sensibile agli interessi iraniani. Quello che ha fatto Hamas ci fa inorridire; ma non stupisce chi conosce i campi profughi palestinesi, quelle terre desolate in cui all’ingresso sono appese chiavi che non aprono più nessuna serratura, memento di case perdute, di una catastrofe che non ha mai trovato la sua palingenesi. In quei campi ormai due generazioni sono nate e vissute senza nessun’altra aspirazione che far del male agli israeliani; senza che nessuno, neppure le potenze arabe, neppure l’Occidente, riuscisse a creare prospettive più alte. Un’educazione all’odio su cui si è innestata la mala pianta di un’ideologia orrenda, l’integralismo islamico.