Central banking dopo il 2015 (parte 4)

In un momento in cui, da più parti, vengono espressi dubbi sull'efficacia dell'azione delle Banche Centrali, in particolare per ciò che riguarda la politica monetaria "non convenzionale" ed il QE, fa particolare sensazione leggere che queste perplessità sono condivise dalla stessa Federal Reserve. In uno studio pubblicato negli ultimi giorni, e ripreso anche dal Wall Street Journal, la Federal Reserve ha messo in discussione sia il metodo sia i risultati. Vi riportiamo un estratto del resoconto del Wall Street Journal qui di seguito.

The paper, from St. Louis Fed economist Stephen Williamson, says the rationale for quantitative easing went like this: Financial markets are segmented by asset maturities. So if the Fed issues short-term liabilities for long-maturity assets, the price of long-maturity assets should rise, reducing long-term yields and therefore flattening the yield curve.

Williamson says the studies of QE effectiveness rely on asset price movement around the date of announced QE intervention. But he says there’s no way to determine whether asset prices moved because of the signaling effect — a commitment of sort to low interest rates in the future — or because of the actual action.

There’s also no work, Williamson says, establishing a link from QE to the goals of inflation and real economic activity. Not only has QE been ineffective in increasing inflation in the U.S., it also hasn’t worked in Japan and Switzerland, where balance sheets relative to GDP have been much larger than the U.S.

La stessa Banca Centrale scrive quindi che non c'è modo di stabilire se il QE è stato efficace con riferimento alla crescita ed all'inflazione: e precisa che certamente è stato inefficace per ciò che riguarda gli obiettivi di inflazione sia negli USA, sia in Giappone, sia in Svizzera. Una conferma dall'interno del "sistema" di ciò che Recce'd afferma da almeno due anni e che può essere sintetizzato così: qualcosa non funziona come le Banche Centrali avevano previsto. Che cosa? Dobbiamo necessariamente rifarci agli studi scientifici sulla Finanza, per trovare risposte qualificate. Tra queste, di recente sul Wall Street Journal è stata ripresa la posizione di Michael Bordo, docente alla Rutgers. Ecco un estratto di quel resoconto, che è particolarmente significativo nel nostro contesto.

Economic historian and Rutgers University professor Michael Bordo examined a century of stock, commodity and house price booms in 18 developed countries and came to the opposite conclusion. He found that loose monetary policy, along with low inflation and credit expansion, contributes significantly to asset boom. “In the traditional view, the money supply goes up, that affects securities, assets, commodities and finally the overall price level,” he says. “The asset boom was part of the transmission mechanism: a precursor to goods prices.”

That channel seems to have changed, he says. Financial deregulation starting in the 1970s may have been a contributing factor. Banks no longer funded themselves with deposits, changing the relationship between money and credit. The transmission from asset prices to inflation didn’t happen in the housing boom, “and it hasn’t happened yet,” Bordo says. No one expects policy makers in Washington to hold a finger to the wind and decide that farm prices are too elevated or stock prices have lost their mooring to earnings. It’s about an awareness of the relationship between money, credit and asset prices, and the realization that too much of the first two contributes to an excesses in the third, and then finding the least distorting mechanism to deal with the phenomenon.

The boom phase is fun while it lasts, but the bust comes with costs to society at large, even those who never got to party.

Il punto qui è il seguente: qualcosa non funziona come le Banche Centrali credevano, e fin qui a tutti capita di sbagliare. In agiunta, come scrive Bordo, nessuno può pretendere che i banchieri centrali si espongano nelle valutazioni sui rapporti tra utili e prezzi in Borsa.

Il fatto è che sono stati proprio loro, i Banchieri Centrali, a fare questa scelta: la scelta di esporsi e decidere se i mercati sono "troppo alti" o "troppo bassi", ovvero la scelta di usare la Borsa come uno strumento di politica monetaria. Una scelta fallimentare: il tentativo di "nazionalizzare" i mercati, ovvero di tenere i prezzi sotto controllo e fare "asset price targeting" non è una novità ed ha sempre portato a conseguenze disastrose.  

Quello che lascia perplessi è, da un lato l'insistenza, quasi ossessiva, dei banchieri centrali su strumenti che l'evidenza e la storia hanno dimostrato inefficaci se non dannosi; e dall'altro lato la possibilità, da noi più volte sottolineata, che queste politiche "non convenzionali" abbiamo in realtà fatto gli interessi di qualcuno ai danni di molti.

Sullo sfondo, per riprendere la frase qui sopra in grassetto, resta il fatto che il prezzo di questi errori lo pagherà la società nel suo insieme, e non solo quelli che ne hanno tratto un profitto diretto.