In questa sezione recce'd vi propone contributi di qualificati esperti in materie che sono collegate, ma non si sovrappongono, alla finanza,

vi offriamo riflessioni e spunti che hanno un respiro diverso, FOCALIZZATO A PROPORRE CONNESSIONI TRA L'ATTUALITà DEI MERCATI FINANZIARI E IL CONTESTO POLITICO-SOCIALE


Sessantennio UE. Nuovo cantiere progettuale o solo celebrazioni? 

23 marzo 2017

Contributo di Stefano Rolando, docente di Politiche pubbliche per le comunicazioni e di Teoria e tecniche della comunicazione pubblica all'Università IULM

Il supplemento culturale del Corriere ha anticipato gli interrogativi  sulle celebrazioni del 60° dei Trattati di Roma. Cercando di provocare soluzioni circa il rebus dominante (sì o no all' Europa oggi) più che la retorica sull'Europa che fu. Doppia pagina di apertura del numero del 13 marzo. Una pagina sul 1957, l'inizio dell'Europa, intitolando con il punto esclamativo (Manlio Graziano). L'altra pagina sul 2017, il rischio della fine dell'Europa, accompagnando l'ipotesi con un punto di domanda (Maurizio Ferrera). 

Il riconoscimento che Francia e Germania misero fine guerre millenarie per l'egemonia continentale è stemperato dall'idea che rivalità e sospetti non siano mai venuti meno. Dall'altra parte crisi finanziaria, terrorismo e migrazioni hannomesso nell'angolo le istituzioni UE, che potrebbero trovare una via di uscita solo se facessero politica attraverso cui garantire welfare e sicurezza. 

Dopo i risultati olandesi il partito antieuropeo segna una prima sconfitta. Wilders incassa il 13%, tuonerà in Parlamento, ma non governerà. Un vento che può soffiare un poco sulla Francia (23 aprile, a doppio turno) soprattutto se il fronte pro-EU non si lacera e sceglie il candidato con più chances.

Le lodevoli giornate attorno alle celebrazioni del 60°, oltre che reinserire un po' l'Italia nell'area di traino, approfittando della Brexit e dello stallo elettorale di Francia e Germania, potrebbero fare emergere una proposta sostenibile. Le insegne degli antieuropeisti sono semplici: non rilanciare nessun progetto europeo, ma ridimensionare in modo incisivo poteri e funzioni della UE. Nel cantiere degli europeisti italiani i punti di vista sono invece molteplici. 

Vi è chi sostiene la necessità di rendere esplicito il progetto della velocità plurale dell'Europa, erroneamente attribuito a una teoria delle "due velocità" che in verità Merkel ha limitato all'idea che la democrazia conceda più diritti a chi c'è rispetto a chi è intermittente e a chi rema contro. Il "libro bianco" presentato ai primi di marzo da Juncker in vista del vertice di Roma del 25 marzo è  in questa direzione, disegnando cinque percorsi alternativi. Per quanto riguarda gli italiani i commenti del centrosinistra (nel PE Pittella) sono stati critici, il centrodestra ha mostrato indifferenza, M5S ha parlato di "libro nero",  il quotidiano di Confindustria ha parlato di "progetto confuso", il governo ha a disposizione il 60° per un commento meditato ma le prime reazioni di Gozi (sottosegretario alla UE) segnano apprezzamento per  le ipotesi espresse prima dell'anniversario. Un segnale forte è  venuto dal premier Gentiloni che, con la visita in forma ufficiale al candidato alla cancelleria tedesca Schultz, ha segnalato agli elettori un punto fermo a favore dell’Europa di due paesi fondatori.

Vi è poi la tesi, più netta, del rilancio del federalismo con la sua originaria paternità italiana (Altiero Spinelli), ricordando - come fa Roberto Santaniello nel suo recente Capire l'Europa, con prefazione di Romano Prodi - che i trattati consentirebbero di punire chi tradisce il piano valoriale costitutivo dell'Europa. Si collocano qui i recenti appelli del Movimento Europeo, presieduto da Piervirgilio Dastoli.

