Meloni maturi in estate

 

Recce’d segue tutta la stampa nazionale e internazionale, alla ricerca di dati e fatti che possano influenzare il rendimento ed il rischio degli asset che teniamo sotto attenzione di quelli che compongono il portafoglio modello. facciamo questo lavoro per i Clienti con metodo e sistematicità, poi con quotidiana disciplina aggiorniamo i nostri database.

Per ciò che riguarda la stampa nazionale noi seguiamo tutti i quotidiani a maggiore diffusione, ed alcuno scelti sulla base di altri criteri di significatività.

Per una valutazione ed un aggiornamento del clima e dei movimenti intorno al Governo in carica, noi prestiamo particolare attenzione al quotidiano Il Giornale, decisamente vicino alla linea del Governo in carica, che in qualche occasione si è anche prestato a farne da portavoce.

Da inizio 2026 a oggi, dobbiamo rilevare un cambiamento di umore, una minore coesione, una maggiore asprezza delle critiche, un disincanto.

A testimoniarlo, sia gli articoli dello stesso quotidiano, sia e soprattutto i commenti postati dai lettori de Il Giornale.

Ne abbiamo estratto, per voi lettori, un qualche esempio.


Peccato non abbia fatto nulla di destra: né il premierato, né l'autonomia, né ha mai, in quattro anni, messo prima gli italiani. In compenso ci ha rifilato il sogno delle ultrafemministe, il femminicidio, ci ha svuotato le tasche per l'Ucraina, non ha ottenuto né le scuse né risarcimenti per i Carabinieri attaccati dai coloni-terroristi o per gli atti di pirateria israeliani a danno dell'Italia. Tanto valeva votare per Letta.

Aleramo

4 Mag - 11:28



RettoreMagnifico

4 Mag - 09:34

Il giudizio sull’azione di governo non può essere né sommario né agiografico: sta di fatto che in una fase tra le più complesse della storia recente, in un tempo segnato da incertezze globali, l’esecutivo Meloni ha saputo assicurare quella continuità istituzionale che in Italia è spesso merce rara, preservando l’equilibrio del sistema e accompagnando senza scosse una stagione di crescita occupazionale. In un contesto globale così incerto, dicevo, la presidente Meloni ha dimostrato la capacità di garantire stabilità, coesione e direzione strategica. Chapeau!


napolitame

4 Mag - 10:09

esattamente il "buon lavoro" in cosa e' consistito?
doveva fare "un buon lavoro" (che non si e' visto) o doveva mantenere quello che aveva promesso?
chiedo per un amico


manuelfantini

4 Mag - 10:14

il governo meloni, al pari del longevo governo berlusconi, sarà ricordato come un periodo di occasioni perse: hai una maggiornaza che ti sostiene e non fai niente per riformare e modernizzare l'italia? abbiamo avuto per 11 anni (2011/2022) governi tecnici, governi pidioti senza sostegno eletteroale, governi giallo-verdi-rossi... fucsia e indaco che non potevano fare granchè, dal 2022 abbiamo una coalizione che tiene e cosa si fa? NIENTE... si sopravvive, si galleggia, nessuna buona riforma (l'unica, sulla giustizia è stata bocciata dal referendum). Per cosa ci ricordiamo del longevo governo berlusconi? boh, per cosa ci ricorderemo del governo meloni? boh,


Calmapiatta

4 Mag - 10:52

@manuelfantini ti invito a rileggere tutte le leggi di bilancio di tutti i governi italiani, tecnici o politici non conta, degli ultimi 30 anni e vedrai che l'impianto è lo stesso per tutti, Cambiano i particolari, i fronzoli, ma la direttrice è sempre una e non è mai cambiata. Anche la legge di bilancio made in Giorgetti è sovrapponibile a tutte le altre. Questo indica chiaramente che chi governa l'Italia non è un esecutivo eletto dagli italiani, qualunque sia l'estrazione politica.


tosijoe

4 Mag - 10:44

ormai è una continua cantilena che nel nostro Paese si sono ridotte le tasse ( in realtà sono incrementate ) , è aumentata la forza lavoro ( tutto nel precariato e lavoro povero mentre è aumentata la cassa integrazione nella grande industria e nel manifatturiero ) , maggiore sicurezza per i cittadini ( la cronaca nera evidenzia ben altro ) ed il miglioramento del welfare ( l'Istat dice ben altro ) . E' pur vero che i governi precedenti ( sia di dx che di sn ) non hanno realizzato molto , ma erano più parsimoniosi nell'elencare i successi ( non ottenuti ) . Spero per il futuro in una terza coalizione che possa bastonare sia i partiti di destra che di quelli di sinistra .


