Da "whatever it takes" a "forever it takes": QE-infinity

Alberto Gallo, il valido strategista del settore obbligazionario della Banca RBS, ha dichiarato la settimana scorsa che:

  1. la Fed ha sbagliato i tempi (they missed the boat) quando ha deciso di non alzare i tassi
  2. il problema che frena sia la Fed che la crescita del GDP è l'eccesso globale di debito che si è creato nell'ultimo decennio
  3. non serve usare strumenti anti-ciclici (come la politica monetaria) se i problemi sono di natura strutturale (in Cina, in Eurozona e negli USA)
  4. diventa molto difficile "tirare ancora avanti" (kick the can again)
  5. concludendo che "we are stuck in a cycle of QE-infinity" (siamo impantanati in un QE senza fine)
  6. ed in particolare in Europa "whatever it takes" is becoming "forever it takes" (si traduce da solo)

Una analisi che noi di Recce'd non solo condividiamo, ma che portavamo avanti da tempo, e (quello che è più importante per chi investe sui mercati, e per i nostri Clienti) da PRIMA: prima che la Cina svalutasse, prima che Yellen facesse un passo indietro, prima che il dato NFP per gli occupati USA scendesse a 150 mila unità mensili. Insomma da prima: da prima che lo vedessero tutto, perché a quel punto per investire non serve più (ed infatti le Borse hanno poi recuperato, dopo il dato NFP).

Oggi, 12 ottobre, il problema è chiederci che cosa arriverà dopo: in particolare, chiederci se sui mercati finanziari l'idea di QE-infinity è quella che riporterà la calma, che riporterà in alto gli indici di azioni ed obbligazioni. Ad inizio 2015, le banche di investimento hanno venduto ottimismo a piene mani, promettendo un "boom delle Borse" sulla base delle aspettative legate al QE in Eurozona: che avrebbbe fatto ripartire sia il credito, sia l'inflazione, sia l'occupazione e l'economia. Abbiamo toccato con mano che non era vero: che non funziona così: e non fatevi ingannare da letture semplicistiche, che parlano della Grecia, della svalutazione in Cina e magari della Volkswagen, perché è l'economia interna, la domanda di Eurozona (anche la domanda di credito) che ha reagito alla più grande iniziativa di politica monetaria della storia con una scrollata di spalle e indifferenza.

Insomma, il 2015 ci conferma che la politica monetaria, utilizzata in questo modo, a salire solo ( solo e temporameamente) i mercati finanziari. E poi dice anche che non sappiamo ancora se più tardi non arriverà un conto da pagare, in termini di instabilità dei mercati. In questo contesto, l'annuncio di un prolungamento del QE, in Eurozona, o in Giappone, o negli USA, potrebbe in realtà essere letto come una pubblica ammissione di sconfitta. In altre parole, se non c'è più la fiducia che il QE faccia ripartire la crescita, i mercati potrebbero in realtà reagire in modo negativo all'annuncio di una maggiore quantità della medicina sbagliata.

I nostri portafogli, dallo scorso weekend, riflettono nella loro composizione proprio questo timore, che è il punto centrale intorno a cui gireranno tutti i mercati da qui a fine 2015.