Ferragosto: troppa esposizione porta ed una brutta scottatura

ll Governo italiano si era preparato il terreno (con abilità) per Ferragosto: l'operazione prevedeva di occupare le prime pagine sui quotidiani con argomenti come gli aumenti per le pensioni più basse (a inizio agosto l'argomento "pensioni" è ritornato sulle prime pagine senza alcuna ragione o novità, solo perché spinto dagli uffici stampa del Governo) ed argomenti "più alti e più elevati" come un dibattito, lontano dai temi concreti, sul referendum di autunno.

Non gli è andata bene: stamattina 14 agosto tutti i quotidiani italiani titolano in prima pagina sulla "crescita zero" che risulta dai dati per il GDP pubblicati ieri. Temi caldi, ruvidi ed aridi, come la sabbia di agosto, altro che Referendum. E ovviamente, c'è una abbondanza di commenti.

Perché Recce'd aggiunge un (ennesimo) commento ai tanti già letti? Di certo, non per i portafogli e gli investimenti. Il dato italiano per il GDP conta zero, proprio nulla per ciò che riguarda le scelte di portafoglio, e per gli stessi mercati finanziari: questo perché l'economia italiana pesa poco, e poi perché non è che nei trimestri precedenti dall'Italia fossero arrivati dati molto diversi. In sintesi, non è una notizia, per i nostri portafogli modello.

Ma lo è per i quotidiani: e quindi, per molti nostri amici e lettori, che potrebbero cadere in confusione, e per questo non vogliamo offrire un punto di vista che deve essere anche un punto di appoggio, un punto di ancoraggio nella grande confusione.

Dicevamo della abbondanza di commenti, che è anche abbondanza di banalità: i commentatori dei quotidiani e delle tv non aspettavano altro, per poter scatenare un diluvio di parole, frasi, luoghi comuni, su quello che il Governo dovrebbe fare, potrebbe fare, non ha fatto. E si sprecano parole come "riforma", "efficienza", "mercato del lavoro", "aliquote fiscali", "infrastrutture", "investimenti", e poi naturalmente le "rigidità tedesche", un pizzico di "Brexit" e così via. E' il solito bla-bla degli ultimi trent'anni.

Parole a vanvera, nella maggior parte dei casi. Gli interventi di breve periodo, il sostegno alla domanda delle famiglie, come tutti i "ritocchi", in questa fase servono a nulla: lo squilibrio è strutturale. E sostenere più e più volte che "tutto va alla grande", oltre che irresponsabile, è anche sciocco. Una bugia subito scoperta. 

Il Governo in carica ha già dimostrato chiaramente di non POTER fare nulla, neppure se Draghi ci regala una diminuzione del costo del debito pubblico che non ha precedenti nella storia. Pensateci: se neppure il calo dei rendimenti dei BTp dal 7% allo 1,5% mette il nostro Governo nelle condizioni di incidere in profondità (come dimostrano le vicende Telecom, ENEL, Atlante, MPS), se la sola politica che viene messa in campo resta quella del "comperare tempo" e "mantenere tutto il più possibile così come è oggi", allora è chiaro che sperare in improbabili "riforme" è una perdita di tempo. Pensare che il "Jobs act" incida sul tasso di crescita, lasciando tutto il resto così com'è, è puerile.

Si può dire qualche cosa di utile per il futuro? Qualche cosa che indichi una strada alternativa? Qualche cosa che almeno faccia vedere che sono possibili modifiche strutturali a questo modo di gestore l'economia nazionale? A Recce'd sembra che il solo ad andarci almeno vicino è Luigi Zingales. Di Zingales, Recce'd ha criticato con forza il paragone tra a TARP degli Stati Uniti e le disastrose ed improduttive operazioni di salvataggio di banche decotte in Italia: è un paragone che non ci sta, non ha senso. In questo caso però ci pare opportuno riprendere alcune sue frasi di ieri.

“Il problema di fondo è che l’Italia è in crisi da vent’anni. La Spagna ha avuto una grande crescita negli anni 2000 e poi una grande crisi. L’Irlanda ha ripreso a crescere a ritmi straordinari. Il nostro problema non dipende dal fatto che al governo ci sia Berlusconi, piuttosto che Letta o Renzi. C'è un problema di fondo. Per esempio molti si sono appigliati al fatto che bastava aumentare la flessibilità del lavoro, ma si è fatto e la situazione non è cambiata”

Ecco, questo è un buon inizio: chiamare le cose con il loro nome, invece di buttare fumo negli occhi dei lettori. Ma vediamo se c'è una strada percorribile per andare avanti, secondo Zingales:

“Serve quella che io chiamo la flessibilità del capitale, cioè la flessibilità della capacità di spostare gli investimenti e i capitali da imprese che oggi sono marginali a imprese che sono più dinamiche. Serve una maggiore capacità di crescere, che significa anche tagliare i rami secchi. Questa dinamicità in Italia si è persa ed è un grande ostacolo per la crescita”.

Ecco, qui ci avviciniamo al nocciolo della questione: mettere miliardi in MPS sarebbe forse un modo di allocare quel capitale? Non c'è modo di andare avanti "senza disturbare": se si vuole andare avanti sarà necessario disturbare, e probabilmente distruggere, molte posizioni di comodo oggi consolidate, bisognerà non solo cambiare i Consigli di Amministrazione ma pure eliminarne molti, perché inutili. Se non lo faremo noi, comunque verrà fatto dal mercato. Leggiamo ancora una frase di Zingales:

“Una riduzione generalizzata del costo di fare impresa. Uno va in Austria e costa molto meno, costa molto meno anche in Slovenia. Perché i nostri imprenditori devono stare in Veneto quando possono andare in Slovenia e stare molto meglio?”.

Ecco, qui ci siamo: ridurre i costi di fare impresa va tradotto in pratica. E non si tratta solo di ridurre la burocrazia statale: ad esempio, le banche potrebbero dare credito non solo ai grandi immobiliaristi che pagano anche sottobanco, oppure ai grandi gruppi statali, oppure ancora al Fondo Atlante. Comunque, bravo Zingales!

E chiudiamo il cerchio, dicendo in modo chiaro anche come stanno le cose a proposito dell'Eurozona.

“Fino ad ora il governo italiano si è più preoccupato di ottenere margini di flessibilità piuttosto che ridiscutere la situazione dall’inizio. La Germania non ci sente: non solo ha negato la promessa di fare una garanzia unica sui depositi, ma ha imposto nuove condizioni e quando si vogliono imporre nuove condizioni significa che le cose non si vogliono fare. A questo punto ci dicano loro cosa sono disponibili a fare: se la risposta è niente, allora la sopravvivenza dell’area euro è in bilico”. 

Ecco, anche qui ci piace molto il tono schietto: smettiamola però di dire che i tedeschi hanno torto e noi ragione: se i tedeschi "impongono nuove condizioni" forse è anche perché l'Italia ha tirato la corda ogni anno, per decine di anni, portandola al punto di rottura. E adesso gli altri si sono veramente rotti le scatole. L'Area Euro è in bilico per questa ragione: e la responsabilità è nostra, dell'Italia.

In conclusione, però, vogliamo tornare ai portafogli; un terreno sul quale ci muoviamo con più disinvoltura. Il dato italiano di ieri, per i nostri portafogli, significa zero: è solo una conferma. Sul piano dell'economia reale, per noi conta di più il dato tedesco di ieri, che sorprende al rialzo, e poi quello di Eurozona. E quanto alla Borsa di Milano, state certi che il suo andamento futuro non dipenderà in alcuna misura dai dati italiani, per il GDP o altro.