Calmapiatta

4 Mag - 10:47

Sono veramente stanco di questo rimpiattino. Chi critica viene bollato come "sinistro" ma nessuno riesce a spiegare quali siano i risultati raggiunti da questo governo. Beh, io non sono un tifoso, sono un cittadino che ricerca il bene suo, della sua famiglia e del paese e, dopo 3 anni, possiamo dire che questo governo è solo una grande occasione persa. Decreti scritti con i piedi. Incapacità (o impossibilità) di affrontare i reali problemi del paese. Una remissività e un allineamento sui vincoli esterni più adeguato a un esecutivo di sx che a un sedicente governo sovranista. Una mediocrità evidente. Insomma, un fiasco che il voto del Referendum ha sancito senza dubbi.


La linea ufficiale del quotidiano, ovviamente, non è di critica esplicita come nei commenti che avete appena letto: al tempo stesso, il quotidiano non può ignorare l’umore dei propri lettori, ed anche degli e-lettori che votarono a favore di questa coalizione che sostiene il Governo.

Ecco come si spiega l’articolo de Il Giornale che vi proponiamo di leggere qui di seguito


I numeri non mentono, ma nemmeno parlano da soli. Hanno bisogno di essere interpretati, scomposti, messi in relazione con il contesto. Prendiamo il dato sugli oltre 1,2 milioni di posti a tempo indeterminato in più a cui ieri il Giornale ha dato ampio risalto: è reale, verificabile, e racconta qualcosa di importante. Ma non racconta tutto. E il rischio, quando una cifra diventa simbolo, è confondere una parte della storia con la sua interezza.

È esattamente ciò che accade nel dibattito politico, dove i numeri vengono spesso selezionati per rafforzare una narrazione più che per descrivere una realtà. La dichiarazione del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari quasi 1,2 milioni di posti stabili in più in 1.288 giorni rientra perfettamente in questa logica: un dato efficace, un messaggio lineare, un risultato rivendicabile. Ma proprio per questo merita di essere analizzato con maggiore attenzione.

Partiamo dai fatti. Il mercato del lavoro italiano, negli ultimi tre anni e mezzo, ha mostrato una resilienza sorprendente: occupazione in crescita, contratti stabili in aumento, disoccupazione in calo. Un risultato tutt'altro che banale se inserito in una congiuntura difficile, segnata da inflazione, tassi volti di nuovo verso l'alto e tensioni geopolitiche di portata globale. Attribuirne il successo esclusivamente al governo Meloni sarebbe però una forzatura. Una parte non marginale della dinamica occupazionale nasce prima: dalla ripresa post-pandemica e dagli stimoli europei, Pnrr in primis. Ciò detto, sarebbe altrettanto scorretto negare che l'esecutivo abbia contribuito fattivamente a consolidare il quadro: decontribuzione, sostegno al lavoro stabile, e soprattutto una linea di continuità che ha evitato scossoni. Il punto, allora, non è negare i risultati ma misurarne la solidità. Perché il test vero non è nelle fasi favorevoli, ma in quelle avverse. Del resto, i segnali di rallentamento già si intravedono. La manifattura soffre in modo crescente la debolezza della domanda estera e soprattutto pesa il costo dell'energia; il terziario regge, ma non basta. Sicché, l'occupazione potrebbe perdere slancio, e con essa la narrazione ottimistica che pure oggi si sostiene su basi solide.

C'è poi un nodo che i numeri non risolvono: la qualità del lavoro. I contratti stabili aumentano, ma i salari reali restano deboli. L'Italia continua a distinguersi in Europa per un potere d'acquisto inferiore rispetto a vent'anni fa, sebbene si siano avuti miglioramenti non marginali. Un'anomalia strutturale che non si corregge con rivendicazioni statistiche. A ciò si aggiunge la questione della politica industriale. Il passaggio da Industria 4.0 a 5.0, tra cambi di rotta e correzioni in corsa, ha generato più incertezza che slancio: investimenti in calo, imprese tornate prudenti, innovazione rallentata. Ma il danno più serio è la fiducia: persa quella, il sistema si ferma.

