Detox. Tutti vogliono Detox: da destra e da sinistra
Tutti i nostri lettori lo avranno già notato: nonostante uno sforzo senza limiti, e con ogni mezzo, e concertato tra più parti, per dare agli ultimi giorni del del 2025 ed agli ultimi primi giorni del 2026 una connotazione euforica, sia intorno sia dentro ai mercati finanziari internazionali, nulla di tutto questo è successo:
i prezzi dei Titoli di Stato sono quelli di 12 mesi fa: nessuno li compera, nonostante ogni giorno, e più volte al giorno, ci sia qualcuno ad insistere che sono l’affare d’oro da non lasciarsi sfuggire
le Borse di tutto il Mondo, e prima fra tutte quella americana, hanno messo a segno rialzi così piccoli da risultare senza significato: un indice di Borsa, come tutti sanno, può mettere a segno in una sola giornata movimenti del 3-4-5% ed è per questo che i rialzi degli ultimi tre mesi sono, molto semplicemente, nulla; un nulla che contrasta in modo forte con i titoli dei quotidiani, con ciò che tutti leggiamo sui social, ma soprattutto con le previsioni che tutti voi avete letto per il 2026 ed il “pompaggio” disperato di “AI”; in particolare, ciò che oggi colpisce è che tutte le banche internazionali di investimento a fine anno 2025 hanno spinto (come sempre fanno, ma persino di più) sui rialzi delle Borse nel 2026, però nessuno ci è cascato e nessuno è corso a comperare; se è così sicuro e tranquillo, allora perché non comperare oggi? Forse, tra gli investitori di massa, è ancora vivo il -20% nel mese di aprile 2025, ovvero solo nove mesi fa.
il petrolio, poi: il petrolio è clamoroso! Siamo arrivati al punto di invadere il Venezuela, e rapire un Capo di Stato, pur di muoverlo dai 60$: ma non si è mosso, neppure di 3$; zero: il mercato ha risposto “non ci interessa”; il che ci lascia, ovviamente, con la domanda a cui trovare una risposta: che cosa muove il petrolio, oggi?
una sola cosa si è mossa, nell’ultimo trimestre: ed è l’oro, insieme all’argento: Recce’d ha dedicato due Post della serie Detox proprio a questo tema (in settembre ed in dicembre) spiegando al lettore che il segnale è forte, il messaggio è significativo … ma NON per ciò che riguarda il prezzo di oro ed argento; bensì, per tutti gli altri asset finanziari.
Che cosa ha fermato i mercati finanziari? Il panico.
Come Recce’d ha spiegato al lettore sin dal 2023, il Mondo è entrato in una Nuova Era, e lo stesso vale (ovviamente) per i mercati finanziari. In fasi come questa, che è corretto definire “storiche”, diventa cruciale la protezione del proprio risparmio, e la ricerca del rendimento deve essere fatta andando in direzione contraria rispetto alle masse, e pensando in modo nuovo.
Tutto questo lo abbiamo già scritto, trattato ed analizzato nella serie Detox, ed in modo particolare nei Post pubblicati in novembre ed in dicembre. Nel primo Post dell’anno nuovo, poi, abbiamo dato a tutti gli investitori un concreto suggerimento: per le vostre scelte di investimento, di oggi e di domani, partite sempre, ed unicamente, dalla realtà delle economie: proteggete i vostri risparmi dalla distorsione dei media, dalle favole inventate dai venditori, dalle strategia di vendita delle Reti di promotori finanziari, financial advisor e private banker, strategie che a loro volta vengono mutuate dallo zelate e quotidiano lavoro delle banche internazionali di investimento.
Come Recce’d ha suggerito, e suggerisce ogni giorno dalla propria Home Page, la chiave del vostro successo di investitori è sintetizzata dal claim “THINK NEW” che non è nostro ma di Apollo Management, uno dei più importanti asset manager non convenzionali al Mondo.
Quando Recce’d nel 2023 ne scrisse, noi eravamo i soli ad anticipare la Nuova Era che ogni mattina leggete sul vostro quotidiano, ascoltate al GR, oppure al TG, e di cui scrivete sul vostro social di fiducia. La cosa esisteva soltanto per noi, e pochi altri: oltre che ovviamente per tutti i nostri lettori.
Ci colpisce quindi di leggere, in questo inizio del 2026, della nuova Era e delle sue ricadute sui mercati finanziari e sui risparmiatori sui mezzi di informazione di massa. Prima, nel mondo anglosassone, ed adesso anche sui mezzi di informazione di massa italiani.
Per il nuovo Post, abbiamo selezionato due esempi: e per non fare discriminazioni, abbiamo scelto due quotidiani ad ampia diffusione e di orientamento politico opposto. Si tratta del Fatto Quotidiano, che è molto vicino ad una delle forze politiche che stanno all’oppisizione in questo Parlamento, e poi del quotidiano Il Giornale, molto vicino alle forze politiche attualmente al Governo.
