Sottostima e punti di rottura: i rischi di stabilità (la vostra)

 

Nel Post pubblicato questa mattina, ci siamo occupati di manie, isterie ed altri disturbi psichici.

In questo nuovo Post, ci allontaniamo dai disturbi psichici, dalle manipolazioni e dai semiconduttori, ed alziamo lo sguardo

Lo scopo del nuovo Post è aiutare il lettore alla (molto difficile) ricomposizione del quadro. In fasi particolarmente tormentate, come è quella di fine maggio 2026, all’investitore infatti serve, più che mai, un quadro coerente di riferimento, all’interno del quale rivedere e rivalutare sia le scelte già fatte sia le scelte da fare in futuro.

Come per il post precedente, prendiamo spunto dalle parole pronunciate oggi dal Governatore della Banca d’Italia Panetta.

Panetta ha richiamato una “lezione di Keynes” che potrebbe aiutarci a comprendere prima, ed attraversare con successo poi, questa fase che come detto è tormentata ed aumenta le incertezze, la confusione, la sensazione di spiazzamento, e dunque anche le ansie tra gli investitori.

Facciamoci aiutare a riassumere questa “lezione” di Panetta, e lo facciamo grazie al lavoro del Corriere della Sera: noi di Recce’d dopo vi aiuteremo ad applicare ed utilizzare queste considerazioni.

C’è un passaggio nelle “Considerazioni finali” di Fabio Panetta che rivela, allo stesso tempo, i timori del governatore della Banca d’Italia per la fragilità dell’economia mondiale e il peso intellettuale di John Maynard Keynes. Dice Panetta: «Le preoccupazioni per la sicurezza economica e l’autonomia strategica spingono i governi a ridurre la dipendenza dall’estero e a proteggere i settori essenziali». Poi però continua: «Se perseguiti attraverso una frammentazione indiscriminata, questi obiettivi finirebbero per restringere i mercati, accrescere i costi, indebolire le catene produttive e ridurre gli incentivi alla cooperazione e al rispetto delle regole. Ne risulterebbe compromesso proprio ciò che si intende tutelare: il benessere dei cittadini». 

È una versione aggiornata della spirale contro la quale Keynes metteva in guardia i governi durante la Grande depressione. Allora era l’eccesso di risparmio e di protezionismo dei grandi Paesi a distruggere la domanda internazionale e così affondare le economie nella recessione. Oggi la caduta in una crisi finanziaria è un rischio legato alle tensioni geopolitiche. Non è ancora realtà. Ma è un rischio, secondo Panetta, da tenere presente. 

Se tutti i principali Paesi puntano simultaneamente all’autonomia strategica da tutti gli altri, ciascuno di essi avrà l’impressione sul momento di essere più al sicuro. Ma il commercio internazionale potrebbe andare in crisi e con esso la capacità delle imprese di esportare, con un effetto a spirale di frenata in tutto il mondo. 

Panetta nelle sue Considerazioni finali si profila come uno dei decisori del G7 più decisi nel mettere in guardia contro le ricadute economiche e finanziarie delle guerre e del protezionismo di questi anni. Lo è anche nella critica alle due grandi superpotenze. Lo è degli Stati Uniti di Donald Trump, dei cui dazi il governatore della Banca d’Italia mette in luce il fallimento: «Il 90% del loro onere è ricaduto su consumatori e imprese americani», dice. 

Ma Panetta è anche molto critico delle politiche mercantilistiche di Pechino. Visto che la loro domanda interna è debole, dice, «le imprese cinesi hanno reagito ai dazi statunitensi riducendo i prezzi sui mercati esteri e diversificando gli sbocchi commerciali». È una strategia efficace nell’immediato, ma fragile nel lungo periodo perché «non risolve le pressioni deflazionistiche interne e alimenta nuove spinte protezionistiche». 

L'accusa di Panetta non è nuova, ma assume un’urgenza particolare ora che anche la Germania dà segni di assumere posizioni più intransigenti per ridurre gli squilibri commerciali con la seconda superpotenza del mondo. I prodotti cinesi guadagnano terreno nell’auto, nella meccanica, nella chimica. A farne le spese sono soprattutto i settori industriali di Germania e Italia. 