E vi è naturalmente ormai anche l'affermarsi della teoria del male minore, ovvero di una quadra identitaria tra la visione federalista che poggia sulla ineludibilità della identità politica e la visione che limita al mercato il profilo identitario di un sistema intergovernativo che non vuole estendere le competenze esclusive dell'Europa (è il punto centrale di analisi di Antonio Armellini e Gerardo Mombelli in Né Centauro né Chimera, prefazione di Giuliano Amato).

Tutte e tre queste ipotesi ritengono di avere una carta da giocare contro la crescita di offerte demagogiche e populiste che hanno in comune un cavallo di battaglia: sostenere la tesi di "meno Europa" perché sulla UE sono state scaricate incapacità di governi e partiti di dare rimedi alla crisi, scegliendo la rappresentazione di una guerra burocratica di Bruxelles contro la flessibilità sostenuta dalle esigenza di spesa pubblica delle nazioni. 

La parola burocratica (come tecnocratica) è abitualmente riferita soprattutto alla Commissione, che costituzionalmente non è un governo e non è legittimata da un diretto voto popolare. Il deficit democratico sarebbe riparabile, se si volesse, al di là delle validazioni dei commissari da parte del Parlamento che già è stato un passo avanti compiuto,  ma non ci sono ora equilibri politici per consentire un altro più energico passo. Tra coloro che inveiscono contro la "burocraticità" spesso non si distingue la differenza tra eccesso di potere degli apparati (che talvolta si è creato ) e potere delle regole che, per governare la complessità dell'Europa con 27 azionisti , sono necessarie come in qualunque condominio.  Fino al punto didare una centralità nei sistemi di government alle questioni procedurali. Sulle procedure alcuni paesi hanno un adattamento che li rende abili e altri paesi hanno un fondo di pressapochismo amministrativo che li rende inabili. 

Attorno al tema della regole è scoppiata negli ultimi anni, in paesi europei tra cui l'Italia, la guerra più dura pro e contro l'Europa, cioè la guerra motivata dalle tasche dei cittadini che sempre più sono vuote prima della fine del mese. Vuote di che? Naturalmente di euro. Gli italiani ci hanno messo un po' a capire in concreto il valore di cambio, pagando a lungo il biglietto della metro un euro nella percezione di continuare a spendere le vecchie mille lire. L' economista Andrea Boitani (Cattolica) dedica a questo argomento il primo dei suoi "Sette luoghi comuni sull'economia" ricordandoci che la visione del tragitto immaginato ai tempi di Delors era prima il mercato integrato, poi l'unione politica e quindi l'unione fiscale. Ma la tempesta della crisi finanziaria importata dagli USA dal 2008 (bolla finanziaria originata nell'edilizia, che ha contaminato molti paesi) non ha tanto colpito la nuova moneta per le cose che vengono spesso rimproverate (prezzi e tassi di interesse,  su  cui l'euro si è rivelato stabilizzatore) ma per aver trovato le istituzioni europee incapaci di portare avanti un progetto politico che avrebbe permesso di farci appoggiare tutti al sentimento di fiducia mentre si è dovuto far ricorso al principio delle regole, caro più ai tedeschi che ad altri paesi della eurozona.

Chi oggi dice "meno Europa" nel quadro di elezioni cruciali, lo fa spesso per mera tattica, per favorire o contrastare coalizioni, per sollecitare le umoralità volubili di elettori che hanno certamente problemi ma il cui problema maggiore è di non avere strumenti per capire se quel che ascoltano alla TV sia vero o falso.

Su questa linea, la comunicazione rischia di schierarsi per lo più con la post-verità, cioè ereditando il costume propagandistico del '900 europeo, non costruendo modelli di comprensione dei fenomeni (difficili) che se fossero studiati con seria semplificazione e popolarità arginerebbero una deriva che coinvolge una larga parte del ceto polittico. Quella parte che non ha altro mestiere che azzannarsi sul video per assicurarsi posti e stipendi che in altre epoche appartenevano ad un diritto assegnato dalla Costituzione pensando,  i costituenti, che quel diritto sarebbe stato conquistato con progettualità e competenza. 

