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Dieci anni di indici negativi (parte 2): è possibile?

In un precedente Post di oggi, 13 febbraio, abbiamo segnalato una analisi di Credit Suisse, secondo la quale ci attendono dieci anni di rendimenti vicini a zero per tutti i maggiori indici di mercato: non è una novità, e ne hanno scritto già molte altre banche come JP Morgan,  noti commentatori e gestori come Bill Gross e Mohamed El Erian, ed altri notissimi gestori come Ray Dalio e Jeff Gundlach.

A molti tra i nostro lettori potrebbe sembrare impossibile, abituati come sono a vedere certi grafici e certe tabelle delle Reti di vendita (private bankers o promotori) secondo le quali "il mercato recupera sempre".

A questi nostri lettori, come contributo, vogliamo fare vedere il grafico qui in basso, grafico che copre un arco non di dieci, bensì di oltre 20 anni. E notate: questo grafico riguarda la maggiore, la più forte, la più efficiente economia del Mondo. Avremmo potuto farvi vedere il Giappone, oppure l'Italia, ma poi qualcuno avrebbe detto che siamo "pessimisti".

Come vedete dal grafico:

  1. in Borsa è un errore stare sempre fermi: una posizione aperta nel 1926 dodici anni dopo era negativa del 35% 
  2. in Borsa conta moltissimo il punto di ingresso: chi è entrato nel 1930 non ha mai recuperato quelle perdite (i figli? dipende)
  3. un indice di Borsa può rimanere invariato anche per 20 anni, e subire perdite fino al 90%

Questi sono dati oggettivi.

Non opinioni: non possono essere né ottimisti né pessimisti. La questione tra ottimisti e pessimisti qui c'entra nulla.

Sono solo dati: da prendere in considerazione (insieme ad altri) quando si maneggiano i soldi e si acquistano oppure vendono titoli e Fondi Comuni. Vorreste rimanere fermi per 20 anni per riavere i vostri soldi? Per andare dietro agli "ottimisti"?

Mercati oggiValter Buffo
Ci potranno salvare le Banche Centrali? (parte 2)

La domanda del nostro titolo avrebbe già una risposta, se guardassimo solo ai titoli della stampa specializzata: pochi giorni fa, infatti, abbiamo letto su Bloomberg un articolo dal titolo "Have Central Banks Lost Credibility?" e poi sul Wall Street Journal un altro articolo intitolato "Is this the week central banks lost their market credibility? The Yellen put might have expired".

I giochi sono fati, dunque? Noi in Recce'd diffidiamo sempre delle spiegazioni troppo semplici.  Come abbiamo scritto nel primo Post di questa serie, di sicuro c'è solo che un certo tipo di central banking, che dominò tra il 2009 ed il 2014, adesso è fuori gioco, finito e cancellato.

Scrive il WSJ: 

The ability of central banks to steer the market—or vice versa—was first dubbed the “Greenspan put,” then renamed the “Bernanke put,” and, finally, the “Yellen put.” A put option gives an investor the right to sell the underlying security at a preset strike price. In other words, bullish stock investors could count on central bankers to keep a floor under the market. That’s what some think is finally coming to an end.

Scrive Societé Generale:

“We have relied on central bankers to fix the world’s economic woes, when all they could really do was to get the global financial system back on an even keel. Keeping policy too easy, for too long and boosting asset markets in the vain hope that this would deliver a sustainable pickup in demand has meant that even a timid attempt at normalizing Fed policy has caused two months of mayhem.”

Avete letto queste stesse cose, più o meno con le medesime parole, scritte in questo Blog, e negli altri documenti di Recce'd, più volte da 18 mesi a questa parte. Ben arrivati a tutti i ritardatari. Il problema adesso è guardare avanti:

"The markets are wondering, well, we’ve had these non-conventional monetary policy experiments for the last six or seven years and they haven’t caused a sustainable boost to global growth, so what will the latest moves do. It’s a reasonable question to ask given the events of the last few weeks.”

Il modo in cui Recce'd vede i prossimi mesi è chiaro e ve lo offriamo: sarebbe un errore (tragico) insistere su politiche e strumenti che hanno fallito. Primo fra tutti, il QE, ma pure i tassi negativi di interesse sono uno strumento che rischia di trasformarsi in boomerang. A noi di Recce'd la richiesta, fatta da alcune grandi banche globali, di tassi ufficiali "ancora più negativi" sembra essere una vera e propria "mossa della disperazione. Ad esempio, JP Morgan:

While Barr, Mackie and Kasman still expect policy makers to tread carefully, such analysis may temper the recent fear of investors that after seven years of interest rates around zero and bumper bond-buying, central banks are now out of ammunition. Indeed, a fuller embrace of negative rates could “produce significant reductions in market rates,” said the economists. “It appears to us there is a lot of room for central banks to probe how low rates can go,” they said. “While there are substantial constraints on policymakers, we believe it would be a mistake to underestimate their capacity to act and innovate.”