Sul fronte degli stipendi, la scelta di non introdurre un salario minimo legale e di puntare sulla contrattazione è più che legittima, persino condivisibile, ma espone a un rischio evidente: lasciare scoperti i lavoratori più deboli. Qui la linea del governo appare più ideologica che pragmatica. Probabilmente andrebbe rafforzata la contrattazione collettiva, rendendola più rappresentativa e più vincolante. Oppure si dovrebbe agire in modo più mirato sul cuneo fiscale.

E poi c'è l'energia. Le nuove tensioni internazionali rischiano di riaprire un fronte che sembrava sotto controllo. Prezzi in forte salita, margini pubblici ridotti, necessità di interventi urgenti. Finora l'esecutivo ha gestito con equilibrio, ma il tempo delle misure tampone non può durare oltre. Serve una strategia coerente e di lungo periodo.

Il giudizio sul governo Meloni, dunque, non può essere né liquidatorio né celebrativo. In un periodo complesso ha garantito stabilità merce rara in Italia e ha accompagnato senza danni una fase positiva del lavoro. Ma non ha ancora sciolto i nodi strutturali della crescita. Ed è qui che si apre la nuova fase. Proprio perché i fondamentali, oggi, sono più solidi di quanto molti prevedessero, Giorgia Meloni ha ora gli argomenti per avviare la Fase 2 del suo governo: quella delle scelte più incisive, destinate a segnare quel che resta della legislatura. Non più gestione, ma direzione.

Alcuni segnali si intravedono. Il recente varo del piano per la realizzazione di 100mila nuove abitazioni in tempi rapidi è un intervento che va oltre l'emergenza e tocca un nodo sociale ed economico cruciale: casa, lavoro, mobilità. È una misura che può avere un impatto concreto, se accompagnata da tempi certi e da una filiera efficiente. Ma un provvedimento, da solo, non basta. Serve una linea. Serve coerenza tra politica industriale, lavoro ed energia. Serve, soprattutto, la capacità di trasformare una fase favorevole in un trampolino, non in un alibi.

Perché mille posti di lavoro al giorno fanno notizia. Ma è la loro tenuta nel tempo e la loro qualità a fare la differenza tra propaganda e sviluppo. E la Fase 2 dirà se quei numeri erano l'inizio di un percorso o solo una buona fotografia del passato recente.

Con questo articolo, il quotidiano Il Giornale esorta il Governo in carica a fare di più: in particolare là dove si scrive

Giorgia Meloni ha ora gli argomenti per avviare la Fase 2 del suo governo: quella delle scelte più incisive, destinate a segnare quel che resta della legislatura. Non più gestione, ma direzione.

Tutto questo, a noi in quanto investitori, interessa? E per quale ragione? Lo spieghiamo subito.

Non c’è modo di negare che per la parte che l’articolista chiama “gestione” il Governo Meloni ha ottenuto buoni risultati: messo di fronte a eventi di portata epocale, come la guerra in Ucraina, questo Governo ha saputo tenere lontana l’economia italiana dagli shocks.

Il mercato ha premiato il Governo, in particolare con la riduzione dello spread: ovvero del “premio al rischio” che lo Stato paga agli investitori sui Titoli di Stato (e quindi, che chi paga le tasse versa nelle tasche di chi detiene i BTp, i BOT, i CCT, eccetera).

Ma fate massima attenzione a due dati di fattoi:

  • nel periodo di discesa dello spread, in tutto il Mondo, sono stati compressi tutti gli spreads di questa natura, e in modo indiscriminato;

  • nel periodo di discesa dello spread, su tutti i mercati finanziari, ha dominato una tendenza alla “compiacenza verso il rischio”.

Non si tratta, quindi, di un fatto esclusivamente italiano: non è unicamente un premio a questo Governo.

Tornando a guardare la cosa dal punto di vista dell’investitore, veniamo alla domanda cruciale in questo preciso momento è: il governo Meloni è chiamato, da ogni parte (anche da Confindustria) a “fare di più”, e quindi ad “uscire allo scoperto”. Ciò costringe il Governo a rendere esplicita la sua linea di politica economica: che in tre anni è rimasta, sostanzialmente, la medesima dei Governi precedenti, con la sola visibile eccezione degli interventi diretti nelle vicende di singole aziende (e con le banche in prima linea: da MPS a Mediobanca a BPM). Ora, ed è chiaro a tutti, non è più sufficiente, ed il Governo, anche se riluttante, dovrà fare delle scelte. In quale direzione andranno? La linea del Governo sarà la linea del Ministro Giorgetti? Oppure no?

