Draghi ora sta molto scomodo

Se, come pensiamo, Mario Draghi rientrerà dalle ferie domani, lunedì 24 agosto, troverà ad aspettarlo una sedia un po' più scomoda: il quadro che lui stesso aveva prospettato al mondo, ed ai mercati, solo sei mesi fa non esiste più, i rendimenti nonostante tutto restano oggi più alti che a gennaio, la moda dei Periferici non c'è più, l'euro vale 1,1400 dollari USA e dalle Borse è scomparsa l'euforia. Draghi è un abilissimo comunicatore: nel 2012 ottenne il massimo risultato con il minimo sforzo, ovvero riuscì a capovolgere la situazione pronunciando solo tre parole (whatever it takes). Da allora ad oggi, le cose però non sono più andate così bene: sempre più grande lo sforzo, sempre minore il risultato: fino ad oggi, quando si profila uno scenario alla trichet. Trichet, che precedette Draghi alla guida della BCE, alzo due volte il costo ufficiale del denaro nel primo semestre del 2008, e purtroppo per lui passerà alla storia proprio per questo. Il QE di Draghi rischia di fare la stessa fine, anche se (naturalmente) c'è già al'opera chi chiede che Draghi ne annunci l'estensione per correre in soccorso dei mercati (in realtà, degli interessi delle grandi banche internazionali, e non di noi investitori finali). A queste banche, evidentemente, interessa solo il loro conto economico, e non si arrendono neppure davanti alla prova dei fatti: i dati dimostrano, a tutto oggi, che il QE in Europa non funziona, e Draghi somiglia sempre di più ad un tizio che ha riproposto strumenti già utilizzati da altri anni prima, strumenti che non possono funzionare per una serie di ragioni che vanno dalla struttura del'economia agli aspetti istituzionali. Eppure, ci tocca di leggere che

 

“The pressure for the ECB to bring forward the discussion about an extension or expansion of its quantitative-easing program beyond summer 2016 has increased significantly ... deflationary pressures coming from China, emerging markets and the decline of commodities’ prices are making it harder for the ECB to hit its inflation target.” 

In other words, investors think the ECB could extend the duration, or broaden the scope, of its 60 billion-euro ($67 billion) a month asset-purchase program, which is intended to run until September 2016. The central bank already floods the region with cash via a serve-all-comers liquidity policy and has kept its benchmark interest rate at almost zero since 2014.

Qui il tentativo è quello di addebitare il fallimento del QE a cause "esterne" all'Eurozona, eppure a gennaio nessuno ci anticipava che il QE è una politica che funziona solo "a certe condizioni": "il risultato è garantito", si leggeva sui maggiori quotidiani. Adesso sappiamo che era un eccesso di entusiasmo, o una sciocchezza, o tutte e due: e il dato che più di ogni altro dà sostanza alla nostra affermazione è quello del grafico in basso, dove i dati della stessa BCe ci raccontano che a tutto oggi (luglio 2015) il livello nominale del credito bancario, in Eurozona, è al di sotto di quello del 2009 (4,9 mila miliardi allora) del 12% (4,3 mila miliardi oggi). Se teniamo conto di quel poco di inflazione che si è accumulata in questi ultimi sette anni, arriviamo ad un calo nell'ordine del 18-20%. Su questo punto, Draghi e la BCE non sanno proprio che fare, come vedete chiaramente nel grafico: molto più semplice utilizzare le dichiarazioni ed i media, oppure comperare i BTp che le banche hanno in portafoglio. Così che poi qualcuno possa strillare che "è stato il migliore semestre di sempre", peccato che poi il mercato gli ha fatto uno sberleffo.