(12/10 12:40) Appunti di guerra: Arabia Saudita e Turchia
Questo perché con Israele ormai da anni, prima con i cosiddetti Accordi di Abramo promossi dal cognato e consigliere dell’ex presidente americano Donald Trump, Jared Kushner, e infine con il tentativo di accordo mediato dalla Casa Bianca per un disgelo tra Riyad e Tel Aviv, è in corso un processo diplomatico che ha coinvolto a diversi gradi alcuni dei più importanti Paesi arabi. E proprio l’Arabia Saudita ha deciso di non assumere una posizione netta in difesa dell’una o dell’altra parte, ma rimane in attesa di capire eventuali sviluppi. Da un lato c’è la necessità di non tradire, almeno non palesemente, la causa palestinese della quale, nel corso dei decenni, si è sempre considerata uno dei principali sostenitori. Dall’altro sa bene che una normalizzazione con Israele sarebbe un enorme passo in avanti nel processo di accettazione del Paese a livello internazionale, primo obiettivo della Vision 2030 del principe ereditario Mohammad bin Salman. Senza dimenticare che, secondo alcune indiscrezioni smentite fino ad ora da Teheran, dietro all’offensiva potrebbe esserci il sostegno proprio della Repubblica Islamica dell’Iran, acerrimo nemico della monarchia degli al-Saud.
Anche la Turchia, che dopo il disimpegno dei Paesi mediorientali da anni si propone come il grande difensore della causa palestinese, si rende conto di quanto sia sconveniente per un membro di primo livello della Nato mostrare il proprio supporto all’azione di Hamas. Tanto che anche il presidente Recep Tayyip Erdoğan, di solito non avaro di dichiarazioni forti, si è limitato a chiedere “moderazione”, proponendosi come mediatore per arrivare a un rapido cessate il fuoco. Stesso ruolo assunto in occasione delle ultime tensioni dall‘Egitto di Abdel Fattah al-Sisi: ed è proprio a Il Cairo che le cancellerie mondiali si stanno rivolgendo per chiedere di avviare un’azione diplomatica tra le parti. Lo stesso vale per la Giordania, dato che il regno hashemita è custode dei luoghi sacri di Gerusalemme.