Ecco alcuni suggerimenti che Recce’d oggi vi regala:

  • Recce’d sulla base del nostro dettagliato lavoro di analisi (che però coinvolge anche altri aspetti della vita politica italiana, incluse le relazioni internazionali) ha inserito nelle proprie valutazioni degli asset Italiani (Btp, Borsa, obbligazioni corporate) un livello più elevato di “rischio politico”. E per la prossima estate ha già messo nel conto un rischio, sostanziale, di instabilità. Vi suggeriamo anche di fare la medesima cosa, subito.

  • Un secondo consiglio: nel momento in cui vi occupate del vostro risparmio e dei vostri investimenti, togliete dalla vostra mente ogni distorsione: toglietevi gli occhiali che offuscano la vista, ovvero quelli delle vostre preferenze per questo partito o quello, per questa persona o quella. Badate ai numeri (come diceva anche l’articolo sopra). I numeri non mentono.

  • Terso suggerimento: non ragionate … con il paraocchi: l’Italia è soltanto un piccolo Paese, in una piccola regione del Mondo che si chiama Europa. Ve ne dovreste già essere resi conto, dopo i fatti dal 2020 in avanti. Quindi, guardate alla situazione europea prima e solo dopo a quella italiana. Noi vi aiutiamo, qui e subito, con l’articolo che chiude questo Post.

  • Infine, un quarto ed ultimo suggerimento: scriveteci attraverso la pagina CONTATTI, e parliamone insieme. Di estate, di meloni, e di Governo.

L'Europa non è ancora in recessione, ma le ultime indagini sulle imprese e sui consumatori mostrano che il rischio non è più remoto.

L'indice PMI composito preliminare dell'area euro è sceso a 48,6 ad aprile, da 50,7 di marzo, al di sotto della soglia di 50 che separa l'espansione dalla contrazione, segnalando un calo trimestrale del PIL di circa lo 0,1%, dopo un aumento dello 0,2% nel primo trimestre, secondo S&P Global Market Intelligence.

Allo stesso tempo, l'indicatore preliminare della fiducia dei consumatori della Commissione europea è sceso a -20,6 nell'area euro e a -19,4 nell'UE, entrambi significativamente al di sotto delle medie di lungo periodo e ai valori più bassi dal 2022, secondo la Commissione europea.

L'aspetto più preoccupante della pubblicazione del PMI non è solo la contrazione della produzione, ma il fatto che tale contrazione si stia verificando sia nel settore dei servizi che in quello manifatturiero, accompagnata da rinnovate pressioni inflazionistiche.

Ad aprile i costi dei fattori produttivi sono aumentati al ritmo più rapido dalla fine del 2022, mentre l'inflazione dei prezzi di vendita ha raggiunto il livello più alto degli ultimi 37 mesi, con S&P Global che ha rilevato come il suo indice dei prezzi al consumo sia coerente con un'inflazione al consumo vicina al 4%.

Questa è la pericolosa combinazione che l'Europa avrebbe dovuto imparare a evitare dopo la crisi energetica del 2022: attività economica più debole, costi più elevati e compiacenza politica.

La guerra con l'Iran è lo shock immediato, ma non è la causa della vulnerabilità dell'Europa. Come nel 2022, una crisi esterna ha messo a nudo le debolezze interne che i politici preferiscono ignorare: tasse elevate, regolamentazione eccessiva, mercati del lavoro rigidi, bassa produttività, dipendenza energetica e una politica industriale sempre più guidata dall'ideologia.

L'Europa ha avuto anni per prepararsi agli shock esterni, rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti, sviluppare le risorse interne, diversificare le fonti energetiche e ridurre il carico fiscale sulle imprese.

Invece, troppi governi hanno scelto l'interventismo, i sussidi e una maggiore spesa pubblica e ora stanno rispolverando la retorica del razionamento. Interventismo controproducente

L'Europa è sopravvissuta alla crisi energetica del 2022 non tanto per merito di politiche brillanti, quanto per una temporanea ripresa: un inverno mite, acquisti di emergenza di gas naturale liquefatto e una debole domanda asiatica per alcuni carichi.

