Gli autentici segnali di rischio (2): l'eurozona e l'euro

Come abbiamo già scritto nel Post precedente, una crisi di sistema, per i mercati finanziari, non partirà certo dalla Cina, che fa storia a parte, né dal petrolio, che sta da un anno più o meno a questi livelli. I fattori di rischio sistemico sono altri.

Il primo è lo yen, di cui abbiamo parlato nel Post precedente. Il secondo è l'Eurozona, che nel 2015 ha subito, durante la vicenda della Grecia, una ferita politica mai risanata: si è stabilito in quel caso un precedente, quello della "flessibilità", che rafforza, e non indebolisce, le fazioni politiche anti-euro in Europa, come dicono chiaramente tutti i risultati elettorali. Al tempo stesso quella vicenda ha indebolito, in modo fatale Angela Merkel, che oggi è un leader politico dimezzato.

Senza una giuda forte in Germania, l'Eurozona è esposta a molti rischi politici (che non stiamo qui ad elencare) a cui si aggiungono i rischi economici, e primo fra tutti quello della "compiacenza" dei mercati finanziari, sponsorizzata da Mario Draghi. Nel gennaio 2016 (e segnatevi questa data) le banche globali parlano ancora di "ripresa economica in Eurozona", puntellando questa affermazione con i soli dati degli indici PMI, l'ultimo dei quali pubblicato martedì 5 gennaio.

Poi, e potremmo farvi centinaia di esempi, vengono pubblicati i dati cosiddetti "hard", i dati per l'economia reale, e regolarmente ne esce un quadro tutto diverso: questa settimana avete visto giovedì gli ordinativi e poi le vendite al dettaglio in Germania, e venerdì la produzione manifatturiera sempre in Germania. Quest'ultimo dato lo vedete anche rappresentato nel grafico qui sotto: e ci chiediamo come sia possibile pubblicare articolo con la parola "ripresa" nel titolo e accompagnarli con un grafico del genere, dove anche un bambino vede che da due anni la produzione manifatturiera, nella principale economia del Continente, NON CRESCE; ed è cresciuta, dal 2011, dello 1,5% in totale, dello 0,3% annuo in media, nonostante lo sforzo eccezionale fatto sul fronte della politica monetaria, di cui ha beneficiato soprattutto l'export tedesco (nel grafico sotto vedete anche la produzione industriale in Francia, e potete fare un paragone immediato). 

I dati sono lì, li possono vedere tutti: e sono chiarissimi. Ed invece, sui quotidiani e al TG si parla di miglioramento e di ripresa: e Draghi alimenta questa "illusione collettiva", questa "compiacenza", che poi si riflette anche nelle ricerche della banche di affari che (come vedete nel secondo grafico, che naturalmente è solo un esempio tra tanti possibili) insistono anche nel 2016 sul tema "debolezza dell'euro" quando tutti vedono benissimo che da un anno l'euro non scende mai, neppure dopo Draghi, neppure nella tempesta finanziaria.

La "compiacenza" appunto è un grosso rischio, di tipo sistemico: perché anche questa volta, come sempre in passato, tutti si "sveglieranno dal sogno" nel medesimo giorno.