Detox. I poveri, il trumpismo estremo, i sogni ad occhi aperti e la dura realtà dei numeri
Le prime tre settimane del 2026 hanno messo i mercati finanziari internazionali di fronte alla “strategia del caos”.
Lo avevamo anticipato ai Clienti di Recce’d. Ed anche qui, nel Blog.
Come abbiamo scritto anche sette giorni fa nel Blog, ci sono momento nei quali noi di Recce’d abbiamo la sensazione di … avere già detto tutto. Si tratta nei momenti nei quali, noi come tutti quanti, vediamo succedere sui mercati finanziari proprio ciò che in questo Blog abbiamo scritto tre mesi fa, se mesi fa, nove mesi fa, dodici mesi fa.
Leggete soltanto un paio di numeri, e capirete.
Allo scopo di non ripetere considerazioni che i nostri lettori possono trovare nei precedenti Post di questo Blog, siamo andati alla ricerca di un taglio nuovo, di un tagli al quale in passato noi abbiamo accennato, senza mai approfondire. Fino ad oggi.
Ci riferiamo agli eventi mediatici che hanno dominato i titoli di tutta la stampa, di tutti i TG e di tutti i GR, e naturalmente dei social in coro, nelle prime tre settimane del 2026.
Ad esempio: al fatto che Trump NON ha conquistato la Groenlandia, come invece ci raccontava a inizio settimana questa immagine dalla Casa Bianca.
Questi eventi mediatici hanno una spiegazione, che Recce’d ha già evidenziato: in modo particolare, dedicando proprio a questo la Sezione Analisi del nostro quotidiano che si chiama The Morning Brief e che viene spedito ogni mattina alle ore 7 in esclusiva a tutti i nostri Clienti. Ne abbiamo però scritto, con commenti quotidiani, anche alla nostra pagina TWIT - TWOO.
A questi eventi, ed alla spiegazione che è necessaria per cogliere le implicazioni ed i riflessi sui mercati finanziari (e quindi, sui nostri e sui vostri portafogli titoli) è dedicato il Post che state per leggere.
Partiamo quindi dagli eventi che hanno segnato (per i media, ma NON per i mercati finanziari) l’inizio del 2026, con un velocissimo riassunto che segue qui sotto.
WASHINGTON — In tre settimane vertiginose sulla scena mondiale, il presidente Trump ha deposto il leader venezuelano, ha minacciato i suoi vicini di azioni militari, ha agitato lo spettro di nuovi attacchi contro l'Iran e ha innescato – poi sedato – una crisi diplomatica con l'Europa a causa dei suoi tentativi di acquisire la Groenlandia.
A ogni nuovo passo, il Congresso si è trovato a dover tenere il passo, innescando nuovi dibattiti tra i legislatori su come riconquistare i poteri costituzionali della presidenza in materia di politica estera nell'era Trump.
Giovedì, la Camera a guida repubblicana ha respinto una risoluzione che avrebbe limitato la possibilità di Trump di inviare truppe in Venezuela, ben 19 giorni dopo l'audace raid militare che ha catturato il presidente del paese. Il voto è stato un pareggio, 215 a 215.
Questa azione segue una visita bipartisan del Congresso in Danimarca la scorsa settimana, al culmine di una disputa diplomatica tra Washington e uno dei suoi più stretti alleati, che dimostra come molti legislatori statunitensi – Democratici e un piccolo ma crescente numero di Repubblicani – stiano cercando modi per tenere a freno il presidente. In gioco, affermano, c'è l'ordine globale guidato dagli Stati Uniti, in vigore dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
"Il Congresso ha ceduto la sua autorità in troppi ambiti", ha dichiarato la senatrice Lisa Murkowski (R., Alaska), durante la visita di due giorni a Copenaghen per calmare i funzionari sulla Groenlandia. "Siamo noi che dobbiamo far valere il nostro ruolo", ha aggiunto Murkowski, che non ha sostenuto la rielezione di Trump. "Non possiamo semplicemente lamentarci che ci sia un eccesso di potere da parte dell'esecutivo".
Noi avevamo detto e scritto, ai nostri Clienti, già nei mesi finali del 2026: “aspettatevi i fuochi di artificio: sono in arrivo iniziative clamorose e anche brutali, da parte della Amministrazione americana, all’inizio del 2026”.