Quel lasso di tempo avrebbe dovuto essere sfruttato per riaprire le centrali nucleari, accelerare lo sviluppo delle risorse interne, garantire contratti di fornitura di gas a lungo termine e ridurre gli oneri normativi per le industrie. Invece, numerosi governi hanno considerato la fortunata fuga come un trionfo politico.

L'Europa rimane esposta a perturbazioni nei mercati globali del GNL, all'instabilità in Medio Oriente, a possibili interruzioni delle forniture russe e all'aumento dei costi della competizione con l'Asia per i carichi energetici.

Una regione che limita deliberatamente le proprie opzioni energetiche, tassa in modo aggressivo l'attività produttiva e impone vincoli ideologici agli investimenti non dovrebbe sorprendersi se ogni shock geopolitico si trasforma in un'emergenza economica.

Invece di consentire alle imprese di investire, adattarsi e trovare alternative, i governi rispondono alla scarsità con maggiori controlli, maggiore intervento e maggiore tassazione.

I governi europei parlano di tasse sugli extraprofitti, controllo della domanda e razionamento. Invece di sostenere e incentivare le aziende in grado di garantire l'approvvigionamento e rafforzare le catene di fornitura, preferiscono attuare un maggiore interventismo che, ancora una volta, si rivelerà controproducente.

I dati PMI di aprile mostrano che l'impatto si sta diffondendo. S&P Global afferma che la crisi sta colpendo più duramente il settore dei servizi, con un calo dell'attività a un ritmo mai visto dai lockdown dovuti alla pandemia all'inizio del 2021, mentre la produzione manifatturiera è sostenuta in parte dall'accumulo di scorte piuttosto che da una reale forza della domanda.

Questo è importante perché i servizi sono stati il ​​motore che ha tenuto in vita la debole ripresa europea. Se il settore dei servizi crolla mentre l'industria continua a essere gravata da tasse elevate, costi energetici elevati e regolamentazioni, il cuscinetto di sostegno scompare.

Anche le catene di approvvigionamento si stanno nuovamente deteriorando. I tempi di consegna dei fornitori si sono allungati ad aprile al ritmo più sostenuto da luglio 2022. Questa è la classica trappola politica europea: invece di consentire alle imprese di investire, adattarsi e trovare alternative, i governi rispondono alla scarsità con maggiori controlli, maggiore intervento e maggiore tassazione.

Trovo sconcertante leggere che alcuni governi europei vogliano aumentare le tasse proprio sulle aziende in grado di fornire soluzioni per la sicurezza degli approvvigionamenti: un chiaro disincentivo al miglioramento della produttività.

Un banco di prova politico in vista

La fiducia dei consumatori conferma il danno. La Commissione europea ha riferito che la fiducia è diminuita di 4,2 punti percentuali nell'area euro ad aprile e di 4,0 punti nell'UE, proseguendo quella che definisce una "caduta libera" iniziata con la guerra in Iran.

Le famiglie non reagiscono solo alle notizie provenienti dal Medio Oriente. Reagiscono a una realtà ben nota: energia costosa, tasse elevate, reddito disponibile reale debole, incertezza occupazionale e governi che offrono più restrizioni anziché maggiore crescita.

L'Europa si trova, ancora una volta, di fronte a un banco di prova politico. La risposta corretta non è il razionamento, il controllo dei prezzi o nuovi attacchi.in ambito economico. La risposta corretta è la deregolamentazione, la riduzione delle tasse, l'accelerazione delle procedure di autorizzazione, il realismo energetico e una strategia seria per ricostruire la competitività industriale.

L'area euro non manca di talenti, capitali o aziende in grado di risolvere le sfide dell'offerta. Mancano governi disposti a rimuovere gli ostacoli.

Gli ultimi indici PMI e i dati sulla fiducia dei consumatori non significano che l'Europa sia già in recessione. Tuttavia, dimostrano che la regione è pericolosamente vicina a ripetere gli errori del 2022, che hanno portato a una persistente dipendenza dalla Russia e a un indebolimento della produzione industriale.

La lezione è ovvia. Gli shock esterni sono inevitabili, ma la debolezza strategica è una scelta.

Anche per noi e voi e tutti gli investitori è così.

Valter Buffo