La Cina e la follia collettiva (parte 2)

In un precedente Post di questa serie (26 luglio) ci chiedevamo che senso avessero gli interventi delle Autorità cinesi per sostenere i prezzi di Borsa: quali benefici dovrebbero derivare, per i cittadini e per l'economia, da uno Stato che fa market timing? Oggi Goldman Sachs ci aiuta a rendere ancora più concreto questo ragionamento con una stima di 145 miliardi di dollari USA già spesi dalle Autorità cinesi per comperare titoli in Borsa. Provate ad immaginare: 144 miliardi di dollari che avrebbero potuto essere impiegati in investimenti diretti, per migliorare efficienza e qualità della vita dei cittadini, sono stati impiegati per fare si che l'indice della Borsa di Shanghai si fermasse a 3500 punti anziché (facciamo un esempio) a 2000 punti. E' un fatto del tutto nuovo, e a noi di Recce'd sembra ogni giorno di più una psicosi collettiva: ormai in tutto il mondo le Autorità si sono convinte che, a parità di tutto il resto (economia reale compresa) se l'indice di Borsa sta più in alto le cose funzionano meglio. Da dove questi signori abbiamo ricavato questa convinzione, è impossibile sapere: non c'è uno straccio di dato concreto che confermi l'esistenza di una relazione positiva, di un "effetto ricchezza" che possa nascere anche se le prospettive delle economie sottostanti non migliorano. Anzi, i dati dal 2009 ad oggi dimostrano l'opposto: famiglie ed imprese non spendono di più solo perché le Borse sono ai massimi. E' così in Giappone, in Europa e negli Stati Uniti.  A nostro avviso, questo periodo resterà nella storia economica del mondo come una di quelle fasi in cui si è perso tempo e denaro per correre dietro a un miraggio. Il problema è che non sappiamo ancora come uscirne, e quanto costerà uscirne, a noi investitori finali.