Si trattava di una previsione facile: Donald J. Trump, lui stesso, ha ripetutamente esternato al pubblico le sue (tante) paure, il suo affanno, la sua concitazione. Da cosa deriva questa sua quotidiana sofferenza, ansia, rabbia e asprezza?
La pena di cui Trump soffre è dovuta alla mancanza di risultati: la sua Amministrazione, nel primo anno, ha ottenuto poco, davvero molto poco rispetto a ciò che era stato annunciato un anno fa. Mancano risultati di sostanza in economia, in politica estera, in politica estera. Moltissimi annunci clamorosi, ma pochissima sostanza. Dal Vertice di Ferragosto alla riunione di Davos, dal Bitcoin al petrolio ai tassi di interesse alla Borsa, si è visto poco o nulla,
E nel caso di DOGE poi si deve parlare di un fallimento clamoroso nello spazio di soli tre mesi.
Nessun risultato da esibire: ecco spiegata la ragione per la quale, invece di “godersi il suo grandissimo successo”, il Presidente Trump cerca nuovi palcoscenici dai quali annunciare nuovi e più clamorosi traguardi da raggiungere. Non traguardi già raggiunti: traguardi in un futuro indeterminato, come la Groenlandia, sulla quale Trump NON ha piantato la bandiera americana, come tutti sapete.
La tecnica degli annunci roboanti funziona, per un po’: oggi, sembra avere un po’ stancato il pubblico, e Trump lo sa, meglio di chiunque altro. Ed infatti si lamenta, in pubblico come è suo solito, e dice solo 48 ore fa che “gli americani non mi riconoscono i tantissimi successi”.
Ora vi invitiamo ad approfondire insieme a noi questa situazione, aiutandoci con un articolo apparso sul Corriere della Sera a firma Federico Rampini. Giornalista che scrive quotidianamente sugli Stati Uniti.
In questo specifico caso, utilizzando la sua ben conosciuta modestia (“uno di voi”) e la sua totale mancanza di arroganza (“deficit di conoscenza”) Rampini ci è utile perché rappresenta in modo efficace un modo di leggere i fatti … che però è sbagliato, come facilmente si può dimostrare.
Leggete e poi commenteremo.
Comincio con la domanda di un lettore, uno di voi, che riproduco per esteso:
«Premetto che ho una conoscenza molto superficiale degli Stati Uniti e quindi mi sfuggono le logiche profonde delle convinzioni e di certi valori del popolo americano, pur cosciente che quella società è estremamente varia e sfaccettata.
Sono sicuro che saprà rispondere a questa mia domanda, probabilmente naif, ma che immagino molti in Europa condividano: com'è possibile che i sostenitori di Trump e del MAGA, in larga parte fasce basse della popolazione, ritengano che la soluzione per migliorare la loro condizione di vita sia prendersela con gli altri Paesi o smantellare l'Obamacare? Come fanno a non vedere che vivono in un sistema che produce ricchezza per sfamare il mondo intero, e ciononostante una larga parte della popolazione americana vive una vita di stenti? Che il miglioramento delle loro condizioni di vita passa prima di tutto da una riduzione delle diseguaglianze interne, mentre il controllo del Venezuela (e domani della Groenlandia) porterà benefici ai più ricchi e non alla base dei sostenitori di Trump?».
Nicola Massarelli
Apprezzo la modestia della premessa, sono abituato a ricevere questo tipo di osservazioni da chi invece pontifica sull'America senza ammettere i propri deficit di conoscenza. Ho pubblicato questa non solo in omaggio alla cortesia e umiltà dello scrivente, ma perché è rappresentativa di una visione assai diffusa in Italia e nel resto d'Europa.
L'idea cioè di un'America piena di poveri, una nazione stremata da sofferenze sociali e ingiustizie, un'economia in decadenza. Questa narrazione ha due sorgenti principali e due moventi molto forti. Da una parte viene spesso cavalcata in America stessa a fini elettorali, da chi sta all'opposizione, e non importa chi sia. Trump stesso descrisse un «inferno americano» parlando della situazione socio-economica sotto Obama e sotto Biden.
Ora il tema viene rivolto contro di lui, è la sinistra che cavalca quel tipo di descrizione pauperistica. D'altro lato, in Europa c'è una irresistibile voglia di prendere per vera questa rappresentazione, perché conforta il mito di una superiorità del «modello europeo». Più equo, più benevolo, più umano, più rispettoso dei diritti.