Dice il governatore della Banca d’Italia: «In Cina l’avanzo (commerciale, ndr) rispecchia un modello di crescita che comprime i consumi e stimola le esportazioni, anche attraverso politiche di sostegno alla manifattura». In sostanza, il segreto di Pechino non è la pura competitività o la capacità tecnologica; è anche la manipolazione dei mercati con sussidi e un’artificiale debolezza dello yuan. Di conseguenza, dice Panetta, in Cina serve «un rafforzamento dei consumi interni, il ridimensionamento delle politiche industriali distorsive e una maggiore flessibilità del cambio». 

Ma il problema è soprattutto in squilibri che le crisi geopolitiche rischiano di portare al punto di rottura.

Non a caso – è il messaggio implicito del governatore – anche il governo italiano deve prestare attenzione (e cautela) nello spendere dal bilancio pubblico per sussidiare i consumi di carburante per tutti i ceti sociali. Anche dei più facoltosi. «Le prospettive economiche si sono fortemente deteriorate – dice Panetta riguardo al quadro internazionale -. I rincari energetici erodono il reddito disponibile delle famiglie e comprimono i margini delle imprese. Il rialzo dei rendimenti irrigidisce le condizioni finanziarie. I debiti pubblici, già elevati dopo anni di politiche espansive, lasciano spazi ridotti per interventi di sostegno». 

Il rischio anche maggiore è che nell’attuale incertezza («destinata a rimanere elevata» anche in caso di riapertura dello stretto di Hormuz) si verifichi quella che il governatore definisce – eufemismo – una «amplificazione finanziaria».

Lo stesso rimbalzo delle borse «potrebbe riflettere una sottostima degli effetti economici della crisi» anche perché «il deciso aumento dei tassi d’interesse a lungo termine delle scorse settimane segnala il permanere di tensioni». 

Il quadro era già profondamente squilibrato anche prima della guerra del Golfo. Gli squilibri di bilancia dei pagamenti negli scambi internazionali – ricorda Panetta – hanno raggiunto «il livello massimo dalla crisi finanziaria globale» con gli Stati Uniti che da soli «rappresentano due terzi del disavanzo globale» e la Cina che da sola pesa per un terzo di tutti i surplus del pianeta Terra.

Il governatore della Banca d’Italia sottolinea che esistono «rischi concreti per la stabilità finanziaria» internazionale. «Gli avanzi eccessivi delle grandi economie (la Cina, ndr) comprimono i tassi reali a livello globale, favorendo l’assunzione di rischi e l’accumulo di debito. Nei paesi in disavanzo, un inasprimento delle condizioni finanziarie può provocare bruschi aumenti dei premi per il rischio, con ripercussioni sui flussi di capitale». 

È un quadro per certi aspetti simile a quello che precedette il punto di rottura del 2007-2008, complicato ora anche dal ritorno dell’inflazione e dalle guerre.

Su questo sfondo Panetta fa capire che la Banca centrale europea potrebbe presto alzare i tassi, proprio per contenere l’accelerazione del carovita. Ma, sulla base della sua analisi, sembra difficile per ora che la stretta possa essere troppo profonda e incisiva.


Per il nostro lettore, abbiamo evidenziato in questo articolo i passaggi relativi a:

  1. il punto di rottura, da noi trattato nel precedente Post di questa mattina, e citato in due occasioni nell’articolo

  2. il periodo 2007 - 2008, anche questo da Recce’d portato alla vostra attenzione nel nostro Post pubblicato questa mattina

  3. la stabilità finanziaria

  4. la sottostima dei rischi

  5. l’aumento dei rendimenti a lungo termine

  6. l’accumulo di debito e l’aumento dei premi al rischio nei Titoli di Stato

Nulla di nuovo, per noi di Recce’d e per tutti quelli che seguono Recce’d, si tratta di temi già conosciuti e già analizzati, argomenti giù ben compresi e anche sfruttati per fare guadagni dai Clienti di Recce’d, attraverso i nostri portafogli modello, che ovviamente sono anche costruiti alla perfezione per rendere minimi i rischi di chi ci investe.