Europa 2017. Sentimenti contrapposti

23 marzo 2017

Contributo di Stefano Sepe, docente di Comunicazione pubblica alla Scuola nazionale dell'amministrazione

“Allora desideravamo due cose: ristabilire la pace e rendere l’Europa, passo dopo passo, una potenza mondiale, sul piano economico e su quello politico, dello stesso livello degli Stati Uniti e, allora, dell’Unione Sovietica”. Così si esprime - in un’intervista a “L’Espresso” del 19 marzo – Valery Giscard d’Estaing, 91 anni, presente nel 1957 allaratifica dei Trattati di Roma. Che le speranze di quel giorno di sessant’anni fa – riassunte dall’ex Presidente francese - non abbiano trovato piena traduzione nei fatti è costatazione fin troppo facile. Né sul piano economico, né su quello politico l’Unione europea si presenta, sullo scenario mondiale, come protagonista alla pari non soltanto delle potenze di allora, ma nemmeno rispetto a quelle che sono emerse – Cina e India in testa – nei decenni successivi. Le ragioni di tale situazione sono fin troppo note. Vale soltanto la pena di rilevare come le scelte compiute nella costruzione dell’Unione, dal Trattato di Roma fino a quello di Lisbona del 2009, abbiano avuto fortune alterne. Un quadro in chiaro-scuro rispetto al quale i governi dei Paesi dell’Unione sono chiamati a fare valutazioni rigorose e a offrire soluzioni lungimiranti.

Gli allargamenti avutisi nel 1973 (Regno Unito, Danimarca, Irlanda), quelli avvenuti tra il 1981 (Grecia) e il 1986 (Portogallo e Spagna), nonché quelli decisi nel 1995 (Austria, Finlandia, Svezia) si sono rivelati una spinta reale verso livelli di integrazione crescente. Altrettanto produttivo è stato il Trattato di Schengen del 1995 sulla libera circolazione delle persone e delle merci. Così come ampiamente positiva va ritenuta la decisione di far nascere la moneta unica. Una cessione di sovranità di alto valore simbolico: gli 11 Paesi aderenti all’Euro - poi divenuti 19 - rinunciavano al tradizionale diritto degli Stati di “battere moneta”. Svolta epocale che accompagnava la scelta - precedente di qualche anno - di istituire la Banca centrale europea, alla quale venivano conferiti significativi poteri sul governo della moneta unica. Allo stato dei fatti Euro e BCE non soltanto sono ineliminabili, ma fungono da pilastri sui quali si regge l’Unione nella sua dimensione sia economica, sia politico-sociale. Minore impatto sui processi decisionali ha avuto, fino ad oggi, l’azione del Parlamento europeo, nonostante esso esista da quasi un trentennio. Altrettanto doloroso lo stop imposto dalle perplessità emerse sulla coraggiosa decisione di adottare – a Roma nel 2004 - la Costituzione europea. Con la firma nel 2009 del Trattato di Lisbona si è voluto superare l’impasse, ma l’accordo – che riprende la filosofia della Costituzione rimasta sulla carta – non ha il medesimo peso politico e giuridico.

Sul processo di integrazione meritano un discorso a parte le decisioni del  Trattato di Nizza in base al quale nel 2004 entrarono nell’Unione alcuni Paesi dell’ex Urss, i Paesi baltici, Cipro e Malta. Quali che siano le opinioni in merito, è difficile non cogliere come tale massiccio allargamento, nonostante la bontà degli intenti, abbia contribuito a “smagliare” il tessuto sul quale si stava faticosamente costruendo un’Unione che comprendesse la parte più vasta possibile di Paesi del continente. È stata una mossa con esiti non del tutto decifrabili, ma rivelatasi azzardata, in ragione dei poteri di veto dei singoli Stati sugli accordi da stipulare in sede comunitaria. Potere che si traduce in vincoli che frenano le capacità di azione politica dell’Unione, limitandone le possibilità di avere un ruolo di primo piano nello scacchiere internazionale.