Ma quella descrizione dell'America è una distorsione della realtà. Questo è il paese più ricco del mondo e negli ultimi decenni ha addirittura aumentato il suo distacco rispetto agli europei (come autorevolmente documentato nel Rapporto Draghi da cui ho più volte estratto dei raffronti implacabili).
L'America ha diseguaglianze notevoli al suo interno, ma sempre meno che nella Cina comunista (lo dicono statistiche Onu, non sospette). In America i poveri sono pochi e soprattutto sono in costante ascesa sociale. Il fenomeno molto visibile degli homeless non deve ingannare, in percentuale è piccolo, è concentrato in alcune zone del paese che hanno creato per loro un Welfare particolarmente generoso, di fatto un incentivo, e hanno vietato ogni forma di coercizione per le cure di disintossicazione dalla droga.
Se l'America fosse quella fabbrica di poveri di cui si favoleggia in Europa, non si spiegherebbe perché continua ad attirare flussi di immigrati da tutto il resto del mondo, «ricca ed equa» Nordeuropa inclusa. E questi flussi (mi riferisco all'immigrazione regolare) continuano perfino in presenza delle politiche restrittive di Trump.
I neolaureati in ingegneria a Stoccolma, Berlino, Zurigo e Milano, sono così scemi da venire qui per stare peggio che a casa propria?
Ecco qui alcuni dati che smentiscono il negazionismo europeo (così come smentiscono il catastrofismo di Trump quando era all'opposizione, o dei democratici quando sono all'opposizione loro).
Li riprendo dall’American Enterprise Institute un think tank di Washington, nella sintesi che ne fa il Wall Street Journal.
Lo svuotamento della classe media è diventato un luogo comune bipartisan. I sostenitori del presidente Trump usano il timore di un declino economico delle famiglie per giustificare i suoi dazi e le sue politiche industriali. I progressisti lo trattano come un pretesto per aumentare le tasse, redistribuire il reddito e aggiungere sistemi di welfare dalla culla alla tomba.
Eppure questo pessimismo è difficile da conciliare con i dati che mostrano come l’economia americana sia più ricca che mai e con le abbondanti prove aneddotiche secondo cui gli americani, nel loro complesso, godono di un tenore di vita superiore a quello di qualsiasi società nella storia. Ora Stephen J. Rose e Scott Winship dell’AEI stanno facendo luce sulla realtà.
Rose e Winship adottano un criterio per definire i diversi gruppi di reddito, basato su multipli della soglia federale di povertà nel 2024. Per esempio, per famiglie di tre persone ciò significa definire «poveri» i nuclei con un reddito inferiore a 40.000 dollari annui; la classe media «centrale» come quella con redditi tra 67.000 e 133.000 dollari; la classe medio-alta con redditi fino a 400.000 dollari annui, e così via.
Successivamente utilizzano i dati sull’inflazione per ricalibrare queste soglie negli anni precedenti, risalendo fino al 1979, quando iniziano le serie statistiche necessarie.
Misurata in questo modo, la storia degli ultimi cinquant’anni è quella di un progresso costante dalla classe media centrale verso la classe medio-alta. La quota di famiglie nella classe media «centrale» è scesa al 30,8 per cento nel 2024 dal 35,5 per cento del 1979, ma sono diminuite anche le proporzioni dei poveri e della classe medio-bassa.
Nel frattempo la classe medio-alta è esplosa. Questa fascia rappresenta oggi il 31,1 per cento delle famiglie, contro il 10,4 per cento del 1979. «Per la prima volta nella storia americana», scrivono Rose e Winship, «nel 2024 c'erano più famiglie al di sopra della soglia della classe media centrale (35 per cento) che al di sotto di essa (34 per cento)».
Qui si conclude la dura realtà dei numeri, che smentisce in modo clamoroso la tesi dell'impoverimento. A questi numeri ineccepibili aggiungo un'altra considerazione: poiché fino all'anno scorso l'America accoglieva più di due milioni di immigrati clandestini all'anno, era sì una nazione piena di poveri, ma soprattutto perché li importava dal resto del mondo.
E questi poveri continuavano (in parte continuano) a venire qui, perché ben consapevoli che in nessun'altra parte al mondo hanno così elevate probabilità di uscire dalla povertà. Quell'afflusso ha distorto le statistiche sulla povertà, generando l'impressione che l'America sia una fabbrica di poveri, mentre al contrario è una calamita per i poveri che dall'estero affluiscono, e spesso in pochi anni entrano a far parte della middle class.