E ovviamente gestiti partendo proprio da questi sei punti toccati da Panetta stamattina. Ognuno dei sei punti menzionati, da solo, sovrasta per importanza, l’intero tema dei chips, dei semiconduttori e di AI del Post di stamattina.

Recce’d quindi a ogni lettore suggerisce di mettere del tutto da parte il tema dei chip, dei semiconduttori e di AI, e di lavorare invece, allo scopo di comprendere e chiarire le idee, su questi sei punti che abbiamo appena elencato.

Sono proprio queste, le sei dinamiche che decidono e decideranno se guadagnate o se perdete soldi, sulla base delle vostre attuali scelte e della vostra futura sequenza di decisioni, la vostra strategia di gestione che applicherete al vostro portafoglio titoli.

E noi di Recce’d, ai sei punti toccati da Panetta, ed elencati poco sopra, ne aggiungeremo un terzo: che, guarda caso, riguarda proprio Panetta.

Il settimo punto riguarda le Banche Centrali: che sono investite da un vero e proprio uragano, in questo momento: tutti, e persino chi oggi è al comando di queste istituzioni, invocano una profonda riforma e un cambiamento di ruoli.

Per quale ragione il fatto è rilevante, per noi nel momento in cui investiamo i nostri risparmi? E perché potrebbe risultare decisivo, quanto e più dei sei punti precedenti? Lo leggete nel secondo contributo esterno di questo Post, che noi abbiamo scelto e tradotto per voi.

In questo articolo che segue, leggerete che “Così facendo, le banche centrali hanno sistematicamente accantonato le preoccupazioni relative all'azzardo morale, alle bolle speculative e alla cattiva allocazione delle risorse a livello economico, privilegiando la rassicurazione a breve termine di una rapida ripresa del mercato.”

Beh, noi di Recce’d invece NON abbiamo mai accantonato queste cose al momento di fare le scelte sui portafogli modello per i nostri Clienti. Questo, fa la differenza, quando viene il momento dei rendiconti: e non quelle cose che vi raccontano con uno spot alla radio. Solo questo, fa davvero la differenza, per il vostro risparmio.

L'autore è il professore di pratica Rene M Kern presso la Wharton School, capo consulente economico di Allianz e presidente di Gramercy Funds Management.

Per tre decenni, e secondo alcuni anche di più, si è riscontrata una ricorrente incoerenza tra i principi di politica monetaria delle grandi banche centrali e la pratica effettiva quando i mercati si agitano. I banchieri centrali cercano di mantenere una distinzione tra le vendite massicce di titoli, che dovrebbero essere tollerate, e i malfunzionamenti del mercato che minacciano la stabilità sistemica e richiedono un intervento.

Tuttavia, quando la situazione si è fatta critica, hanno spesso oltrepassato quel limite, ricorrendo a interventi verbali e misure politiche non solo per affrontare le reali tensioni sistemiche nel sistema finanziario, ma anche per invertire semplici vendite di azioni. Ciò è accaduto talvolta anche quando i meccanismi di mercato funzionavano correttamente e l'economia reale sottostante era solida, come nel quarto trimestre del 2018.

Così facendo, le banche centrali hanno sistematicamente accantonato le preoccupazioni relative all'azzardo morale, alle bolle speculative e alla cattiva allocazione delle risorse a livello economico, privilegiando la rassicurazione a breve termine di una rapida ripresa del mercato.

Anche i governi hanno agito in modo simile, mettendo in atto ingenti pacchetti fiscali per proteggere le famiglie e i bilanci aziendali da shock esogeni sempre più frequenti e violenti (dalla crisi finanziaria alla pandemia, fino alle conseguenze stagflazionistiche dell'invasione russa dell'Ucraina). Per gli investitori, questo scenario ha consolidato e rafforzato la convinzione che la politica economica sia in grado di garantire la loro sicurezza, ovvero che i responsabili politici abbiano la volontà e la capacità di proteggerli non solo da ingenti perdite, ma anche da una volatilità destabilizzante.