Questo è l'identico modo di affrontare i problemi che ci ha portato all'attuale disastro senza uscita: ovvero "mettiamoci una pezza, ed intanto facciamo quello che serve alle grandi banche per mantenere la posizione dominante e di cartello; teniamo tutto così com'è".

La soluzione che Recce'd vede come più efficace passa proprio dal fatto che le Banche Centrali non ascoltino i suggerimenti (interessati) delle banche d'affari, ed anzi vadano esattamente nella direzione opposta: spezzando quel cerchio, e guardando invece in modo diretto agli interessi dell'economia reale, le Banche Centrali potrebbero forse ancora prevenire un caos altrimenti inevitabile. Se poi qualche grande banca dovesse essere costretta a farsi da parte, a chiudere, non non vediamo che male ci sarebbe. Accade in tutti i settore, perché non tra le banche?

Sempre a proposito di "mossa della disperazione", chiudiamo con alcuni commenti del New York Times sulle politiche di tassi ufficiali di interesse negativi, con un titolo molto efficace "Negative 0.5% Interest Rate: Why People Are Paying to Save":

(...)  as negative rates — in which depositors pay to hold money in bank accounts — become a more common fixture, there are many unknowns about what these policies mean for finance, for the economy and even for the definition of money.

(...) it looks as if the convenience of keeping money in a bank account is worth a small negative interest rate or fees for most consumers and businesses, at least at the only slightly negative rates currently in place. Storing and providing security for cash may be more expensive than a small bank charge.

When initial experiments in Switzerland and Sweden didn’t result in mass withdrawals from the banking system, larger central banks in need of easier money moved gingerly in the same direction. They’ll stop when either their economies start to grow or they see more concrete evidence that negative rates are doing more harm than good.

The global financial system is built on an assumption of above-zero interest rates. Going below zero could cause damage to the very architecture by which money and credit zoom through the economy, and in turn inhibit growth.

Banks could cease to be viable businesses, eliminating a key way that money is channeled from savers to productive investments. Money market mutual funds, widely used in the United States, could well cease to exist. Insurance companies and pension funds could face their own major strains.

In a speech last year, Hervé Hannoun, then the deputy general manager of the Bank for International Settlements, even argued that this could “over time encourage the use of alternative virtual currencies, undermining the foundations of the financial system as we know it today.”

For example, would people start prepaying years’ worth of cable bills to avoid having money tied up in a money-losing bank account? How about property taxes? Would companies and governments put in place new policies prohibiting people from paying their bills too early?

Or consider this: Many commercial transactions now take place with some short-term credit attached — for example, a company that gets a 60-day grace period to pay bills from its suppliers. Would that flip, and suddenly suppliers would prohibit upfront payment and insist that their customers wait 60 days to pay?

Might new businesses sprout up that allow people to securely store thousands of dollars in bundles of $100 bills, or could people buy physical objects as stores of value that the banks can’t charge a negative interest rate on?

 

Mercati oggiValter Buffo
Banche globali in crisi (4): il debito di Credit Suisse

Le banche globali occupano il centro del crollo degli indici di Borsa da settimane: nell'ultima settimana, il mercato ha punto in modo particolare Credit Suisse. Ne parliamo in questo Post non tanto per commentare le specifiche vicende della banca elvetica, quando per riflettere sul tema della "sicurezza del risparmiatore". Su questo tema, in particolare in Italia, sono state scritte migliaia di pagine solo negli ultimi mesi: e come tutti anche noi abbiamo letto di obbligazioni convertibili, questionari MIFID, ed altri accorgimenti che dovrebbero proteggere il risparmiatore da rischi indesiderati.

C'è però una seconda dimensione del rischio, che fino ad oggi viene del tutto trascurata, in modo colpevole: dopo la Crisi del 2007-2009, è stata messa del tutto da parte la questione della stabilità delle grandi banche, che invece durante quella crisi furono costrette a ricorrere al sostegno del denaro pubblico per continuare ad operare e non cadere nella bancarotta. Noi di Recce'd ne abbiamo scritto in una serie di Post, nel 2015, dal titolo "UBS, JP Morgan, Barclays. E Deutsche Bank e BNP Paribas e Credit Suisse. E tutte le altre. ", anche questa facile da recuperare con un motore di ricerca. Vi segnaliamo in particolare il Post con questo titolo dello scorso 18 agosto 2015.

Da allora ad oggi, abbiamo sentito ripetere al pubblico dei risparmiatori, in mille forme diverse, concetti come "indice di solidità" o "indice di patrimonializzazione", che inevitabilmente fanno capo ad un sistema di regole che premia le banche grandi, e che abbiamo già visto (proprio nel 2007-2009) che non protegge un bel nulla.

Perché? Perché, come già in passato, anche oggi chi calcola quegli indici non CONOSCE gli strumenti finanziari nell'attivo delle banche, NON li sa valutare, e quindi pubblica numeri che poi è lo stesso mercato a smentire, facendo ad esempio crescere del 200% i tassi sui CDS (grafico in basso).