Il Wall Street Journal aggiunge questo commento suo: «Gli americani preoccupati per l'impatto del carovita sui bilanci familiari non si stanno inventando nulla. Devono affrontare pressioni che i loro predecessori non conoscevano, come mercati gravemente distorti che fanno lievitare i costi dell’abitazione, della sanità e dell’istruzione universitaria, per cominciare.
Gli americani si lamentano giustamente dei prezzi in tutti e tre questi settori, ma l’ironia è che si tratta dei settori economici con il più alto grado di sussidi e regolamentazione federale, forse seconde solo alla difesa. Peccato che pochi, nella politica o nei media, comprendano il ruolo che il governo svolge nel ridurre la concorrenza proprio in questi comparti»
Per quale ragione ciò che scrive Rampini qui sopra è una distorsione della realtà? E come si lega (strettamente) ai fatti clamorosi delle prime tre settimane del 2026 a cui Recce’d dedica questo Post?
La risposta è semplicissima, e ve la forniamo subito.
Rampini ha scritto della “dura realtà dei numeri, che smentisce in modo clamoroso la tesi dell'impoverimento. A questi numeri ineccepibili …”. Purtroppo per Rampini, però, quando ci si affida alla “dura realtà dei numeri”, quei numeri bisogna conoscerli.
Affidandoci unicamente alla dura realtà dei numeri, e mai alla partigianeria politica, noi di Recce’d ogni giorno operiamo, con pieno successo sui mercati finanziari. Il nostro successo è la performance dei portafogli modello e quindi dei nostri Clienti.
A proposito dei numeri a cui fa riferimento Rampini, è facile (per noi) osservare che:
sono disponibili, e di facile accesso, studi ed analisi a proposito della crescente disuguaglianza tra le varie fasce della popolazione negli Stati Uniti; i primi due grafici qui sopra ne sono un esempio; Rampini evidentemente non frequenta fonti qualificate come queste, e non fa lavoro di analisi sui dati, ma va … per sentito dire; non segue neppure ciò che sta succedendo alla Borsa di New York (nella terza immagine qui sopra) e non ascolta neppure ciò che va dicendo il suo stesso Presidente, Donald J. Trump, ogni giorno, afferma che AFFORDABILITY è il problema da risolvere prima di ogni altro (leggete nella quarta immagine qui sopra datata 8 gennaio 2026); Rampini invece fa (volutamente) confusione annunciando che “la fascia medio-alta è esplosa”: ma è di tutta evidenza che non è della “fascia-medio alta” di cui si sta discutendo qui; non approfondiremo oltre, perché non è di nostro interesse approfondire questo aspetto; ma al lettore interessato, che non si sia ancora informato attraverso il nostro The Morning Brief (dove ne scriviamo ogni giorno da inizio dicembre 2025) diciamo di scrivere ai nostri indirizzi pubblicati sul sito, e forniremo con piacere una selezione dei nostri lavori per The Morning Brief delle ultime settimane
Rampini scrive che “questo è il Paese più ricco del Mondo”, e scrive poi di “dati che mostrano come l’economia americana sia più ricca che mai”; ma proprio a proposito di dati, Rampini trascura colpevolmente che lo Stato “più ricco del Mondo” sopravvive grazie al debito pubblico più grande al Mondo, il debito di uno Stato incapace di reggersi in piedi senza spendere ogni anno in eccesso a ciò che incassa ed in misura del 7% del PIL (la quinta immagine qui sopra); pensate se Meloni (oppure chi era al Governo prima di lei in Italia, è lo stesso) potesse spendere e spandere a piacimento, allora sì che vedremmo chi è “il Paese più ricco del Mondo”; avanti, proviamoci: vedrete, che bella crescita a razzo, e poi vedrete anche che bel disastro finanziario!
è falso che “gli americani, nel loro complesso, godono di un tenore di vita superiore a quello di qualsiasi società nella storia”: ciò che è vero, invece, è che gli americani, tutti, fanno debiti come pazzi, per sostenere un livello artificiale di prezzi e consumi. Noi europei saremo forse “poveri” come scrive Rampini, ma oggi siamo meno intossicati dalla droga del debito. E a noi europei non dispiace, proprio per nulla, che Rampini dica che l’Europa fa riferimento ad un modello “più equo, più benevolo, più umano, più rispettoso dei diritti”. Evviva! Lo stesso Rampini, che si proclama orgogliosamente americano, farebbe bene a riflettere sul fatto che il valore della sua stessa abitazione di New York, oggi, è artificiale e dunque non sostenibile nel tempo: perché è proprio questa, la dura realtà dei numeri, e bisogna pensarci quando si paga la rata del mutuo (proprio come nel 2006 era importante: oggi persino di più).