Abbiamo già chiarito che il lavoro di Recce’d è concentrato sulla performance degli investimenti finanziari e la protezione del risparmio: non c’è alcuna intenzione oppure inclinazione politica e non c’è alcuna intenzione diversa dall’ottimizzare la gestione dei propri investimenti finanziari. Non facciamo il tifo per questo né per quello: noi facciamo il tifo, però, per la stabilità finanziaria, per il rendimento degli investimenti, per l’allocazione ottimale delle risorse. Indipendentemente dalla parte politica.
I nostri nemici quindi sono le scommesse azzardate, le “narrative” create per manipolare le masse, i prodotti finanziari che nascondono rischi all’investitore, le truffe e gli inganni attraverso i social ed il web, le politiche finanziarie azzardate e mal calcolate di Stati e Banche Centrali , le Aziende gestite in modo spericolato e dannoso per chi ci investe, le previsioni non sostenibili e campate per aria allo scopo di impressionare, i toni esasperati.
E siamo nemici di tutto ciò che mette a rischio la stabilità del sistema finanziario, e quindi dei mercati finanziari, e quindi dei portafogli titoli dei nostri Clienti.
Proprio di questo, come dicevamo, oggi si discute persino sui social e sui mezzi di comunicazione di massa, che sono sempre gli ultimi ad arrivare sulle cose.
Si tratta di un segnale? Di un segnale importante? Lasciamo la risposta al lettore.
Lo scopo del nostro Post è quello di mostrare al lettore come, in quale modo e con quali toni, se ne parla oggi ed alle masse.
Recce’d ne scrive e ne parla in modo decisamente diverso, con attenzione quotidiana e qualità dell’analisi.
Ma è bene che il nostro lettore sia informato anche di ciò che si dice in giro, e che il lettore possa a quel punto fare i propri confronti.
Iniziamo quindi a leggere insieme un articolo da Il Fatto Quotidiano, che prende lo spunto dai recenti fatti del Venezuela.
Dietro l’intervento muscolare degli Stati Uniti c’è un Paese alle prese con un debito fuori controllo, un dollaro indebolito e una finanza che regge solo grazie a continue iniezioni di fiducia.
È in questo spazio di fragilità che diventa centrale il Venezuela: non tanto per la sua economia — che secondo molti analisti avrà per ora un impatto globale irrilevante sul prezzo del petrolio — quanto come leva finanziaria e geopolitica. Elon Musk si è già mosso e così hanno fatto i mercati: le major petrolifere americane hanno registrato rialzi netti. “Una valanga di soldi di cui gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno”, ragiona Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa e autore di La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza, 2025). Che al Fatto spiega il filo che lega la mossa in Venezuela al circolo vizioso tra bolla finanziaria, grandi fondi d’investimento e debito pubblico statunitense.
Professor Volpi, in Venezuela Trump sta mostrando i muscoli, ma lei parla di una dimostrazione di debolezza. Perché?
Le condizioni oggettive dell’economia americana oggi sono tutt’altro che solide: il gigantesco debito federale sfiora i 38 mila miliardi di dollari, gli interessi costano quasi 1.200 miliardi di dollari l’anno, il dollaro è debole e l’inflazione non consente di ridurre i tassi. A queste condizioni, la reindustrializzazione promessa da Trump appare estremamente complicata. Si aggiunga un disavanzo commerciale che non si riesce a ridurre in modo significativo. Né con i dazi, né con la spinta dell’intelligenza artificiale. Anzi, in questo quadro il timore di una bolla finanziaria è piuttosto fondato se consideriamo che oggi il gigante dell’hardware per l’IA, l’americana Nvidia, vale 5.000 miliardi di dollari. E’ di fronte a una situazione così complessa che gli Stati Uniti imboccano ora una strategia che è anche pericolosa.
Vista così sembra più una mossa disperata.
La strategia di Trump in Venezuela non è un’opzione di potenza, ma una scelta quasi obbligata per acquisire risorse attraverso l’unico strumento che gli resta: la forza militare. Disperato è il bisogno di soldi perché il resto del mondo, a parte gli europei, non è più disposto a trasferire capitali verso Washington o a finanziare il debito Usa: i cinesi hanno smesso da tempo di acquistarlo e le petromonarchie sono ormai riluttanti. Con un dollaro così debole non possono più semplicemente stampare moneta e devono trovare il modo di alimentare una gigantesca bolla finanziaria che non possono permettersi di lasciar esplodere.
Che c’entra il Venezuela?