Noi di Recce'd ci fidiamo del mercato molto più che dei funzionari, e restiamo del parere che la sola soluzione possibile per questo problema sia (come in ogni altro settore) la distruzione delle posizioni dominanti e di cartello, che favoriscono da sempre, nella nostra storia economica, comportamenti azzardati, carenze di controlli e conflitti di interesse, tra i quali ci sta anche una certa contiguità di interessi con le Autorità di Vigilanza di settore.

Quanto al risparmiatore, farà bene a giudicare con maggiore senso critico i suoi interlocutori: sia gli advisor, sia gli Istituti di cui fanno parte. E non affidarsi all'etichetta sulla confezione.,


Mercati oggiValter Buffo
Dieci anni di indici negativi (parte 1): sarà un disastro per gli investitori?

Secondo una dettagliata analisi pubblicata pochi giorni fa da Credit Suisse sotto il titolo:

Markets will be lousy for the next decade, and it is a disaster for savers

Ci aspetta un decennio di risultati molto modesti per gli indici di mercato. Credit Suisse è stata molto dettagliata nelle sue stime:

That would suggest zero real returns on bonds and 4% to 6% returns on equities. That would mean a typical mixed portfolio of stocks and bonds would deliver a 1% to 3% per annum return, down from about 10% over the past seven years.

In Recce'd siamo del tutto d'accordo per ciò che riguarda le attese sui rendimenti degli indici di mercato: ed anzi, riteniamo che i numeri di Credit Suisse siano (ancora una volta) eccessivamente ottimistici, specie nel breve termine. Il rendimento dell'equity potrebbe restare SOTTO ZERO per anni.

Al tempo stesso, siamo del tutto in disaccordo con Credit Suisse quando dice che questa situazione si tradurrà in un "disastro per i risparmiatori". E perché mai? Che cosa obbliga i risparmiatori ad accettare e subire una fine così triste e meschina?

Credit Suisse scrive che "a typical mixed portfolio of stocks and bonds would deliver a 1% to 3% per annum return, down from about 10% over the past seven years."

Benissimo: quindi la soluzione c'è, ed è a portata di mano. Non investite in quel "typical portfolio": anzi, statene alla larga il più possibile. I risparmiatori NON SONO CONDANNATI ad investire in quel modo.

Come si può sfuggire a quel destino? In molti Post di questo blog trovate indicazioni su alternative alla classica asset allocation delle Reti di Private Banking basata sui Fondi Comuni. Che è solo una formula commerciale, non una soluzione imposta dalla legge oppure ... benedetta dal Papa.

Siamo però in totale accordo con Credit Suisse su una seconda conclusione: 

Wilmot said that would be "disastrous" for savers and posed a serious threat to the fund-management industry.

Sulla seconda parte di questa frase, noi di Recce'd siamo in totale accordo.

Mercati oggiValter Buffo
Giappone: da lì arriverà la prossima crisi (parte 6)

La serie di Post con questo titolo fu avviata, in questo Blog, in data 26 luglio 2015. In precedenza il 28 maggio 2015, Recce'd pubblicava un Post dal titolo "Il Giappone potrebbe saltare?". Vi segnaliamo questi Post perché contengono alcuni elementi utili per capire perché, oggi 11 febbraio, lo yen tratta a 111 contro USD dopo sole otto sedute dal taglio dei tassi ufficiali da parte della Bank of Japan, che li ha appena fatti scendere sotto zero, una mossa che secondo le maggiori banche globali era una "svolta" dai poteri "magici". Potete recuperare la serie di Post molto facilmente, utilizzando un motore di ricerca come Google o altri.

Un consulente indipendente, ammesso che disponga delle competenze, vi può aiutare proprio in questo: vi può aiutare a capire le situazioni in cui un certo ottimismo, un certo entusiasmo, sono indotti dalla volontà di certe grandi banche di compiacere le Autorità, per poi ricevere in cambio mandati (ovvero: soldi) per privatizzare, per collocare azioni, per collocare obbligazioni, o magari per fare da consulenti al Fondo Pensione Nazionale.

Il caso del Giappone ha dell'incredibile: ancora 30 giorni fa, siamo stati costretti a leggere che la Borsa di Tokyo, che allora era a 20 mila punti (indice Nikkei, oggi a 15000 punti) era "una delle migliori opportunità per investire", nonostante una crescita economica sotto zero ed una inflazione negativa. Erano tutti ciechi o stupidi? Assolutamente no: quelle grandi banche davano una mano ad Abe e Kuroda, per poi ottenere in cambio altri incarichi. Lo stesso succedeva, fino a poco fa, in Eurozona con Draghi.

E le nostre Reti? Tutte dietro allineate, ovvio: tutte a vendere i Fondi delle banche globali, presentati come "il meglio del meglio". Bell'affare davvero.

Ecco spiegato a che cosa vi serve avere un consulente indipendente: ammesso che il consulente abbia le competenze professionali necessarie, e non si limiti a riciclare i medesimi messaggi delle Reti.

Mercati oggiValter Buffo