Rampini dovrebbe essersi già reso conto, di quanto sta scritto nei due punti qui sopra: a Rampini lo ha spiegato proprio il suo Presidente, il Presidente Donald J. Trump. E lo stesso Rampini ce lo dice: Trump stesso descrisse un «inferno americano» parlando della situazione socio-economica sotto Obama e sotto Biden, ovvero almeno fino a 12 mesi fa. Rampini dovrebbe elencarci i cambiamenti intervenuti tra il gennaio 2025 (insediamento) ed il gennaio 2026, rispetto a quel “inferno americano” citato da Trump. Noi non ne vediamo, neppure uno, e gli stessi americani non li vedono: è sufficiente leggere i sondaggi per dimostrarlo.
Fino a questo punto abbiamo detto della dura realtà dei numeri, che smentisce Rampini ma soprattutto spiega le paure e le frenesie, ed i gesti eclatanti di Donald J. Trump. Noi investitori e noi gestori, costretti ogni giorno a sopportare, e fronteggiare in modo attivo, questa vera e propria diarrea di iniziative prive di conseguenze, dobbiamo però comprendere ed utilizzare ciò che accede davvero, al di sotto di questa spessa cortina fumogena.
In quanto investitori, noi dobbiamo proteggere il nostro risparmio ed i nostri investimenti (anche immobiliari): evitare insomma di fare la fine di chi la vede come Rampini, e affidarci al contrario alla dura legge dei numeri e dei fatti. Affidarci sempre alla realtà.
A questo scopo, è necessario ampliare il nostro orizzonte di osservazione: oltre la finanza ed i mercati, e ben oltre la partigianeria partitica di Rampini e tanti altri. Guardare oltre i confini del nostro quotidiano.
Noi di Recce’d, ovviamente, abbiamo bisogno di supporto, e il supporto ci può essere fornito da chi esplora i territori della politica nazionale e della geopolitica con maggiore frequenza, rispetto a noi.
Per questa ragione oggi abbiamo scelto di affidare la chiusura del Post ad un articolo pubblicato dal Sole 24 Ore in settimana e firmato da Alberto Forchielli e Fabio Scacciavillani.
Con questo articolo, Recce’d offre al lettore nuovi riferimenti, estranei al contesto dell’economia e della finanza, utili per analizzare e meglio comprendere gli eventi delle prime tre settimane del 2026.
Ed allo stesso tempo, utili per comprendere il momento dei mercati finanziari, di fronte a questi eventi.
E dove si collocano le opportunità, davvero enormi che noi investitori e gestori abbiamo lì a portata di mano, nelle prossime settimane e mesi. Sarà da qui, che si riparte: e non da “AI” (le trimestrali delle prossime due settimane ve lo dimostreranno), e non dalla Groenlandia, e non dal Bitcoin.
Noi invitiamo i lettori di Recce’d a dedicare tempo ed attenzione a questo ultimo contributo, e poi ad andare ad approfondirne gli spunti.
Dall’articolo, non si ricava immediatamente una indicazione pratica, se il dollaro USA scende o sale, oppure se le Borse salgono o crollano: ma per investire bene e con successo, per proteggere il risparmio e anche ottenere un buon rendimento, è necessaria una disciplinata strategia da mettere in pratica con il metodo più efficace. E al di sopra, è necessaria una visione del Mondo coerente ed aggiornata.
Se investite il vostro risparmio senza disporre di questi elementi in anticipo, state buttando il vostro risparmio con gli occhi chiusi. E, probabilmente, finirete ghiacciati … come la Groenlandia.
L’accelerazionismo di Land che porta all’autoritarismo
Alberto Forchielli15 Gennaio 20261
Molte delle azioni e pulsioni di Trump (nonché della corte dei miracoli che gli ruota attorno) sfuggono alla logica se non ci si munisce di una mappa meta-politica. Le radici del trumpismo riconducono a Nick Land.
Ai più il nome dirà poco, ma si tratta del vate di una bizzarra corrente di pensiero nota come Accelerazionismo che coniuga, in estrema sintesi, autoritarismo e progresso tecnologico.