Ciò ha profondamente condizionato la psicologia del mercato, con molti investitori che considerano la volatilità non come un segnale di sviluppi fondamentali, ma come un'opportunità di acquisto praticamente automatica. Questo spiega perché i crolli azionari degli ultimi anni si siano rivelati di brevissima durata, indipendentemente dal fattore scatenante. La strategia "compra al ribasso" si è trasformata in una strategia di investimento dominante e altamente redditizia.

Basti pensare alla rapidità con cui i mercati azionari globali si sono ripresi anche dopo lo shock iniziale della guerra in Iran e le conseguenti (e tuttora in corso) interruzioni dei corridoi energetici e delle catene di approvvigionamento globali. Gli indici azionari statunitensi non solo hanno registrato una ripresa spettacolare, ma da allora hanno continuato a raggiungere nuovi record. Tuttavia, una realtà macroeconomica inesorabile impone di non dare per scontata questa rete di sicurezza.

I dati concreti – in particolare l'inflazione e i tassi di interesse elevati per periodi prolungati, l'alto debito pubblico e i cambiamenti strutturali nell'economia globale – segnalano vincoli sempre più stringenti per le autorità fiscali e monetarie, compromettendo la loro capacità di attutire futuri shock finanziari. Sebbene la volontà di proteggere i mercati possa persistere, la capacità di farlo è diminuita.

Le banche centrali non possono ignorare lo shock inflazionistico globale. I recenti dati pubblicati hanno mostrato che l'inflazione annuale, sia complessiva che di base, negli Stati Uniti ha superato le previsioni del consenso. Altrettanto preoccupante è l'aumento delle pressioni sui prezzi di mercato. L'indice mensile dei prezzi alla produzione (PPI) di aprile è cresciuto a un tasso annualizzato del 6,0%, il più rapido incremento mensile dell'indice da marzo 2022. I dati PPI del Giappone riflettono una traiettoria ascendente altrettanto preoccupante, così come gli ultimi dati provenienti dall'Europa.

Questa realtà inflazionistica impone una scelta drastica tra stabilizzare gli attivi finanziari o proteggere la credibilità delle politiche a lungo termine. Inoltre, rischia di accelerare la "distruzione della domanda" in alcune economie a causa dell'aumento dei prezzi, e non solo per l'energia. In parole semplici, il margine di manovra fiscale anticiclico è svanito nella maggior parte delle economie avanzate. L'aumento dei costi di indebitamento alimenta direttamente maggiori spese per interessi pubblici, minacciando al contempo le entrate fiscali a causa del rallentamento della crescita.

Questa vulnerabilità fiscale ha risvegliato i "vigilanti obbligazionari" a lungo dormienti. Stiamo già assistendo al loro ritorno e al suo impatto sui mercati del debito sovrano più vulnerabili del G7, in particolare in Giappone e nel Regno Unito. Consigliato

Il panorama per molte economie in via di sviluppo è ancora più preoccupante. In alcuni casi, l'utilizzo di riserve fiscali e internazionali per attutire gli shock esterni si sta esaurendo, aumentando la minaccia di pressioni al ribasso sul tenore di vita interno, fuga di capitali e instabilità valutaria. L'economia globale è ora bloccata in una ricalibrazione strutturale inevitabilmente accidentata.

Dato che i responsabili politici non possono fare altrettanto affidamento sui vecchi interventi politici, dovranno adottare altre strategie: sfruttare l'adozione dell'IA per migliorare il lavoro al fine di ottenere reali aumenti di produttività, mobilitare ingenti finanziamenti dai mercati dei capitali, attuare politiche fiscali intelligenti laddove lo spazio lo consenta e promuovere un coordinamento politico internazionale molto migliore. Per i mercati, tali strategie sono intrinsecamente meno dirette di un "push di politica". Quindi gli investitori dovranno convivere con una maggiore incertezza strutturale per un certo periodo di tempo.

Mentre una fine ordinata della guerra in Medio Oriente contribuirebbe notevolmente a migliorare la situazione, ci vorrà del tempo prima che l'economia globale ritrovi il grado di flessibilità politica a cui i mercati si sono abituati e, di fatto, su cui hanno fatto affidamento

Valter Buffo