Intanto per reindustrializzarsi hanno bisogno di materie prime a basso costo e terre rare, ma soprattutto del monopolio dell’energia fossile, l’unico settore dove pesano ancora a livello globale: gli Stati Uniti sono tra i principali esportatori di gas naturale liquefatto e dominano il comparto dello shale oil e dello shale gas. Impossessarsi delle zone energetiche è fondamentale per loro. Da qui l’interesse per aree strategiche come la Groenlandia o il Venezuela, che ha le maggiori riserve mondiali di petrolio.
Ma l’industria petrolifera venezuelana è a pezzi e ci vorranno anni di investimenti tecnici e infrastrutturali prima di vedere un solo barile extra.
E’ proprio questo il punto. Per valorizzare i giacimenti serviranno anni, ma dal punto di vista finanziario l’effetto è immediato. Trump sa perfettamente che basta dare il segnale di aver “preso possesso” del Venezuela per far salire i titoli delle grandi major petrolifere. E così è stato all’apertura delle borse: le azioni Chevron, ExxonMobil, ConocoPhillips, ma anche quelle legate alla ricostruzione degli impianti estrattivi e alla loro sicurezza, come Halliburton e Baker Hughes, sono cresciute perché la finanza cresce in base alle aspettative. In altre parole, Trump sta già vendendo l’idea del petrolio venezuelano e la sta finanziarizzando.
Sta dicendo che l’obiettivo primario è creare una sorta di bolla venezuelana?
Penso che anche l’attacco all’Iran fosse funzionale a trasmettere un messaggio agli operatori finanziari: “Cari investitori, sappiate che posso garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz”. Lo stesso vale per le rotte del Mar Rosso e lo Yemen, altri teatri di interventi militari americani. Annunciare, minacciare, segnalare il controllo dell’area serve ad attirare capitali verso Wall Street. Capitali che altrimenti potrebbero andare altrove, magari verso il riarmo europeo che per Trump è tutto fuorché opportuno.
Invece?
Invece operazioni come quella a Caracas si traducono subito in capitalizzazioni e dividendi gonfiati per le società del comparto energetico. Che, guarda caso, sono dei grandi gestori del risparmio statunitensi. Colossi come BlackRock, Vanguard, State Street. Insomma, la grande finanza, l’unica a comprare ora il debito americano che non compra più nessuno. Non solo: sono gli stessi che amministrano i fondi pensione americani e i prestiti agli studenti: Trump punta molto su una ricaduta diffusa dell’intervento in Venezuela, capace di attrarre consenso attorno alla sua politica, e credo che su questo avrà ragione.
Avrà ragione anche Musk che offre ai venezuelani un mese di internet gratis con la sua Starlink?
La prospettiva di un ruolo centrale nel Venezuela di domani conferisce a Starlink un immediato aumento di valore, quindi la mossa è perfettamente coerente. Ma c’è dell’altro. Insieme a figure come Peter Thiel con la sua Palantir, Musk rappresenta quella “finanza alternativa” che Trump sta usando per ricompattare il capitalismo finanziario americano. Il Venezuela è un’occasione anche in questo senso: da un lato ci sono i colossi tradizionali legati al petrolio, dall’altro i Big Tech legati alle commesse militari e satellitari del Pentagono. Tutti beneficiano di questa strategia aggressiva, che serve a gonfiare la bolla finanziaria, attirare risparmi dal resto del mondo e, in ultima istanza, sostenere l’enorme debito federale.
Cosa può andare storto?
Il grande tema è quanto la Cina possa tollerare questa strategia. I cinesi hanno i loro interessi, basta pensare all’hub che hanno costruito in Perù per il rifornimento di gas e petrolio dall’America Latina, alla centralità di Panama per i loro scambi commerciali, o alle forniture di cereali e altri prodotti che hanno sostituito quelli americani sul mercato cinese. Per ora la Cina osserva attentamente, ma la domanda resta: fino a quando?
Come leggete, il taglio scelto da Il Fatto Quotidiano si concentra sulla Amministrazione Trump e le sue scelte politiche. Anche Recce’d lo ha fatto, e più di una volta negli ultimi mesi.
La nostra scelta è spiegata unicamente dalla ampia influenza dell’economia e dei mercati finanziari americani su tutti i mercati finanziari del Mondo. Da parte nostra, non ‘è alcun pregiudizio negativo verso l’attuale Amministrazione USA, verso la quale al tempo stesso non soffriamo di timore reverenziale, esattamente come (nell’interesse del nostro Cliente) abbiamo criticato le scelte della Federal Reserve, delle Amministrazioni precedenti, della BCE, di Mario Draghi, degli altri Primi Ministri italiani, della Banca del Giappone e così via.
Come detto noi siamo avversari di tutti quelli che amano raccontare le favole, di chi propone semplificazioni ingenue o peggio stupide, di chi ha la chiara intenzione di manipolare i mercati ed i risparmiatori, o intenzioni ancora peggiori di queste per noi investitori.