Già nel 1992, Land (partito da posizioni marxiste deleuziane, per poi virare di 180 gradi) sosteneva che il capitalismo non è un sistema controllabile. E’ un processo che si auto alimenta, e, se lo si lascia dispiegare i suoi effetti senza vincoli, produce la massima efficienza sfruttando appieno gli avanzamenti della scienza.
Lo slogan accelerazionista “il capitale rivoluziona sé stesso più radicalmente di quanto qualsiasi ‘rivoluzione’ estrinseca potrebbe mai fare” esprime una sorta di fiducia messianica nel progresso scientifico e nelle sue applicazioni pratiche. Accelerare, secondo Land, significa imprimere un impulso all’innovazione, rimuovendo pesi e contrappesi tipici delle democrazie, per approdare al Brave New World della Singolarità, variamente definita come fusione uomo-macchina o superamento dei limiti biologici dell’uomo. L’idea di fondo è che l’intreccio tra capitalismo e tecnologia ottimizza le potenzialità umane, mentre la politica introduce indebiti “freni antropocentrici” per soddisfare bisogni collettivi e sentimenti umanitari. La democrazia non è “il culmine della civiltà”, ma la sua degenerazione, levatrice di caos, inefficienza e “tirannia soft” a vantaggio dei deboli.
In sintesi, Land avversa la democrazia liberale e propugna l’avvento di un autoritarismo 2.0. Queste teorie si sono intersecate con quelle di Curtis Yarvin, il quale descrive i sistemi democratici e le loro istituzioni come “software obsoleti” o “codici legacy”. Per questo vanno sostituiti con un nuovo assetto (un software nuovo) al cui vertice è assiso un sovrano assoluto razionale che ottimizzi il funzionamento dell’economia come un Ceo. Yarvin propone di frammentare lo Stato nazionale in piccole entità chiamate patchwork, focalizzate sull’innovazione e gestite come aziende che rispondono al monarca.
Sia Land che Yarvin considerano l’uguaglianza e la sovranità popolare di cui il suffragio universale è estrinsecazione, come “miti distruttivi” generati dall’Illuminismo. Invece lo Stato patchwork, evitando di impantanarsi in mediazioni, compromessi, diatribe e scontri sociali, aprirebbe una nuova era di progresso per l’umanità.
La Cina (dove Land si era trasferito del Regno Unito) o Singapore sarebbero modelli realizzati di questa “tecnocrazia autoritaria”. Non è un caso che Yervin sia stato un ospite d’onore all’inaugurazione di Trump un anno fa. Yarvin nel 2012 aveva proposto di smantellare la burocrazia governativa attraverso un piano denominato Rage (Retire All Government Employees, Pensionare tutti i dipendenti pubblici).
Se vi evoca qualcosa di familiare è perché dal Rage di Yervin è emerso il Doge di Elon Musk attraverso il Progetto 2025 della Heritage Foundation, che prevede il licenziamento di 50omila impiegati federali e lo smantellamento di intere agenzie.
Ma l’anello di congiunzione tra accelerazionismo e trumpismo non è tanto Musk (al momento caduto in disgrazia) quanto Peter Thiel, finanziatore della startup di Yarvin e mentore del Vice Presidente JD Vance, a sua volta adepto di Yarvin. E in quella Silicon Valley, considerata fino a un anno fa inespugnabile bastione liberal, non sono pochi i pezzi da 9o folgorati da queste farneticazioni.
Un preclaro esempio è Marc Andreessen (ex munifico finanziatore del Partito Democratico e tenace sostenitore di Hillary Clinton e Joe Biden) che cita Land nelle note finali del suo “Manifesto tecno-ottimista”. Lui afferma di non disprezzare la gente comune e i bisogni dei vari segmenti sociali, ma è evidente che il suo disegno di società ipertecnologica collima con quello di Yervin e Land.
E se tutto ciò non appare abbastanza inquietante, c’è un’ulteriore mania diffusa a Silicon Valley: il perseguimento dell’immortalità, suprema chimera della scienza, grazie alla criogenesi o ad analoghi vaneggiamenti. Il profeta è Bryan Johnson, multimilionario leader del movimento “Don’t Die”.
Insomma, questo è l’humus teorico sinistro che genera le raffiche di ordini esecutivi emanati da Trump, il disprezzo per il sistema giudiziario, l’aggiramento del Parlamento e la creazione di una gigantesca milizia alle sue dirette dipendenze.
Il nuovo articolo scritto a 4 mani con Fabio Scacciavillani e pubblicato su Il Sole 24 Ore, 15 gennaio 2025