Mai come negli anni recenti l’Unione è stata scossa da tensioni, che hannofavorito spinte centrifughe (Brexit ne è l’esempio più chiaro) e hanno dato alimento alle rivendicazioni dei movimenti populistici e nazionalistici. In questo quadro in chiaro-scuro vanno letti i “sentimenti” che aleggiano tra le popolazioni dei Paesi dell’Unione. Atteggiamenti che si possono far risalire a tre tipologie: i sostenitori dell’integrazione, gli euroscettici, gli antieuropeisti. Schiere, naturalmente, non granitiche, in ognuna delle quali sono rinvenibili sfumature niente affatto secondarie.

Sui cittadini convinti della necessità di consolidamento dell’Unione europea i governi possono continuare a far conto, a patto che riescano a dare risposte convincenti ai gravi problemi riguardanti l’occupazione, le diseguaglianze, la convivenza tra culture e religioni diverse, l’avvenire delle giovani generazioni. Altrimenti l’erosione dei consensi continuerà e i pericoli di fratture diventeranno più forti. Sulla categoria degli euroscettici si combatte la battaglia decisiva – sul piano del consenso elettorale e del sostegno civile – dei prossimi anni. Nei quali o l’integrazione si affermerà definitivamente oppure tenderà a sfaldarsi in modo irreparabile. Rispetto a coloro che provano sentimenti di incertezza o nutrono dubbi derivanti dall’insufficiente credibilità dell’Unione i governi nazionali hanno una responsabilità enorme: riuscire a rinsaldare la fiducia nelle istituzioni europee quale motore di processi di integrazione. L’antieuropeismo è il fenomeno più vistoso e pericoloso. Con sfumature diverse nei singoli Paesi, si tinge di tinte fosche, che spaziano dal nazionalismo al razzismo aperto. Su tali sentimenti prosperano movimenti politici che, facendo leva sulla paura del “diverso”, si propongono come risolutori del problema mediante la chiusura di frontiere fisiche, economiche, culturali.

La scommessa si può vincere soltanto con politiche che riducano al minimo le diseguaglianze, che sappiano coniugare le esigenze di sicurezza dei cittadini con l’obiettivo di risolvere in modo inclusivo il fenomeno delle migrazioni, che diano sbocchi concreti all’occupazione, che siano orientate verso la coesione interna ai Paesi dell’Unione. Politiche alte e non ridotte al puro calcolo di consenso interno ai singoli Stati possono costituire l’antidoto contro il crescente antieuropeismo. Soltanto così l’Unione potrà progredire nel processo di integrazione e nel posizionamento sullo scenario mondiale. Nell’azione di rilancio dell’Unione è fondamentale adottare strategie di comunicazione in grado di contrastare con efficacia, sul piano dei valori e delle proposte, i movimenti politici che ambiscono a un ottenere un improbabile ritorno al “sovranismo”. Un approccio comunicativo che dovrà partire necessariamente dai cambiamenti nelle politiche e nei fatti. Per poter così sfatare l’immagine, largamente diffusa, di un’Europa dei mercanti come stortura (più che dei mercati come opportunità) e di istituzioni politiche – nazionali ed europee - ostaggio degli “euroburocrati”. Su questi aspetti l’opzione di un’Europa a “velocità differenziate” è una scelta saggia, purché non sia soltanto un’operazione di facciata.

I giovani – che sono i più colpiti dagli orizzonti nebulosi dell’economia e della politica – sono al tempo stesso il più formidabile atout nelle mani di governi che abbiano il coraggio di imboccare la strada di un europeismo coerente, solidale, proiettato verso il futuro. Lo sono per cultura - mediamente molto più cosmopolita di quella delle generazioni precedenti – per socializzazione (in ciò il progetto Erasmus ha avuto un ruolo di effervescenza indiscutibile), per predisposizione alla diversità. È d’obbligo, quindi, non deluderne le attese.