Se l’articolo del Fatto Quotidiano che avete letto tradisce un certo pregiudizio verso Trump, dall’articolo de Il Giornale che segue ovviamente ricaviamo una diversa inclinazione politica: ciò che qui interessa, noi ed i nostri lettori, è che le implicazioni per ciò che riguarda i mercati finanziari ed il risparmio sono però molto simili. A destra ed a sinistra. E di questo, davvero, vale la pena di prendere nota, il 10 gennaio del 2025.
Non tutte le rotture della storia arrivano con il rumore delle bombe a grappolo o il crollo immediato dei listini. Alcune si manifestano in sordina, come una variazione poco percettibile della pressione atmosferica, e solo dopo si capisce che l'aria è cambiata.
Il blitz venezuelano appartiene a questa categoria. Non è un incidente. Non è un eccesso. È una frattura strutturale dell'ordine globale. Una di quelle che non producono subito terremoti visibili, ma che spostano le fondamenta su cui poggiano politica, finanza e mercati.
Con l'azione rivendicata dagli Stati Uniti contro un capo di Stato straniero, Washington ha attraversato una soglia che per anni era rimasta implicita. La forza c'era sempre stata, ma veniva schermata dal linguaggio del multilateralismo, dalle procedure, dalle risoluzioni, dal rito diplomatico; in passato persino dalle infiltrazioni destabilizzanti delle agenzie e dai conflitti per procura. Oggi quella liturgia è caduta. E quando cade una finzione, i mercati sono sempre i primi ad accorgersene.
Un presidente americano in carica rivendica un intervento diretto, cinetico, fuori da una guerra formalmente dichiarata, senza mandato internazionale, con un obiettivo politico esplicito: la rimozione di un regime. Che quel regime meritasse di cadere è quasi secondario. È la modalità con la quale è stato abbattuto che cambia tutto. Perché non siamo di fronte a una semplice novità diplomatica, ma a un precedente sistemico. E i precedenti, in finanza come in geopolitica, contano più delle rassicurazioni.
In altre parole, non si riscrive soltanto il dossier Venezuela. Secondo l'economista Gianclaudio Torlizzi, si riscrive il manuale del rischio globale. Ciò che ieri era ritenuto improbabile oggi diventa possibile. E ciò che diventa possibile, inevitabilmente, deve essere prezzato. Il messaggio è netto, quasi brutale: quando l'interesse strategico lo richiede, gli Stati Uniti agiscono da egemone sovrano. Le istituzioni diventano opzionali, il diritto internazionale elastico, la deterrenza immediata. Non più sanzioni diluite nel tempo, non più negoziati infiniti. Azioni rapide, chirurgiche, definitive. Il ritorno della decisione concentrata, senza mediazioni.
Per Iran, Russia, Corea del Nord e per l'intero universo BRICS che da anni coltiva l'idea di un mondo post-dollaro, il segnale è chiarissimo. La distanza geografica non è più una protezione. L'ambiguità strategica americana è finita. E quando finisce l'ambiguità, aumenta la volatilità. Non solo militare, ma finanziaria, valutaria, politica.
In America Latina l'effetto sarà profondo. Ogni governo dovrà ricalcolare le proprie certezze: sicurezza, stabilità politica, esposizione finanziaria, dipendenza dal dollaro. L'autoritarismo non è più uno scudo. Diventa un moltiplicatore di rischio. E il rischio, nei mercati, ha sempre un prezzo. Prima o poi.
Le Borse lo sanno. E infatti non temono tanto l'evento in sé, quanto il precedente che introduce. Energia, valute emergenti, debito sovrano entrano in una fase di riprezzamento che non sarà lineare né indolore. Il Venezuela smette di essere un'anomalia esotica e diventa una variabile geopolitica attiva, replicabile. In questo contesto il tema monetario torna centrale. La contrapposizione tra petrodollaro e petroyuan esce finalmente dal dibattito accademico e si confronta con la realtà del potere. Perché una valuta non vive di sola fiducia, ma dell'ombrello geopolitico che la protegge. E quando quell'ombrello si muove, anche le certezze monetarie iniziano a scricchiolare.
Nel sottosuolo dei mercati cresce una domanda silenziosa, ma decisiva: se una sovranità può essere rimossa unilateralmente, cosa è davvero risk free? Oro, asset reali, strumenti non sovrani non reagiscono sempre subito nei prezzi, ma accumulano significato prima ancora che valore. È lì che si prepara il prossimo ciclo.
Il vero cambiamento, tuttavia, non è solo politico o finanziario. È temporale. Il rischio si comprime. I mercati non devono più prezzare solo gli scenari, ma la velocità delle decisioni americane; e probabilmente di quelle cinesi domani. Il tempo diventa la variabile critica. Chi decide prima, vince. Chi aspetta conferme, perde.